ITALIA: Il reato di diffamazione deve essere ancora decriminalizzato

arton43725-d6bceReporter senza frontieres saluta il rifiuto del Senato italiano il 26 novembre della modifica repressiva all’aticolo 1 del progetto di legge sui reati stampa, approvato a la scorsa settimana e l’abbandono di quel progetto di legge. Tuttavia, l’organizzazione della libertà di stampa esprime la sua preoccupazione per la sospensione delle azioni parlametari sulla depenalizzazione della diffamazione.

“Siamo sollevati dal fatto che questo episodio grottesco sia finito”, ha detto. “L’emendamento, che destinato a prevedere pene detentive per diffamazione solo per i giornalisti, avrebbe annullato gli sforzi dei senatori per depenalizzare reati a mezzo stampa.”

“Questa lotta deve essere portato a termine fino in fondo. I membri del Parlamento non possono essere soddisfatti dello stato attuale delle cose e la diffamazione deve essere depenalizzato in via d’urgenza in un paese che è membro fondatore dell’Unione europea. Le ammende, che debbono sostituire le pene detentive, debbono essere ragionevoli e proporzionate, in conformità con gli standard internazionali e precedenti stabiliti presso la Corte europea dei diritti dell’uomo. “

Dopo una feroce campagna da parte dei media italiani, il Senato ha respinto l’articolo 1 del disegno di legge, che includeva l’emendamento controverso, con 123 voti a 29 con nove astensioni. Il partito del Popolo della Libertà, uno dei promotori del’emendamento che prevedeva di eliminare il carcere solo per i dorettori, non ha partecipato alla votazione.

ITALIA: Inaccettabile! Il Senato vuole mantenere la minaccia di pene detentive incombente sui giornalisti

Reporter senza frontiere è costernata per l’approvazione da parte del Senato italiano di un emendamento in contraddizione con un disegno di legge nato per depenalizzare la diffamazione a mezzo stampa. Secondo l’emendamento approvato dal Senato, i giornalisti continueranno ad essere esposti alla possibilità di reclusione.

“Contiamo sui membri del Parlamento italiano perché venga respinto questo emendamento e sollecitiamo tutti i parlamentari italiani a garantire che la legislazione in vigore sia rivisra in modo da promuovere la libertà di informazione,” ha dichiarato Reporter senza frontiere.

Dopo che il giornalista Alessandro Sallusti è stato condannato a 14 mesi di carcere con l’accusa di “diffamazione aggravata” nel mese di settembre, il Senato ha iniziato alcune settimane fa a lavorare su una progetto di legge d’urgenza disegnato per sostituire le pene detentive in caso di diffamazione con sanzioni pecuniarie .

Quando il progetto di legge  che vedeva la sostituzione del carcere con pesanti multe è arrivato nell’aula del Senato, la stragrande maggioranza cdei partiti dichiarò il proprio favore, ma il 13 novembre, a scrutinio segreto, il Senato ha approvato un emendamento della Lega Nord per introdurre il carcere nella nuova legge (con 131 voti a 94 e 20 astensioni).

Dopo una settimana di sospensione per cercare una soluzione contro l’ipotesi del carcere, il 22 novembre è stato approvato al Senato (con 122 voti a 111 e 6 astensioni) un emendamento proposto dalla Lega Nord e dal Popolo della Libertà (PDL) per eliminare il carcere e sostituire la pena con multe da 5.000 a 50.000 euro, ma questo solo per i direttori mentre resterebbero confermate le pene fino a un anno di carcere per tutti i giornalisti.

Il Senato è ora chiamato votare il disegno di legge il 26 novembre.

“Siamo scioccati dalla incoerenza e volubilità dei senatori italiani su una questione di tale importanza,”  ha detto il segretario generale di Reporter senza frontiere, Christophe Deloire. “Non siamo più di fronte ad un giudice che applica una legge obsoleta e sbagliata, ma con i parlamentari che prevedono una Legge che, niente di meno, prevede di imprigionare i giornalisti in un paese che è membro fondatore dell’Unione europea.

