RSF: I predatori della Libertà di Stampa 2011, i 38 capi di stato e signori della guerra che seminano il terrore tra i giornalisti

Predatori della Libertà di Stampa 2011

I capi di una macchina repressiva, i leader politici dei regimi ostili
alle libertà civili e gli organizzatori di campagne di violenza diretta contro i
giornalisti – questi i 38 predatori della libertà di stampa del rapporto 2011 di Reporters sans frontières, reso pubblico il 3 maggio, Giornata Mondiale per la Libertà di Stampa.

Per scaricare il rapporto completo (in inglese, 47 pagine, 26 MB) cliccare su  questo link:  http://rsfitalia.files.wordpress.com/2011/05/predateurs_gb27042011.pdf

Per quanto riguarda l’Italia, anche quest’anno, tra i 38 predatori è presente la criminalità organizzata italiana, che continua a considerare propri nemici i giornalisti che ne parlano, Il rapporto ricorda i casi più noti di giornalisti minacciati (da Roberto Saviano a Lino Abbate a Rosaria Capacchione) così come il mancato sostegno del Primo Ministro italiano, Silvio Berlusconi, che -a novembre 2009- dichiarò che avrebbe voluto strozzare scrittori e autori di cinema  che davano una cattiva immagine dell’Italia parlando di mafia e camorra.

Nel rapporto 2011 il “posto d’onore” va al Nord Africa e al Medio Oriente, luogo che hanno visto negli ultimi mesi eventi drammatici e talvolta tragici. Il mondo arabo  ha visto i più importanti cambiamenti nella lista dei predatori rispetto al 2010. Alcuni sono caduti. Il primo ad andarsene è stato il Presidente della Tunisia Zine el-Abidine Ben Ali, costretto a dimettersi il 14 gennaio, dando così al suo popolo la possibilità di avviarsi su una strada democratica.  Altri predatori, come Ali Abdallah Saleh dello Yemen, che è stato travolto dall’ondata di proteste radicali suo paese, o della Siria Bashar al-Assad, che risponde con il terrore alle aspirazioni democratiche del suo popolo, potrebbero anche cadere. E che dire di Muammar Gheddafi, la “Guida della Rivoluzione”, ora la guida della violenza contro il suo popolo, una violenza che è sorda alla ragione? E il re del Bahrain, Ben Aissa Al-Khalifa, che dovrebbe rispondere per la morte di quattro attivisti in carcere, tra cui il fondatore dell’unico giornale di opposizione, e per l’operazione repressiva contro le vaste manifestazioni pro-democrazia?

La libertà di espressione è stata una delle prime richieste dei popoli in rivolta, una delle prime concessioni dei regimi transitori e uno delle prime realizzazioni, anche se molto fragili, delle rivoluzioni.

Tentativi di manipolare i giornalisti stranieri, arresti arbitrari e detenzione, deportazione, negazione di accesso, intimidazioni e minacce – la lista degli abusi contro i media nel corso della primavera araba è sconcertante. La determinazione a ostacolare i mezzi di comunicazione non si è fermata agli omicidi in quattro paesi – Siria, Libia, Bahrein e Yemen. Gli incidenti mortali includono Mohamed Al-Nabous, colpito da cecchini a libro paga del governo nella città libica di Bengasi il 19 Marzo, e due giornalisti uccisi direttamente dalle forze di sicurezza nello Yemen il 18 marzo.

Ci sono stati più di 30 casi di detenzione arbitraria in Libia e di un numero simile di corrispondenti stranieri espulsi. Metodi simili sono stati utilizzati in Siria, Bahrein e Yemen, dove le autorità fanno ogni sforzo possibile per mantenere i mezzi di comunicazione a distanza in modo che non possano girare video della repressione.

I media hanno raramente avuto un ruolo così fondamentale nei conflitti. Questi regimi, già tradizionalmente ostili alla libertà dei media, hanno trattato il controllo delle notizie e delle informazioni come una delle chiavi per la loro sopravvivenza.

I giornalisti sono stati direttamente presi di mira dalle autorità o catturati nel fuoco incrociato delle violenze tra attivisti e forze di sicurezza, ricordando a tutti noi i rischi che corrono nello svolgere il loro lavoro essenziale.

