RUSSIA: Libertà di informazione minacciata da progetto di legge liberticida nei confronti di internet e da nuova penalizzazione del reato di diffamazione.

Mercoledì scorso la camera del parlamento russo, la Douma, ha adottato in terza lettura una legislazione che permette di creare una lista nera sul web, suscitando inquietudine in quanto all’accanimento della censura e la messa in opera di sistema di filtraggio in rete.  Affinché diventi legge, il progetto deve essere approvato dall’altro ramo del parlamento, il Consiglio della Federazione,  e poi ratificato dal Presidente Putin.

Gli emendamenti alla “legge sull’informazione” (progetto di legge n. 89417-6) sono ufficialmente destinati alla protezione dei minori, per i contenuti on line considerati particolarmente dannosi. Sono inseriti nella lista nera i siti  “ con contenuti pornografici, idee estremiste, idee che inneggiano al suicidio o all’uso di droghe”. Le altre categorie dovranno prima essere oggetto di decisione da parte di un giudice, prima di poter essere aggiunte a questa lista.

Secondo quanto afferma il sito Global Voices, una volta che il sito appare sulla lista, il provider ha 24 ore per notificare il titolare del sito stesso. Se questo non ritira il contenuto incriminato, il provider deve bloccare l’intero sito, pena la sua iscrizione sulla lista nera e blocco della piattaforma del provider. Chiunque desideri contestare la sua presenza sulla lista nera ha tre mesi di tempo per appellarsi.

Così la legge impone una punizione collettiva agli internauti perchè permetterebbero che informazioni di fatto non vistate dalla legge si ritrovino comunque indisponibili.

“Questo progetto di legge ci preoccupa per le sue ambiguità e il controllo delle autorità russe sull’informazione lascia presagire il peggio” ha dichiarato Reporter senza frontiere aggiungendo: “crediamo che la messa in opera di questa lista nera apra la porta ad un sistema di filtraggio abusivo, destinato a consentire un’azione di censura nei confronti dell’opposizione e delle voci critiche nei confronti del governo”.

Il sito russo di Wikipedia, ru.wikipedia.org è stato chiuso il 10 Luglio per aver dimostrato il proprio dissenso. La pagina d’accesso del sito riporta la frase “immaginate un mondo senza informazione libera”. Questa protesta contro una legge che potrebbe portare alla “creazione di una censura extragiudiziaria di Internet” ha toccato anche il motore di ricerca russo Yandex che mercoledì scorso ha modificato il suo slogan “Qui puoi trovare tutto” sbarrando la parola “tutto”.

Il provvedimento è vago anche in quanto alla natura dell’organismo federale creato per l’occasione che deciderà quali siti controllare. Il punto 4 dell’articolo 5 della legge non precisa sufficientemente le ragioni per le quali un sito possa figurare nel registro e non definisce con esattezza quali siano i contenuti dannosi. Un sovra bloccaggio è quindi possibile.

Ogni azione di filtraggio generalizzata deve essere fermata. Nel suo rapporto del maggio 2011,  Frank La Rue, esperto delle Nazioni Unite per la promozione e la protezione del diritto alla libertà di espressione e opinione, suggerisce che “restrizioni sulla circolazione delle informazioni su internet debbano essere possibili solamente in casi eccezionali e nel rispetto degli standard internazionali sulle leggi riguardanti i diritti umani”.

Precisa che “rendere degli intermediari responsabili del contenuto diffuso o creato dai loro utilizzatori compromette gravemente il diritto alla libertà di opinione e di espressione, porta ad una censura privata eccessiva e auto protettrice, generalmente senza trasparenza e senza conformità di legge”.

La rappresentante dell’ Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE) per la libertà dei media, Dunja Mijatovic, ha chiesto alle autorità di sospendere l’adozione del provvedimento e di sottometterlo ad un dibattito pubblico con la partecipazione degli esperti. Ha anche condannato la penalizzazione della diffamazione in Russia “che va contro una generale tendenza nella regione OSCE alla depenalizzazione”.

La sera stessa, i parlamentari avevano adottato, in prima lettura, degli emendamenti introdotti dal partito al potere Russia Unita, che mirano a penalizzare nuovamente la diffamazione e ciò in controtendenza rispetto una decisione presa dalla Douma nel novembre del 2011 che di fatto depenalizzava il reato.

Secondo il nuovo testo (progetto di legge 106999-6) che deve ancora essere dibattuto in seconda e terza lettura, la diffamazione sarebbe nuovamente un reato punibile fino a 5 anni di reclusione oppure con una multa di 500.000 rubli, 12.500 Euro.

Un gruppo di giornalisti russi indipendenti ha lanciato una raccolta firme per chiedere di abbandonare questo progetto.  Reporter senza frontiere fa appello a firmare la petizione (qui disponibile in russo)

Questi due progetti di legge arrivano in un contesto in cui il Cremino sembra avere la tendenza a ricorrere alla Douma, dominata dal partito al potere, per adottare provvedimenti che possono essere utilizzati contro l’opposizione.