“In un atto di straordinaria incoerenza, i membri del PDL che avrebbero dovuto depenalizzare la diffamazione hanno reso la situazione ancora più complicata. La differenza del trattamento riservato ai giornalisti e ai direttori, anche se congiuntamente responsabili dal punto di vista editoriale, è discriminatoria, probabilmente incostituzionale e totalmente inaccettabile.

“Mentre le pene detentive sono assolutamente inconcepibili in un paese membro dell’Unione Europea, 50.000 euro di multa sono non meno inquietanti; nel contesto economico attuale, essi costituiscono una minaccia che è quasi efficace come carcere ed è forse anche più pericolosa.

“I senatori Pdl e Lega Nord volevano chiaramente colpire i giornalisti, che sarebbero obbligati a lavorare con una minaccia costante incombente su di loro. Questa legge, se approvata, renderebbe altamente probabile, per i soggetti di molte inchieste, di abusare di queste norme per sopprimere ogni nuova possibilità di indagine, per non parlare dell’impatto che la legge avrebbe sul livello di auto-censura già significativo in Italia.

“Il Governo e i Parlamentari italiani spingono sul fatto che gli stati membri UE debbano spingere verso l’adozione di standard democratici ai quali però essi stessi stanno, paradossalmente, voltando le spalle. L’Italia sta ancora una volta dimostrando che la legislazione è la più grande minaccia per la libertà dei media nell’Unione europea.

“Come RSF evidenzieremo questo ultimo deplorevole esempio al Comitato per libertà civili, la giustizia e gli affari interni del Parlamento europeo, Comitato che sta attualmente lavorando su una relazione sulla libertà dei media nei 27 Stati membri. E’ giunto il momento di porre fine a questa farsa. La depenalizzazione dei reati dei media deve essere un obbligo e una priorità dei Parlamenti di tutti i membri dell’Unione europea. “

Italia è classificata al 61° posto su 179 paesi nelle ultima classifica della libertà di stampa di Reporter senza frontiere, classifica che verrà aggiornata alla fine di gennaio.

ITALIA: Prigione per la violazione della legge sulla stampa da parte di uno Stato fondatore della UE

Reporter senza frontiere denuncia come oltraggiosa la condanna di un giornalista italiano a 14 mesi di prigione per una condanna per diffamazione.

La Corte di Cassazione il 26 settembre ha confermato la sentenza contro Alessandro Sallusti, per aver autorizzato la pubblicazione a febbraio 2007 di un articolo sul quotidiano Libero, riguardante un aborto eseguito su una tredicennel. Firmato sotto uno pseudonimo, l’articolo è stato ritenuto diffamatorio nei confronti di un giudice di Torino.

Sallusti era direttore del giornale. Al momento è il direttore de Il Giornale (quotidiano di proprietà del fratello dell’ex premier Silvio Berlusconi). Sallusti si è dimesso in seguito all’azione giudiziaria. La Procura di Milano ha sospeso la sentenza.

“Sospendere la sentenza non è affatto sufficiente,” ha detto Reporter senza frontiere. “Qualunque sia la natura di questo articolo, il semplice fatto che un giornalista può essere mandato in prigione per aver violato la legge sulla stampa è inaccettabile”.

Questa azione viola la Costituzione italiana, ha detto l’organizzazione per la libertà di stampa, così come le convenzioni internazionali che l’Italia ha ratificato. Queste includono la Convenzione europea dei diritti dell’uomo e il Patto internazionale sui diritti civili e politici. “La Corte europea dei diritti dell’uomo ha stabilito che le violazioni della legge sulla stampa debbono essere oggetto di sanzioni limitate e proporzionate. La reclusione è vietato, per il suo effetto intimidatorio sui giornalisti, “ha aggiunto l’organizzazione per la libertà di stampa.

