DANIMARCA: La stampa e il mondo culturale cedono veramente all’autocensura? (4ta parte)

Reporters sans frontières continua la propria riflessione sullo stato della libertà di espressione e dell’autocensura in Danimarca, pubblicando ogni settimana l’intervista di un personaggio della stampa, dei media o delle arti.

Dopo Flemming Rose, Carsten Jensen, e Lotte Garbers, presidente dell’Associazione danese degli scrittori (“Dansk Forfatterforening”) vi proponiamo oggi il contributo di Tøger Seidenfaden, redattore capo del quotidiano Politiken.

Perché il problema della libertà di stampa si ripropone in modo permanente sulla scena politica in Danimarca? E’ forse minacciata?

E’ molto importante comprendere il contesto e la logica molto particolare di questo dibattito in Danimarca. All’origine c’è la situazione critica sollevata dalle caricature. Da allora, il criterio utilizzato per misurare la libertà di espressione è il grado di aggressività utilizzato verso la minoranza musulmana. Grosso modo, se non passiamo il nostro tempo ad insultare i musulmani da mattina a sera, vuol dire che non c’è più libertà di espressione. E’ in questo contesto che bisogna analizzare i risultati di uno studio, pubblicato di recente dalla rivista del sindacato LO.

Lo studio stabilisce in modo generalizzato che gli artisti danesi applicherebbero l’autocensura.

Cosa che è falsa. Si sono poste delle domande aperte agli artisti, chiedendo loro per esempio se gli succedesse di limitarsi nelle loro opere. Poi si sono interpretate le risposte, come se fossero prove che gli artisti hanno paura di essere vittime di attacchi terroristici. Bè, è un po’ più complicato di così. L’autocensura può essere esercitata anche come un criterio di qualità. Non è proprio di censura che bisogna parlare però. Ma piuttosto dell’esito di una riflessione sui propri valori. Gli artisti si sentono traditi dall’interpretazione che è stata data delle loro risposte.

Perché il dibattito sulla libertà di espressione è sempre collegato all’Islam?

Perché è collegato alla questione dell’integrazione, dell’immigrazione, dei rapporti tra la maggioranza e le minoranze… Per darvi un’idea del tenore del dibattito, prendiamo due esempi recenti. Nel primo caso, le dichiarazioni di un deputato danese, che ha ricevuto la lettera da una donna della sua circoscrizione, che gli chiedeva aiuto per poter riavere i propri figli, che non poteva più nemmeno vedere, a causa di un conflitto con l’ex marito. Il deputato le ha risposto che non poteva che prendersela con se stessa, visto che aveva sposato un musulmano. Interrogato da un giornalista, il parlamentare si è difeso dicendo che tutti i musulmani sono così.

Il presidente dell’Associazione per la libera stampa – che si preoccupa soprattutto delle minacce islamiche – ha dichiarato, in un’intervista, che tutti i musulmani abusano sessualmente delle figlie. Ne è seguito così un dibattito, nel corso del quale un deputato del Partito del popolo danese (estrema destra) – un pastore e un intellettuale del partito – ha aggiunto che i musulmani non facevano altro che stuprare le figlie e che uccidevano anche i loro figli. La direzione del partito ha riconosciuto che l’espressione non era tra le più felici, ma ha ribadito che esisteva un problema e che bisognava parlarne.

Vuol forse dire che si può dire qualsiasi cosa in Danimarca?

Ebbene sì. Dopo la pubblicazione delle caricature abbiamo avuto un dibattito molto vivace in Europa sulla rinascita dell’antisemitismo. In nessun momento si è sentito dire che c’era un problema di libertà di espressione. Tutti sono d’accordo con l’affermare che tale rinascita era negativa e che bisogna combattere l’antisemitismo. Nessuno ha detto che era necessario difendere il diritto di esprimere delle opinioni antisemite. Eppure, durante il periodo critico delle caricature, ciò non è avvenuto. E questo per ragioni politiche. Invece di avere un dibattito sull’islamofobia crescente, abbiamo preferito questo argomento sulla difensiva. Abbiamo respinto il dibattito sull’islamofobia e abbiamo tirato in ballo la questione della libertà di espressione. Il resto degli avvenimenti ha mostrato in effetti che c’era una parte di verità. Che la libertà di espressione era in gioco. Ma non si è aspettato di arrivare alle minacce di violenza per difendere la posizione. E’ una logica che si è stabilita in quell’occasione e resta lo schema dominante in cui continua il dibattito.

Secondo lei è una conseguenza della situazione politica in Danimarca dal 2001?

Certamente. E per il fatto che il governo liberal conservatore, al poter dal 2001, lavora a stretto contatto con il Partito del popolo danese, che ha posizioni paragonabili a quelle di altri partiti dell’estrema destra in Europa, ma che è riuscito a riscuotere una certa credibilità. In un contesto simile, il governo non può passare il suo tempo a condannare il proprio alleato. Al contrario ha la tendenza a legittimarlo, poiché gli torna comodo. Il risultato è che non si può avere un dibattito sull’islamofobia o sul razzismo in Danimarca. Sarebbe troppo scomodo per il governo. Potrebbe minacciare l’ortodossia politica che regna in questo paese.