“Chiediamo alla Douma di rifiutare immediatamente una seconda lettura di questo progetto liberticida. Mentre il mondo intero depenalizza il reato di diffamazione un tale passo indietro da parte della Russia sarebbe un segnale estremamente negativo” ha dichiarato Reporter senza frontiere. “Insieme alla creazione di liste nere per Internet, l’istituzione di multe astronomiche per punire manifestazioni illegali e la grottesca regolamentazione nei confronti delle ONG che ricevano finanziamenti dall’estero, l’esame affrettato di questo nuovo testo, conferma l’impressione di una stretta della repressione da parte delle autorità russe”, ha aggiunto l’Associazione.

La Russia rientra tra i paesi “sotto sorveglianza” secondo l’ultimo rapporto sui Nemici di Internet pubblicato nel marzo 2012 da Reporter senza frontiere. Il paese si trova inoltre al 142° posto su 179 nell’elenco mondiale della libertà di stampa, anche questo redatto dall’Associazione.

Traduzione di Eleonora Albini, Pressenza International Press Agency

 

RUSSIA-TAJIKISTAN: Giornalista di opposizione accoltellato a Mosca

Reporters senza frontiere è scioccata dalla violenta aggressione subìta ieri dal giornalista tagico Dodojon Atovulloev e chiede alla polizia russa di fare il possibile per identificare al più presto gli esecutori e i mandanti del reato.

“Tutte le possibilità devono essere attentamente analizzate e occorre prendere in considerazione anche le attività professionali di questo noto giornalista di opposizione”, ha detto RSF.

“Dodojon Atovulloev è un giornalista conosciuto per le sue critiche alle autorità del Tajikistan. Le serie minacce ricevute hanno portato la Germania a fornirgli lo status di rifugiato politico.

Le sue attività politiche all’interno del movimento Vatandor gli hanno procurato molti nemici”, ha ricordato l’organizzazione per la libertà di stampa.

Il fatto è avvenuto giovedì 12 gennaio tra le 21 e le 22, all’interno di un ristorante del centro di Mosca, dove si trovava Atovulloev. Il giornalista è stato accoltellato due volte allo stomaco da un aggressore non identificato e poi fuggito. Portato d’urgenza in ospedale e sottoposto a intervento chirurgico, adesso è fuori pericolo.

La polizia ha aperto un’inchiesta per “gravi e premeditati danni fisici” e il Ministero dell’Interno ha comunicato che un cittadino tagico di 23 anni è stato arrestato questa mattina. È ancora troppo presto, tuttavia, per affermare che si tratti effettivamente dell’aggressore.

Atovulloev è il fondatore e il direttore del mensile tagico di opposizione Tcharogi Ruz (Luce del Giorno). Si tratta del primo giornale di proprietà privata riconosciuto dopo l’indipendenza del Tajikistan ed è noto per la sua linea critica e severa nei confronti del governo del presidente Emomali Rakhmon.

Atovulloev è inoltre stato oggetto di minacce di morte e di molti procedimenti giudiziari, e nel 2001 è stato costretto a lasciare il Paese. Vive ormai tra Amburgo e Mosca, dove attualmente si trova e opera la sua redazione.

L’anno scorso, le autorità giudiziarie del Tajikistan hanno presentato a Mosca una richiesta di estradizione, che è però stata rigettata.

Traduzione di Tatiana Camerota

RUSSIA : Il dibattito politico ostacolato da attacchi cibernetici e arresti di giornalisti

Reporters Sans frontières deplora i molteplici casi di censura che ieri hanno segnato le elezioni parlamentari in Russia. Dato che la maggior parte dei media tradizionali, inclusi i canali televisivi, sono controllati dal Cremlino, il vero dibattito politico è possibile solamente sulla rete. Tuttavia, gli attacchi cibernetici coordinati e gli arresti di bloggers e giornalisti hanno chiaramente danneggiato  anche il dibattito on line.

Questi incidenti non hanno consentito una discussione aperta sul futuro politico della nazione e lasciano presagire il peggio per le elezioni presidenziali che si terranno a Marzo.

Ondata di attacchi cibernetici

I siti internet critici nei confronti del governo sono stati paralizzati prima e durante le elezioni da una serie di attacchi DDoS [1] con lo scopo di mettere a tacere i dissidenti.
LiveJournal, una piattaforma che ospita vari blog anti governativi è stata resa inaccessibile per 3 giorni a partire dal 1 Dicembre. Aveva già subito un attacco DDoS il 28 di Novembre.
Tra gli obiettivi di questi attacchi anche i seguenti siti:

  • Radio Echo of Moscow, echo.msk.ru
  • Il quotidiano indipendente Kommersant, kommersant.ru
  • Il sito della ONG Golos, organizzazione che monitorizza il corretto funzionamento elettorale, Golos.org
  • Il sito di informazione generalista Gazeta.ru
  • KartaNarusheniy.ru, mappa interattiva ideata da Golos per denunciare casi di brogli elettorali
  • Il sito di Lenizdat che tratta di politica a San Pietroburgo, lenizdat.ru
  • I siti dell’opposizione Slon.ru  e NewTimes.ru (gli unici che linkavano alla mappa di Golos dopo che Gazeta.ru aveva sospeso il link) e Ridus.org
  • Dosh, una rivista indipendente che copre l’area del Caucaso, doshdu.ru
  • Zaks, che si occupa di notizie politiche nel nordovest del paese, zaks.ru.

