La classifica di quest’anno contiene molti cambiamenti per quanto riguarda le posizioni dei Paesi, cambiamenti che riflettono un anno incredibilmente ricco di sviluppi, soprattutto nel mondo arabo”, ha dichiarato oggi, mercoledì 25 gennaio, Reporter senza frontiere, in occasione della pubblicazione della sua decima Classifica Mondiale della Libertà di Stampa.
“Molti mezzi d’informazione hanno pagato a caro prezzo la loro copertura mediatica delle aspirazioni democratiche o dei movimenti di opposizione. Il controllo delle notizie e delle informazioni continua a rappresentare una sfida per i governi e a essere motivo di sopravvivenza per i regimi repressivi e totalitari. L’anno appena trascorso ha anche messo in luce il ruolo fondamentale giocato dagli internauti nel produrre e diffondere le notizie”.
TUTTI I DOCUMENTI IN ITALIANO DISPONIBILI IN FORMATO PDF:
- Classifica Libertà di stampa 2011-2012 – REPORT GENERALE
- Classifica Libertà di stampa 2011-2012 – TABELLA CON I 179 PAESI
- Classifica Libertà di stampa 2011-2012 – MAPPA DEL MONDO
- Classifica Libertà di stampa 2011-2012 – AFRICA
- Classifica Libertà di stampa 2011-2012 – AMERICHE
- Classifica Libertà di stampa 2011-2012 – ASIA
- Classifica Libertà di stampa 2011-2012 – EUROPA
- Classifica Libertà di stampa 2011-2012 – MEDIO ORIENTE e NORD AFRICA
- Classifica Libertà di stampa 2011-2012 – NOTA METODOLOGICA
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Classifica Libertà di stampa 2011-2012 – REPORT GENERALE
Risultati fortemente influenzati dalle repressioni delle proteste
La parola-chiave del 2011 è stata repressione. La libertà d’informazione non è mai stata così tanto associata alla democrazia. I giornalisti, con le loro cronache, non hanno mai infastidito così tanto i nemici della libertà. E nemmeno gli atti di censura e gli attacchi fisici ai giornalisti sono mai stati così numerosi. L’equazione è semplice: l’assenza o la soppressione delle libertà civili porta necessariamente alla soppressione della libertà d’informazione. Le dittature temono e censurano le informazioni, soprattutto quando queste possono minarne la stabilità”.
Non sorprende infatti che il trio di Paesi composto da Eritrea, Turkmenistan e Corea del Nord – dittature assolute che non consentono libertà civili – occupi nuovamente gli ultimi tre posti della classifica”.
Questi ultimi sono immediatamente preceduti da Siria, Iran e Cina, tre Paesi che, risucchiati da una folle spirale di terrore, sembrano aver perso il contatto con la realtà. Proseguendo verso l’alto, troviamo il Bahrain e il Vietnam, regimi oppressivi per eccellenza. Anche altri Paesi come l’Uganda e la Bielorussia sono diventati molto più repressivi.
“La classifica di quest’anno – conclude RSF – ritrova ai primi posti lo stesso gruppo di Paesi che continuano a rispettare le libertà fondamentali: Finlandia, Norvegia e Paesi Bassi. Questo ci dimostra che l’indipendenza dei media può preservarsi solamente nelle democrazie forti e che la democrazia stessa ha bisogno di libertà d’informazione. Vale infine la pena di notare l’ingresso nella top-20 di Capo Verde e della Namibia, due Paesi africani dove non sono stati registrati tentativi di ostacolare il lavoro dei media”.
Movimenti di protesta
Nel 2011 il mondo arabo ha rappresentato il motore della storia. Le rivolte arabe, tuttavia, hanno finora sortito esiti politici contrastanti, con la Tunisia e il Bahrain ai due estremi opposti. La Tunisia (134° posto) è salita di 30 posizioni in classifica e, con molta fatica, ha dato vita a un regime democratico che non ha ancora pienamente accettato la presenza di una stampa libera e indipendente. Il Bahrain (173°), invece, è sceso di 29 posizioni a causa dell’inarrestabile giro di vite sui movimenti di protesta, dei continui processi contro i difensori dei diritti umani e della soppressione di ogni spazio di libertà.
Mentre la Libia (154°) ha voltato pagina dopo l’era Gheddafi, lo Yemen è stato colpito dai violenti scontri tra i sostenitori e gli avversari del Presidente Ali Abdallah Saleh, scivolando così al 171° posto. Il futuro di entrambi questi Paesi resta incerto, così come non sappiamo quale ruolo sarà permesso di ricoprire ai media. Lo stesso vale per l’Egitto (166°), sceso di 39 posizioni perché il Consiglio Supremo delle Forze Armate (CSFA), al potere dallo scorso febbraio, ha vanificato le speranze dei democratici portando avanti le stesse condotte della dittatura di Mubarak. I giornalisti, inoltre, hanno vissuto tre episodi di rara violenza a febbraio, marzo e dicembre.
Già posizionata male nel 2010, la Siria (176°) è ulteriormente scesa in classifica a causa di una censura totale, sorveglianza diffusa, violenza indiscriminata e manipolazione del governo, motivi che hanno reso impossibile ai giornalisti di compiere il proprio lavoro.
In ogni altra parte del mondo, i movimenti pro-democrazia che hanno provato a seguire l’esempio del mondo arabo sono stati brutalmente messi a tacere. Molti, ad esempio, gli arresti condotti in Vietnam (172°). In Cina (174°), il governo ha risposto alle proteste regionali e locali e all’insofferenza popolare – dovuta a scandali e ad atti di ingiustizia – rinforzando febbrilmente il suo sistema di controllo sulle notizie e sulle informazioni, portando avanti arresti arbitrari e aumentando la censura su Internet. In Azerbaigian (162°), si è verificata una drammatica crescita del numero di arresti, dove il governo autocratico di Ilham Aliyev non ha esitato ad arrestare internauti, rapire giornalisti di opposizione al regime e bloccare corrispondenti stranieri al fine di imporre un blackout di notizie sulle proteste.
Guidata dal Presidente Yoweri Museveni, l’Uganda (139°) ha lanciato un giro di vite senza precedenti sui movimenti di opposizione e sui media indipendenti dopo le elezioni del febbraio 2011. Analogamente, il Cile (80°) ha perso 47 posizioni a causa delle tante violazioni della libertà d’informazione, molto spesso commesse dalle forze dell’ordine durante le proteste degli studenti. Anche gli Stati Uniti (47°) devono la loro discesa di 27 posizioni ai molti arresti di giornalisti, avvenuti in occasione delle proteste del movimento “Occupy Wall Street”.