Resto del mondo

In Asia, alcuni leader sono stati sostituiti, senza alcuna modifica dei sistemi repressivi. Thein Sein ha sostituito Than Shwe al capo del regime in Birmania (dove 14 giornalisti sono in carcere). Il Partito Comunista ha scelto Nguyen Phu Trong al posto di Nong Duc Manh in Vietnam (dove 18 cittadini della rete sono attualmente in carcere). In entrambi i paesi, un predatore ha preso il posto di un altro.
Le onde d’urto della primavera araba hanno influenzato le politiche perseguite dal predatore della Cina, il presidente Hu Jintao, e del predatore dell’Azerbaigian, il presidente Ilham Aliyev. Essi temono la possibile diffusione di questo virus. Più di 30 dissidenti, avvocati e attivisti dei diritti umani sono detenuti in isolamento in Cina. Non c’è modo di sapere che cosa sia successo loro. Una delle ultime vittime è l’artista di fama internazionale, Ai Wei Wei. No si sa dove sia detenuto. Le autorità azere hanno adottato varie tattiche per tacitare i mezzi di comunicazione in risposta ai tentativi di
organizzare manifestazioni in stile arabo a Baku. Anche attivisti Facebook  sono stati incarcerati. Sono stati rapiti e minacciati reporter che lavoravano per il quotidiano dell’opposizione Azadlig. I giornalisti che cercavano di coprire le proteste sono stati arrestati e picchiati. Internet è stata bloccata.

Altri predatori rimangono tragicamente fedeli a se stessi. Issaias Afeworki in Eritrea, Gurbanguly Berdymukhamedov in Turkmenistan e Kim Jong-il in Nord Corea che restano i peggiori regimi totalitari del mondo. La loro crudeltà è sconcertante. L’estrema centralizzazione dei poteri, le purghe e
la loro propaganda onnipresente non lasciano spazio ad alcuna libertà.

I predatori dell’Iran – Mahmoud Ahmadinejad, rieletto presidente della Repubblica Islamica nel giugno 2009, e Ali Khamenei, leader supremo – sono gli artefici di una repressione implacabile segnata da prove di stile stalinista contro politici dell’opposizione, giornalisti e attivisti dei diritti umani. Più di 200 giornalisti e blogger sono stati arrestati dal giugno 2009, 40 sono ancora detenuti e circa 100 hanno dovuto abbandonare il paese. Si stima che 3.000 giornalisti siano attualmente senza lavoro perché i loro giornali sono stati chiusi o loro comunque non riassunti. Reporter sans frontières chiede un inviato speciale sui diritti umani da mandare in Iran con urgenza, in linea con la risoluzione adottata dalle Nazioni Unite Consiglio dei Diritti Umani il 24 marzo.

L’altro lato dell’Atlantico ha visto una insolita aggiunta alla lista dei predatori della libertà di stampa: le milizie proprietà dell’ imprenditore honduregno Miguel Facusse Barjum che hanno avuto le mani libere per minacciare i media di opposizione al colpo di stato del giugno 2009  – in particolare le piccole stazioni radio che intraprendono una battaglia tra Davide e Golia contro i grandi interessi economici e politici.

Pakistan e Costa d’Avorio – due priorità per l’anno prossimo

Reporters sans frontières continuerà a lavorare sul tema delle violazioni della libertà dei media da parte della criminalità organizzata. Il rapporto iniziale, emesso nel marzo 2011, sarà sviluppato soprattutto in vista della visita che il Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani Navanethem Pillay farà nei prossimi mesi in Messico, dove sette giornalisti sono stati uccisi nel 2010.

La violenza è anche il problema principale in Pakistan, dove 14 giornalisti sono stati uccisi in poco più di un anno. Il Pakistan continua a essere uno dei paesi più pericolosi del mondo per i media.

Internet

Per quanto riguarda Internet, la priorità per Reporter sans frontières sarà quella di difendere la libertà della rete, che è minacciata da proposte di legge in diversi paesi. RSF è preoccupata per la crescente pressione – più o meno intensa a seconda della natura del regime – su aziende del settore Internet, in particolare sii fornitori di servizi Internet.

Sempre più giornalisti e cittadini della rete sono stati repressi in Vietnam, dove il Partito Comunista segue il modello di grande fratello cinese per quanto riguarda la governance e la repressione.

La comunità internazionale -in completo silenzio su molti paesi come Azerbaigian, Vietnam, Eritrea e le dittature dell’Asia centrale (in particolare Turkmenistan e Uzbekistan)- più che colpevole, è complice. Esortiamo le democrazie non continuare nascondersi dietro i loro interessi commerciali geopolitici.

UZBEKISTAN: Lettera aperta di RSF agli organizzatori del Festival di Cannes per la presenza fuori luogo di Gulnara Karimova

Reporters sans frontiéres  ha scritto ai rappresentanti del AmfAR e al Presidente e Vicepresidente della cerimonia Cinema against AIDS, che si terrà domani a Cap d’Antibes nell’ambito del Festival di Cannes per contestare la presenza al loro fianco di Gulnara Karimova, figlia del presidente uzbeco Islam Karimov, dittatore tra i peggiori dell’Asia Centrale.

La prevenzione contro l’AIDS è essenziale, ma non può essere fatta a detrimento dei valori fondamentali.