Gli effetti del caso Sallusti avranno ripercussioni internazionali, ha aggiunto l’organizzazione. “Quale credibilità può avere l’Unione europea nel richiedere ai paesi candidati all’adesione o agli stato associati a seguire gli standard europei della libertà di stampa, quando uno dei fondatori li calpesta?”, Ha concluso l’organizzazione chiedendo la revoca della sentenza giudiziaria.

ITALIA: Giornalisti investigativi e blogger sotto la minaccia di un nuovo progetto di “legge bavaglio”

Reporters sans frontères condanna con forza la ripresa in esame di un disegno di legge del governo italiano, volto in particolare a limitare la pubblicazione di intercettazioni telefoniche a mezzo stampa e ad istituire un diritto automatico di risposta. Il testo, approvato dal Senato nel giugno 2010, fu sepolto dopo la protesta della società civile. Ma in un momento di grande attualità per il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, la sua adozione è stata posta all’ordine del giorno della Camera dei Deputati. Un po’ annacquata da emendamenti approvati in commissione il 5 ottobre 2011, la versione finale inizia ora l’iter in seduta plenaria per un voto previsto la prossima settimana.

“Le ultime modifiche non cambiano il nocciolo della questione: limitare la pubblicazione delle intercettazioni telefoniche a mezzo stampa è un grave ostacolo al giornalismo investigativo, un modo rozzo e disonesto di imbavagliare la stampa“, ha dichiarato Reporters sans frontières. “Questo progetto riveste un forte aspetto politico. Il governo sta cercando di far passare sotto silenzio gli scandali sessuali che coinvolgono il Presidente del Consiglio, spesso rivelati proprio dalla pubblicazione di intercettazioni telefoniche. Inoltre, se i blogger sembrano risparmiati nell’ultima versione del testo, i giornalisti online dovranno probabilmente censurare se stessi o pubblicare ogni richiesta di modifica, piuttosto che rischiare di essere condannati a multe di € 12 000  La mancata presa in considerazione del diritto all’informazione, il carattere automatico e senza contraddittorio delle condanne, sono completamente contrari con i principi internazionali e della giurisprudenza europea. L’Italia, come democrazia e membro della Unione europea ha il dovere di difendere le libertà civili. I Parlamentari italiani dovrebbero prendere in considerazione la dimensione internazionale della loro azione e abbandonare questo progetto”.

Misure liberticide

Secondo gli emendamenti approvati in commissione, nulla potrà essere pubblicato prima che i giudici e gli avvocati concordino su quali intercettazioni siano “essenziali per dimostrare la colpevolezza o l’innocenza.” I giornalisti che pubblichino intercettazioni “irrilevanti” saranno punibili con il carcere da 6 mesi a 3 anni, e senza alcuna considerazione se le informazioni siano o no d’interesse pubblico. Queste misure volte a regolare l’indagine giudiziaria danneggeranno le inchieste sulla corruzione e sulla criminalità organizzata, spesso basate sulla base di intercettazioni telefoniche. Reporters sans frontières chiede al Governo italiano di fare un passo indietro e non stabilire una giustizia a due velocità.

D’altra parte, secondo il disegno di legge, chiunque può richiedere a sua discrezione e con una semplice richiesta (anche via e-mail), la pubblicazione di una “dichiarazione o di una correzione per smentire un’informazione on line ritenuta calunniosa. Questa disposizione rivolta inizialmente a tutti gli autori di contenuti Internet tra cui i blogger, ha sollevato un tale clamore che è stata poi ristretta ai soli siti “professionisti”. Ma la vaghezza di questo articolo, che prevede una multa di 12.000 euro se la modifica non viene pubblicata entro 48 ore, è estremamente preoccupante. Inoltre la misura è automatica, in nessun posto è prevista l’apertura di un contraddittorio o criteri quali la veridicità dei fatti contestati o la buona fede dell’autore.

Italia fuori delle norme europee?

Reporters sans frontières ricorda che, secondo la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU), “la automaticità sulla base della presunta pericolosità di un reato” non può prevalere quando si tratta di un argomento di interesse pubblico. Allo stesso modo, i giudici di Strasburgo hanno stabilito che il diritto d’informazione deve prevalere nel monitoraggio dei casi giudiziari e nella pubblicazione delle intercettazioni. Deve essere l’autorità giudiziaria a giudicare la proporzionalità tra la pubblicazione della sede e la violazione della privacy.