Molti Paesi europei ben lontani dal resto del continente
La classifica ha messo in evidenza la divergenza di diversi Paesi europei dal resto del continente. Il giro di vite sulle proteste dopo la rielezione del Presidente Lukashenko, ad esempio, ha causato alla Bielorussia (168°) una perdita di 14 posizioni.
In un momento in cui dipinge se stessa come un modello regionale, la Turchia (148°) ha fatto grandi passi indietro e ha perso 10 posizioni. Lontano dal mettere in pratica le riforme promesse, il sistema giudiziario turco ha lanciato un’ondata di arresti contro i giornalisti di una portata tale che non si vedeva dall’epoca della dittatura militare.
All’interno dell’Unione Europea, la classifica riflette una continuazione della già marcata distinzione tra Paesi come la Finlandia e i Paesi Bassi, che hanno sempre ottenuto una valutazione molto positiva, e Paesi come la Bulgaria (80°), la Grecia (70°) e l’Italia (61°) che non sono riusciti ad affrontare la questione delle violazioni delle libertà dei media, soprattutto a causa della mancanza di volontà politica. Vanno invece segnalati piccoli progressi da parte della Francia (dalla posizione 44 alla 38), della Spagna (39°) e della Romania (47°). La libertà dei media è una sfida che ha bisogno di essere affrontata più che mai nei Balcani, stretti tra il desiderio di entrare nell’Unione Europea e gli effetti negativi della crisi economica.
Violenza endemica
Molti Paesi sono contraddistinti da una cultura di violenza nei confronti dei media, cultura che ormai influenza profondamente le azioni intraprese. Sarà difficile invertire la tendenza in questi Paesi senza una vera e concreta lotta contro l’impunità. Il Messico (149°) e l’Honduras (135°) sono due casi emblematici in tal senso.
Il Pakistan (151°) è stato per il secondo anno consecutivo il Paese con il maggio numero di giornalisti uccisi. In Somalia (164°), paese in guerra da venti anni, è difficile intravedere una d’uscita dal caos in cui i giornalisti stanno pagando un alto prezzo.
In Iran (175°), giornalisti perseguitati e umiliati sono stati per anni parte della cultura politico-burocratica; il regime si nutre infatti della persecuzione dei media. L’Iraq (152°) è sceso di 22 posizioni e sta adesso avvicinandosi in maniera preoccupante alla sua posizione del 2008 (158°).
Cambiamenti rilevanti
Il Sudan del Sud (111°), una nuova nazione che sta affrontando molte sfide, ha fatto il suo ingresso in classifica in una posizione apprezzabile, se consideriamo che è appena terminata una separazione da uno dei Paesi peggio classificati, il Sudan (170°). La Birmania (169°) ha una posizione lievemente migliorata rispetto agli anni precedenti, grazie ai cambiamenti politici degli ultimi mesi che hanno aumentato le speranze ma che hanno ancora bisogno di essere confermati. La Nigeria (29°) ha raggiunto in un solo anno la più grande crescita verificatasi in questa classifica, salendo di 75 posizioni, grazie a una transizione politica di successo.
L’Africa ha invece registrato la più grande caduta in classifica. Gibuti, una piccola dittatura del Corno d’Africa, è sceso di 49 posizioni fino ad arrivare alla 159. Il Malawi (146°) ha perso 67 posizioni a causa dei comportamenti totalitari del suo Presidente, Bingu Wa Mutharika. La già citata Uganda (139°) ha perso 43 posizioni. La Costa d’Avorio, infine, ha perso 41 posti posizionandosi al 159°, poiché i media sono stati duramente colpiti dalla lotta tra i due presidenti rivali: Laurent Gbagbo e Alassane Ouattara.
ll peggioramento maggiore avvenuto in America Latina riguarda il Brasile (99°), che ha perso 41 posizioni a causa di un elevato livello di violenza e insicurezza, sfociate nelle tragiche morti di tre giornalisti e blogger.
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Classifica Libertà di stampa 2011-2012 – AFRICA
Cadute vertiginose per i Paesi che hanno represso le rivolte popolari
La Primavera Araba del 2011 non si è espansa nell’Africa sub-sahariana fino al punto di far cadere altri governi, ma alcuni regimi hanno comunque dovuto affrontare precise richieste sociali e politiche. I giornalisti che si sono occupati delle rivolte popolari sono spesso stati vittime di un’indiscriminata repressione poliziesca, presi di mira e costretti dalle forze dell’ordine a non parlare di quanto accaduto.
È questo, ad esempio, il caso dell’Angola (132° posto), dove molti giornalisti sono stati arrestati durante le proteste dello scorso settembre, e dell’Uganda (139°), che ha perso 43 posizioni in classifica dopo un anno che i media non dimenticheranno facilmente: sono stati infatti il bersaglio di violenza e sorveglianza durante le elezioni presidenziali a febbraio e, nei mesi successivi, di nuovo presi di mira durante le brutali repressioni delle proteste “Walk to Work”, quando anche dozzine di giornalisti sono stati arrestati.
Situazione ancora peggiore in Malawi (146°), crollato di 67 posizioni; si tratta della caduta più grande di questa classifica. I giornalisti del Malawi sono stati trattati allo stesso modo dei manifestanti durante le repressioni delle proteste, la scorsa estate. Molti operatori dei media sono stati arrestati e maltrattati, e le loro attrezzature distrutte. Uno studente e blogger, Robert Chasowa, trovato morto a settembre, è stato quasi sicuramente ucciso. I media che hanno provato a indagare sul caso sono stati minacciati. Prima che avvenisse tutto ciò, all’inizio del 2011 la legislazione del Malawi in tema di media era stata inasprita a tal punto che alcuni partners europei avevano sospeso parte dei loro sussidi al Paese.
Paesi chiusi e autoritari in fondo alla classifica
Reporter senza frontiere considera molto grave la situazione in Rwanda (156°) e nella Guinea Equatoriale (161°), a causa del controllo che i loro governi esercitano sui media e sulla libertà di espressione in generale. Rwanda e Guinea Equatoriale sono in compagnia della Repubblica di Gibuti (159°), che ha perso 49 posizioni. Il suo Presidente, Ismael Omar Guelleh, è tornato in carica all’inizio del 2011 con un’elezione decisa in anticipo e non ha dato all’opposizione alcuna possibilità di esprimersi per mezzo dei media. Non c’è una stampa libera. Sei collaboratori di una radio in esilio sono stati in carcere per quattro mesi, e i social network sono attentamente monitorati per assicurarsi che non ci siano proteste.