Pochi mesi fa un giovane militante, Maksim Popov, di 27 anni, è stato condannato a sette anni di prigione per aver distribuito informazioni sulla lotta contro l’AIDS, virus che fa vittime in Uzbechistan come altrove. Le brochure che distribuiva illustravano i mezzi esistenti per combattere la propagazione del virus HIV. Le sue pubblicazioni sono state giudicate dal tribunale contrarie alla mentalità, ai fondamenti morali della società, della religione, della cultura e della tradizione del popolo uzbeco. Si ricorda inoltre che l’omosessualità è un reato passibile di tre anni di prigione in questo paese; e parlare di preservativi ad un pubblico non ancora maggiorenne costituisce reato.

Poiché il 10 maggio l’ONG AmfAR aveva firmato una petizione per la liberazione di Maksim Popov, ora la presenza tra i finanziatori proprio di Gulnara Karimova, la figlia del presidente la cui magistratura è responsabile della condanna di Popov. Gulnara Karimova è ambasciatrice per l’Uzbechistan sia in Spagna sia in Svizzera, rappresenta dunque in modo ufficiale il suo paese ed è portavoce della politica durissima portata avanti da suo padre da anni.

Accentando la sua presenza durante la prossima 7ma cerimonia Reporters sans frontiéres  teme che si dia una visibilità ad un paese che non la merita affatto e che ci si renda complici di una politica repressiva che riguarda non soltanto coloro che lottano contro l’AIDS, ma anche tutti coloro che, all’interno di una delle peggiori dittature, subiscono detenzioni arbitrarie e tortura.

UZBECHISTAN: Umida Akhmedova alla fine è stata giudicata colpevole

Riconosciuta colpevole di “calunnia” e di “insulti verso il popolo uzbeco” dal tribunale di primo grado di Tashkent, il 10 febbraio scorso Umida Akhmedova, fotografa e realizzatrice uzbeca, si è vista confermare tale sentenza in appello. Dopo tre ore d’udienza, il suo avvocato ha cercato di provare l’illegalità della decisione. Ma nonostante i suoi sforzi la condanna non è stata revocata. Umida Akhmedova e il suo avvocato hanno dichiarato di voler ricorrere alla Corte suprema o al Procuratore generale della Repubblica uzbeca, ultima possibilità rimasta di evitare l’arresto.

UZBECHISTAN: Sollievo per il rilascio della fotografa Oumida Akmedova, ma repulsione per l’ipocrisia del sistema giudiziario

Reporters sans frontières ha espresso il proprio sollievo per il rilascio avvenuto oggi della fotografa Umida Akhmedova, ma ha espresso sconforto per “il gravissimo precedente” introdotto dal tribunale di Tashkent, che l’ha giudicata colpevole di “calunnia” e di “insulti verso il popolo uzbeco”.

La corte l’ha giudicata colpevole in soli due giorni di processo, ma la poi rilasciata immediatamente in base ad un’amnistia concessa nello scorso agosto.

“Siamo sicuramente sollevati, ma si sarebbe raggiunto l’apice dell’assurdità se fosse stata mandata in carcere per il suo lavoro artistico”, ha detto l’organizzazione dopo il verdetto contro la fotografa e documentarista.

Era stata accusata di denigrazione del suo paese, mediante il suo lavoro, che si era concentrato sulla povertà e la condizione della donna, e rischiava fino a tre anni di prigione in base agli articoli 139 e 140 del codice penale. Le accuse si riferivano soprattutto al suo album di fotografie intitolato: “Donna e Uomo: dall’alba al tramonto” e al film riguardante il peso del matrimonio intitolato “Il peso della verginità”.

“Dichiarando la fotografa colpevole, la giustizia uzbeca ha comunque creato un precedente pericolosissimo.  Quante volte ancora si deve dire che Umida Akhmedova ha svolto il suo lavoro con talento e con coraggio e che non è colpevole di niente? Il suo processo è inaccettabile anche solo per principio”, ha detto l’organizzazione.

“L’ipocrisia di questo verdetto riflette la schizofrenia del regime che desidera rompere con l’isolamento internazionale, ma resta repressivo e paranoico verso i propri cittadini. La comunità internazionale devo porlo di fronte ad una scelta.”

UZBECHISTAN: Per le autorità mostrare la realtà della società uzbeca significa “insultare la gente”

Un processo contro la fotografa e documentarista uzbeca Umida Akhmedova è un’assurda e flagrante violazione della libertà di espressione che è tanto più inquietante per aver dato inizio ad una diffusa campagna di isteria nazionalistica e conservatrice.