Allora si parla di libertà di espressione e dei pericoli che gravano su di essa. Ma non vede alcun pericolo..

Ovviamente il tentativo di omicidio di Kurt Westergaard rappresenta una minaccia contro la libertà di espressione. Ma non posso dire che in conseguenza a ciò di è instaurato il silenzio di critica verso l’Islam. Il dibattito resta estremamente vivace e persino violento

In autunno due uomini sono stati arrestati negli Stati Uniti, sospettati di preparare un attentato contro Jyllands Posten. Poi il tentativo di omicidio di Kurt Westergaard. In nessuna di queste due occasioni i giornali danesi hanno scelto di ripubblicare le caricature. Perché?

I redattori capo dei diversi giornali hanno dato diverse spiegazioni. Ciò che è certo e che non c’entrava la libertà di espressione. In Danimarca, la gente ha capito che questi disegni erano diventati il pretesto per l’odio e rappresentavano una provocazione e un’umiliazione per i musulmani. Tutti le hanno viste. Tutti sanno di cosa si tratta. E’ dunque un fenomeno di autocensura non pubblicarli? Secondo me è piuttosto un segno di maturità. D’altra parte guardate gli Stati Uniti, che hanno una tradizione di libertà di stampa ben più forte che in Europa: mai i giornali americani hanno pubblicato le caricature.

Cosa ne deduce?

In autunno il ministero della Difesa ha tentato di proibire la pubblicazione di un libro, scritto da un soldato di elite. C’era un tentativo di censura che non è riuscito, soprattutto perché abbiamo pubblicato il libro sul nostro giornale. Nonostante ciò, in quell’occasione, i pericoli per la libertà di stampa non sono stati considerati. Si è preferito parlare dell’importanza di mantenere il segreto, poiché questo non rientrava nello schema del dibattito dominante. Tuttavia è certo che la Danimarca resta un paese dove la libertà di espressione non ha limiti.

Politiken ha recentemente pubblicato un testo di scuse ai musulmani che hanno potuto essersi sentiti offesi dalle caricature che il giornale aveva pubblicato nel 2007. Perché?

Dall’estate 2009, l’avvocato Faizal Yamani, rappresentante di 100 000 discendenti del profeta raggruppati in otto organizzazioni nazionali, chiede ai giornali danesi che avevano pubblicato la caricatura di Kurt Westergaard nel febbraio 2008, di non farlo più e di scusarsi. La situazione ha permesso di mettere in pratica ciò che noi abbiamo costantemente cercato, il grande assente del caso delle caricature: il dialogo. Con un po’ più di dialogo da parte del governo danese nel 2005-2006, non ci sarebbe stata la crisi internazionale.

Cosa dice l’accordo?

In sostanza noi esprimiamo il nostro dispiacere e presentiamo le nostre scuse per aver – e ciò è innegabile – offeso un grande numero di musulmani con la ristampa delle caricature. Non abbiamo mai avuto intenzione di offendere nessuno non abbiamo fatto altro che pubblicare il disegno come prova documentale. In cambio Yamani e le organizzazioni accettano le scuse. Si dichiarano soddisfatti ed esprimono in una dichiarazione comune con noi il desiderio di ridurre le tensioni e di ristabilire dei buoni rapporti tra la Danimarca e il mondo musulmano, così come tra i media danesi e i musulmani. Siamo molto soddisfatti. E’ il primo esempio di un tentativo che cerca di mettere fine allo spiacevole caso delle caricature, sulla base di un accordo che rispetta i valori delle due parti. E’ importante notare che Yamani ha lasciato cadere la sua richiesta di farci promettere di non “ricominciare”, ciò che ci consente di mantenere tutta la nostra libertà per il futuro. Se decidessimo di ristampare le caricature domani – cosa che non abbiamo nessuna intenzione di fare – ciò non sarebbe affatto in contraddizione con l’accordo.

Siete stati accusati di aver ceduto alle pressioni del mondo arabo e musulmano. Il giornale ha rinunciato alla propria libertà di espressione?

Poiché l’accordo non limita per niente la nostra linea editoriale, l’idea di aver ceduto alla pressione è falsa. Crediamo in questo accordo. Non per evitare processi, da cui usciremmo vincitori davanti a tutti i tribunali occidentali, credo. Ma per mettere in pratica le nostre idee di dialogo – in Danimarca e verso il mondo musulmano (nello spirito del discorso del Cairo del presidente Barack Obama). E’ la missione del giornale? Sì. Noi non siamo ne diplomatici ne politici, ma un attore responsabile verso la società civile. Ed è in questa prospettiva che ci assumiamo le nostre responsabilità.

Non avete creato un precedente e reso le cose più difficili per il futuro, anche per gli altri giornali danesi, una volta perseguiti dalla giustizia?

L’idea che un accordo informale e simbolico esponga altri giornali a dei processi è ridicolo. Questo accordo non contiene alcuna sanzione, ne fa riferimento ad alcun luogo di arbitraggio o ad elementi giuridici. Si tratta di un semplice scambio di lettere e di testi. Il rischio di querele esiste comunque e non c’è niente di nuovo per i rapporti tra querelante e querelato. Al contrario, facciamo vedere che è possibile un altro percorso. Spesso è sufficiente ascoltarsi un po’…Spero che altri media danesi facciano qualcosa di simile. Ma questo sottolinea il loro libero arbitrio.