La presenza della Costa d’Avorio in questo stesso gruppo di Paesi (condivide con Gibuti il 159° posto) potrebbe essere mal interpretata. La Costa d’Avorio ha dei veri e propri media e dicono ciò che pensano, al contrario del Gibuti di Guellah, della Guinea Equatoriale di Teodoro Obiang Nguema e a differenza dei media in Rwanda, che hanno una scarsa libertà d’espressione. La “sfortunata” posizione della Costa d’Avorio riflette invece il drammatico impatto che la crisi post-elettorale ha avuto sui media nella prima metà del 2011, comprese vessazioni, atti di violenza e gli omicidi di un giornalista e di un operatore dei media. Durante la battaglia di Abidjan, all’inizio di aprile, era pressoché impossibile per un giornalista avventurarsi nella città.
Violenza, censura e carcere fanno guadagnare le tre peggiori posizioni all’Africa orientale
I tre peggiori Paesi sub-sahariani si trovano tutti nell’Africa dell’est. Anno dopo anno, i giornalisti continuano ad essere esposti al caos e all’anarchia in Somalia (164°), un Paese in guerra civile e senza un governo stabile dal 1991. Quattro giornalisti sono stati uccisi a Mogadiscio nel 2011. La cattiva posizione in classifica assegnata al Sudan di Omar al-Bashir (170°) è dovuta alla censura preventiva, alla chiusura di giornali, ad arresti e detenzione prolungata e al maltrattamento dei giornalisti.
Infine, l’Eritrea (179°) arriva ultima in classifica per il quinto anno consecutivo. La libertà di opinione, così come tutte le altre libertà, non esiste sotto la dittatura totalitaria che il Presidente Issaias Afeworki ha imposto a questo Paese del Corno d’Africa. Almeno 30 giornalisti sono attualmente detenuti in condizioni spaventose, e alcuni di loro sono stati in carcere per più di 10 anni.
Al lato opposto della classifica, molti Paesi africani hanno fatto significativi passi avanti o quantomeno hanno mostrato che il rispetto per la libertà d’informazione riveste un ruolo influente all’interno della loro società.
Cresce il gruppo dei bravi Paesi
Il numero di Paesi africani nei primi 50 posti della classifica è cresciuto dai 7 dello scorso anno ai 9 di quest’anno, mentre il numero dei Paesi posizionati nella top 100 è salito da 24 a 27. Il Paese più alto in classifica fra quelli non europei è africano ed è riuscito a entrare nella top 10. Si tratta di Capo Verde (9°), una democrazia in buona salute e un modello di buona governance, dove i governi possono essere cambiati attraverso le urne elettorali, proprio com’è avvenuto nuovamente la scorsa estate con le elezioni presidenziali. I giornalisti a Capo Verde sono completamente liberi e tutti i partiti politici hanno accesso ai media statali. Anche la Namibia (20°) ha guadagnato un’eccellente posizione in classifica, migliore di quella del Giappone e del Regno Unito, per esempio.
La Repubblica del Botswana (42°), paese salito di 20 posizioni, e le Isole Comoros (45°), che hanno guadagnato 25 posizioni, sembra stiano facendo a gara con il Mali (25°) e il Ghana (41°) – tradizionalmente i due leader africani nel rispetto per i giornalisti – per dimostrare di essere virtuosi.
Un salto spettacolare e miglioramenti degni di nota
La Nigeria (29°) è salita di ben 75 posizioni: è questo il più grande balzo avanti e progresso fatto a livello mondiale nel 2011. La situazione economica per i media nigeriani è molto precaria ma i mezzi d’informazione sono comunque liberi e godono di una legislazione a loro favorevole. Le violazioni della libertà dei media sono virtualmente scomparse e il miglioramento è stato evidenziato sia attraverso misure concrete sia simboliche. Alla fine del 2011, Mahamadou Issoufou, eletto Presidente la primavera precedente, è diventato il primo Capo di Stato africano a firmare la “Dichiarazione di Table Mountain”, con l’obiettivo di promuovere la libertà dei media.
Altri leader africani potrebbero seguire l’esempio nigeriano, come Mohamed Ould Abdel, il Presidente della Mauritania (67°), salita di 28 posizioni grazie all’adozione di una legge sulla stampa elettronica, la liberalizzazione del settore audiovisivo e un numero limitato di incidenti.
I progressi compiuti devono tuttavia essere confermati.
Il Camerun (97°), improvvisamente sceso nel 2010 a causa della morte del giornalista Bibi Ngota, ha recuperato una discreta posizione nel 2011, nonostante debba ancora essere fatta luce su tutti gli aspetti della suddetta morte nonché sulla morte, avvenuta lo scorso novembre, del corrispondente di Reporters senza Frontiere Jukes Koum Koum, un giornalista che si è occupato di corruzione. Il Camerun ha anche fortemente bisogno di depenalizzare le violazioni dei media e di modernizzare la sua legge sulla comunicazione. Il Madagascar (84°) ha continuato a fare progressi per il secondo anno consecutivo, dopo il brusco crollo del 2009 a causa della crisi politica di quell’anno; il 2012, essendo un anno di elezioni, presenterà senz’altro molte nuove sfide.
A metà strada
L’assenza di eventi negativi o incidenti rilevanti riguardanti i media hanno consentito al Senegal (75°) di risalire 18 posizioni della classifica.
La situazione è però attualmente delicata, a un mese dalle elezioni presidenziali che si preannunciano tese. Come i loro omologhi del Camerun, le autorità senegalesi non sono ancora pronte a proteggere i giornalisti da condanne in carcere depenalizzando i reati dei media. Sebbene ricorra troppo spesso a processi contro i mezzi d’informazione, la Liberia (110°) solitamente concede ai suoi media una discreta quota di libertà. Ciononostante, quest’anno è scesa di 26 posizioni in classifica perché, durante le elezioni presidenziali degli scorsi mesi di ottobre e novembre, i giornalisti sono stati attaccati e i media sospesi, dopo che lo sfidante Winston Tubman ha boicottato il ballottaggio contro la presidente uscente Ellen Johnson Sirleaf.
Il Sudan del Sud (111°), che è diventato indipendente il 9 luglio 2011, ha fatto il suo ingresso in classifica con una discreta posizione. La sfida per questo Paese è quella di costruire uno Stato solido e produttivo in una regione particolarmente instabile, garantendo al tempo stesso anche libertà di espressione. Il neo-nato Stato dovrà quindi fare ogni sforzo possibile per evitare di crollare al livello dei suoi “vicini di casa”.