Il 23 gennaio la Akhmedova è stata ufficialmente informata che l’istruttoria del suo caso era chiusa. Due mesi dopo essere stata convocata per la prima volta presso la polizia di Tashkent, l’artista avrebbe dovuto presto vedere l’apertura del suo processo. Doveva rispondere di “calunnia” (art. 139 del codice penale) e di “insulti” al popolo uzbeco (art. 140), passibili di una pena massima di tre anni di prigione, a causa delle sue opere illustranti la condizione delle donne e di povertà in Uzbechistan. Particolarmente incriminati sono il film “Il peso della verginità” e l’album fotografico intitolato “Uomini e donne: dall’alba al tramonto”. Quest’ultimo, realizzato nel 2007 grazie al sostegno del Programma per l’uguaglianza dei sessi dell’ambasciata svizzera, contiene 110 ritratti e scene della vita quotidiana ( vedere il portfolio – su ferghana.ru  )

Il giornalista indipendente Aleksei Volosevitch sottolinea in un recente articolo che “è la prima volta che in Uzbechistan ci si appresta a processare una documentarista per i suoi film e le sue fotografie, che tra l’altro riguardano non tanto temi politici, ma socio-economici”.

Con la prosa tipica dell’era sovietica, un gruppo di “esperti” ha comunicato, il 13 gennaio, il risultato dell’analisi pretenziosamente definita “scientifica” delle fotografie di Umida Akhmedova. Questo documento, accluso al dossier, accusa l’artista di presentare un’immagine deliberatamente falsa dell’Uzbechistan sottolineandone gli aspetti negativi. Si resta allibiti di fronte alla ridicolaggine e alla malafede degli argomenti sostenuti: il “90% delle immagini sono state prese in villaggi uzbechi isolati e sottosviluppati (…) Perché non fa vedere immagini di bei posti, edifici moderni o di villaggi benestanti?” La Akhmedova viene in seguito accusata alla rinfusa di “sforzarsi di presentare le donne uzbeche come vittime”, di “dare l’impressione che l’Uzbechistan non si preoccupa che delle faccende di casa” o ancora di “descrivere gli Uzbechi come dei barbari”.

Ieri sera, sul primo canale della televisione pubblica, la persecuzione della fotografa è ricominciata. Dopo aver fatto vedere alcuni frammenti del suo film “Il peso della verginità”, gli invitati del talk-show “Attualità” si sono succeduti per denigrare il lavoro dell’ Akhmedova e reclamare la condanna più severa verso la documentarista, colpevole ai loro occhi di aver “offeso le tradizioni e i sentimenti nazionali del popolo uzbeco”. Citando spesso il presidente Islam Karimov, i partecipanti hanno inserito il lavoro della fotografa in un ambito di “guerra di informazione rivolta ultimamente contro il paese”.

Dall’indipendenza del paese avvenuta nel 1991, la retorica nazionalista, che glorifica un’identità e delle tradizioni mitizzate, ha preso il testimone dei discorsi comunisti per legittimare il potere autocratico di Islam Karimov. Non tollerando alcun riferimento ai problemi sociali del paese, il regime sembra servirsi di Umida Akhmedova come occasione per instillare la paranoia e forse per accattivarsi una frangia conservatrice e religiosa della popolazione che è a sua volta oppressa. Ma descrivendo la fotografa come un agente di destabilizzazione al soldo degli stranieri, le autorità riconoscono implicitamente che un vero dibattito della società è impensabile in Uzbechistan.

Tuttavia l’esasperazione della società civile di fronte ai ripetuti attacchi alla libertà ha cominciato a manifestarsi in modo insolito per un paese con un simile regime di polizia (vedere il report di RFE/RL report sulle reazione per l’arresto del giornalista Khayrullo Khamidov). Nel caso di Umida Akhmedova, una vasta campagna di supporto è stata lanciata e ha velocemente superato i confini del paese. Un comitato di sostegno si è costituito e ha lanciato una petizione, diffusa dall’agenzia di stampa ferghana.ru, Radio Free Europe e da numerose ONG internazionali. L’Associazione Internazionale dei Critici d’Arte ha fatto appello alle autorità uzbeche affinchè rilascino Umida Akhmedova mentre i critici dell’Uzbechistan e del Kazachistan hanno addirittura prodotto un rapporto alternativo e corrosivo sulla “expertise” ufficiale dell’opera dell’artista, contestandone le conclusioni e invitando ironicamente a portare in giudizio gli attori per “scarsa professionalità, incompetenza (…) e ignoranza, tendenti a screditare la giustizia uzbeca”.

In una nuova offensiva rivolta ad accattivarsi la simpatia internazionale, Islam Karimov ha recentemente dichiarato di essere determinato a favorire la democratizzazione del paese, arrivando fino a criticare un Parlamento “agli ordini” e una stampa “inoffensiva”. Ora dovrebbe passare ai fatti.

Link (in inglese):

Watch Umida Akhmedova’s documentary

Sign the petition

A statement by the OSCE

UZBEKISTAN: Popolare presentatore radiofonico arrestato con l’accusa di estremismo religioso

Il giornalista uzbeco Khayroullo Khamidov, commentatore sportivo, poeta e presentatore di una trasmissione radiofonica molto popolare è stato arrestato ieri mattina. Accusato di far parte di una organizzazione religiosa proibita, da domani deve comparire davanti ad un tribunale di Tashkent (la capitale).