Le autorità italiane sanno anche che il principio della libertà d’espressione vale per Internet: se ne sono recentemente ricordate nella ultima versione del regolamento di tutela della proprietà intellettuale sviluppato dall’Autorità nazionale di comunicazione (Agcom) (http://rsfitalia.org/2011/07/07/italia-agcom-rinvia-il-progetto-di-filtraggio-internet-e-ne-rivede-le-regole/).

Una vasta mobilitazione

Molti giornalisti e blogger hanno manifestato opposizione alla legge, il 5 ottobre a Roma al Pantheon. Molti di loro avevano post-it sulla bocca per protestare contro la “legge bavaglio” e hanno minacciato lo sciopero se il governo non ritirerà la proposta di legge. I giornalisti hanno anche espresso l’intenzione di appellarsi alla Corte Costituzionale ed alla Corte europea dei diritti dell’uomo.

Lo stesso giorno, l’enciclopedia online Wikipedia ha bloccato gli 800.000 accessi quotidiani alla sua versione italiana in segno di protesta contro il disegno di legge. “L’obbligo di pubblicare le smentite previsto dalla legge, senza poter entrare nel merito di queste smentite e senza possibilità di controllo, per Wikipedia è una limitazione inaccettabile della  libertà di espressione e di indipendenza “, dice la nota visualizzata al posto del consueto contenuto. Anche il co-fondatore di Wikipedia, Jimmy Wales, ha fatto dichiarazioni forti contro la proposta di legge del governo italiano (http://www.journalismfestival.com/news/exclusive-ijf-interview-of-jimmy-wales-co-founder-of-wikipedia/)

Reporters sans frontières sostiene queste mobilitazioni che seguono le manifestazioni di luglio 2010 contro la prima versione del disegno di legge (http://rsfitalia.org/2010/07/07/italia-9-luglio-2010-blackout-dellinformazione-italiana-unanticipazione-di-quanto-sta-per-avvenire/). RSF ricorda che 13 luglio 2010, Frank La Rue, relatore speciale dell’ONU sulla libertà di opinione e di espressione, aveva chiesto al governo italiano di Silvio Berlusconi di abbandonare il disegno di legge (http://rsfitalia.org/2010/07/13/lonu-si-unisce-allocse-nel-chiedere-il-ritiro-della-legge-bavaglio-il-comunicato-internazionale-di-rsf/).

ITALIA: AGCOM rinvia il progetto di filtraggio Internet e ne rivede le regole

Reporters sans frontières valuta positivamente la decisione dell’agenzia di telecomunicazioni AGCOM di rivedere la sua proposta di risoluzione sulla tutela del copyright in linea con l’obiettivo di dare maggiore attenzione al rispetto delle libertà fondamentali.

I nuovo progetto di regolamentazione per la “protezione del copyright su reti di comunicazione elettronica”, approvato dalla agenzia di ieri, sarà oggetto di una consultazione pubblica per 60 giorni. La decisione definitiva sarà presa solo dopo questa fase.

Reporters sans frontières studierà la nuova proposta nel dettaglio ed è pronta a contribuire alla stesura degli emendamenti a partecipare alla consultazione,  offrendo la propria esperienza in materia di libertà di espressione.

ITALIA: Agenzia italiana pronta a deliberare poteri arbitrari di filtraggio Internet

Reporters sans frontières si rammarica del fatto che la agenzia per le telecomunicazioni Italiana, AGCOM,  ha intenzione di votare domani una risoluzione che darà il potere di bloccare siti web e rimuovere i contenuti online che si presume violino il copyright e questo senza nessun coinvolgimento della Magistratura.
“Le autorità italiane stanno per creare un sistema di filtraggio di Internet che non coinvolge i tribunali, dimenticando così che il diritto di ricevere e diffondere informazioni ai sensi dell’articolo 10 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo comprende Internet, e ignorando le garanzie che dovrebbero essere insite nell’esercizio di un diritto fondamentale”

“Dopo diversi tentativi falliti di imporre questo tipi di controllo fallito a livello parlamentare, le autorità italiane stanno ora cercando di eludere il processo democratico e di farli adottare da un organo il cui presidente è nominato su proposta del primo ministro italiano”.