DANIMARCA: La stampa e il mondo culturale stanno veramente cedendo all’autocensura? (3a parte)

Reporters sans frontières continua la propria riflessione sullo stato della libertà d’espressione e delll’autocensura in Danimarca, pubblicando ogni settimana l’intervista ad un personaggio della stampa, dei media o del mondo dell’arte.

Dopo Flemming Rose e Carsten Jensen, oggi viene presentato il contributo di Lotte Garbers, presidente dell’Associazione danese degli scrittori (“Dansk Forfatterforening”).

La libertà di espressione è minacciata in Danimarca?

E’ una domanda difficile, perché non abbiamo delle discussioni aperte in Danimarca sull’integrazione e l’immigrazione. Di conseguenza, che la pubblicazione delle caricature abbia potuto provocare una reazione di questo tipo nel mondo per noi è stato uno vero e proprio choc. Per la prima volta ci siamo ritrovati davanti alla scena internazionale e abbiamo dovuto affrontare minacce da parte di terroristi. E’ il motivo per cui la questione continua ad essere molto delicata sul piano politico.

C’è una tendenza all’autocensura?

Un sondaggio recente conferma che gli artisti e gli scrittori praticano l’autocensura. Ma non appena è stato pubblicato, tutti i politici, compreso il ministro della Cultura, l’avevano già criticato. Avremmo potuto comprendere la loro veemenza se si trattasse di difendere le condizioni di vita e di lavoro degli artisti e degli scrittori, i loro salari.. Ma non era questo il caso.

Anche lei ha contestato i risultati di questo sondaggio..

Due terzi delle persone contattate non hanno voluto prendere parte all’inchiesta, perché era evidente che si trattava di un’iniziativa politica, che si voleva a tutti costi trovare un legame con la crisi scatenata dalle caricature. E’ stato manipolato fin dall’inizio. Ad oggi, nessun membro delle sedici organizzazioni contattate ha ricevuto esplicitamente delle minacce. Noi non ne abbiamo mai sentito parlare. Siamo abituati alla libertà di espressione, a farne uso senza limitazioni. Naturalmente tutti gli artisti praticano l’autocensura. Ma c’è un’autocensura volontaria e un’autocensura indotta. Non ci risultano casi di autocensura volontaria finora.

Eppure ci sono artisti o scrittori che dicono di fare attenzione al contenuto delle loro opere per paura delle rappresaglie..

Il 5% di coloro che hanno risposto hanno dichiarato di avere paura. Questo non è sufficiente per parlare di autocensura in termini generali. Per esempio Kǻre Bluitgren, che ha dato inizio alla pubblicazione delle caricature, ha pubblicato di recente un libro per bambini, che spiega il Corano in modo piuttosto critico: eppure non ha ricevuto una sola minaccia, perché il suo libro è articolato ed intelligente. Ci sono comunque dei casi di scrittori assai noti in Danimarca, che hanno rifiutato di fare delle caricature di Maometto. Ma non perché avessero paura. Ritenevano semplicemente che fosse un mezzo facile per mettersi in mostra in Danimarca. Ed inoltre perché in fondo ciò non avrebbe fatto altro che nuocere alla propria arte.

Perché secondo lei il dibattito riguardante le minacce che grava sulla libertà di espressione è collegato alla questione islamica in Danimarca?

La ragione è semplice: abbiamo in Parlamento un partito a cui piace prendersela con l’Islam. Non abbiamo difficoltà in Danimarca ad assorbire il concetto di villaggio globale. E lo manifestiamo con parecchia arroganza. Noi utilizziamo anche la libertà di espressione in un modo molto arrogante. Recentemente, un membro del Partito del popolo danese (estrema destra) ha dichiarato che i padri musulmani autorizzerebbero lo stupro delle figlie. La libertà di espressione sta per diventare la libertà di dire qualsiasi cosa, su chiunque e in qualsiasi momento. Il deputato aveva basato le proprie dichiarazioni sull’opera di una scrittrice danese che raccontava la storia di sei giovani donne di origine musulmane maltrattate dai padri. L’autrice ha reagito dicendo di non accettare nessuna strumentalizzazione e che in futuro avrebbe preferito l’autocensura. Il che è anche più pericoloso.

Ma oggi si può criticare l’Islam in Danimarca come si fa con le altre religioni?

L’attenzione per le critiche all’Islam è tale che quest’ultime diventano immediatamente non interessanti, artisticamente parlando. Non toccano i sentimenti, sono di natura esclusivamente politica. Recentemente un artista danese ha realizzato una copia di Auschwitz com’è oggi,  a partire dai denti delle persone morte nel campo di concentramento. Era altamente provocatorio. E pertanto molto interessante.  Invece criticare una religione solo per il piacere di farlo non presenta una dimensione artistica interessante. E’ il motivo per cui non si fa. E non perché si temano rappresaglie.