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Classifica Libertà di stampa 2011-2012 – AMERICHE
Disordini negli Stati Uniti ed in Cile, il Brasile piombato nell’insicurezza
L’onda contestataria mondiale del 2011 ha attraversato anche il Nuovo Mondo. Fa scendere in basso nella classifica gli Stati Uniti (47°) ed il Cile (80°) che perdono rispettivamente 27 e 47 punti, dove i giornalisti hanno pagato il loro prezzo alla repressione -o ai disordini- dei movimenti di protesta. Negli Stati Uniti, più di 25 giornalisti hanno subito in due mesi arresti e brutalità da parte di una polizia pronta ad incolparli di “comportamento inadeguato”,”disturbo della quiete pubblica”, addirittura “difetto di accreditamento”! In Cile, dove la fronda studentesca mette anche in discussione la sovra concentrazione dei media, gli attacchi fisici o in rete e gli attentati contro le redazioni si sono aggiunti alle violenze verso i giornalisti. Molti di queste ultime, detenzioni e distruzioni di materiale, sono dovute agli abusi dei carabineros (polizia locale di carattere militare, n.d.t.) raramente puniti dalle autorità.
Sempre al sud il 2011 vede indietreggiare altri due paesi: il Brasile (99°, -41) ed il Paraguay (80°, -26); l’Argentina (47°) resta invece in una posizione accettabile. Questa volta è l’insicurezza che caratterizza tale evoluzione. Nel Nord e Nord-est brasiliano come nelle regioni di frontiera paraguaiane la corruzione locale, le attività del crimine organizzato o gli attacchi all’ambiente naturale sono altrettanti argomenti pericolosi sia per i giornalisti che per i bloggers. Tre di essi hanno perso la vita in Brasile nel 2011. Se il gigante sudamericano mostra alcuni sforzi nella lotta contro l’impunità, la giustizia resta inegualmente applicata a seconda delle regioni e degli Stati, e soggetta a forti pressioni politiche. Una realtà presente anche in Paraguay dove c’è stato un ucciso, dove la professione denuncia la carenza di una legge di accesso all’informazione pubblica, recentemente adottata dal suo grande vicino.
Il bilancio umano del Brasile si paragona a quello del Perù (115°) dove tre giornalisti sono stati ugualmente assassinati. Paese conosciuto per le aggressioni frequenti verso la stampa, il Perù si distingue anche per la moltiplicazione delle procedure penali per “diffamazione” o “oltraggio”. Il giornalista audiovisivo Paul Garay Ramírez ha pagato le sue proteste con sei mesi di detenzione, tra aprile ed ottobre 2011. Assillo giudiziario, equilibrio pluralistico difficile, polarizzazione ed aggressioni ricorrenti caratterizzano sempre il clima in Ecuador (104°) ed in Bolivia (108°) le cui le posizioni restano immutate. Questa situazione è ancora più marcata in Venezuela (117°, +16) che guadagna comunque alcuni posti. Con un morto riconducibile direttamente alla professione, la Colombia (143°) si mantiene negli abissi della classifica a causa della persistenza delle minacce, esili ed interruzioni forzate del lavoro, in particolare di giornalisti delle zone di conflitto. Malgrado i progressi nel campo giudiziario, il paese non sempre ha saldato i debiti dei suoi anni di guerra né le oscure pratiche di spionaggio, sabotaggio e campagne diffamatorie tipiche del vecchio Dipartimento amministrativo di sicurezza (DAS).
Contrasti al centro
Deploriamo l’assassinio di un direttore di radio a Panama (113°, -32) il cui indietreggiamento deriva anche all’espulsione di due giornalisti spagnoli solidali con le popolazioni indigene nella loro lotta contro le mire territoriali dell’industria mineraria. Un clima pessimo, basato ancora su campagne di discredito personale, regna tra il governo di Ricardo Martinelli ed una larga frangia della professione. Cattiva posizione al Guatemala (97°, -20) per colpa dell’insicurezza, della tenace autocensura e di un pluralismo insufficiente; il Guatemala, ha avuto questo anno un giornalista detenuto senza alcuna prova. Allo stesso livello, la Repubblica dominicana (95°) ha avuto il lutto di uno dei suoi giornalisti, assassinato dopo essere stato detenuto per breve tempo per “diffamazione”. Frequenti abusi polizieschi sono peraltro denunciati ad Haiti (52°) che lentamente si recupera dal terremoto del 12 gennaio 2010; le tensioni politiche sopraggiunte alla vigilia dell’investitura di Michel Martelly, il 14 maggio, non hanno, per fortuna, superato la soglia critica per la sicurezza dei giornalisti.
Parimenti in Nicaragua (72°, +11) la polarizzazione espressasi prima della rielezione di Daniele Ortega alla presidenza in novembre non ha coinvolto molto, nel complesso, il lavoro dei giornalisti e la loro libertà di movimento. Malgrado alcuni casi di serie minacce, il paese recupera alcune posizioni, così come il Salvador (37°, +14), caratterizzato da un basso numero di aggressioni. Il Costa Rica (19°) ha quest’anno il primo posto tra i paesi latino-americani, che contende tradizionalmente all’Uruguay (32°). Il contrasto è più forte solamente in America centrale, con l’Honduras (135°) che naviga sempre nella parte bassa della classifica dal colpo di stato di giugno 2009. I cinque giornalisti uccisi nel 2011 di cui tre in legame diretto con la professione e le persecuzioni sistematiche contro i media di opposizione e le radio comunitarie, confermano la sinistra reputazione di paese più pericoloso del continente per la stampa dopo il Messico (149°, -13).
Il Messico continua la sua discesa, nel contesto tragico dell’offensiva federale contro il narcotraffico che ha fatto 50 000 morti in cinque anni. Oltre ai cinque giornalisti assassinati, sul paese si vedono abbattere oramai crimini e rappresaglie contro gli internauti che sfidano la violenza locale. Chiudendo il percorso sul continente, Cuba (167°) non ha mai manifestato apertura in materia di libertà pubbliche e di diritti umani che lasciava sperare la liberazione dell’ultimo giornalista dissidente incarcerato, l’8 marzo 2011, dopo quella dei suoi colleghi vittime della “Primavera nera”. Repressioni e detenzioni brevi minacciano sempre i giornalisti e i bloggers non controllati dallo stato.
Dopo il Canada (10°, +11) che riprende la testa della classifica continentale, la Giamaica (16°), e soprattutto il Suriname (22°, +13) ed i sette Stati Associati dell’Est Caraibico (OECS) (25°, +32) registrano progressi, giustificati per un’assenza quasi totale di fatti di violenza o di pastoie serie alla libertà di informare. Un altra sorpresa al contrario viene di Trinidad-e-Tobago (50°, -20), con uno scandalo di spionaggio di giornalisti, manovre di boicottaggio verso i media audiovisivi e abusi nelle procedure. La Guyana (58°), dove continua ad esistere il monopolio di stato sulla radio, ha una situazione simile e resta nella stessa posizione.
