RSF: I predatori della Libertà di Stampa 2011, i 38 capi di stato e signori della guerra che seminano il terrore tra i giornalisti

Predatori della Libertà di Stampa 2011

I capi di una macchina repressiva, i leader politici dei regimi ostili
alle libertà civili e gli organizzatori di campagne di violenza diretta contro i
giornalisti – questi i 38 predatori della libertà di stampa del rapporto 2011 di Reporters sans frontières, reso pubblico il 3 maggio, Giornata Mondiale per la Libertà di Stampa.

Per scaricare il rapporto completo (in inglese, 47 pagine, 26 MB) cliccare su  questo link:  http://rsfitalia.files.wordpress.com/2011/05/predateurs_gb27042011.pdf

Per quanto riguarda l’Italia, anche quest’anno, tra i 38 predatori è presente la criminalità organizzata italiana, che continua a considerare propri nemici i giornalisti che ne parlano, Il rapporto ricorda i casi più noti di giornalisti minacciati (da Roberto Saviano a Lino Abbate a Rosaria Capacchione) così come il mancato sostegno del Primo Ministro italiano, Silvio Berlusconi, che -a novembre 2009- dichiarò che avrebbe voluto strozzare scrittori e autori di cinema  che davano una cattiva immagine dell’Italia parlando di mafia e camorra.

Nel rapporto 2011 il “posto d’onore” va al Nord Africa e al Medio Oriente, luogo che hanno visto negli ultimi mesi eventi drammatici e talvolta tragici. Il mondo arabo  ha visto i più importanti cambiamenti nella lista dei predatori rispetto al 2010. Alcuni sono caduti. Il primo ad andarsene è stato il Presidente della Tunisia Zine el-Abidine Ben Ali, costretto a dimettersi il 14 gennaio, dando così al suo popolo la possibilità di avviarsi su una strada democratica.  Altri predatori, come Ali Abdallah Saleh dello Yemen, che è stato travolto dall’ondata di proteste radicali suo paese, o della Siria Bashar al-Assad, che risponde con il terrore alle aspirazioni democratiche del suo popolo, potrebbero anche cadere. E che dire di Muammar Gheddafi, la “Guida della Rivoluzione”, ora la guida della violenza contro il suo popolo, una violenza che è sorda alla ragione? E il re del Bahrain, Ben Aissa Al-Khalifa, che dovrebbe rispondere per la morte di quattro attivisti in carcere, tra cui il fondatore dell’unico giornale di opposizione, e per l’operazione repressiva contro le vaste manifestazioni pro-democrazia?

La libertà di espressione è stata una delle prime richieste dei popoli in rivolta, una delle prime concessioni dei regimi transitori e uno delle prime realizzazioni, anche se molto fragili, delle rivoluzioni.

Tentativi di manipolare i giornalisti stranieri, arresti arbitrari e detenzione, deportazione, negazione di accesso, intimidazioni e minacce – la lista degli abusi contro i media nel corso della primavera araba è sconcertante. La determinazione a ostacolare i mezzi di comunicazione non si è fermata agli omicidi in quattro paesi – Siria, Libia, Bahrein e Yemen. Gli incidenti mortali includono Mohamed Al-Nabous, colpito da cecchini a libro paga del governo nella città libica di Bengasi il 19 Marzo, e due giornalisti uccisi direttamente dalle forze di sicurezza nello Yemen il 18 marzo.

Ci sono stati più di 30 casi di detenzione arbitraria in Libia e di un numero simile di corrispondenti stranieri espulsi. Metodi simili sono stati utilizzati in Siria, Bahrein e Yemen, dove le autorità fanno ogni sforzo possibile per mantenere i mezzi di comunicazione a distanza in modo che non possano girare video della repressione.

I media hanno raramente avuto un ruolo così fondamentale nei conflitti. Questi regimi, già tradizionalmente ostili alla libertà dei media, hanno trattato il controllo delle notizie e delle informazioni come una delle chiavi per la loro sopravvivenza.