Recentemente lei ha dichiarato che il tentativo dell’esercito di mettere al bando un libro scritto da un soldato d’elite avrebbe costituito una minaccia importante per la libertà di stampa

E’ sempre un problema quando in una democrazia le istituzioni vogliono controllare l’arte. Il nostro paese non ha più conosciuto guerre da 150 anni. Si può comprendere il perché l’esercito voglia mantenere il segreto. Ma è proprio per questo che dobbiamo reagire con fermezza: imporre il silenzio è un modo sicuro di smantellare la democrazia. Non possiamo accettare la censura – che è ovviamente diversa dall’autocensura. Ma quando l’autore di un libro sottopone all’esercito delle note di cui intende servirsi per scrivere un secondo libro, sotto forma di diario, si tratta di autocensura. E anche questa è grave. C’è sempre il rischio che la censura porti all’autocensura.

Ma secondo lei, la Danimarca merita di essere in testa alla classifica dei paesi che proteggono meglio la libertà di espressione?

Certo che sì. Sarebbe assurdo dire che meritiamo di essere retrocessi. Ma trovo che il nostro interesse per la libertà di espressione è un po’ esagerato. Ci impedisce di essere una società multiculturale, dove sono accettate le divergenze di opinione. Facciamo fatica ad accettare una nazione che non si basi su una sola religione o su un solo gruppo sociale.

DANIMARCA: La stampa e il mondo culturale cedono veramente all’autocensura?

Reporters sans frontières prosegue la riflessione sullo stato della libertà di espressione e dell’autocensura in Danimarca, pubblicando ogni settimana un’intervista ad un personaggio della stampa, dei media o delle arti.

Oggi presentiamo il contributo di Carsten Jensen, scrittore e giornalista danese, molto critico verso il governo liberal-conservatore e che ha da poco ricevuto il premio Olof Palme per la sua difesa “coraggiosa, impegnata e determinata” dei diritti dell’uomo.

La libertà di espressione è minacciata in Danimarca?

No. Evidentemente c’è il caso di Kurt Westergaard. Quando qualcuno penetra nella sua casa e cerca di ucciderlo, si tratta di una minaccia innegabile. Ma la questione è di stabilire se non si tratti di un simbolo e dunque di un’eccezione. Oppure se tutte le persone, che facciano lo stesso che ha fatto lui, rischierebbero di subire la stessa sorte. Personalmente penso che sia un caso isolato.

Allora perché la questione è così costantemente dibattuta in Danimarca?

E’ difficile capirlo. Potrebbe essere che noi disponiamo di una libertà di espressione molto garantita di cui però  abbiamo perso l’abitudine a farne uso, se non per dire ai musulmani quanto siano cattivi. A dire la verità, sarei sorpreso di apprendere che ci sono artisti o scrittori che vorrebbero criticare l’Islam nei loro lavori, ma che vi rinunciano per paura di subire delle ritorsioni.

E lei non è mai stato oggetto di minacce?

No. E a mio avviso, tutti coloro che dicessero il contrario non cercherebbero altro che mettersi in mostra. Non penso che giornalisti e scrittori che vogliano fare delle caricature del profeta o scrivere o pubblicare un pezzo critico verso i musulmani ci rinuncino. D’altra parte è divenuto uno sport nazionale in Danimarca quello di maltrattare i musulmani. Guardate per esempio i politici. Ebbene nessuno li minaccia. Non hanno neppure delle guardie del corpo. Eppure non si censurano quando parlano dei musulmani. Al contrario. Se vogliono attirare l’attenzione degli elettori, devono dire le cose peggiori. Cose assolutamente impensabili al di fuori della Danimarca.

Perché il problema della libertà di stampa è sempre collegato a quello dell’Islam in Danimarca?

Si tratta del contesto politico. Ma anche del fatto che la minoranza musulmana è la più importante tra gli vari gruppi religiosi spesso provenienti da società pre-moderne e che spesso si verifica uno scontro tra culture, con difficoltà di integrazione, con problemi di disoccupazione… Questo fa dei musulmani un bersaglio facile dell’ansia e della collera pubblica. Inoltre non si può negare che il terrorismo islamico rappresenta una minaccia globale, che non fa che aumentare la paura.

Ma questa situazione non provoca autocensura presso gli artisti e gli scrittori?

Quando Jyllands Posten ha pubblicato le caricature del profeta nel 2005,  i giornali non sono mai riusciti a trovare degli illustratori disposti ad ammettere di porre dei limiti al proprio lavoro per paura di rappresaglie.  Allora perché se ne continua a parlare? Evidentemente è molto importante definire una posizione chiara per quanto riguarda la libertà di espressione, che si approvi o no le critiche costanti di cui una religione viene fatta oggetto. Il dibattito continua anche perché il Partito del popolo danese (estrema destra), il cui solo programma è l’odio contro i musulmani, li manipola. E’ un partito che non ha mai sbalzi in avanti nei sondaggi. Resta sempre intorno al 12-13%. Ma ha una grandissima influenza sull’opinione pubblica, poiché la maggioranza liberale-conservatrice non può governare senza di loro. Per conservare il proprio potere deve proteggere la propria ragione d’essere. Se la gente infatti vedesse che gli immigrati si integrano, come in realtà avviene, smetterebbe di esistere. E’ dunque una lotta disperata per la propria sopravvivenza. Si deve dunque mantenere vivo il dibattito. Ed è quello che fa. E’ come un monologo che nessuno osa interrompere. La maggioranza, per paura di perdere consensi e l’opposizione che spera di riprendere il potere imitando la retorica del Partito del popolo.