Se la AGCOM adotta la risoluzione, ad un sito web sospettato di violare i diritti d’autore verrà chiesto di rimuovere i contenuti contestati entro 48 ore. Se non ubbidisce, il sito e l’azienda che sostiene il possesso dei diritti d’autore sui contenuti contestati devono comparire davanti alla AGCOM entro cinque giorni. Nessun giudice viene coinvolto e nessun appello contro la decisione dell’AGCOM sarà possibile. Al termine del periodo di cinque giorni, l’AGCOM potrà decidere la rimozione del contenuto controverso o, se è coinvolto un sito straniero, di bloccarne l’accesso.

L’obbligo di rimuovere i contenuti Internet potrebbe quindi portare gli operatori a praticare una censura preventiva al fine di evitare procedimenti AGCOM, dando quindi luogo ai privati del settore ​​un ruolo di polizia di Internet. Un progetto di decreto del governo francese con intenzioni simili è stato condannato il mese scorso dal Consiglio Digitale Nazionale della Francia.

Consentendo all’AGCOM a darsi questa autorità, il governo italiano sta aggirando la cautela del Parlamento italiano e violando il principio della separazione dei poteri.

AGCOM, i cui poteri sono regolamentati da una legge del 1997, sta quindi per regalarsi il potere di imporre sanzioni e di porsi come centro di tutti i procedimenti, in qualità di attore e giudice al tempo stesso. Già nelle consultazioni avvenute nei mesi scorsi, la maggior parte delle associazioni interpellate si sono opposte al provvedimento.

La creazione di un ente governativo con il potere di filtrare Internet senza un controllo giudiziario è stata già condannata dal relatore speciale delle Nazioni Unite Frank Larue in un rapporto sulla libertà di espressione online.

Reporters sans frontières esorta l’AGCOM ad abbandonare questo progetto e, al contrario, operare per  garantire la neutralità della rete.

RSF: I predatori della Libertà di Stampa 2011, i 38 capi di stato e signori della guerra che seminano il terrore tra i giornalisti

Predatori della Libertà di Stampa 2011

I capi di una macchina repressiva, i leader politici dei regimi ostili
alle libertà civili e gli organizzatori di campagne di violenza diretta contro i
giornalisti – questi i 38 predatori della libertà di stampa del rapporto 2011 di Reporters sans frontières, reso pubblico il 3 maggio, Giornata Mondiale per la Libertà di Stampa.

Per scaricare il rapporto completo (in inglese, 47 pagine, 26 MB) cliccare su  questo link:  http://rsfitalia.files.wordpress.com/2011/05/predateurs_gb27042011.pdf

Per quanto riguarda l’Italia, anche quest’anno, tra i 38 predatori è presente la criminalità organizzata italiana, che continua a considerare propri nemici i giornalisti che ne parlano, Il rapporto ricorda i casi più noti di giornalisti minacciati (da Roberto Saviano a Lino Abbate a Rosaria Capacchione) così come il mancato sostegno del Primo Ministro italiano, Silvio Berlusconi, che -a novembre 2009- dichiarò che avrebbe voluto strozzare scrittori e autori di cinema  che davano una cattiva immagine dell’Italia parlando di mafia e camorra.