I giornalisti sono stati direttamente presi di mira dalle autorità o catturati nel fuoco incrociato delle violenze tra attivisti e forze di sicurezza, ricordando a tutti noi i rischi che corrono nello svolgere il loro lavoro essenziale.

Resto del mondo

In Asia, alcuni leader sono stati sostituiti, senza alcuna modifica dei sistemi repressivi. Thein Sein ha sostituito Than Shwe al capo del regime in Birmania (dove 14 giornalisti sono in carcere). Il Partito Comunista ha scelto Nguyen Phu Trong al posto di Nong Duc Manh in Vietnam (dove 18 cittadini della rete sono attualmente in carcere). In entrambi i paesi, un predatore ha preso il posto di un altro.
Le onde d’urto della primavera araba hanno influenzato le politiche perseguite dal predatore della Cina, il presidente Hu Jintao, e del predatore dell’Azerbaigian, il presidente Ilham Aliyev. Essi temono la possibile diffusione di questo virus. Più di 30 dissidenti, avvocati e attivisti dei diritti umani sono detenuti in isolamento in Cina. Non c’è modo di sapere che cosa sia successo loro. Una delle ultime vittime è l’artista di fama internazionale, Ai Wei Wei. No si sa dove sia detenuto. Le autorità azere hanno adottato varie tattiche per tacitare i mezzi di comunicazione in risposta ai tentativi di
organizzare manifestazioni in stile arabo a Baku. Anche attivisti Facebook  sono stati incarcerati. Sono stati rapiti e minacciati reporter che lavoravano per il quotidiano dell’opposizione Azadlig. I giornalisti che cercavano di coprire le proteste sono stati arrestati e picchiati. Internet è stata bloccata.

Altri predatori rimangono tragicamente fedeli a se stessi. Issaias Afeworki in Eritrea, Gurbanguly Berdymukhamedov in Turkmenistan e Kim Jong-il in Nord Corea che restano i peggiori regimi totalitari del mondo. La loro crudeltà è sconcertante. L’estrema centralizzazione dei poteri, le purghe e
la loro propaganda onnipresente non lasciano spazio ad alcuna libertà.

I predatori dell’Iran – Mahmoud Ahmadinejad, rieletto presidente della Repubblica Islamica nel giugno 2009, e Ali Khamenei, leader supremo – sono gli artefici di una repressione implacabile segnata da prove di stile stalinista contro politici dell’opposizione, giornalisti e attivisti dei diritti umani. Più di 200 giornalisti e blogger sono stati arrestati dal giugno 2009, 40 sono ancora detenuti e circa 100 hanno dovuto abbandonare il paese. Si stima che 3.000 giornalisti siano attualmente senza lavoro perché i loro giornali sono stati chiusi o loro comunque non riassunti. Reporter sans frontières chiede un inviato speciale sui diritti umani da mandare in Iran con urgenza, in linea con la risoluzione adottata dalle Nazioni Unite Consiglio dei Diritti Umani il 24 marzo.

L’altro lato dell’Atlantico ha visto una insolita aggiunta alla lista dei predatori della libertà di stampa: le milizie proprietà dell’ imprenditore honduregno Miguel Facusse Barjum che hanno avuto le mani libere per minacciare i media di opposizione al colpo di stato del giugno 2009  – in particolare le piccole stazioni radio che intraprendono una battaglia tra Davide e Golia contro i grandi interessi economici e politici.

Pakistan e Costa d’Avorio – due priorità per l’anno prossimo

Reporters sans frontières continuerà a lavorare sul tema delle violazioni della libertà dei media da parte della criminalità organizzata. Il rapporto iniziale, emesso nel marzo 2011, sarà sviluppato soprattutto in vista della visita che il Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani Navanethem Pillay farà nei prossimi mesi in Messico, dove sette giornalisti sono stati uccisi nel 2010.