Recentemente degli esponenti di questo partito hanno espresso delle dichiarazioni molto violente nei confronti dei musulmani. Non si tratta forse di abuso della libertà di espressione contro il quale bisognerebbe forse porre dei limiti di legge?

No, nel modo più assoluto. La  soluzione non è quella di limitare la libertà di espressione. E d’altra parte non è mai una soluzione in democrazia di ridurre i propri oppositori al silenzio.  Rischieremmo così di farne dei martiri. No, l’unica soluzione è che la maggioranza silenziosa si desti e reagisca.

DANIMARCA: La stampa e il mondo culturale cedono veramente all’autocensura?

Prima nella classifica mondiale sulla libertà di stampa di Reporters sans frontières, la Danimarca è conosciuta per il suo profondo attaccamento alla libertà di espressione e di informazione. Lo testimonia la pubblicazione del 16 settembre 2009 da parte del quotidiano Politiken, della versione integrale del libro di Thomas Rathsack “Cacciatori – in guerra con l’elite”, che riporta la testimonianza di un ex soldato sulle operazioni sensibili condotte dalle truppe d’elite dell’esercito danese in Afghanistan. Il ministero della Difesa, che ne aveva chiesto l’interdizione alla magistratura, è stato respinto.

La Danimarca nel gennaio 2010 ha visto la presentazione colpo su colpo di due sondaggi che lascerebbero intendere che la crisi legata alle caricature di Maometto del 2005 avrebbe oggi  delle serie conseguenze sulla libertà di espressione e di informazione. Pubblicati nel 2005 sul quotidiano danese Jyllands-Posten, avrebbero provocato un’ondata di indignazione da parte di alcuni appartenenti alla comunità musulmana. Oltre alle proteste e agli attacchi contro le ambasciate danesi, è seguito un vero e proprio movimento di boicottaggio economico in un certo numero di paesi del Medio Oriente e dell’Asia. Queste reazioni riprendono regolarmente vigore ogni volta che viene riproposta la vignetta, soprattutto quella più controversa che raffigura il profeta Maometto con un turbante a forma di bomba. Dalla sua pubblicazione nel settembre 2005, il suo autore Kurt Westergaard è sfuggito a due tentativi di omicidio e vive tuttora sotto protezione.

Nel sondaggio realizzato dal 11 al 14 gennaio 2010, svolto su 1010 persone dalla società Ramboel/Analyse e pubblicato il 19 gennaio da Jyllands-Posten, l’84, 2% degli intervistati approva la decisione dei media nazionali che non hanno pubblicato le caricature dopo l’ultimo tentativo di omicidio nei confronti di Westergaard, avvenuto il 1 gennaio 2010. Solo l’11% è favorevole alla pubblicazione, mentre il 4,1% è incerto. La maggioranza degli intervistati (57,3%) continua a sostenere, in nome della libertà di espressione, il quotidiano Jyllands-Posten per la pubblicazione iniziale delle vignette il 30 settembre 2005. il 32, 8% disapprova l’iniziativa e il 9,9% non si pronuncia.

Un altro sondaggio è stato realizzato dal 3 al 12 dicembre 2009 dall’istituto di analisi Kaas & Mulvad su 654 membri di associazioni culturali danesi, di cui la metà ha richiesto di rimanere nell’anonimato. Pubblicato l’11 gennaio 2010 sul sito Ugebrevet A4 della federazione sindacale LO, il sondaggio stima che circa la metà (il 47%) degli autori, disegnatori, direttori di gallerie d’arte o di musei ritengono che la libertà di espressione è minacciata in Danimarca. Il 56% ha affermato di temere di offendere i propri contemporanei in merito alla loro origine etnica e il 53% di offendere i loro sentimenti religiosi.

Al di là delle cifre e dei sondaggi, Reporters sans frontières ha cercato di raccogliere le reazioni dei giornalisti, disegnatori, artisti e intellettuali e pubblicherà le loro interviste sul proprio sito per un mese.

Fleming Rose, redattore capo per la cultura del quotidiano Jyllands Posten, che è tuttora sotto scorta dal 2005, ha accettato di rispondere a diverse domande e inaugura questo ciclo di reazioni.

Vogliamo ringraziare Lotte Garbers, presidentessa dell’Associazione danese degli scritttori (Dansk Forfatterforening), Toger Sedidenfaden, redattore capo del quotidiano Politiken e Carsten Jensen, giornalista e scrittore danese (che ha appena ricevuto il premio Olof Palme, per la sua difesa coraggiosa, impegnata e determinata dei diritti dell’Uomo), i quali hanno accettato di offrirci il loro punto di vista che verrà pubblicato nel corso delle prossime settimane.

Fleming Rose, redattore capo della pagina culturale del quotidiano Jyllands Posten.

La libertà di espressione è minacciata in Danimarca?