Nel rapporto 2011 il “posto d’onore” va al Nord Africa e al Medio Oriente, luogo che hanno visto negli ultimi mesi eventi drammatici e talvolta tragici. Il mondo arabo  ha visto i più importanti cambiamenti nella lista dei predatori rispetto al 2010. Alcuni sono caduti. Il primo ad andarsene è stato il Presidente della Tunisia Zine el-Abidine Ben Ali, costretto a dimettersi il 14 gennaio, dando così al suo popolo la possibilità di avviarsi su una strada democratica.  Altri predatori, come Ali Abdallah Saleh dello Yemen, che è stato travolto dall’ondata di proteste radicali suo paese, o della Siria Bashar al-Assad, che risponde con il terrore alle aspirazioni democratiche del suo popolo, potrebbero anche cadere. E che dire di Muammar Gheddafi, la “Guida della Rivoluzione”, ora la guida della violenza contro il suo popolo, una violenza che è sorda alla ragione? E il re del Bahrain, Ben Aissa Al-Khalifa, che dovrebbe rispondere per la morte di quattro attivisti in carcere, tra cui il fondatore dell’unico giornale di opposizione, e per l’operazione repressiva contro le vaste manifestazioni pro-democrazia?

La libertà di espressione è stata una delle prime richieste dei popoli in rivolta, una delle prime concessioni dei regimi transitori e uno delle prime realizzazioni, anche se molto fragili, delle rivoluzioni.

Tentativi di manipolare i giornalisti stranieri, arresti arbitrari e detenzione, deportazione, negazione di accesso, intimidazioni e minacce – la lista degli abusi contro i media nel corso della primavera araba è sconcertante. La determinazione a ostacolare i mezzi di comunicazione non si è fermata agli omicidi in quattro paesi – Siria, Libia, Bahrein e Yemen. Gli incidenti mortali includono Mohamed Al-Nabous, colpito da cecchini a libro paga del governo nella città libica di Bengasi il 19 Marzo, e due giornalisti uccisi direttamente dalle forze di sicurezza nello Yemen il 18 marzo.

Ci sono stati più di 30 casi di detenzione arbitraria in Libia e di un numero simile di corrispondenti stranieri espulsi. Metodi simili sono stati utilizzati in Siria, Bahrein e Yemen, dove le autorità fanno ogni sforzo possibile per mantenere i mezzi di comunicazione a distanza in modo che non possano girare video della repressione.

I media hanno raramente avuto un ruolo così fondamentale nei conflitti. Questi regimi, già tradizionalmente ostili alla libertà dei media, hanno trattato il controllo delle notizie e delle informazioni come una delle chiavi per la loro sopravvivenza.

I giornalisti sono stati direttamente presi di mira dalle autorità o catturati nel fuoco incrociato delle violenze tra attivisti e forze di sicurezza, ricordando a tutti noi i rischi che corrono nello svolgere il loro lavoro essenziale.

Resto del mondo

In Asia, alcuni leader sono stati sostituiti, senza alcuna modifica dei sistemi repressivi. Thein Sein ha sostituito Than Shwe al capo del regime in Birmania (dove 14 giornalisti sono in carcere). Il Partito Comunista ha scelto Nguyen Phu Trong al posto di Nong Duc Manh in Vietnam (dove 18 cittadini della rete sono attualmente in carcere). In entrambi i paesi, un predatore ha preso il posto di un altro.
Le onde d’urto della primavera araba hanno influenzato le politiche perseguite dal predatore della Cina, il presidente Hu Jintao, e del predatore dell’Azerbaigian, il presidente Ilham Aliyev. Essi temono la possibile diffusione di questo virus. Più di 30 dissidenti, avvocati e attivisti dei diritti umani sono detenuti in isolamento in Cina. Non c’è modo di sapere che cosa sia successo loro. Una delle ultime vittime è l’artista di fama internazionale, Ai Wei Wei. No si sa dove sia detenuto. Le autorità azere hanno adottato varie tattiche per tacitare i mezzi di comunicazione in risposta ai tentativi di
organizzare manifestazioni in stile arabo a Baku. Anche attivisti Facebook  sono stati incarcerati. Sono stati rapiti e minacciati reporter che lavoravano per il quotidiano dell’opposizione Azadlig. I giornalisti che cercavano di coprire le proteste sono stati arrestati e picchiati. Internet è stata bloccata.