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Classifica Libertà di stampa 2011-2012 -ASIA
Violenza e censura in crescita nel continente asiatico
Impunità e violenza persistono in Pakistan, Afghanistan e Filippine, maggiori repressioni in Sri Lanka, Vietnam e Cina
In Afghanistan (150° posto) e in Pakistan (151°), la violenza è rimasta la principale preoccupazione per i giornalisti, sotto la costante minaccia di Talebani, estremisti religiosi, movimenti separatisti e gruppi politici. Con ben 10 morti nel 2011, il Pakistan si conferma per il secondo anno consecutivo come il Paese con il maggior numero di giornalisti uccisi.
Nelle Filippine (140°), salite nuovamente in classifica dopo il calo del 2010 causato dal massacro di 32 giornalisti – avvenuto ad Ampataun nel novembre 2009 – gruppi paramilitari e milizie private hanno continuato ad attaccare gli operatori dei media. Le indagini giudiziarie sul massacro di Ampatuan hanno reso evidente che la risposta delle autorità è stata del tutto inadeguata.
In Bangladesh (129°) e in Nepal (106°) i giornalisti hanno continuato a essere esposti a violenze, sebbene minori rispetto a quelle subìte nel passato. In Bangladesh, gruppi di opposizione e il partito in carica (Awami League) si sono alternati negli attacchi alla stampa. Nonostante un vero pluralismo dei media, la legge permette al governo di mantenere un controllo eccessivo sui media e su Internet.
In Nepal, una diminuzione degli attacchi dei gruppi maoisti nel sud e una maggiore efficienza del sistema giudiziario hanno rappresentato la causa del modesto miglioramento della posizione in classifica del Paese. Tuttavia, la libertà di stampa è stata regolarmente intaccata nel corso dell’anno da minacce e attacchi da parte di gruppi politici e gruppi armati.
Autoritarismo e ambivalenza agli ultimi posti della classifica
La libertà d’informazione è peggiorata in maniera considerevole in due Paesi asiatici guidati da un governo autoritario.
La Cina (174°), che ha il più alto numero mondiale di giornalisti, blogger e cyber-dissidenti in carcere, nel 2011 ha intensificato la sua censura e la sua propaganda e ha inasprito il controllo di Internet, in modo particolare della blogosfera. I primi movimenti di protesta nei Paesi arabi e le conseguenti richieste di democrazia nelle principali città cinesi hanno fatto scattare un’ondata di arresti di cui non si è ancora vista la fine.
Nelle regioni autonome del Tibet, della Mongolia Interna e dello Xinjiang, le proteste delle minoranze etniche hanno dato vita a una dura repressione delle autorità. A Pechino e a Shanghai, i corrispondenti internazionali hanno rappresentato un bersaglio speciale per le forze di sicurezza e hanno dovuto lavorare sotto la continua minaccia dell’espulsione e della revoca del visto. Ai giornalisti è stato impedito di occuparsi di molti degli eventi che hanno minacciato la stabilità della Cina e che, se raccontati veramente, avrebbero potuto dare un’immagine negativa del Paese.
Il Vietnam (172°) ha voluto imitare la condotta repressiva cinese ed è così sceso di sette posizioni. Giornalisti politicamente attivi e blogger pro-democrazia sono stati tormentati dalle autorità mentre i tribunali hanno continuato a invocare lo stato di sicurezza al fine di emettere condanne in carcere da due a sette anni. Il blogger Pham Minh Hoang, per esempio, è stato condannato a tre anni di prigione e a tre anni di arresti domiciliari il 10 agosto, con l’accusa di aver tentato di rovesciare il governo.
Nello Sri Lanka (163°), la morsa del clan Rajapakse ha costretto i pochi ultimi giornalisti di opposizione rimasti ad abbandonare il Paese. Chiunque si tratteneva era regolarmente soggetto a vessazioni e minacce varie. Gli attacchi sono stati meno comuni ma l’impunità e la censura ufficiale dei siti indipendenti hanno messo fine al pluralismo e hanno contribuito più che mai all’autocensura di quasi tutti gli organi di stampa.
La Birmania (169°) ha mostrato i primi deboli segnali delle riforme intraprese, tra cui parziali amnistie e una riduzione della censura preventiva; il Paese resta tuttavia ampiamente sotto il controllo di un governo autoritario guidato da ex membri della giunta militare trasformatisi all’occorrenza in politici civili. All’inizio del 2012 sono ancora in prigione quasi dieci giornalisti.
Nella Corea del Nord (178°), nonostante le notizie e l’informazione in genere siano state in grado di oltrepassare i confini nazionali e diffondersi all’estero, nessuno sa se questo continuerà anche sotto Kim Jong-un, figlio ed erede di Kim Jong-il. La successione dinastica, il dominio della macchina militare e il desiderio di potere del governo non lasciano spazio ad alcun ottimismo.
In cima alla classifica, i “bravi ragazzi” diventano cattivi
Quelli che sono tradizionalmente considerati Paesi virtuosi non hanno brillato nel 2011. Con la caduta della Nuova Zelanda al 13° posto, nella top 10 non troviamo nessun Paese della regione Asia-Pacifico. Hong Kong (54°) ha visto un improvviso peggioramento della libertà di stampa nel 2011 e la sua posizione è crollata bruscamente. Arresti, attacchi e vessazioni hanno peggiorato le condizioni lavorative dei giornalisti fino a una portata mai vista prima, segnale di un preoccupante cambiamento nella condotta del governo.
In Australia (31°), i media sono stati oggetto di indagini e critiche provenienti dalle autorità, che hanno negato loro l’accesso alle informazioni. In Giappone (23°), infine, la copertura mediatica dello tsunami e dell’incidente di Fukushima ha subìto eccessive restrizioni e ha manifestato i limiti del pluralismo della stampa giapponese.
Motivi di preoccupazione
In India (131°), i giornalisti sono stati esposti alla violenza scaturita dai conflitti persistenti negli stati di Chhattisgarh, Jammu e Kashmir. La minaccia dei gruppi mafiosi che operano nelle principali città del Paese ha inoltre contribuito all’autocensura. Tuttavia, anche le autorità non hanno fatto granché. Lo scorso maggio, hanno pubblicato le “Information Technology Rules 2011” (Regole della Tecnologia dell’Informazione), che hanno avuto implicazioni pericolose per la libertà d’espressione online. I reporters stranieri si sono visti rifiutare le richieste per il visto o hanno subìto pressioni per dare un’immagine positiva del Paese.
In Indonesia (146°), una repressione armata nell’area della Papua Occidentale, dove nel 2011 almeno due giornalisti sono stati uccisi, cinque rapiti e 18 aggrediti, è stata la principale ragione per la discesa del Paese in classifica. Un sistema giudiziario corrotto e troppo facilmente influenzato dai politici, gruppi di pressione e tentativi del governo di controllare i media e Internet hanno impedito lo sviluppo di una stampa più libera.
