
Predatori della Libertà di Stampa 2011
I capi di una macchina repressiva, i leader politici dei regimi ostili
alle libertà civili e gli organizzatori di campagne di violenza diretta contro i
giornalisti – questi i 38 predatori della libertà di stampa del rapporto 2011 di Reporters sans frontières, reso pubblico il 3 maggio, Giornata Mondiale per la Libertà di Stampa.
Per quanto riguarda l’Italia, anche quest’anno, tra i 38 predatori è presente la criminalità organizzata italiana, che continua a considerare propri nemici i giornalisti che ne parlano, Il rapporto ricorda i casi più noti di giornalisti minacciati (da Roberto Saviano a Lino Abbate a Rosaria Capacchione) così come il mancato sostegno del Primo Ministro italiano, Silvio Berlusconi, che -a novembre 2009- dichiarò che avrebbe voluto strozzare scrittori e autori di cinema che davano una cattiva immagine dell’Italia parlando di mafia e camorra.
Nel rapporto 2011 il “posto d’onore” va al Nord Africa e al Medio Oriente, luogo che hanno visto negli ultimi mesi eventi drammatici e talvolta tragici. Il mondo arabo ha visto i più importanti cambiamenti nella lista dei predatori rispetto al 2010. Alcuni sono caduti. Il primo ad andarsene è stato il Presidente della Tunisia Zine el-Abidine Ben Ali, costretto a dimettersi il 14 gennaio, dando così al suo popolo la possibilità di avviarsi su una strada democratica. Altri predatori, come Ali Abdallah Saleh dello Yemen, che è stato travolto dall’ondata di proteste radicali suo paese, o della Siria Bashar al-Assad, che risponde con il terrore alle aspirazioni democratiche del suo popolo, potrebbero anche cadere. E che dire di Muammar Gheddafi, la “Guida della Rivoluzione”, ora la guida della violenza contro il suo popolo, una violenza che è sorda alla ragione? E il re del Bahrain, Ben Aissa Al-Khalifa, che dovrebbe rispondere per la morte di quattro attivisti in carcere, tra cui il fondatore dell’unico giornale di opposizione, e per l’operazione repressiva contro le vaste manifestazioni pro-democrazia?
La libertà di espressione è stata una delle prime richieste dei popoli in rivolta, una delle prime concessioni dei regimi transitori e uno delle prime realizzazioni, anche se molto fragili, delle rivoluzioni.
Tentativi di manipolare i giornalisti stranieri, arresti arbitrari e detenzione, deportazione, negazione di accesso, intimidazioni e minacce – la lista degli abusi contro i media nel corso della primavera araba è sconcertante. La determinazione a ostacolare i mezzi di comunicazione non si è fermata agli omicidi in quattro paesi – Siria, Libia, Bahrein e Yemen. Gli incidenti mortali includono Mohamed Al-Nabous, colpito da cecchini a libro paga del governo nella città libica di Bengasi il 19 Marzo, e due giornalisti uccisi direttamente dalle forze di sicurezza nello Yemen il 18 marzo.
Ci sono stati più di 30 casi di detenzione arbitraria in Libia e di un numero simile di corrispondenti stranieri espulsi. Metodi simili sono stati utilizzati in Siria, Bahrein e Yemen, dove le autorità fanno ogni sforzo possibile per mantenere i mezzi di comunicazione a distanza in modo che non possano girare video della repressione.
I media hanno raramente avuto un ruolo così fondamentale nei conflitti. Questi regimi, già tradizionalmente ostili alla libertà dei media, hanno trattato il controllo delle notizie e delle informazioni come una delle chiavi per la loro sopravvivenza.
I giornalisti sono stati direttamente presi di mira dalle autorità o catturati nel fuoco incrociato delle violenze tra attivisti e forze di sicurezza, ricordando a tutti noi i rischi che corrono nello svolgere il loro lavoro essenziale.
Resto del mondo
In Asia, alcuni leader sono stati sostituiti, senza alcuna modifica dei sistemi repressivi. Thein Sein ha sostituito Than Shwe al capo del regime in Birmania (dove 14 giornalisti sono in carcere). Il Partito Comunista ha scelto Nguyen Phu Trong al posto di Nong Duc Manh in Vietnam (dove 18 cittadini della rete sono attualmente in carcere). In entrambi i paesi, un predatore ha preso il posto di un altro.