La violenza è anche il problema principale in Pakistan, dove 14 giornalisti sono stati uccisi in poco più di un anno. Il Pakistan continua a essere uno dei paesi più pericolosi del mondo per i media.

Internet

Per quanto riguarda Internet, la priorità per Reporter sans frontières sarà quella di difendere la libertà della rete, che è minacciata da proposte di legge in diversi paesi. RSF è preoccupata per la crescente pressione – più o meno intensa a seconda della natura del regime – su aziende del settore Internet, in particolare sii fornitori di servizi Internet.

Sempre più giornalisti e cittadini della rete sono stati repressi in Vietnam, dove il Partito Comunista segue il modello di grande fratello cinese per quanto riguarda la governance e la repressione.

La comunità internazionale -in completo silenzio su molti paesi come Azerbaigian, Vietnam, Eritrea e le dittature dell’Asia centrale (in particolare Turkmenistan e Uzbekistan)- più che colpevole, è complice. Esortiamo le democrazie non continuare nascondersi dietro i loro interessi commerciali geopolitici.

BIELORUSSIA: Incontro a vuoto dei rappresentanti dei media e le autorità

Reporters sans frontières denuncia l’atteggiamento delle autorità bielorussse nei confronti dei giornalisti indipendenti che si occupano di politica e di società. Sono otto dall’autunno 2009 a essersi visti rifiutare l’accreditamento necessario alla loro attività legale. Non comprendendo i motivi dei rifiuti ripetuti, tre fondatori di giornali coinvolti il 12 maggio 2010 hanno incontrato la vice-ministro in carica per l’informazione. L’hanno sollecitata a organizzare una tavola rotonda, ma Lilya Ananich ha rifiutato. Ricevuti uno per uno dalla vice-ministro, e non in modo collettivo, hanno perorato la causa delle loro pubblicani invano.

Se inizialmente questo incontro poteva essere considerato un atto di buona volontà verso le autorità, in realtà dimostra, se mai fosse stato ancora necessario, che il potere locale non è ancora pronto a facilitare l’accreditamento dei media, aspetto indispensabile affinché le testate possano operare nella legalità. Al contrario si moltiplicano gli ostacoli e ci si attacca a motivazioni banali per rifiutare ai giornali che non sono dalla parte delle autorità, la possibilità di lavorare alla luce del giorno. Una delle ultime tattiche sembra essere quella di ricevere i rappresentanti uno per uno, con lo scopo di fare trattative individuali che indeboliscono la categoria. I rappresentanti dei media non devono cedere. E’ una soluzione generale che si deve raggiungere.

BIELORUSSIA: I dati personali dei giornalisti messi in pericolo

Un responsabile di polizia ha autorizzato l’accesso degli esperti informatici della polizia agli account email e alle conversazioni Skype di molti giornalisti indipendenti. Tutto questo a causa delle denunce per diffamazione fatte da un alto responsabile del KGB, Ivan Korzh, nei confronti di famigliari di poliziotti condannati nell’ambito di un caso di caccia illegale.

“A meno di tre mesi dall’entrata in vigore del decreto liberticida su Internet, destinato a rinforzare il controllo sull’ultimo bastione della libertà, il sito Charter 97 è sempre più spesso preso di mira dalle autorità. Questa inchiesta non è che un pretesto per meglio identificare e sorvegliare i collaboratori di Charter 97.org”,j ha detto Reporters sans frontiéres .

L’associazione dei giornalisti bielorussi (BAJ) considera questa azione come priva di qualsiasi fondamento legale e fa appello agli altri giornalisti a mobilitarsi in appoggio ai propri colleghi. Secondo Andrei Aliaksandrau, suo vicepresidente, “assistiamo a dei tentativi di interferire nelle attività giornalistiche e di soppressione delle voci indipendenti”.