Altri predatori rimangono tragicamente fedeli a se stessi. Issaias Afeworki in Eritrea, Gurbanguly Berdymukhamedov in Turkmenistan e Kim Jong-il in Nord Corea che restano i peggiori regimi totalitari del mondo. La loro crudeltà è sconcertante. L’estrema centralizzazione dei poteri, le purghe e
la loro propaganda onnipresente non lasciano spazio ad alcuna libertà.

I predatori dell’Iran – Mahmoud Ahmadinejad, rieletto presidente della Repubblica Islamica nel giugno 2009, e Ali Khamenei, leader supremo – sono gli artefici di una repressione implacabile segnata da prove di stile stalinista contro politici dell’opposizione, giornalisti e attivisti dei diritti umani. Più di 200 giornalisti e blogger sono stati arrestati dal giugno 2009, 40 sono ancora detenuti e circa 100 hanno dovuto abbandonare il paese. Si stima che 3.000 giornalisti siano attualmente senza lavoro perché i loro giornali sono stati chiusi o loro comunque non riassunti. Reporter sans frontières chiede un inviato speciale sui diritti umani da mandare in Iran con urgenza, in linea con la risoluzione adottata dalle Nazioni Unite Consiglio dei Diritti Umani il 24 marzo.

L’altro lato dell’Atlantico ha visto una insolita aggiunta alla lista dei predatori della libertà di stampa: le milizie proprietà dell’ imprenditore honduregno Miguel Facusse Barjum che hanno avuto le mani libere per minacciare i media di opposizione al colpo di stato del giugno 2009  – in particolare le piccole stazioni radio che intraprendono una battaglia tra Davide e Golia contro i grandi interessi economici e politici.

Pakistan e Costa d’Avorio – due priorità per l’anno prossimo

Reporters sans frontières continuerà a lavorare sul tema delle violazioni della libertà dei media da parte della criminalità organizzata. Il rapporto iniziale, emesso nel marzo 2011, sarà sviluppato soprattutto in vista della visita che il Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani Navanethem Pillay farà nei prossimi mesi in Messico, dove sette giornalisti sono stati uccisi nel 2010.

La violenza è anche il problema principale in Pakistan, dove 14 giornalisti sono stati uccisi in poco più di un anno. Il Pakistan continua a essere uno dei paesi più pericolosi del mondo per i media.

Internet

Per quanto riguarda Internet, la priorità per Reporter sans frontières sarà quella di difendere la libertà della rete, che è minacciata da proposte di legge in diversi paesi. RSF è preoccupata per la crescente pressione – più o meno intensa a seconda della natura del regime – su aziende del settore Internet, in particolare sii fornitori di servizi Internet.

Sempre più giornalisti e cittadini della rete sono stati repressi in Vietnam, dove il Partito Comunista segue il modello di grande fratello cinese per quanto riguarda la governance e la repressione.

La comunità internazionale -in completo silenzio su molti paesi come Azerbaigian, Vietnam, Eritrea e le dittature dell’Asia centrale (in particolare Turkmenistan e Uzbekistan)- più che colpevole, è complice. Esortiamo le democrazie non continuare nascondersi dietro i loro interessi commerciali geopolitici.

Mimmo Càndito giovedì a Scienze della Comunicazione Bologna

A quattro anni dall’assassinio della giornalista russa Anna Poltkosvkaja, sono centinaia i reporter uccisi nella ex Unione Sovietica. E non va meglio in altre parti del mondo: tra censura, disinformazione e spettacolarizzazione, sono ancora tante le sfide da combattere per un giornalismo che guarda alla giustizia e cerca la verità.

Sono alcuni dei temi che affronterà il professor Mimmo Càndito, giornalista, inviato di guerra de La Stampa, presidente di Reporters sans frontieres-Italia, scrittore e docente di Teoria e tecniche del linguaggio giornalistico (Università di Torino) giovedì 7 ottobre alle ore 17 al dipartimento di Discipline della comunicazione (aula A, via Azzo Gardino, 23).