Le onde d’urto della primavera araba hanno influenzato le politiche perseguite dal predatore della Cina, il presidente Hu Jintao, e del predatore dell’Azerbaigian, il presidente Ilham Aliyev. Essi temono la possibile diffusione di questo virus. Più di 30 dissidenti, avvocati e attivisti dei diritti umani sono detenuti in isolamento in Cina. Non c’è modo di sapere che cosa sia successo loro. Una delle ultime vittime è l’artista di fama internazionale, Ai Wei Wei. No si sa dove sia detenuto. Le autorità azere hanno adottato varie tattiche per tacitare i mezzi di comunicazione in risposta ai tentativi di
organizzare manifestazioni in stile arabo a Baku. Anche attivisti Facebook sono stati incarcerati. Sono stati rapiti e minacciati reporter che lavoravano per il quotidiano dell’opposizione Azadlig. I giornalisti che cercavano di coprire le proteste sono stati arrestati e picchiati. Internet è stata bloccata.
Altri predatori rimangono tragicamente fedeli a se stessi. Issaias Afeworki in Eritrea, Gurbanguly Berdymukhamedov in Turkmenistan e Kim Jong-il in Nord Corea che restano i peggiori regimi totalitari del mondo. La loro crudeltà è sconcertante. L’estrema centralizzazione dei poteri, le purghe e
la loro propaganda onnipresente non lasciano spazio ad alcuna libertà.
I predatori dell’Iran – Mahmoud Ahmadinejad, rieletto presidente della Repubblica Islamica nel giugno 2009, e Ali Khamenei, leader supremo – sono gli artefici di una repressione implacabile segnata da prove di stile stalinista contro politici dell’opposizione, giornalisti e attivisti dei diritti umani. Più di 200 giornalisti e blogger sono stati arrestati dal giugno 2009, 40 sono ancora detenuti e circa 100 hanno dovuto abbandonare il paese. Si stima che 3.000 giornalisti siano attualmente senza lavoro perché i loro giornali sono stati chiusi o loro comunque non riassunti. Reporter sans frontières chiede un inviato speciale sui diritti umani da mandare in Iran con urgenza, in linea con la risoluzione adottata dalle Nazioni Unite Consiglio dei Diritti Umani il 24 marzo.
L’altro lato dell’Atlantico ha visto una insolita aggiunta alla lista dei predatori della libertà di stampa: le milizie proprietà dell’ imprenditore honduregno Miguel Facusse Barjum che hanno avuto le mani libere per minacciare i media di opposizione al colpo di stato del giugno 2009 – in particolare le piccole stazioni radio che intraprendono una battaglia tra Davide e Golia contro i grandi interessi economici e politici.
Pakistan e Costa d’Avorio – due priorità per l’anno prossimo
Reporters sans frontières continuerà a lavorare sul tema delle violazioni della libertà dei media da parte della criminalità organizzata. Il rapporto iniziale, emesso nel marzo 2011, sarà sviluppato soprattutto in vista della visita che il Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani Navanethem Pillay farà nei prossimi mesi in Messico, dove sette giornalisti sono stati uccisi nel 2010.
La violenza è anche il problema principale in Pakistan, dove 14 giornalisti sono stati uccisi in poco più di un anno. Il Pakistan continua a essere uno dei paesi più pericolosi del mondo per i media.
Internet
Per quanto riguarda Internet, la priorità per Reporter sans frontières sarà quella di difendere la libertà della rete, che è minacciata da proposte di legge in diversi paesi. RSF è preoccupata per la crescente pressione – più o meno intensa a seconda della natura del regime – su aziende del settore Internet, in particolare sii fornitori di servizi Internet.
Sempre più giornalisti e cittadini della rete sono stati repressi in Vietnam, dove il Partito Comunista segue il modello di grande fratello cinese per quanto riguarda la governance e la repressione.
La comunità internazionale -in completo silenzio su molti paesi come Azerbaigian, Vietnam, Eritrea e le dittature dell’Asia centrale (in particolare Turkmenistan e Uzbekistan)- più che colpevole, è complice. Esortiamo le democrazie non continuare nascondersi dietro i loro interessi commerciali geopolitici.