“Il fatto che le autorità siano state così precipitose rende il fatto estremamente sospetto, data la loro propensione a descrivere tutti gli oppositori e i militanti della società civile come “estremisti”, ha reagito Reporters sans frontières. Due settimane dopo che due cittadini indipendenti sono stati convocati dal procuratore per rendere conto delle proprie attività professionali, il governo autocratico di Islam Karimov persegue la sua offensiva senza preoccuparsi delle reazioni della comunità internazionale.”

La polizia è intervenuta all’alba di giovedì 21 gennaio per arrestare il giornalista e ispezionare da cima a fondo il suo domicilio, prelevando libri, dischi e anche il computer. In base alle ultime informazioni comunicate dalla famiglia, di troverebbe attualmente in un centro di detenzione temporanea a Tashkent. La sua famiglia sarebbe riuscita a far sostituire l’avvocato d’ufficio assegnatogli dallo stato con uno più indipendente.

Accusato in base all’articolo 216 del codice penale (“organizzazione o partecipazione attiva a un movimento sociale o religioso proibito”), Khamidov va incontro a cinque anni di prigione.

Nella sua trasmissione “Kholislik sari” (La voce dell’imparzialità), diffusa dalla radio semi-privata Navruz e molto seguita in tutto il paese e dalle minorità uzbeche dei paesi vicini, il giornalista prestava attenzione a chi era in difficoltà e tentava di dar loro consigli basandosi sui valori islamici tradizionali. Così facendo, Khamidov lasciava trasparire delle realtà solitamente occultate dall’informazione ufficiale: problemi di sanità pubblica, corruzione, prostituzione, crisi sociale e morale… Le registrazioni di questa trasmissione si vendono in molti mercati della regione e si possono addirittura trovare su telefoni cellulari in Tagikistan.

Sotto pressione del ministero della Stampa e dell’Informazione, il giornalista era già stato obbligato a lasciare la televisione, dove presentava una trasmissione simile, e in seguito, a chiudere il proprio giornale Odamar Orasida. Secondo i colleghi contattati da Reporters sans frontières. “Kholislik sari” non era comunque una trasmissione di proselitismo o di propaganda religiosa. Allo stesso tempo Khadimov faceva la cronaca sul football per i giornali sportivi Interfootball e Champion.

“Poiché la libertà di stampa è costantemente violata in Uzbechistan e almeno dieci giornalisti si trovano ora in prigione, la repressione diventa sempre più aspra e la decisione dell’Unione Europea di togliere le ultime sanzioni contro di esso, presa tre mesi fa, sembra rinforzare il sentimento di impunità del regime di Islam Karimov”, ha proseguito l’organizzazione per la libertà di stampa.

“L’arresto di Khayroullo Khamidov sembra confermare che fare riflessioni sui problemi della società uzbeca è sufficiente per attirare i fulmini di autorità paranoiche”. Anche la documentarista Umida Akmedova è attualmente perseguita per “calunnia” e “insulti verso il popolo uzbeco”, in seguito ai suoi reportages e alle sue fotografie sulla condizione della donna e della povertà.

UZBEKISTAN: Cinque giornalisti indipendenti convocati dalla polizia “bisogna evitare un nuova ondata di repressione verso la stampa”

Il 7 gennaio 2010 cinque giornalisti indipendenti sono stati convocati nell’ufficio del procuratore di Tashkent per fornire delle “confessioni” sulle loro attività professionali. L’8 gennaio altri due giornalisti hanno avuto a che fare con le autorità. Alexey Volosevitch è stato convocato dal procutatore e Andrey Kudryashov ha avuto una “conversazione” con il responsabile dei media del ministero degli affari esteri (che gestisce gli accreditamenti).

“La comunità internazionale, che ha già fatto troppe concessioni alle autorità uzbeche, deve mobilitarsi per proteggere quei pochi giornalisti indipendenti che il paese può ancora contare fare di tutto per prevenire una nuova ondata di repressione verso i media”, ha dichiarato Reporters sans frontières.

“Almeno dieci giornalisti colpevoli solamente di aver esercitato la propria professione si trovano dietro le sbarre in Uzbechistan, alcuni condannati a pene molto lunghe. Si può forse dire ragionevolmente che la situazione dei diritti umani sia migliorata in questo paese? Dobbiamo transigere sui principi per poter accedere alle risorse energetiche del paese? Le alternative esistono e l’Europa non può abbandonare la difesa dei diritti umani”,  ha dichiarato Reporters sans frontières. Marina Kozlova, Sid Yanishev (Said Abdurahimov), Khusnutdin Kutbetdinov, Abhumalik Babaev e Vasiliy Markov sono stati “invitati” dall’assistente del procuratore della capitale, Bakhrom Nurmatov, a presentarsi davanti a quest’ultimo, per rendere conto delle loro attività giornalistiche. Due di loro si sono rifiutati di presentarsi in assenza di una convocazione ufficiale.