Alcuni degli attacchi nei confronti di questi siti erano iniziati qualche giorno prima delle elezioni, aprendo la strada agli attacchi massicci del 3 e 4 Dicembre; molti dei siti sono tornati accessibili ieri, quando la maggior parte dei seggi del centro del paese, dove vive il numero più alto di elettori, erano sul punto di chiudere.
Prevedendo questo tipo di problema, alcuni media e gruppi d’opposizione avevano trasferito i loro contenuti sui social networks e avevano invitato i lettori a seguirli su Twitter o Facebook nel caso che il loro sito non fosse stato più consultabile.

Per ulteriori informazioni su questi attacchi cibernetici, leggere l’articolo di Alexey Sidorenko per Global Voices.

Impedimenti alla copertura mediatica sulle elezioni

A vari giornalisti è stato impedito di dare copertura mediatica sull’esito delle elezioni, vietandone l’accesso ai seggi elettorali. Secondo Aleksandr Gorshkov, editore del sito d’informazione indipendente Fontanka.ru, “nella maggior parte dei casi questo avviene perchè gli operatori portano con sé la macchina fotografica e, attraverso le immagini, potrebbero diffondere dati personali degli elettori”.

Sebbene illegale, questo è il motivo che ha impedito al corrispondente di Fontanka.ru di accedere ad un seggio elettorale nella regione di Primorye, estremità orientale della Russia. Un reporter della Rosbalt, agenzia di informazione, è stato espulso dal suo seggio elettorale  per aver fotografato l’urna. A Vitaly Kamyshev, corrispondente di Radio Svoboda (l’emittente in lingua russa di Radio Free Europe/Radio Liberty), è stato proibito l’accesso al seggio della Commissione Elettorale Centrale; l’operatore si è visto inoltre strappare la tessera giornalistica. I corrispondenti della BBC e dalla American Press Agency sono stati fermati presso un seggio di Mosca e trattenuti per oltre un’ora.
Fermi di giornalisti e bloggers

Un numero di giornalisti e blogger vicini all’ opposizione sono stati fermati e brevemente trattenuti durante gli ultimi giorni precedenti le elezioni.
Il 2 Dicembre, il capo redattore del sito indipendente di informazione Besttoday.ru, Alexey Sochnev, è stato arrestato dalla polizia che, senza mostrare alcun mondato, ha fatto irruzione nel suo appartamento di Mosca, buttando giù la porta. Successivamente, l’uomo è stato accusato secondo l’art. 282 del codice penale, di aver partecipato alle attività di un’organizzazione estremista.

Sochnev è vittima del filone di arresti condotti nei confronti dei membri del comitato di Eduard Liminov, leader del partito nazionale bolscevico, proibito dal governo. Ma il direttore di Besttoday.ru Marina Litvinovich ha riferito che la polizia si sarebbe recata anche presso il domicilio dello sviluppatore del sito per perquisizioni.

La nota blogger Maria Pileva è stata arrestata il 3 Dicembre durante una manifestazione proibita a Vladikavkaz, capitale della Ossezia del Nord.  Rilasciata la sera stessa, è apparsa in tribunale il giorno seguente, quando il capo d’ accusa che le era stato imputato per atti vandalici è finalmente stato ritirato.
A Ulyanovsk, il blogger Oleg Sofiyn ha ricevuto minacce di morte; in una telefonata anonima veniva avvertito, per così dire, che se avesse continuato a criticare il rappresentante di governo della regione, Svetlana Openysheva, sarebbe finito con la testa fracassata.
Lilia Shibanova, a capo della ONG Golos, è stata fermata la notte del 2 Dicembre al suo arrivo all’aeroporto Sheremetyevo di Mosca e trattenuta per 12 ore. Il suo computer è stato sequestrato dopo essere stato attentamente esaminato perchè “avrebbe potuto contenere materiale pericoloso per la sicurezza nazionale”. Il giorno prima, Golos aveva ricevuto una multa di 30.000 rubli (720 Euro) per aver contravvenuto alla legge che proibisce di pubblicare i risultati dei sondaggi elettorali durante i cinque giorni precedenti le elezioni. Lo stesso giorno, l’organizzazione era stata oggetto di un reportage unilaterale da parte della NTV (un’emittente televisiva di proprietà del gigante petrolifero Gazprom) nel quale veniva accusata di essere un avamposto dell’intelligence occidentale.
La maggior parte dei media tradizionali, televisioni incluse, non ha diffuso informazioni su questi incidenti; al contrario, ampia copertura è stata accordata al partito di Vladimir Putin, Russia Unita, che ha vinto le elezioni.

Note
[1] Un attacco DDoS (Distributed Denial of Services) è un’azione che prevede un simultaneo overflood da parte di alcuni sistemi su un singolo sito con richiesta di accessi, causandone il blocco e lo shut down, negando così l’accesso a utenti legittimi.

Traduzione di Eleonora Albini, Pressenza International Press Agency

RUSSIA – Arrestato in Cecenia il presunto killer di Anna Politkovskaya

Reporters sans frontières accoglie con cauto ottimismo la notizia che Rustam Makhmudov, l’uomo sospettato di aver ucciso nell’ottobre 2006 Anna Politkovskaya, giornalista della Novaya Gazeta, è stato arrestato martedì 31 maggio in Cecenia.