- eritrea – issaias afeworki, president
- gambia – yahya jammeh, president
- equatorial guinea – t. obiang nguema, president
- rwanda – paul kagamé, president
- somalia – islamist militias (al-shabaab, hizb-al-islam)
- swaziland – mswati iii, king
- zimbabwe – robert mugabe, president
- colombie – black eagles”, paramilitarY group
- cuba – raúl castro, president of the council of state and council of ministers
- honduras – m. facussé barJum, businessmen and landowner
- mexico – sinaloa, gulf and Juárez cartels
- afghanistan, pakistan – mullah mohammad omar, taliban chief
- burma – thein sein, president
- china – hu Jintao, president
- north korea – kim Jong-il, supreme leader
- laos – choummaly sayasone, president
- philippines – private militias
- sri lanka – gotabhaya raJapaks, defence secretary
- vietnam - nguyen phu trong, communist party general secretary
- azerbaijan – ilham aliev, president
- belarus – alexandre loukachenko, president
- italy – organised crime
- kazakhstan – nursultan nazarbayev, president
- russia – vladimir putine, prime minister
- russian federation, republic of chechnya – ramzan kadyrov, president
- spain – eta terrorist organisation
- turkmenistan – gourbangouly berdymoukhamedov, president
- uzbekistan – islam karimov, president
- bahrain – king hamad ben aissa al khalifa
- iran – ali khamenei, supreme leader
- iran – mahmoud ahmadineJad, president
- israel – israeli defence forces
- libya – muammar gaddafi, head of state, guide of the revolution
- palestinian territories – hamas securitY forces in gaza
- palestinian territories – the palestinian authoritY’s security forces
- saudi arabia – king abdallah ibn al-saud
- syria – bashar el-assad, president
- yemen – ali abdallah saleh, president
- Predatori della Libertà di Stampa 2011
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Reporters sans frontiéres ha scritto ai rappresentanti del AmfAR e al Presidente e Vicepresidente della cerimonia Cinema against AIDS, che si terrà domani a Cap d’Antibes nell’ambito del Festival di Cannes per contestare la presenza al loro fianco di Gulnara Karimova, figlia del presidente uzbeco Islam Karimov, dittatore tra i peggiori dell’Asia Centrale.
Reporters sans frontières ha espresso il proprio sollievo per il rilascio avvenuto oggi della fotografa Umida Akhmedova, ma ha espresso sconforto per “il gravissimo precedente” introdotto dal tribunale di Tashkent, che l’ha giudicata colpevole di “calunnia” e di “insulti verso il popolo uzbeco”.
Il giornalista uzbeco Khayroullo Khamidov, commentatore sportivo, poeta e presentatore di una trasmissione radiofonica molto popolare è stato arrestato ieri mattina. Accusato di far parte di una organizzazione religiosa proibita, da domani deve comparire davanti ad un tribunale di Tashkent (la capitale).
Il 7 gennaio 2010 cinque giornalisti indipendenti sono stati convocati nell’ufficio del procuratore di Tashkent per fornire delle “confessioni” sulle loro attività professionali. L’8 gennaio altri due giornalisti hanno avuto a che fare con le autorità. Alexey Volosevitch è stato convocato dal procutatore e Andrey Kudryashov ha avuto una “conversazione” con il responsabile dei media del ministero degli affari esteri (che gestisce gli accreditamenti).
In the latest example of official paranoia and harassment of the press, Tashkent-based freelance journalists Vasiliy Markov and Sid Yanyshev were interrogated by police and members of the secret services about their work for more than 10 hours during a recent visit to the eastern border region near the city of Andijan.
The European Union’s decision today to lift the arms embargo against Uzbekistan despite its atrocious human rights record is an unconscionable abdication of responsibility toward Uzbek victims of abuse, Human Rights Watch, International Crisis Group, and Reporters Without Borders said today. The decision underscores the EU’s lack of resolve in the face of Uzbekistan’s intransigence and severely undermines its global standing and credibility as a principled promoter of human rights, the groups said.
Reporters Without Borders today protested at the sentencing yesterday of freelance Uzbek journalist Dilmurod Sayid (photo Ferghana.ru) to 12 and a half years in prison on a charge of “extortion” and “producing forged documents”. His lawyer, Ruhiddin Kamilov, said the court in the Toylok district in Samarkand province in the south of the country, had not produced enough evidence against the journalist, who continued to maintain his innocence. Kamilov also objected that the trial was held behind closed doors. “We are outraged at this heavy sentence handed down to Dilmurod Sayid”, the worldwide press freedom organisation said. “We urge the Uzbek authorities to release this journalist or at the least to deign to allow him a fair appeal,” it added. “Sayid has become the 8th journalist to be imprisoned in
Uzbekistan and in the eyes of our organisation the real reasons for his conviction are not those given to the court, but are connected with his professional activities” “His case recalled that of Solidzhon Abdurakhmanov, a journalist who was sentenced in 2008 to ten years in jail for ‘use and trafficking of drugs’. Uzbekistan is tightening its grip on freedom of expression”, said the organisation. The journalist was arrested by agents of the Samarkand prosecutor on 22 February 2009. He was held first in Tashkent then in Samarkand after a woman reported him to the authorities for allegedly extorting a large sum of money (between 5,000 and 6,000 US dollars) from a businessman in the Samarkand region, allegedly asked him for money in exchange for agreeing not to write critical articles about him. Before becoming freelance and a member of the Uzbek non-governmental organisation Ezgulik, which defends the rights of farmers, Sayid worked for a number of different newspapers including Advokat-Press, Darachki, and Kihslok Hayoti. He had written a number of critical articles about the government and in particular the authorities in Samarkand whom he accused of impoverishing the region’s farmers. Uzbekistan is ranked 162nd out of 173 countries on Reporters Without Borders’ 2008 world press freedom index.