Dipende da come si definisce il problema. Alcuni ritengono che non ci siano minacce in quanto tali, poiché secondo la legge si può dire o scrivere ciò che uno vuole, nei limiti stabiliti dalle Convenzioni europee. La libertà di espressione è dunque protetta per legge. E’ vero inoltre che non esistono tentativi seri di cambiare la legge, come abbiamo potuto invece constatare altrove, in Norvegia, nel Regno Unito o nei Paesi Bassi. In Danimarca abbiamo una legge contro la blasfemia e una legge contro il razzismo. Si potrebbe dire che la prima costituisce un problema, poiché concede agli stranieri uno statuto particolare. Però non viene utilizzata del 1938. Dunque a livello legislativo non si può dire che esistano minacce.

E nella realtà?

La questione resta aperta. Le conclusioni dell’inchiesta, realizzata dal settimanale sindacale dimostrano che un discreto numero di artisti si autocensurano o abbandonano dei progetti per le possibili conseguenze. La metodologia utilizzata per questo studio può essere messa in discussione. Ma sappiamo che questo è un fenomeno trasversale. Gli esempi in Europa abbondano: musei, teatri, case di produzione, di edizione che hanno rifiutato di esporre delle opere, di fare delle rappresentazioni, di girare o pubblicare perché era considerato troppo offensivo, soprattutto nei confronti dell’Islam. Non è un fenomeno limitato alla Danimarca. Il punto è stabilire se ciò costituisce una minaccia oppure no per la libertà di espressione.

Perché il dibattito sulla libertà di espressione in Danimarca è così spesso associato alla religione, soprattutto quella islamica?

Non lo è sempre. C’è stato il caso per esempio del libro scritto da un soldato d’elite per il quale la Difesa ha richiesto l’interdizione in autunno. Personalmente non ho mai pensato che fosse una questione legata alla libertà di espressione. Ma è così che è stata dibattuta. D’altra parte penso che sia normale che le minacce espresse dall’Islam verso la libertà di espressione figurino in cima alla lista dell’agenda in Danimarca, dopo il problema legato alle vignette su Maometto. Era stato un vero e proprio trauma per noi danesi. Abbiamo l’abitudine infatti di considerarci un popolo gentile, che contribuisce agli aiuti internazionali, su cui si può contare all’estero…Questa immagine di popolo tollerante e aperto è stata messa in discussione dal problema delle caricature. C’è dunque più di un interesse reale a comprendere da dove viene il problema: dalla Danimarca o dall’Islam.

Perché l’Islam è considerato da alcuni come una minaccia alla libertà di espressione?

Durante la pubblicazione delle caricature, ho scritto che si poteva constatare un aumento dell’autocensura, ma che era impossibile stabilire se fosse motivata da una paura immaginaria o giustificata. Personalmente, non penso che l’Islam sia la sola minaccia. Ce ne sono altre che vengono da società o Stati, che cercano di proteggersi dall’interno, dopo l’11 settembre 2001, adottando legislazioni antiterroristiche che attentano alla libertà di espressione.

Tale minaccia non è forse altrettanto importante?

Non voglio minimizzare. Avrete sicuramente notato che dopo l’arresto di due individui a Chicago, sospettati di aver preparato un’azione terroristica contro il giornale Jyllands Posten e il sottoscritto, nessun giornale danese ha ripubblicato le caricature. Non è stato per essere gentili verso i musulmani. E’ stato il risultato delle pratiche intimidatorie. E’ divenuto qualcosa di reale. Noi abbiamo dei corrispondenti all’estero. Dobbiamo pensare a loro.

Sta dicendo dunque che oggi si pratica l’autocensura?

So di gente che è stata minacciata e che si autocensura. Perché non lo ammettono tutti a voce alta? Non penso che i passaparola delle associazioni di artisti o degli scrittori siano influenzati dalla situazione politica. Trovano difficile ammettere che la pratica dell’autocensura esiste e che Jyllands Posten ha ragione. Sarebbe come associarsi con il diavolo! C’è un interesse politico a prendere distanza dal problema. E poi , gli artisti, che vogliono sfidare il potere in modo permanente, non possono ammettere di essere intimiditi. Non sarebbe politicamente corretto.

Lei stesso vive sotto protezione della polizia…

E la mia situazione non fa che peggiorare. Kurt Westergaard ha commesso, da parte sua, l’errore di far vedere dove viveva in televisione. Da parte mia poca gente sa dove abito. Ma questa situazione è sostenibile se dura non più di sei mesi. Ora comincio a comprendere che le minacce non cesseranno di esistere e questo mi inquieta. Coloro che hanno deciso di ritenersi offesi dalle caricature non se lo dimenticheranno. E’ un fatto simbolico, sul quale è facile mobilitare la gente. Non ho rimpianti. Non mi volto indietro. In ogni caso, se tutto questo non fosse arrivato con le caricature, lo sarebbe con qualcosa d’altro. Ma certamente ne avrei fatto volentieri a meno.

DANIMARCA: Tentato omicidio di Kurt Westergaard autore delle caricature su Maometto

Reporters sans frontières è sconvolta dal tentato omicidio a cui è sfuggito ieri, 1 gennaio 2010 il caricaturista danese Kurt Westergaard, da parte di un islamista somalo. L’organizzazione spera che la giustizia danese sanzionerà con la giusta severità l’autore di questo attacco che avrebbe potuto essere fatale ad uno degli autori delle caricature su Maometto.