BIELORUSSIA: Prosegue l’ondata di repressione verso i media indipendenti

Mentre i giornalisti indipendenti sono vittime di attacchi costanti da parte delle autorità, due testate sono vittime della repressione. Una svolta vergognosa che azzera i piccoli progressi registrati nel 2009.

Le due testate Nash Dom e Viterbsky Kurier si sono viste confiscare i loro numeri il 25 marzo nella città di Vityebsk (ad est del paese). Secondo coloro che erano presenti alla loro stampa, la polizia ha confiscato 24 000 copie della rivista mensile Nash Dom e 10 000 copie del settimanale Viterbsky Kurier. Il direttore delle due testate, Viktar Ramnyou, è stato accusato di averle pubblicate senza citare la tipografia. E’ stato condannato ad una multa di 1 225 000 rubli dal tribunale che ha poi ordinato il pignoramento delle copie stampate.

50 000 copie di Nash Dom erano già state sequestrate il 17 marzo. Pur avendo fatto regolare richiesta di pubblicazione presso le autorità competenti, queste non hanno ancora accolto la domanda e pertanto il giornale non ha una esistenza legale.

Vitebsky Kurier invece ha un’autorizzazione pubblicazione da parte della Russia con estensione al territorio bielorusso, grazie ad un accordo bilaterale di cooperazione in ambito della stampa del 1998.

BIELORUSSIA: Una decisione della Corte Suprema ostile all’associazione giornalisti bielurussi (BAJ) priva i giornalisti indipendenti della protezione con l’avvicinarsi delle prossime elezioni

Mentre diversi scrutini sono attesi nel paesi per i prossimi mesi, l’offensiva contro la stampa indipendente e critica è ricominciata, dal momento che la più alta carica della magistratura ha appena tolto la protezione accordata ai giornalisti non ufficiali dalla BAJ, associazione dei giornalisti bielorussi che difende la libertà di stampa in Bielorussia dal 1995. Le autorità hanno deciso di rimettere in riga le voci dissidenti, di cui è prova quest’ultima decisione, ma anche le pressioni che sono state esercitate recentemente su diverse testate, (Narodnaya Volya, etc.) e su diversi giornalisti, tra cui Irina Khalip (Novaya Gazeta) e Alyaksandr Dyanisau. La relativa liberalizzazione osservata a fine 2009 non è più che un lontano ricordo e ci sono tutti i presupposti per credere che il peggio debba ancora venire, visto che le elezioni locali si svolgeranno il 27 aprile e che la Bielorussia eleggerà il suo prossimo presidente nel 2011.

Il 22 marzo 2010 la Corte Suprema della Bielorussia ha confermato una decisione del Ministero degli Interni datata gennaio 2010 che proibisce al BAJ di concedere il cartellino di addetto stampa, che conferisce protezione ai giornalisti indipendenti che lavorano nel paese e rende i giornalisti free lance che lavorano per media stranieri impossibilitati ad ottenere gli accreditamenti, rendendoli di fatto dei “fuori legge” e dunque passibili di pene detentive.

BIELORUSSIA: Nuova ondata di violenza verso i giornalisti

In seguito alla decisione del procuratore regionale, la polizia di Minsk ha proceduto il 16 marzo alla perquisizione dei locali della Narodnaya Volya e del sito Internet Charta 97, entrambi media dell’opposizione. Molti agenti mascherati sono entrati con la forza negli uffici. La redattrice del sito Internet, Natalia Radzina, è stata picchiata sul volto. Il suo appartamento privato e quelli di Maryna Koktysh, giornalista di Narodnaya Volya e di Iryna Khalip sono stati perquisiti. Otto computer di Charte 97 e altri strumenti informatici ed elettronici personali sono stati confiscati.
Queste perquisizioni sono dovute a dei reportage condotti su un caso in cui sono coinvolti tre ufficiali della polizia di Homyel e Viktar Yermakov, direttore del Dipartimento del ministero degli Interni incaricato della lotta alla corruzione e al crimine organizzato, tutti accusati di abuso di potere e di ricatti verso agenti del KGB. Tre di loro sono stati condannati dai tre ai quattro anni di prigione.