Il procuratore ha dichiarato che i giornalisti erano stati convocati per “chiarire le circostanze delle loro attività professionali”. Avevano un dossier per ciascun giornalista, contenente secondo loro delle informazioni raccolte dai servizi di sicurezza nazionale e dal ministero degli affari esteri.

La maggior parte delle domande riguardava i presunti sostegni economici che i giornalisti avrebbero ricevuto dall’estero, da parte di colleghi o di organizzazioni.

In base alle testimonianze raccolte da Reporters sans frontières, il procuratore aveva a disposizione un dossier su ciascun giornalista. Bakhrom Nurmatova ha inoltre definito alcuni articoli imputati ai giornalisti come “di parte e tendenziosi, che recano oltraggio alla dignità del governo uzbeco”.

Sebbene i giornalisti abbiano lasciato la procura e siano liberi, gli specialisti sull’Uzbechistan contattati da Reporters sans frontières non nascondono la propria preoccupazione.

Marcus Bensmann, giornalista indipendente che lavora in Asia centrale e in Uzbechistan vede in queste convocazioni la premessa ad una nuova, e forse l’ultima, ondata di repressione con lo scopo di “distruggere una volta per tutte ciò che resta della stampa indipendente all’interno del paese”, opinione condivisa da Galima Bukharbayeva, redattrice capo di un sito di informzione, Uznews.

Marcus Bensmann continua:”Le autorità approfittano dell’appoggio dell’Europa per portare avanti le proprie azioni, soprattutto da parte della Germania e degli Stati Uniti, con cui condivide le operazioni di lotta contro il terrorismo in Afghanistan e pertanto si sentono in una posizione di forza. E’ poco probabile che si abbassino a dar prova di tolleranza verso i giornalisti e i difensori dei diritti dell’uomo”.

Un collaboratore di un media straniero sotto copertura in Uzbechistan ha confidato la propria analisi a Reporters sans frontières:”Le autorità hanno l’intenzione di servirsi dell’accreditamento necessario per esercitare il controllo più stretto possibile sugli ultimi giornalisti indipendenti”.

La legislazione uzbeca costringe il personale dei media stranieri a chiedere un accreditamento al ministero degli affari esteri uzbeco.  Ma contemporaneamente, dopo il 2005 e la repressione nel sangue della rivolta di Andijan, lo stesso ministero ha revocato gli accreditamenti ai maggiori canali d’informazione stranieri, come la BBC e l’agenzia Reuters, i cui rappresentanti sono stati obbligati a lasciare il paese.

La libertà d’espressione e quella della stampa sono regolarmente violate in Uzbechistan e una nuova ondata repressiva potrebbe decimare una comunità giornalistica già abbondantemente messa alla prova. Attualmente almeno dieci giornalisti (Solidzhon Abdurakhamanov, Djamshid Karimov, Sayid Dilmurod, etc), così come lo scrittore Jusuf Djuma sono in prigione. La forografa e documentarista Umida Akhmedova e anch’ella presa di mira dalla giustizia.

Malgrado il bilancio disastroso in tema di protezione dei diritti umani, l’Unione europea ha tolto il 27 ottobre le ultime sanzioni (embargo sulla vendita delle armi) gravanti contro il regime autocratico del presidente Islam Karimov e  che erano state votate dopo il massacro di Andijan.

USBEKISTAN: Mentre la UE vuole dimenticare la repressione di Andijan, i giornalisti uzbeki sono ancora nel mirino della paranoia e delle minacce della polizia

arton34847-237c6In the latest example of official paranoia and harassment of the press, Tashkent-based freelance journalists Vasiliy Markov and Sid Yanyshev were interrogated by police and members of the secret services about their work for more than 10 hours during a recent visit to the eastern border region near the city of Andijan.

“The European Union has just lifted the last of its remaining sanctions on the Uzbek government, but this episode shows that there has been no liberalisation and that Uzbek society is still subject to arbitrary and dictatorial rule,” Reporters Without Borders said.

The two journalists had gone to an area near Andijan to do a report about the difficulties for residents to cross the Kyrgyz border. Just as they were about to begin the return journey to Tashkent, a customs officer stopped them when he saw Yanyshev take a photo from their taxi. After an initial interrogation, he took them to the border post’s commander. They were searched there, their mobile phones were confiscated and they were questioned again about their presence in the region.

A few hours later, they were interrogated again by two members of the SNB (the former KGB) who had been sent specially from Andijan. The two SNB officers discovered the audio cassettes on which they had recorded interviews. In one of the interviews, a local human rights activist talked about the 2005 rioting in Andijan and this year’s rioting in Khanabad.

This made the SNB officers even more suspicious and the two journalists were transferred to the main police station in the town of Karasu. After waiting several hours in the police station’s internal courtyard, they were questioned yet again by the deputy station chief and another SNB officer. They were finally released and their camera and tape-recorder were returned. But the police held on to the audio cassettes.