“Certi musulmani possono essere disturbati dalle caricature di Kurt Westergaard, ma nulla giustifica una tale violenza ed intolleranza. In questo caso la libertà d’espressione deve essere difesa da minoranze che tentano, armi alla mano, di imporre il terrore e il silenzio. Esprimiamo tutta la nostra solidarietà a Kurt Westergaard e agli altri caricaturisti e giornalisti danesi minacciati”, ha affermato Reporters sans frontières.

Nella serata del 1 gennaio un somalo armato di una scure e di un coltello ha tentato di uccidere il caricaturista presso il suo domicilio di Aarhus (Danimarca). Minacciato di morte da diversi anni, Kurt Westergaard aveva installato una porta blindata in bagno, dove è riuscito a rifugiarsi con la figlioletta. L’intervento della polizia ha permesso di arrestare il sospetto, che è stato ferito da alcuni proiettili, dopo aver lanciato l’ascia in direzione di un poliziotto.

Il 2 gennaio il somalo è stato accusato di tentato omicidio del disegnatore e del poliziotto.

Le caricature, giudicate blasfeme da una parte del mondo musulmano, erano state pubblicate una prima volta sul quotidiano danese Jyllands-Posten nel 2005. Kurt Westergaard è l’autore del disegno più contestato, quello che rappresenta Maometto con in testa un turbante a forma di bomba.

Non è la prima volta che Kurt Westergaard è preso di mira direttamente. Nel febbraio 2008, tre uomini sospettati di fomentare un attentato contro di lui sono stati arrestati dalla polizia danese.

DANIMARCA: Polemiche afghane: intervista di RSF alla casa editrice che ha pubblicato un libro sulle esperienze di un soldato delle unità speciali danesi in Afghanistan, bloccato dal Ministero della Difesa ma poi “liberato” dai Giudici

aaaaOne of the leading Danish dailies, Politiken, published an entire book as a free supplement on 16 September. CalledJæger – i Krig med Eliten (Ranger – at War with the Elite), it is former Danish soldier Thomas Rathsack’s personal account of the sensitive operations carried out by a Danish special forces unit in Afghanistan. It was to have been brought out today by the People’s Press publishing house, but the defence ministry asked a court to ban it on the grounds that it revealed state secrets that could endanger Danish soldiers.

Following its publication by Politiken and on the Internet, a Copenhagen court finally gave the green light on 21 September for its publication by the People’s Press.

The case has triggered an intense debate in Denmark, not only about the conduct of its special forces abroad but also about press freedom, defence secrecy and copyright. Reporters Without Borders interviewed a representative of the publishing house and Politiken’s editor. This is what they said:

Jakob Kvist is the creative director of Art People, a company whose publishing wing, People’s Press, was due to publish Jæger – i Krig med Eliten (Ranger – at War with the Elite).

RWB : When did the armed forces begin to take an interest in the book?

Jakob Kvist : The armed forces called me on 9 September and asked to have a copy of the book. One or two hours later we were contacted by the armed forces high command, which wanted to arrange meeting. So a meeting was organised the next day. The military representatives at the meeting told us the book posed a problem and they wanted to prevent its publication. In their view, certain passages of the book could put lives in danger and could compromise Denmark’s security and its relations with its leading allies. We offered to amend the passages that posed a problem. The military replied that they could not point to specific passages because that in itself would constitute a security risk. Finally, on Monday, they said the entire book was a danger and they were going to go to the courts to request that it be banned.

RWB : Do you know why they wanted it banned?

J. K. : They still have not officially told us what the problem was. The court hearing was held behind closed doors. It was forbidden to reveal what was said on pain of going to prison. In order to be able to continue talking to the press, I decided to leave the courtroom when the military arrived. My colleague stayed. He emerged four hours later. The hearing consisted of an examination of the book and problems it posed.

RWB : Tens of thousands of Danes have had access to the book online and in the pages ofPolitiken. Why are the armed forces continuing to oppose its publication?

J. K. : We are currently in a completely absurd situation. The book is circulating everywhere on the Internet. Politiken published it. A very large section of the Danish public has access to it. Yet the armed forces are continuing to oppose its publication. It has become a matter of principle. They continue to say it is dangerous.

RWB : When were you told of Politiken’s intentions to publish?

J. K. : We were told in the middle of the afternoon of the day before. It was just a possibility. There were no discussions, Politiken did not consult us. They told us what they were going to do in an email at the end of the afternoon. I replied that it was unacceptable and that they were violating the copyright, but there was no argument. There would have been no point. Too many things were going on at that moment.

RWB : Have you been won over by Politiken editor Toger Seidenfaden’s arguments?

J. K. : We are a small publishing house that tries to publish books but also to stay alive. The principle of free expression and press freedom is obviously at stake. But we must also survive.

RWB : Has Politiken done you a favour?

J. K. : I don’t think that this has helped us. It was not in our interest that the book be published byPolitiken. It is still too soon to be able to say if any good will come of it. But I think it would have been better if Politiken had not published it.

RWB : Are you planning to sue the newspaper?