La conferenza di Mimmo Càndito dal titolo “I Reporter di guerra” introduce il corso di “Comunicazione giornalistica” di Mauro Sarti. L’incontro è aperto al pubblico.

da www.modena2000.it

L’ONU si unisce all’OCSE nel chiedere il ritiro della “legge bavaglio”, il comunicato internazionale di RSF

Quello che segue è la traduzione del comunicato emesso da Reporters sans frontières a livello internazionale, lo si può leggere:

Reporters sans frontières ha salutato positivamente la richiesta fatta oggi dal relatore speciale delle Nazioni Unite per la libertà di opinione e di espressione di chiedere al governo italiano di Silvio Berlusconi di abbandonare il progetto di legge che limita la pubblicazione delle trascrizioni di intercettazioni telefoniche e di atti giudiziari.

Il funzionario ONU, Franck La Rue, ha inoltre invitato le autorità italiane per aprire un dialogo con tutte le parti interessate in modo da essere “sicuri che le loro preoccupazioni siano state prese in considerazione.”

“Le Nazioni Unite si prendono molto seriamente  le loro responsabilità nel difendere il diritto di ogni individuo di cercare e condividere notizie ed informazioni, diritti che sono garantiti dalla Convenzione internazionale sui diritti civili e politici, firmata anche dall’ Italia. Noi valutiamo positivamente questa richiesta ufficiale e pensiamo che dovrebbe essere ascoltata dalle autorità italiane “, ha dichiarato Reporters sans frontières. “Speriamo che l’ONU applichi la stessa logica anche ad altre leggi che sono altrettanto preoccupanti in altri paesi. La quantità di legislazione draconiana è, purtroppo, enormemente aumentata all’interno dell’Unione europea, come nel resto del mondo “, ha aggiunto RSF.

“Ribadiamo il nostro appello a tutti i deputati in Italia, al Parlamento, di respingere una legge controversa come quella che è stata condannata da organismi internazionali e da così tante persone. Sarebbe inconcepibile per un paese membro fondatore dell’Unione europea approvare una legge così chiaramente contestata a livello internazionale. I Deputati italiani hanno ora la possibilità per dimostrare che l’interesse pubblico di tutti gli italiani ha sempre la precedenza sugli interessi privati di alcuni di loro “, ha concluso Reporters sans frontières.

ONU: “Il disegno di legge sulle intercettazioni, nella sua forma attuale, può minare il godimento del diritto alla liberta’ di espressione in Italia”

Il disegno di legge sulle intercettazioni ora ha anche l’opposizione delle Nazioni Unite. Il relatore speciale dell’Onu sulla liberta’ di espressione Frank La Rue ha scritto in un comunicato, diffuso martedì 13 luglio, che il provvedimento deve essere “abolito o modificato”. “Se adottato nella sua forma attuale puo’ minare il godimento del diritto alla liberta’ di espressione in Italia” scrive La Rue.

La voce dell’Onu è solo l’ultima, anche se la più prestigiosa, che si alza contro il ddl. Giusto un mese fa aveva espresso i propri dubbi l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa. Dunja Mijatovic, responsabile Osce per la libertà dei media, aveva chiesto il 15 giugno all’Italia di rinunciare al disegno di legge o di modificarlo. “Sono preoccupata che il Senato abbia approvato una legge che potrebbe seriamente ostacolare il giornalismo investigativo in Italia – scriveva Dunja Mijatovic -. I giornalisti devono essere liberi di riferire su tutti i casi di pubblico interesse e devono poter scegliere come condurre una indagine responsabile”.

La contestazione di tutti i giornalisti italiani al disegno di legge, quindi, non è una mera difesa di “casta”, come qualcuno ha detto, ma la giusta sollevazione contro un disegno di legge contrario ai più basilari concetti di democrazia e che, come certificano gli organismi internazionali, non è in sintonia con gli standard internazionali sulla libertà di espressione.

Domenico Affinito
Vicepresidente Rsf Italia

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