L’arresto del presunto assassino della Politkovskaya è un importante passo in avanti ma molte domande rimangono ancora senza risposta”, ha detto Reporters sans frontières. “Sono trascorsi quasi cinque anni dal tragico evento, nel settembre 2009 sono state ordinate ulteriori indagini ma né la famiglia della giornalista uccisa né il suo quotidiano hanno ancora saputo nulla al riguardo. Inoltre, le autorità non hanno mai ufficialmente detto chi ritengono ci sia dietro l’omicidio, e questa è una questione di cruciale importanza”.

Ricercato in Russiae in Europadal 2008, Makhmudov è stato finalmente arrestato a casa dei suoi genitori, a circa 30 km dalla capitale cecena Grozny, dove viveva da qualche tempo.

L’avvocato della famiglia Politkovskaya, Anna Stavitskaya, ha detto di essere meravigliata dal tempo che la polizia ha impiegato per individuarlo. Il fatto che Makhmudov sia riuscito a muoversi liberamente in Russia e all’estero per diversi anni ci fa pensare che abbia ricevuto aiuto dalla polizia, soprattutto per procurarsi documenti falsi e attraversare le frontiere.

Nel febbraio 2009 i due fratelli di Makhmudov, Dzhabrail e Ibragim Makhmudov, sono stati assolti dall’accusa di complicità nell’omicidio della Politkovskaya per “mancanza di prove”. Erano stati accusati di aver seguito la vittima e di averla tenuta sotto sorveglianza. Nel frattempo, anche altri due imputati, l’ex ufficiale di polizia Sergey Khadzikurbanov e l’ex colonnello del KGB Pavel Ryaguzov, sono stati giudicati innocenti.

Molti aspetti dell’omicidio della Politkovskaya, avvenuto a Mosca il 7 ottobre 2006 fuori dal suo appartamento in Lesnaya Street, devono ancora essere chiariti. “Non potremo parlare di progresso fin quando chi ha ordinato questo omicidio non sarà stato identificato”, ha detto l’avvocato Stavitskaya.

Sollecitiamo le autorità russe e cecene ad astenersi da ogni manipolazione politica sul caso”, ha aggiunto Reporters sans frontières. “Speriamo che il Presidente Medvedev confermerà le sue dichiarate intenzioni di far rispettare la libertà di stampa in Russia e si impegnerà con forza per assicurare che queste indagini raggiungano una conclusione efficace”.

Le recenti condanne per il duplice omicidio dell’avvocato Stanislav Markelov e di Anastasia Baburova, giornalista della Novaya Gazeta (lo stesso giornale per cui lavorava Anna Politkovskaya, ndr), sembrano suggerirci che le autorità sono adesso più inclini a combattere l’impunità di coloro ritenuti responsabili di crimini di violenza contro i giornalisti. L’arresto di Makhmudov è un primo passo molto positivo nel caso Politkovskaya ma molti altri ne saranno necessari prima che noi ci potremo dichiarare soddisfatti”.

Cronologia del caso Politkovskaya

7 ottobre 2006: Anna Politkovskaya viene uccisa a colpi di arma da fuoco sulle scale del suo condominio in Lesnaya Street, a Mosca, poco dopo le ore 16. Nonostante il clamore internazionale, non viene rilasciato alcun commento ufficiale da parte delle autorità russe fino al 10 ottobre, quando il Presidente Vladimir Putin afferma che l’omicidio della Politkoskaya non deve restare impunito ma, allo stesso tempo, definisce “irrilevante” la sua influenza sulla vita politica in Russia.

Agosto 2007: dieci sospettati vengono arrestati.

20 giugno 2008: gli inquirenti annunciano che le indagini preliminari sono complete e che quattro imputati verranno processati come complici dell’omicidio

17 novembre 2008: ha inizio a Mosca il processo dei quattro uomini, accusati di vari livelli di complicità (tra cui l’aver seguito e sorvegliato la Politkovskaya). Due degli imputati sono i fratelli Dzhabrail e Ibragim Makhmudov. Un altro è l’ex ufficiale della polizia di Mosca Sergey Khadzikurbanov, accusato di avere organizzato l’esecuzione dell’omicidio. Il quarto è l’ex colonello FSB Pavel Ryaguzov, accusato di estorsione. Inizialmente, il processo è aperto al pubblico. Due giorni dopo, il pubblico viene escluso. Verrà nuovamente riammesso il 25 novembre. Il processo è segnato da molte irregolarità e si conclude nel febbraio 2009 con l’assoluzione degli imputati. Il Pubblico Ministero si appella alla corte suprema, che il 25 giugno 2009 capovolge la sentenza di non colpevolezza e ordina un nuovo processo.

5 agosto 2009: quando il nuovo processo inizia, la famiglia Politkovskaya chiede alla corte di rimandare il caso al Pubblico Ministero per ulteriori indagini. Sia l’accusa che la difesa concordano nella richiesta ma la corte la rigetta. La famiglia fa ricorso e la corte suprema approva la richiesta il 3 settembre.

3 settembre 2009: il caso viene rispedito al Pubblico Ministero per ulteriori indagini e viene unito a quello che coinvolge il presunto killer e il presunto mandante. Da allora, non ci sono stati sviluppi rilevanti.

6 ottobre 2010: le autorità giudiziarie prolungano le indagini fino al febbraio 2011.

7 ottobre 2010: giorno del quarto anniversario dell’omicidio.