After returning to Tashkent, the two journalists were not arrested or questioned again and the incident seemed to be over. Yanyshev wrote a careful article in which he described the situation in Andijan as calm. Nonetheless, well-informed sources told him the SNB was determined to ask the prosecutor’s office to investigate him on suspicion of “preparing and disseminating material containing a threat to security and public order” under article 244-1 of the criminal code. The same sources said the secret services also had Markov in their sights.

This is not the first time that Markov has been directly threatened. On 9 July of this year he was given a beating by two men who accosted him in the street and told him: “It is not nice to write for suspect websites. You should just write for [the official newspapers] Uzbekistan Today and Narodnoe Slovo.” As this took place in an area of Tashkent that he does not normally visit, he deduced that he had been followed or located by means of his mobile phone.

The EU imposed sanctions on Uzbekistan in October 2005 after Tashkent refused to let an international commission investigate the bloody crackdown on an uprising in Andijan the previous May. In an indiscriminate and disproportionate use of force, the police opened fire on a crowd, killing hundreds of people (although the official figure was only 188 dead). At the same time, a complete news blackout was imposed on the local and foreign press in Uzbekistan. The sanctions included a ban on visas for 12 senior Uzbek officials, an embargo on arms sales and the partial suspension of a partnership and cooperation accord between the EU and Uzbekistan. The EU began gradually lifting the sanctions in November 2006 and announced the end of the arms embargo yesterday – a move criticised in a releaseissued jointly by Reporters Without Borders, Human Rights Watch and International Crisis Group.

Ten journalists are currently in prison in Uzbekistan. They include Dilmurod Sayid, who was given a 12-year sentence last month, and Solidjon Abdurakhamanov, who received a 10-year sentence in June.

To read independent news on Uzbekistan : uznews.net

(Photo AFP)

UZBEKISTAN: La decisione dell’Unione europea di oggi di revocare l’embargo sulle armi nei confronti dell’Uzbekistan, nonostante le atroci violazioni dei diritti umani, è una irragionevole abdicazione di responsabilità verso le vittime uzbeke degli abusi

b UzbekistanThe European Union’s decision today to lift the arms embargo against Uzbekistan despite its atrocious human rights record is an unconscionable abdication of responsibility toward Uzbek victims of abuse, Human Rights WatchInternational Crisis Group, and Reporters Without Borders said today. The decision underscores the EU’s lack of resolve in the face of Uzbekistan’s intransigence and severely undermines its global standing and credibility as a principled promoter of human rights, the groups said.

“With today’s decision the EU has effectively abandoned the cause of human rights in Uzbekistan,” said Holly Cartner, Europe and Central Asia director at Human Rights Watch. “The EU keeps reiterating its demands for human rights but then never actually holds Uzbekistan to those standards, making these demands ring hollow.”

EU ministers announced the decision to lift the embargo on arms sales during the monthly General Affairs and External Relations Council (GAERC), held in Luxembourg on October 26 and 27. The embargo was the last remaining portion of the EU’s sanctions against Uzbekistan, imposed in response to the government massacre of hundreds of demonstrators, most of them unarmed, in the city of Andijan in May 2005 and the fierce crackdown on civil society that ensued.

Citing what it termed “positive steps” taken by the Uzbek government, including its participation in structured human rights talks with the EU, ratification of international conventions prohibiting child labor, and release of some human rights defenders, the ministers justified the move as a means to “encourage the Uzbek authorities to take further substantive steps to improve the rule of law and the human rights situation on the ground.”

Human Rights Watch, International Crisis Group, and Reporters Without Borders said that apart from the dialogues, however, none of the steps characterized by EU ministers as “positive” had taken place during the year under review, which was marked by further deterioration in human rights:

New attacks on and arrests of activists, including two new arrests since the beginning of September and the sentencing of the human rights defender and independent journalist Dilmurod Saidov to 12 and 1/2 years in prison;
Credible new reports of torture and ill-treatment of detainees, including at least one suspicious death in custody;
A compulsory relicensing of lawyers, which the Uzbek government appears to be using to revoke the licenses of those who defend individuals persecuted on political grounds; and
Interference in the work of human rights organizations, including the ban on entry into the country and deportation of a Human Rights Watch research consultant in July, taking the government’s obstruction of the organization’s work to a new level.

“The EU’s praise of ‘positive steps’ under these circumstances is frankly absurd and utterly discredited by developments on the ground,” said Cartner. “The EU is rewarding Tashkent with a stamp of approval at a time when it could not have deserved it less.”

Human Rights Watch, International Crisis Group, and Reporters Without Borders urged the EU to truly focus its Uzbekistan policy on securing the human rights improvements it has repeatedly called for, including in particular the release of all imprisoned human rights defenders, unhindered operation of civil society groups, and full cooperation with, including access to the country, for UN special rapporteurs.