BIELORUSSIA: Minacce Maryna Koktysh, giornalista investigativa di primo piano

Reporters sans frontières esprime la propria preoccupazione per la giornalista investigativa Maryna Koktysh, indagata per aver seguito un caso giudiziario in cui sono coinvolti degli alti ufficiali di polizia di Homyel e del ministero degli Interni, accusati di abuso di potere e ricatto verso agenti del KGB. E’ stata sporta denuncia verso ignoti e per il momento la Koktysh è stata sentita in qualità di testimone, ma tutto fa pensare che presto possa essere lei sotto accusa. Il 17 febbraio, a Minsk, degli ufficiali di polizia hanno perquisito i locali del giornale indipendente Narodnaya Volya. Dopo un’ora di perquisizioni, hanno confiscato il computer della giornalista e parecchi suoi documenti. Maryna Koktysh è una giornalista di primo piano, conosciuta in Bielorussia per i suoi reportages su questioni sensibili: è stata una delle prime giornaliste ad indagare sulla scomparsa di figure dell’opposizione, pubblicando documenti attestanti veri e propri “squadroni della morte”.
La Bielorussia, che sembrava intenzionata ad una timida liberalizzazione della libertà di stampa, dopo aver rinnovato la collaborazione con l’Unione europea, in questi ultimi tempi, però, sta di nuovo cominciando un ciclo di repressione.

(Photos: Belorusskie Novosti, BAJ, Khartiya’97)

BIELORUSSIA: La pressione sui giornalisti indipendenti aumenta

L’intimidazione verso i giornalisti indipendenti da parte della polizia, Con il pretesto di infrazioni amministrative, è divenuta una pratica corrente in Bielorussia. Questo stato di fatto deve cessare immediatamente se, come sostengono le autorità, si vuol fare del  paese uno stato di diritto.

Il 4 febbraio, un tribunale di Minsk ha condannato il giornalista Ivan Shulla, che collabora con il canale satellitare privato Belsat TV (Belsat TV ) e l’Associazione Bielorussa dei giornalisti (Association bélarusse des journalistes )(BAJ), a dieci giorni di prigione per “hooliganismo minore”. Questa sentenza è stata pronunciata il giorno dopo l’arresto e dopo che il giudice Aksana Relyava ha rifiutato di ascoltare un vicino, testimone dell’accaduto.

Il trattamento riservato a questo caso sottolinea una volta di più la parzialità della giustizia, requisita dalle autorità per far tacere i media indipendenti.

Il 3 febbraio, nel pomeriggio, una squadra di polizia ha tentato per due volte di forzare l’ingresso nell’appartamento di un altro giornalista di Belsat TV, Mihas Yanchuk. I poliziotti, che non avevano alcun mandato, affermano di essere stati allertati da dei vicini, che si lamentavano di rumori molesti. In assenza di Mihas Yanchuk, gli altri giornalisti, che si trovavano a casa sua, hanno rifiutato di aprire e hanno così subito un assedio di due ore, durante le quali i poliziotti hanno staccato la corrente elettrica. Secondo i colleghi, Ivan Shulha, che aveva lasciato l’appartamento prima dell’arrivo dei poliziotti, li avrebbe avvisati grazie al citofono posto all’ingresso. Secondo la versione della polizia, che in un primo tempo aveva parlato di gradi strappati e di una gamba fratturata, il giornalista avrebbe aggredito un ufficiale. La polizia ha negato qualsiasi informazione sul luogo di detenzione del giornalista fino all’inizio del processo, che si è tenuto il giorno dopo a mezzogiorno.