6 novembre 2010: il giornalista Oleg Kashin viene aggredito. Il Presidente Dmitri Medvedev dichiara che i responsabili saranno puniti. Vengono riaperte le indagini sulle aggressioni di molti altri giornalisti russi, tra cui Igor Domnikov e Mikhail Beketov.

20 novembre 2010: viene annunciato che in Belgio è in corso una ricerca di Rustam Makhmudov, presunto killer dell’omicidio Politkovskaya.

31 maggio 2011: Rustam Makhmudov viene arrestato in Cecenia.

RUSSIA: giovane giornalista ucciso nel nord del Daghestan

Reporters sans frontières HA appreso con costernazione che Yakhya Magomedov, giovane redattore di una rivista bimestrale in lingua avara che promuove una visione moderata dell’Islam tradizionale, è stato ucciso nel nord del Daghestan l’8 maggio.

“Espriamo le nostre condoglianze ai parenti e ai colleghi di Magomedov e invitiamo le autorità a non lasciare impunita la sua morte,” ha detto Reporters sans frontières. “Questo caso deve essere risolto e gli assassini devono essere assicurati alla giustizia rapidemente. Le condizioni di lavoro e sicurezza sono molto difficili per i giornalisti nel Caucaso russo. Moltie sono le minacce e le vessazioni, soprattutto in Daghestan, dove regna la violenza e impunità.

“Ci sono continue minacce ed i responsabili vengono raramente puniti. Gli omicidi di tre giornalisti nel Caucaso russo – Magomed Yevloyev, Magomedsharif Sultanmagomedov e Abdulmalik Ahmedilov – non sono ancora stati puniti “.

RSF ha aggiunto: “Le indagini serie avviate a Mosca per gli omicidi di Stanislav Markelov and Anastasia Baburova hanno sollevato speranze che alla fine l’impunità in Russia possa essere superata. Spetta alle autorità locali e federali dimostrare che il Caucaso non verrà abbandonato al suo destino. “

Magomedov è stato colpito quattro volte mentre stava lasciando la casa di suo fratello in Kokrek, vicino alla città settentrionale di Khasavyurt, verso le 10:30 pm. La polizia sta trattando il caso come omicidio e uso illegale di armi da fuoco, ma sta lavorando sul presupposto che Magomedov sia stato ucciso per errore e che l’obiettivo previsto fosse suo fratello, agente di polizia. Diversi analisti tuttavia sottolineano che il punto di vista anti-wahhabiti della rivista di Magomedov, As-Salam, possano avere suscitato l’ira dei fondamentalisti islamici. Giornalisti a favore di una “Islam pacifico” sono stati il ​​bersaglio di attacchi recenti e Magomedov potrebbe essere stata un’altra vittima degli incitamenti alla violenza. Un osservatore ha detto a Reporters sans frontières che anche funzionari del governo potrebbero essere sttai disturbati dalle campagne anti-corruzione della rivista.

“L’inchiesta non deve trascurare alcuna ipotesi, “ha aggiuntoReporters sans frontières. “E ‘troppo presto per escludere la possibilità che il movente sia legato al lavoro di giornalista della vittima .”

Pubblicato in russo e in sei lingue caucasiche e distribuito da volontari, As-Salam si occupa soprattutto dei temi e pratiche islamiche e ha una tiratura di 90.000 copie. E’ pubblicato da un’organizzazione chiamata la “guida spirituale dei musulmani” in Daghestan, che ha altri mezzi di comunicazione che promuovono la stessa versione moderata dell’Islam.

Magomed Rasul, presidente dell’organizzazione, ha dichiarato a Reporters sans frontières: “Yakhya è stato vittima dell’estremismo e del terrorismo, che noi condanniamo. Abbiamo perso un dipendente coscienzioso, di talento e socievole. Indipendentemente da chi è il responsabile del suo omicidio, ha lasciato una giovane moglie e due figli piccoli. “

Magomedov aveva lavorato come giornalista per diversi anni e si stava preparando una raccolta di suoi articoli da pubblicare in forma di libro.

Il suo omicidio avviene una settimana dopo quello di Magomed Khanmagomedov, corrispondente del settimanale indipendente Chernovik, che è stato aggredito quando è andato alla demolizione di un edificio classificato dall’UNESCO a Derbent, una città nel sud del Daghestan. La polizia non sta indagando anche se Khanmagomedov ha riconosciuto i suoi aggressori.

Biyakai Magomedov, un avvocato che lavora come giornalista per Chernovik, ha detto a Reporters sans frontières: “Gli omicidi e gli attacchi contro i giornalisti continuano in Daghestan, e non uno è stato risolto. C’è totale impunità. Se continua così, i giornalisti smetteranno di operare del tutto. “

Il Caucaso russo è stato preda della violenza dall’inizio degli anni 1990 e della guerra in Cecenia. Una guerra “a bassa intensità” tra forze di sicurezza, milizie private e militanti wahabiti si successivamente diffusa dalla Cecenia nella vicina Inguscezia e Daghestan. Una calma relativa è tornata di recente in Inguscezia, ma c’è stato un netto deterioramento del clima in Daghestan. Le autorità federali insistono che la normalità è stata ripristinata, ma è in corso una guerra non dichiarata continua e civili, tra cui giornalisti, sono le vittime principali.