The EU’s top concern should be the plight of at least 12 human rights defenders whom the Uzbek government continues to hold in prison for no reason other than their legitimate human rights work. They are: Solijon Abdurakhmanov, Azam Formonov, Nosim Isakov, Alisher Karamatov, Jamshid Karimov, Norboi Kholjigitov, Farkhad Mukhtarov, Habibulla Okpulatov, Abdurasul Khudainasarov, Yuldash Rasulov, Dilmurod Saidov, and Akzam Turgunov.

Many other civic activists, independent journalists, and political dissidents have been also been imprisoned on politically motivated charges, including the poet Yusuf Jumaev and the opposition leader Sanjar Umarov.

“The only hope these people have is sustained international pressure to secure their freedom,” said Cartner. “They should be able to count on the EU’s resolve.”

In addition to failing Uzbekistan’s human rights victims, Human Rights Watch, International Crisis Group, and Reporters Without Borders said the EU decision to drop the remaining sanctions despite Tashkent’s failure to meet the criteria it has set for lifting them would severely damage the credibility of its human rights policy worldwide.

“The message this decision sends to repressive leaders around the world is clear: ‘Defying our reform demands carries no consequences because we will ultimately back down,’” said Cartner. “This is a message the EU simply cannot afford to send.”

Background

The European Union imposed sanctions on Uzbekistan in October 2005, in response to Tashkent’s refusal to agree to an international commission of inquiry into the government massacre in Andijan and the fierce crackdown on civil society that ensued.

The sanctions originally consisted of a visa ban on 12 Uzbek officials the EU considered “directly responsible for the indiscriminate and disproportionate use of force in Andijan,” an arms embargo, and partial suspension of the Partnership and Cooperation Agreement (PCA), the framework that regulates the EU’s relationship with Uzbekistan. This was the first time the EU had suspended a PCA with another country over human rights concerns.

In the four years since it imposed the sanctions, the EU has incrementally weakened them despite the Uzbek government’s persistent defiance of the EU’s human rights demands.

The EU lifted the partial suspension of the partnership agreement in November 2006, and then took the names of four officials off the visa ban list in May 2007. In October 2007, while extending the sanctions for another 12 months, it suspended the visa ban for six months, justifying the move as a constructive gesture aimed at encouraging the Uzbek government to undertake the necessary human rights reforms. In April 2008 it extended the suspension of the visa ban for another six months, only to drop the ban altogether in October 2008, leaving in place only the arms embargo.

For more information please contact:

For Human Rights Watch, Veronika Szente Goldston (English, Finnish, French, Hungarian, Swedish): +1-212-216-1271; or +1-917-582-1271 (mobile)

For International Crisis Group, Andrew Stroehlein (English): +32-485-555 946

For Reporters Without Borders, Elsa Vidal (French, English, Russian): +33-1-44 83 84 67

UZBEKISTAN: 12 anni e mezzo di carcere ad un giornalista; non lasciare imbavagliati e incarcerati i giornalisti!

b UzbekistanReporters Without Borders today protested at the sentencing yesterday of freelance Uzbek journalist Dilmurod Sayid (photo Ferghana.ru) to 12 and a half years in prison on a charge of “extortion” and “producing forged documents”. His lawyer, Ruhiddin Kamilov, said the court in the Toylok district in Samarkand province in the south of the country, had not produced enough evidence against the journalist, who continued to maintain his innocence. Kamilov also objected that the trial was held behind closed doors. “We are outraged at this heavy sentence handed down to Dilmurod Sayid”, the worldwide press freedom organisation said. “We urge the Uzbek authorities to release this journalist or at the least to deign to allow him a fair appeal,” it added. “Sayid has become the 8th journalist to be imprisoned in arton34049-8980bUzbekistan and in the eyes of our organisation the real reasons for his conviction are not those given to the court, but are connected with his professional activities” “His case recalled that of Solidzhon Abdurakhmanov, a journalist who was sentenced in 2008 to ten years in jail for ‘use and trafficking of drugs’. Uzbekistan is tightening its grip on freedom of expression”, said the organisation. The journalist was arrested by agents of the Samarkand prosecutor on 22 February 2009. He was held first in Tashkent then in Samarkand after a woman reported him to the authorities for allegedly extorting a large sum of money (between 5,000 and 6,000 US dollars) from a businessman in the Samarkand region, allegedly asked him for money in exchange for agreeing not to write critical articles about him. Before becoming freelance and a member of the Uzbek non-governmental organisation Ezgulik, which defends the rights of farmers, Sayid worked for a number of different newspapers including Advokat-Press, Darachki, and Kihslok Hayoti. He had written a number of critical articles about the government and in particular the authorities in Samarkand whom he accused of impoverishing the region’s farmers. Uzbekistan is ranked 162nd out of 173 countries on Reporters Without Borders’ 2008 world press freedom index.

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 1.184 follower