Come Belsat TV, che trasmette dalla Polonia, la BAJ è una delle ultime strutture che permette ai giornalisti indipendente di lavorare nel paese. Oltre alla sua funzione di vigilanza e di segnalazione delle violazioni delle libertà di espressione, l’associazione consegna ai propri membri dei documenti che permettono loro di lavorare, aggirando la strettissima procedura per l’accreditamento, prevista per i media e i giornalisti. Mette inoltre a loro disposizione un centro di assistenza legale in caso di problemi giudiziari.

Sono proprio queste funzioni prese di mira dal vice ministro della Giustizia Aliaksandar Simanau in un discorso di avvertimento del 13 gennaio. Sostenendo che il BAJ non è un mass media, ha ingiunto alla associazione di non utilizzare più la parola “stampa” (e dunque di non consegnare più i documenti relativi). Il centro di assistenza legale, è stato dichiarato fuori legge in quanto non corrisponderebbe agli statuti ufficiali dell’organizzazione. Nonostante ciò, il vice presidente dell’associazione, Andrei Bastunets, sottolinea che questo centro “è previsto dagli statuti del BAJ, che sono stati approvati dal ministero della Giustizia. E’ difficile immaginare quali infrazioni abbia potuto improvvisamente trovare il ministero in un regolamento vigente da più di sette anni.” L’associazione aveva inizialmente avuto un preavviso di un mese per conformarsi all’avvertimento, ma lo contesta e chiede informazioni più dettagliate.

Da quando è in vigore, cioè da un anno, in base alla nuova legge sui media, la procedura di accreditamento costituisce uno strumento formidabile di selezione dei media nelle mani delle autorità. Dopo aver fatto ricorso ai pretesti più vari per non prendere in considerazione la richiesta di Belsat TV, il ministero degli affari Esteri ha rifiutato per la seconda volta il suo accreditamento nel dicembre 2009. Grazie ad un decreto (décret ) promulgato questa settimana dal presidente Alexandre Loukashenko, Internet sarà sottoposto allo stesso controllo del 1 luglio. Con l’avvicinarsi delle elezioni locali dell’aprile 2010 e con l’approssimarsi di quelle presidenziali del 2011, il regime sta cercando di mettere sotto chiave qualsiasi accesso all’informazione.

BIELORUSSIA: Il governo emana un decreto che stabilisce un controllo esteso del contenuto di Internet e delle possibilità di accesso alla rete

Il presidente bielorusso Alexandre Lukashenko il 1 febbraio ha firmato un decreto -in vigore il 1 luglio 2010- che stabilisce un controllo esteso del contenuto di Internet e delle possibilità di accesso alla rete.

“I timori espressi da Reporters sans frontières agli inizi del mese si sono concretizzati. Le autorità della Bielorussia tentano di rinforzare il loro controllo su Internet come hanno fatto con i media tradizionali. Questo decreto, che sottomette  l’accesso alla rete ad una verifica dell’identità degli internauti o ad una autorizzazione preventiva dell’esistenza online in base al contenuto e a chi ne fa domanda, porta gli utenti all’autocensura. Questo risultato è evidentemente ciò che ci si prefigge col decreto, al di là delle dichiarazioni falsamente rassicuranti del governo bielorusso sulla libertà di espressione online”, ha dichiarato l’organizzazione.

Il decreto n°6 relativo alle “misure di miglioramento per la rete internazionale di Internet (computer, telefoni cellulari) devono essere identificati e registrati dai providers dei servizi Internet (ISP). Una tale misura serve ad assicurare il controllo al governo sui mezzi di accesso dei propri cittadini alla rete.

Allo stesso modo ogni persona, che voglia connettersi ad Internet, dovrà identificarsi nei cybercafé e in tutti i casi in cui le connessioni siano condivise (per esempio anche nei casi di immobili in comproprietà) e ogni singola connessione sarà registrata e conservata per anno. Una tale misura potrebbe dissuadere i cittadini a continuare ad informarsi sui siti indipendenti o di  opposizione.