(Mappa e immagine: RFE / RL, RIA Novosti)

RSF: I predatori della Libertà di Stampa 2011, i 38 capi di stato e signori della guerra che seminano il terrore tra i giornalisti

Predatori della Libertà di Stampa 2011

I capi di una macchina repressiva, i leader politici dei regimi ostili
alle libertà civili e gli organizzatori di campagne di violenza diretta contro i
giornalisti – questi i 38 predatori della libertà di stampa del rapporto 2011 di Reporters sans frontières, reso pubblico il 3 maggio, Giornata Mondiale per la Libertà di Stampa.

Per scaricare il rapporto completo (in inglese, 47 pagine, 26 MB) cliccare su  questo link:  http://rsfitalia.files.wordpress.com/2011/05/predateurs_gb27042011.pdf

Per quanto riguarda l’Italia, anche quest’anno, tra i 38 predatori è presente la criminalità organizzata italiana, che continua a considerare propri nemici i giornalisti che ne parlano, Il rapporto ricorda i casi più noti di giornalisti minacciati (da Roberto Saviano a Lino Abbate a Rosaria Capacchione) così come il mancato sostegno del Primo Ministro italiano, Silvio Berlusconi, che -a novembre 2009- dichiarò che avrebbe voluto strozzare scrittori e autori di cinema  che davano una cattiva immagine dell’Italia parlando di mafia e camorra.

Nel rapporto 2011 il “posto d’onore” va al Nord Africa e al Medio Oriente, luogo che hanno visto negli ultimi mesi eventi drammatici e talvolta tragici. Il mondo arabo  ha visto i più importanti cambiamenti nella lista dei predatori rispetto al 2010. Alcuni sono caduti. Il primo ad andarsene è stato il Presidente della Tunisia Zine el-Abidine Ben Ali, costretto a dimettersi il 14 gennaio, dando così al suo popolo la possibilità di avviarsi su una strada democratica.  Altri predatori, come Ali Abdallah Saleh dello Yemen, che è stato travolto dall’ondata di proteste radicali suo paese, o della Siria Bashar al-Assad, che risponde con il terrore alle aspirazioni democratiche del suo popolo, potrebbero anche cadere. E che dire di Muammar Gheddafi, la “Guida della Rivoluzione”, ora la guida della violenza contro il suo popolo, una violenza che è sorda alla ragione? E il re del Bahrain, Ben Aissa Al-Khalifa, che dovrebbe rispondere per la morte di quattro attivisti in carcere, tra cui il fondatore dell’unico giornale di opposizione, e per l’operazione repressiva contro le vaste manifestazioni pro-democrazia?

La libertà di espressione è stata una delle prime richieste dei popoli in rivolta, una delle prime concessioni dei regimi transitori e uno delle prime realizzazioni, anche se molto fragili, delle rivoluzioni.

Tentativi di manipolare i giornalisti stranieri, arresti arbitrari e detenzione, deportazione, negazione di accesso, intimidazioni e minacce – la lista degli abusi contro i media nel corso della primavera araba è sconcertante. La determinazione a ostacolare i mezzi di comunicazione non si è fermata agli omicidi in quattro paesi – Siria, Libia, Bahrein e Yemen. Gli incidenti mortali includono Mohamed Al-Nabous, colpito da cecchini a libro paga del governo nella città libica di Bengasi il 19 Marzo, e due giornalisti uccisi direttamente dalle forze di sicurezza nello Yemen il 18 marzo.

Ci sono stati più di 30 casi di detenzione arbitraria in Libia e di un numero simile di corrispondenti stranieri espulsi. Metodi simili sono stati utilizzati in Siria, Bahrein e Yemen, dove le autorità fanno ogni sforzo possibile per mantenere i mezzi di comunicazione a distanza in modo che non possano girare video della repressione.

I media hanno raramente avuto un ruolo così fondamentale nei conflitti. Questi regimi, già tradizionalmente ostili alla libertà dei media, hanno trattato il controllo delle notizie e delle informazioni come una delle chiavi per la loro sopravvivenza.

I giornalisti sono stati direttamente presi di mira dalle autorità o catturati nel fuoco incrociato delle violenze tra attivisti e forze di sicurezza, ricordando a tutti noi i rischi che corrono nello svolgere il loro lavoro essenziale.

Resto del mondo

In Asia, alcuni leader sono stati sostituiti, senza alcuna modifica dei sistemi repressivi. Thein Sein ha sostituito Than Shwe al capo del regime in Birmania (dove 14 giornalisti sono in carcere). Il Partito Comunista ha scelto Nguyen Phu Trong al posto di Nong Duc Manh in Vietnam (dove 18 cittadini della rete sono attualmente in carcere). In entrambi i paesi, un predatore ha preso il posto di un altro.
Le onde d’urto della primavera araba hanno influenzato le politiche perseguite dal predatore della Cina, il presidente Hu Jintao, e del predatore dell’Azerbaigian, il presidente Ilham Aliyev. Essi temono la possibile diffusione di questo virus. Più di 30 dissidenti, avvocati e attivisti dei diritti umani sono detenuti in isolamento in Cina. Non c’è modo di sapere che cosa sia successo loro. Una delle ultime vittime è l’artista di fama internazionale, Ai Wei Wei. No si sa dove sia detenuto. Le autorità azere hanno adottato varie tattiche per tacitare i mezzi di comunicazione in risposta ai tentativi di
organizzare manifestazioni in stile arabo a Baku. Anche attivisti Facebook  sono stati incarcerati. Sono stati rapiti e minacciati reporter che lavoravano per il quotidiano dell’opposizione Azadlig. I giornalisti che cercavano di coprire le proteste sono stati arrestati e picchiati. Internet è stata bloccata.