Reclusione illegale e intimidazione in Mongolia (100°) e alle Maldive (73°) hanno mostrato la debolezza della loro libertà di stampa. Alle Maldive è prevalso un clima di intolleranza religiosa, le organizzazioni mediatiche sono state soggette a minacce dalle autorità e hanno dovuto trattare con il Ministero degli Affari Islamici che cercava di imporre la Sharia a discapito dell’espressione libera.
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Classifica Libertà di stampa 2011-2012 – EUROPA ed EX-URSS
Disordini negli Stati Uniti ed in Cile, il Brasile piombato nell’insicurezza
L’onda contestataria mondiale del 2011 ha attraversato anche il Nuovo Mondo. Fa scendere in basso nella classifica gli Stati Uniti (47°) ed il Cile (80°) che perdono rispettivamente 27 e 47 punti, dove i giornalisti hanno pagato il loro prezzo alla repressione -o ai disordini- dei movimenti di protesta. Negli Stati Uniti, più di 25 giornalisti hanno subito in due mesi arresti e brutalità da parte di una polizia pronta ad incolparli di “comportamento inadeguato”,”disturbo della quiete pubblica”, addirittura “difetto di accreditamento”! In Cile, dove la fronda studentesca mette anche in discussione la sovra concentrazione dei media, gli attacchi fisici o in rete e gli attentati contro le redazioni si sono aggiunti alle violenze verso i giornalisti. Molti di queste ultime, detenzioni e distruzioni di materiale, sono dovute agli abusi dei carabineros (polizia locale di carattere militare, n.d.t.) raramente puniti dalle autorità.
Sempre al sud il 2011 vede indietreggiare altri due paesi: il Brasile (99°, -41) ed il Paraguay (80°, -26); l’Argentina (47°) resta invece in una posizione accettabile. Questa volta è l’insicurezza che caratterizza tale evoluzione. Nel Nord e Nord-est brasiliano come nelle regioni di frontiera paraguaiane la corruzione locale, le attività del crimine organizzato o gli attacchi all’ambiente naturale sono altrettanti argomenti pericolosi sia per i giornalisti che per i bloggers. Tre di essi hanno perso la vita in Brasile nel 2011. Se il gigante sudamericano mostra alcuni sforzi nella lotta contro l’impunità, la giustizia resta inegualmente applicata a seconda delle regioni e degli Stati, e soggetta a forti pressioni politiche. Una realtà presente anche in Paraguay dove c’è stato un ucciso, dove la professione denuncia la carenza di una legge di accesso all’informazione pubblica, recentemente adottata dal suo grande vicino.
Il bilancio umano del Brasile si paragona a quello del Perù (115°) dove tre giornalisti sono stati ugualmente assassinati. Paese conosciuto per le aggressioni frequenti verso la stampa, il Perù si distingue anche per la moltiplicazione delle procedure penali per “diffamazione” o “oltraggio”. Il giornalista audiovisivo Paul Garay Ramírez ha pagato le sue proteste con sei mesi di detenzione, tra aprile ed ottobre 2011. Assillo giudiziario, equilibrio pluralistico difficile, polarizzazione ed aggressioni ricorrenti caratterizzano sempre il clima in Ecuador (104°) ed in Bolivia (108°) le cui le posizioni restano immutate. Questa situazione è ancora più marcata in Venezuela (117°, +16) che guadagna comunque alcuni posti. Con un morto riconducibile direttamente alla professione, la Colombia (143°) si mantiene negli abissi della classifica a causa della persistenza delle minacce, esili ed interruzioni forzate del lavoro, in particolare di giornalisti delle zone di conflitto. Malgrado i progressi nel campo giudiziario, il paese non sempre ha saldato i debiti dei suoi anni di guerra né le oscure pratiche di spionaggio, sabotaggio e campagne diffamatorie tipiche del vecchio Dipartimento amministrativo di sicurezza (DAS).
Contrasti al centro
Deploriamo l’assassinio di un direttore di radio a Panama (113°, -32) il cui indietreggiamento deriva anche all’espulsione di due giornalisti spagnoli solidali con le popolazioni indigene nella loro lotta contro le mire territoriali dell’industria mineraria. Un clima pessimo, basato ancora su campagne di discredito personale, regna tra il governo di Ricardo Martinelli ed una larga frangia della professione. Cattiva posizione al Guatemala (97°, -20) per colpa dell’insicurezza, della tenace autocensura e di un pluralismo insufficiente; il Guatemala, ha avuto questo anno un giornalista detenuto senza alcuna prova. Allo stesso livello, la Repubblica dominicana (95°) ha avuto il lutto di uno dei suoi giornalisti, assassinato dopo essere stato detenuto per breve tempo per “diffamazione”. Frequenti abusi polizieschi sono peraltro denunciati ad Haiti (52°) che lentamente si recupera dal terremoto del 12 gennaio 2010; le tensioni politiche sopraggiunte alla vigilia dell’investitura di Michel Martelly, il 14 maggio, non hanno, per fortuna, superato la soglia critica per la sicurezza dei giornalisti.
Parimenti in Nicaragua (72°, +11) la polarizzazione espressasi prima della rielezione di Daniele Ortega alla presidenza in novembre non ha coinvolto molto, nel complesso, il lavoro dei giornalisti e la loro libertà di movimento. Malgrado alcuni casi di serie minacce, il paese recupera alcune posizioni, così come il Salvador (37°, +14), caratterizzato da un basso numero di aggressioni. Il Costa Rica (19°) ha quest’anno il primo posto tra i paesi latino-americani, che contende tradizionalmente all’Uruguay (32°). Il contrasto è più forte solamente in America centrale, con l’Honduras (135°) che naviga sempre nella parte bassa della classifica dal colpo di stato di giugno 2009. I cinque giornalisti uccisi nel 2011 di cui tre in legame diretto con la professione e le persecuzioni sistematiche contro i media di opposizione e le radio comunitarie, confermano la sinistra reputazione di paese più pericoloso del continente per la stampa dopo il Messico (149°, -13).
Il Messico continua la sua discesa, nel contesto tragico dell’offensiva federale contro il narcotraffico che ha fatto 50 000 morti in cinque anni. Oltre ai cinque giornalisti assassinati, sul paese si vedono abbattere oramai crimini e rappresaglie contro gli internauti che sfidano la violenza locale. Chiudendo il percorso sul continente, Cuba (167°) non ha mai manifestato apertura in materia di libertà pubbliche e di diritti umani che lasciava sperare la liberazione dell’ultimo giornalista dissidente incarcerato, l’8 marzo 2011, dopo quella dei suoi colleghi vittime della “Primavera nera”. Repressioni e detenzioni brevi minacciano sempre i giornalisti e i bloggers non controllati dallo stato.