J. K. : It is a very complex question. A lot of principles are at stake: the safety of soldiers, freedom of expression, the right of the armed forces to control information, the copyright issue… All of these interests do not overlap. At the moment, we have two lawyers working full time on the legal battle with the armed forces. We have not had time to focus on the Politiken issue. That will come later.

RWB : What is your estimate of the damage you have sustained?

J. K. : We had planned to print 5,000 copies. That was before all the media revelations. We could easily have sold 100,000 copies. Now we are probably back to 5,000.

Toger Seidenfaden is the editor of the centre-left daily Politiken.

RWB : When did you take the decision to publish the entire book and why?

Toger Seidenfaden : Everything was decided on the Tuesday [15 September]. The publishing house sent a digital copy to all the news media two weeks ago in anticipation of its publication. All the newspapers began to talk about it. Some published entire sections of the book. The defence ministry and the head of the armed forces contacted the editors and told them the book contained information harmful to state security and to troops stationed abroad. The publishing house tried to negotiate but the talks were unsuccessful. Finally, the armed forces went to a Copenhagen court to seek a temporary injunction banning the book’s publication. I was on a trip to South Korea. I learned about the case during the weekend. On the Monday, we learned that the head of the armed forces had sent a letter to all the country’s leading news media asking them not to refer to the book directly or indirectly for security reasons. I found the letter on my desk on the Tuesday morning.

RWB : What did the letter say?

T. S. : The head of the armed forces said in the letter that he would have liked to have given us the reasons but he could not, because even that would require revelations that would pose problems. He said he had no intention of violating free expression and did not want to prevent criticism of the armed forces.

RWB : How did you react?

T. S. : I felt that the letter required a response, one that could only be negative. I cannot allow defence secrecy to be turned into a magic formula that blocks all discussion. If there had existed any possibility of obtaining an explanation, I would have contacted the armed forces. But the letter ruled out any discussion. So I decided to publish the book.

RWB : And the security dangers?

T. S. : There was a debate among the staff. But all the journalists who had read the book and worked on the subject did not see what could pose a problem for the armed forces. It was the same with the former head of the armed forces and the experts we consulted. It was no longer enough to prevent its publication. We came to the following conclusion: that the book had been discussed a great deal in Denmark already, long passages had already been published and the publishing house had already sent out a digital version that could be copied with a single click. So as far as I was concerned, the book had already been published. If there really was a danger for Danish soldiers, the damage had already been done.

RWB : Why was it necessary to publish it?

T. S. : It is the first book to describe the role of the special forces in Afghanistan and Iraq. It talks about operations in which uniforms are not worn, which raises problems under the Geneva Convention and international law governing operations in wartime. There is also the transfer of prisoners by Danish soldiers to the US military. These are specific issues that require a public debate.

RWB : But by publishing the book without permission from the publishing house, you did not respect copyright.

T. S. : I established that I would not have any legal problems linked to the copyright issue. I told the publishers what I planned to do. They pointed out to me that they owned the copyright to the book. They told me they would not be partner to this enterprise. But I am completely sure that an agreement will be reached in the coming days and this aspect will no longer pose a problem.

RWB : But the publishing house says you did not do them a favour…

T. S. : If the publishers had actually given their permission, they would be in the same situation as I am right now [being sued by the defence ministry for breach of state secrecy]. But, objectively, I have done them an immense service. It is thanks to Politiken that they are going to be able to publish the book. That said, I understand that they have no desire to recognise it and to be regarded as accomplices.

RWB : Would you have published the book if it had not already been available on the Internet?

T. S. : My decision would have been much more difficult to take. I would have had to summon a lot of experts to make sure that I was not running any risk. I cannot now say what I would have done. But as soon as the book was in the public domain, the decision was easy.

RWB : Why did the book elicit such a reaction?

T. S. : I think there are several explanations. Firstly, I think the armed forces want to discourage all the members of the special forces from publishing their own books. They are counting on a dissuasive effect, which is quite paradoxical as this soldier’s book has nothing but praise for the armed forces. Nonetheless, he is now facing the possibility of a 12-year jail sentence. I also think they want to prevent other revelations, especially about prisoner transfers. And then there is the issue of the Geneva Convention, which treats operations conducted in civilian dress as a violation of the rules of war or as espionage. In such circumstances, soldiers are exposed to all kinds of prosecution because they are not protected by the Geneva Convention. It is extremely dangerous and it is something we know nothing about. It raises another question: were the authorities aware?

RWB : Have you been surprised by the lack of reaction from your colleagues?

T. S. : It is interesting that none of the other editors replied to the letter from the head of the armed forces. None of them. If I had not, the debate would have stopped there. In my view, they failed to do what professional ethics require of them, because we were in a situation where there was a real danger that press freedom would suffer a reverse.

RWB : Were you surprised?

T. S. : I was surprised by this reaction, inasmuch as Denmark is dominated by a complete consensus about the principle that freedom of expression should be absolutely unlimited. But when you take account of the local political context, this reaction is less surprising. How otherwise do you account for the fact that all sorts of people who were ready to proclaim themselves total supporters of free expression during the cartoon controversy now say you have to respect the army’s injunction? When free expression is used to offend Muslims, it must be unlimited. But when it endangers soldiers fighting in Afghanistan against Muslims, it must be limited. I am sorry to say so, but that is how it is.

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