Altri predatori rimangono tragicamente fedeli a se stessi. Issaias Afeworki in Eritrea, Gurbanguly Berdymukhamedov in Turkmenistan e Kim Jong-il in Nord Corea che restano i peggiori regimi totalitari del mondo. La loro crudeltà è sconcertante. L’estrema centralizzazione dei poteri, le purghe e
la loro propaganda onnipresente non lasciano spazio ad alcuna libertà.

I predatori dell’Iran – Mahmoud Ahmadinejad, rieletto presidente della Repubblica Islamica nel giugno 2009, e Ali Khamenei, leader supremo – sono gli artefici di una repressione implacabile segnata da prove di stile stalinista contro politici dell’opposizione, giornalisti e attivisti dei diritti umani. Più di 200 giornalisti e blogger sono stati arrestati dal giugno 2009, 40 sono ancora detenuti e circa 100 hanno dovuto abbandonare il paese. Si stima che 3.000 giornalisti siano attualmente senza lavoro perché i loro giornali sono stati chiusi o loro comunque non riassunti. Reporter sans frontières chiede un inviato speciale sui diritti umani da mandare in Iran con urgenza, in linea con la risoluzione adottata dalle Nazioni Unite Consiglio dei Diritti Umani il 24 marzo.

L’altro lato dell’Atlantico ha visto una insolita aggiunta alla lista dei predatori della libertà di stampa: le milizie proprietà dell’ imprenditore honduregno Miguel Facusse Barjum che hanno avuto le mani libere per minacciare i media di opposizione al colpo di stato del giugno 2009  – in particolare le piccole stazioni radio che intraprendono una battaglia tra Davide e Golia contro i grandi interessi economici e politici.

Pakistan e Costa d’Avorio – due priorità per l’anno prossimo

Reporters sans frontières continuerà a lavorare sul tema delle violazioni della libertà dei media da parte della criminalità organizzata. Il rapporto iniziale, emesso nel marzo 2011, sarà sviluppato soprattutto in vista della visita che il Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani Navanethem Pillay farà nei prossimi mesi in Messico, dove sette giornalisti sono stati uccisi nel 2010.

La violenza è anche il problema principale in Pakistan, dove 14 giornalisti sono stati uccisi in poco più di un anno. Il Pakistan continua a essere uno dei paesi più pericolosi del mondo per i media.

Internet

Per quanto riguarda Internet, la priorità per Reporter sans frontières sarà quella di difendere la libertà della rete, che è minacciata da proposte di legge in diversi paesi. RSF è preoccupata per la crescente pressione – più o meno intensa a seconda della natura del regime – su aziende del settore Internet, in particolare sii fornitori di servizi Internet.

Sempre più giornalisti e cittadini della rete sono stati repressi in Vietnam, dove il Partito Comunista segue il modello di grande fratello cinese per quanto riguarda la governance e la repressione.

La comunità internazionale -in completo silenzio su molti paesi come Azerbaigian, Vietnam, Eritrea e le dittature dell’Asia centrale (in particolare Turkmenistan e Uzbekistan)- più che colpevole, è complice. Esortiamo le democrazie non continuare nascondersi dietro i loro interessi commerciali geopolitici.

RUSSIA: Giornalista aggredito a Sotchi

Arkaky Lander, redattore capo del giornale indipendente Mestnaya è stato violentemente picchiato da degli sconosciuti nel suo appartamento. I vicini avevano notato che qualche giorno prima dell’aggressione due individui giravano intorno all’appartamento del giornalista. Lander non ha perso conoscenza sotto i colpi, ma è stato trasportato d’urgenza all’ospedale, gravemente ferito. I medici hanno constatato una frattura al cranio, una commozione cerebrale e delle lacerazioni profonde alla testa. Il giornalista ha dichiarato di aver pensato che lo volessero uccidere.

Lander è sicuro che la sua aggressione sia legata alla sua attività professionale e in particolare ai suoi articoli sulla campagna delle elezioni municipali per Mestnaya. I suoi colleghi sono giunti alla stessa conclusione, precisando che tra l’altro non è stato rubato niente nell’appartamento. Nonostante l’accaduto, il giornalista non ha alcuna intenzione di smettere di lavorare per la redazione di Mestnaya.

RUSSIA: Condanna de “Le Journal du Dimanche” per attentato all’onore del movimento “Nachi”: Agit Prop nei confronti dell’informazione?

Il 21 aprile 2010 il tribunale Saviolovksi di Mosca ha dato ragione al movimento giovanile di Putin Nachi contro Le Journal du Dimanche (anche Le Monde e The Indipendent sono sotto accusa) riconosciuto colpevole di aver attentato all’onore dei suoi membri ed è stato condannato a versare 250 000 rubli (circa 6 000 euro) di risarcimento.