Dopo il Canada (10°, +11) che riprende la testa della classifica continentale, la Giamaica (16°), e soprattutto il Suriname (22°, +13) ed i sette Stati Associati dell’Est Caraibico (OECS) (25°, +32) registrano progressi, giustificati per un’assenza quasi totale di fatti di violenza o di pastoie serie alla libertà di informare. Un altra sorpresa al contrario viene di Trinidad-e-Tobago (50°, -20), con uno scandalo di spionaggio di giornalisti, manovre di boicottaggio verso i media audiovisivi e abusi nelle procedure. La Guyana (58°), dove continua ad esistere il monopolio di stato sulla radio, ha una situazione simile e resta nella stessa posizione.
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Classifica Libertà di stampa 2011-2012 – MEDIO ORIENTE e NORD AFRICA
Le rivolte arabe e il loro impatto sulla Classifica della Libertà di Stampa
Le rivolte arabe e le misure intraprese dai governi per controllare le notizie e le informazioni fornite in merito hanno avuto un impatto significativo sul posizionamento in classifica dei Paesi del Medio Oriente e del Nord-Africa. Dal Marocco al Bahrain allo Yemen, pochi Paesi sono stati risparmiati da questa ondata di rivolte pro-democrazia, che hanno però scatenato anche molte repressioni.
Alcuni predatori della libertà di stampa hanno perso il loro potere, ma altri sono rimasti al loro posto. Le transizioni avviatesi non stanno necessariamente portando verso un maggiore pluralismo e la maggior parte dei cambiamenti presenti in classifica sono stati in negativo, verso il basso. Le libertà guadagnate sono fragili e potrebbero essere spazzate via con facilità.
Paesi dove le rivolte hanno portato cambiamenti politici
La Tunisia (134° posto), ha risalito 30 posizioni della classifica, grazie alla fine delle vessazioni ai giornalisti da parte del regime di Zine el-Abidine Ben Ali, all’emergenza di un vero pluralismo di opinione nella carta stampata e, anche se probabilmente solo per un breve periodo, alla fine di un massiccio e sistematico sistema di filtraggio su Internet. Le recenti nomine di persone in qualche modo collegate al vecchio regime come responsabili dei media statali hanno evidenziato il rischio di un ritorno al passato.
Anche la Libia è cresciuta nella classifica, ma in maniera minore, passando dalla posizione numero 160 alla 154. Dopo l’inizio delle rivolte libiche lo scorso febbraio, c’è stata un’esplosione di nuovi media, soprattutto nell’est del Paese. Il nuovo entusiasmo pluralista si è poi diffuso anche ad ovest dopo la liberazione di Tripoli, avvenuta alla fine di agosto. Giornali e stazioni radiotelevisive si sono moltiplicati a dismisura. Ricordiamo però che la posizione in classifica della Libia riflette i numerosi abusi perpetrati nei confronti dei giornalisti nel corso della lunga guerra civile. Se il processo di democratizzazione sarà in grado di continuare e se il pluralismo e l’indipendenza dei media assumerà un’influenza duratura, nei prossimi cinque anni la posizione della Libia migliorerà.
Paesi dove la repressione prosegue e i cambiamenti sono solo apparenti
Molti Paesi del Medio Oriente sono scesi in classifica a causa delle misure intraprese nel tentativo di imporre un blackout di notizie sulle repressioni. L’Egitto è scivolato di 39 posizioni (dalla 127 dello scorso anno alla 166 di quest’anno) a causa dei tentativi del governo di Hosni Mubarak e poi del Supremo Consiglio delle Forze Armate di mettere le briglia alla fasi successive della rivoluzione. La caccia ai giornalisti stranieri – durata tre giorni all’inizio di febbraio – gli interrogatori, arresti e rapimenti di giornalisti e blogger da parte dei tribunali militari, le perquisizioni senza i mandati: tutto ciò ha contribuito alla drammatica caduta in classifica dell’Egitto.
Il Regno del Bahrain (173°) è precipitato di 29 posizioni diventando uno dei dieci Paesi più repressivi del mondo. Giornalisti del Bahrain e giornalisti stranieri sono stati sistematicamente inseguiti dal febbraio 2011 in poi. Un intero arsenale di misure è stato adottato per impedire la circolazione delle informazioni circa l’evolversi della situazione nel Paese. Allo stesso tempo, le autorità hanno fatto un uso assai esteso dei media per portare avanti la loro propaganda governativa. La creazione di una commissione d’inchiesta indipendente non ha messo fine agli abusi contro i giornalisti; ha semplicemente aiutato ad assicurare che, come conseguenza delle promesse fatte dalle autorità, il resto del mondo avrebbe smesso di parlare del Bahrain.
Lo Yemen (171°) ha perso solamente una posizione nonostante tutta la violenza usata dalle forze di sicurezza contro dimostranti e giornalisti che hanno coperto mediaticamente le manifestazioni. Ma la situazione della libertà d’informazione era già molto preoccupante e lo Yemen aveva già perso 16 posizioni a partire dal 2008, quando era cominciato un veloce peggioramento della condizioni interne. Un’iniziativa del Consiglio di Cooperazione degli Stati Arabi del Golfo, firmata il 23 novembre scorso affinché il Presidente dello Yemen Ali Abdallah Saleh lasciasse il suo ruolo entro il febbraio 2012, è stata ben lontana dal riuscire a cambiare la situazione.
La Siria, che già nei recenti anni aveva ottenuto un basso posizionamento in classifica, è scesa ancora un po’, dal 173° al 176° posto, correndo quest’anno il rischio di inserirsi fra gli ultimi tre. La situazione in Siria ha avuto una forte influenza sul vicino Libano, dove il governo ha fornito la sua disponibilità alle autorità siriane per cooperare nei tentativi di rintracciare i giornalisti e i dissidenti siriani fuggiti in Libano.
L’Arabia Saudita (158°) ha perso soltanto una posizione sebbene il governo abbia organizzato un blackout di notizie sulle manifestazioni e sulle conseguenti repressioni nella regione orientale a maggioranza sciita. L’Arabia Saudita era, ad ogni modo, già molto bassa in classifica a causa della mancanza di pluralismo e per un elevato livello di autocensura.