La strategia del movimento giovanile, che consiste nel perseguire per vie legali i media russi e stranieri per attentato al proprio onore, non deve  stupire e fa pensare a quali siano i veri obiettivi di coloro che lo dirigono.

Se si tratta di intimidire il passaggio di opinioni e informazioni, moltiplicando le querele nei confronti dei media, l’iniziativa finora ha concluso poco.

Da una parte i Nachi sono a volte respinti dai giudici. In altri casi, dopo aver sporto denuncia i giovani attivisti vicini al Cremino finiscono spesso con accettare dei compromessi.

I Nachi occupano uno dei rari spazi di dibattito che può ancora offrire la società russa. Se la prendono soprattutto contro coloro che si preoccupano per il perdurare del sovietismo nella società russa e si pongono in difesa dell’identità nazionale, compresa quella sovietica, alimentando una confusione diffusa e vivace.

Per quanto riguarda i testi sotto accusa, quelli pubblicati da JDD, Le Monde e altri media. Facevano riferimento alla polemica riguardante un articolo del giornalista, scrittore ed ex dissidente Alexandr Podrabinek, intitolato “Sovietici contro l’Antisovietico, comparso nel settembre 2009. Era in risposta a dei veterani della seconda guerra mondiale, indignati per l’apertura a Mosca, di un ristorante chiamato l’”Antisovietico”. Gli ex militari volevano che cambiasse nome. Il giornalista è stato costretto a scegliere la clandestinità a causa delle minacce rivolte contro di lui, dopo la pubblicazione del suo articolo. Un dibattito a cui i Nachi si sono uniti e organizzati, con il benestare del potere locale.

Il contenuto dell’articolo che ha offeso i Nachi riguarda il giornalismo d’opinione e rende conto dello sviluppo di una polemica, riflette un dibattito della società.

Bisogna sperare che se la Russia diventa padrona della propria storia, movimenti come quello dei Nachi, che incarna la volontà di immobilismo e il ricorso a metodi intimidatori, finiranno per perdere influenza. Purtroppo la magistratura russa, con le sue recenti decisioni non sembra rientrare nelle forze progressiste.

RUSSIA: New Times/Novoie Vremia: la polizia tenta di perquisire un settimanale moscovita

Il 14 aprile 2010 alcuni poliziotti di Mosca hanno cercato di perquisire i locali del settimanale The New Times, nel centro della capitale, in base ad una decisione presa da un tribunale di Mosca il 5 aprile 2010, contro cui la rivista indipendente aveva fatto ricorso in appello. Queste decisioni avvengono in seguito alle querele presentate dalle forze speciali di polizia (Omon) e dalla Direzione generale degli affari interni (GUVD), per diffamazione (art. 129 del codice penale), in seguito alla pubblicazione, avvenuta il 1 febbraio, di un articolo intitolato “Gli schiavi di Omon”. Questo articolo dedicato ai lavoratori migranti utilizzati come mano d’opera dagli Omoni, si basano sulla testimonianza degli uomini del corpo di polizia. I servizi segreti citati nell’articolo hanno reagito immediatamente smentendo tutte le implicazioni e sporgendo querela contro il giornale.

Da parte sua il giornale ricorrerà in appello contro la decisione del tribunale di Tverskoi e nessuna perquisizione avrebbe dovuto avere luogo prima che tale appello venga esaminato. Quanto alla decisione del tribunale di Tverskoi essa è illegale in base all’art. 41 e 49 della legge sui media, come ha ricordato la redattrice capo, Ilya Barabanov, in un colloquio con Reporters sans frontières.

RUSSIA: Rimesso in libertà l’assassino di Magomed Evloiev

Reporters sans frontières è profondamente indignata dalla decisione della Corte suprema dell’Inguscezia di rimettere in libertà l’assassino di Magomed Evloiev, proprietario del sito di informazione indipendente Ingushetiya.ru, ucciso sa arma da fuoco il 31 agosto 2008.

Il 2 marzo 2010, la Corte suprema inguscia ha deciso di commutare la condanna a due anni di prigione, pronunciata nel dicembre 2009 nei confronti di Ibragim Evloiev (nessuna parentela con la vittima) in una condanna agli arresti domiciliari per due anni. Inoltre l’autore dell’omicidio, ex responsabile della guardia del ministro degli Interni inguscio, potrà essere reintegrato nel corpo di polizia. La pena degli arresti domiciliari è stata introdotta solo di recente nel codice penale russo e nessun precedente consente di capire come e quando  le autorità ingusce possono applicarla.

La condanna di Evloiev a due anni di prigione per “omicidio per imprudenza” era già profondamente insoddisfacente, ma questa nuova decisione della giustizia solleva ancora di più l’esecutore, e con lui tutta la polizia, dalla proprie responsabilità. La sua rimessa in libertà è una vera e propria provocazione, il segno della totale mancanza di indipendenza della giustizia inguscia.

Magomed Evloiev era conosciuto come uno dei principali oppositori dell’ex presidente inguscio Mourat Ziazikov. Illegalmente arrestato all’areoporto di Magas, era stato abbandonato qualche ora dopo incosciente e ferito da un colpo alla tempia davanti ad un ospedale della capitale, dove era deceduto qualche ora dopo.

In Inguscezia, repubblica del Caucaso russo, vicina della Cecenia, da anni è in corso una guerra civile che semina morti, attentati e rapimenti endemici.

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