Prime cadute per alcuni Paesi
Dopo aver risalito la classifica per molti anni di seguito, quest’anno l’Iraq ha perso 22 posti, dal 130° al 152°, ritornando quasi a quello ottenuto nel 2008 (158°). Le ragioni sono molteplici. La prima: un aumento del numero dei giornalisti uccisi. L’omicidio di Hadi Al-Mahdi dell’8 settembre scorso ha segnato un vero e proprio punto di svolta. La seconda ragione è rappresentata dal fatto che i giornalisti sono molto spesso il bersaglio di violenze da parte delle forze di sicurezza, com’è avvenuto in occasione delle dimostrazioni in Piazza Tahrir a Baghdad, o nel Kurdistan iracheno, una regione che ha offerto per molti anni rifugio ai giornalisti.
Israele (92°) ha perso sei posizioni in classifica per due motivi, attinenti alla sua situazione interna.
In primo luogo, il reporter Uri Blau del quotidiano Haaretz corre il rischio di scontare in carcere una condanna di sette anni per possesso di documenti segreti e delle loro fonti. Anat Kam, anch’egli coinvolto nel caso, il 31 ottobre è stato condannato a tre anni di carcere. In secondo luogo, il 21 novembre il Parlamento ha approvato, dopo una prima lettura, un progetto di legge sui media che aumenterebbe drasticamente la quantità di danni da pagare nel caso in cui il giudice riconoscesse dichiarazioni diffamatorie. In generale, sebbene i media in Israele godano di pluralismo, questo Paese non si trova nei primi 50 posti della classifica perché gli stessi media sono soggetti a censura militare preventiva.
I Territori Palestinesi (153°) hanno perso tre posizioni a causa degli attacchi ai giornalisti durante le manifestazioni dei Palestinesi che chiedevano la fine della guerra tra Fatah e Hamas, e a causa della presa di potere illegale da parte di alcuni sostenitori di Hamas dell’unione dei giornalisti di Gaza.
Cadute confermate
Gli Emirati Arabi Uniti sono precipitati in classifica, questa volta dall’87° al 112° posto, soprattutto a causa della politica di filtraggio adottata in Internet e per la reclusione di Ahmed Mansoor. Quest’ultimo è un blogger che, dall’8 aprile al 28 novembre, ha amministrato con altri quattro attivisti – conosciuti insieme come “I UAE 5”- un forum pro-democrazia: Al-Hewar (“Il Dialogo”). Secondo quanto si apprende, Ahmed sarebbe stato maltrattato durante la detenzione e la sua famiglia minacciata più volte.
La situazione della libertà dei media non è intrinsecamente cambiata in Giordania (128°) ma la violenza della polizia contro i giornalisti e i ripetuti e deliberati attacchi all’ufficio di Agence France-Presse ad Amman ha fatto scendere il Paese di otto posizioni.
Per concludere, anche in Marocco (138°) si è verificato un peggioramento di tre posizioni, risultato dell’arresto del direttore di Al-Massae, Rachid Nini, tuttora in carcere. L’Algeria (122°), invece, è salita ancora, questa volta di 11 posizioni, soprattutto per la riduzione del numero di processi ai giornalisti.
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Classifica Libertà di stampa 2011-2012 – NOTA METODOLOGICA
La classifica mondiale pubblicata annualmente permette di misurare le violazioni della libertà di stampa nel mondo. Rispecchia il grado di libertà di giornalisti, cyberdissidenti e mezzi di informazione in generale, nei diversi paesi del mondo e le misure messe in atto dai governi per rispettare e far rispettare tale libertà.
Nella tabella finale, a ciascun paese sono attribuite un punteggio e una posizione. Questi due elementi sono degli indicatori complementari che permettono di apprezzare la condizione della libertà di stampa nel paese di riferimento.
Per favorire la distinzione tra i paesi, il questionario relativo all’anno 2011-2012 ha potenziato la differenza nei punteggi e moltiplicato le risposte con punteggio negativo. Per questo, i paesi in testa alla classifica hanno una nota finale negativa. Il sistema a punti presenta un ventaglio più ampio rispetto a quello del 2010 e permette di seguire l’evoluzione dei paesi elencati. Il punteggio di un paese non è confrontabile da un anno all’altro, è la sua posizione nel suo insieme che è rilevante e importante e che mette in evidenza l’evoluzione: è ciò che viene segnalato dalle frecce nella tabella.
La classifica rappresenta la fotografia di un paese in un dato momento. Tiene conto degli avvenimenti accaduti tra il 1 Dicembre 2010 e il 30 Novembre 2011. Non prende in considerazione l’insieme delle violazioni dei diritti dell’uomo ma unicamente quelle nei confronti della libertà di stampa e informazione.
Per poter stilare questa classifica, Reporters Sans Frontières ha realizzato un questionario rappresentante i principale criteri, 44 in totale, che permette di valutare la situazione in un dato paese. Tale questionario raccoglie l’insieme delle violazioni nei confronti di giornalisti o cyberdissidenti (uccisioni, incarcerazioni, aggressioni, minacce ecc) o contro i mezzi di informazione (censure, blocchi, perquisizioni, pressioni ecc). Testimonia il grado di impunità di cui beneficiano gli autori di tali violazioni nei confronti della libertà di informazione.
Allo stesso modo, misura l’autocensura esistente in ciascun paese e valuta la capacità di critica e di investigazione della stampa. Le pressioni economiche, sempre più numerose, sono rilevate e inserite nel voto finale.
Questo questionario tiene conto del quadro giuridico che regola il settore dei media (sanzioni per reati d’informazione, monopoli di Stato in determinati settori, regolamentazione dei mezzi di informazione ecc) e il livello di indipendenza dei media pubblici. Include altresì le violazioni nei confronti della libertà di informazione su Internet.
Reporter senza frontiere non ha solamente tenuto conto degli abusi da parte dello Stato ma anche di quelli perpetrati dalle forze armate, dalle organizzazioni clandestine o da gruppi di pressione.
Il questionario è stato inviato alle organizzazioni che collaborano con Reporter senza frontiere (18 associazioni che si occupano di difesa della libertà di stampa e informazione sparse sui 5 continenti), alla sua rete di 150 corrispondenti, a giornalisti, ricercatori, avvocati o militanti difensori dei diritti dell’uomo. Una scala stabilita da Reporter senza frontiere ha poi consentito di attribuire un punteggio a ciascun questionario.
I 179 paesi classificati sono quelli per i quali abbiamo ricevuto questionari compilati da fonti differenti. Altri non figurando per mancanza di informazioni affidabili e riscontrabili. In caso uguale punteggio tra diversi paesi, prevale l’ordine alfabetico.
Infine, in nessun caso, questo lavoro è indicativo della qualità della stampa.
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RSF Italia ringrazia Tatiana Camerota che ha curato la traduzione di questo Rapporto insieme con Eleonora Albini e Olivier Turquet di Pressenza International Press Agency