Il decreto prevede inoltre la creazione di un “centro analitico” collegato alla presidenza e incaricato della sorveglianza dei contenuti priva della loro diffusione su Internet, istituendo evidentemente una censura da parte delle principali autorità dello Stato. Sarà questo centro a distribuire i nomi dei domini e dunque a controllare l’esistenza di ciascuno sulla rete. Tutte le richieste del centro di chiudere un sito dovranno essere eseguite dagli ISP entro 24 ore. Persino il singolo utente può essere coinvolto in una chiusura, dato che il decreto invita alla delazione.

Il governo bielorusso non fa mistero di voler istituire una vera censura ideologica, facendo riferimento al governo cinese o dichiarando: “La nostra ideologia sarà presene su Internet e lo sarà in modo efficace” (Usievalad Yancheuski, direttore del dipartimento ideologico dell’ufficio del presidente). Tutto ciò è in contraddizione con le affermazioni di Lukashenko, in cui sostiene di lasciare tutti liberi di dire ciò che vogliono online.

Queste misure inoltre sembrano create apposta per rafforzare il controllo politico del governo in vista delle prossime elezioni presidenziali, previste per la primavera del 2011.

BIELORUSSIA: Il governo rafforza il controllo su Internet

Reporters sans frontières è preoccupata dall’intenzione del governo bielorusso di aumentare il controllo su Internet in un paese dove la libertà di espressione è già limitata. Il presidente Alexander Lukashenko il 30 dicembre ha riconosciuto che il suo governo sta apportando gli ultimi ritocchi alla legge in questione. La proposta del decreto era trapelata tra i media il 14 dicembre 2009. La discussione che la circonda è tuttora segreta.

“Dobbiamo sottolineare la nostra preoccupazione in merito a questa legge, che minaccia la libera comunicazione online e il diritto di ognuno di noi ad esprimere il proprio punto di vista in modo anonimo, senza paura delle repressioni del governo”, ha dichiarato Reporters sans frontières. “Dopo aver posto la maggior parte dei media sotto il proprio controllo, il regime sta ora preparando un’offensiva contro i nuovi media”.

L’organizzazione per la libertà di stampa ha aggiunto: “Il tentativo del presidente di rassicurarci non riesce a nascondere la natura repressiva di questa legge, che è passibile di indurre i navigatori di Internet ad autocensurarsi. Dovrebbe essere lasciata cadere in modo che la Bielorussia non vada ad aggiungersi alla lista di paesi come la Cina, la Corea del Nord e l’Iran che Reporters sans frontières ha definito come “nemici di Internet”.

La legge richiederebbe una registrazione a tutte le pubblicazioni online e l’identificazione di tutti coloro che volessero andare online, sia negli Internet caffè sia al proprio domicilio. I fruitori degli Internet Caffè dovrebbero mostrare un documento di identificazione per poter accedere alla rete, mentre gli ISP (Internet Service Providers) dovrebbero mantenere un registro di tali informazioni e metterne a conoscenza la polizia, i tribunali e le agenzie speciali che monitorano tutti i contenuti resi pubblici in Bielorussia.

Ciascun sito web dovrebbe poi registrarsi con una procedura a parte, che deve essere definita dal consiglio dei ministri e approvato dall’ufficio presidenziale Centre for Operations and Analysis, che sarebbe preposto al monitoraggio del contenuto del sito. Se il sito avesse delle informazioni sulla Bielorussia, dovrebbe essere registrato sotto un dominio bielorusso (cioè con il suffisso  .by).

Infine  gli ISP sono costretti a bloccare i siti web considerati “estremisti” dalle agenzie governative. Questo sarebbe effettuato senza nessun intervento di un giudice.

Il presidente Lukashenko il 30 dicembre ha affermato che “il governo non  proibirà niente a nessuno e che niente sarà messo al bando”, ma tale affermazione non si concilia con le affermazioni precedenti, secondo le quali la politica riguardante Internet sarà basata sul modello cinese. In pratica qualsiasi critica al regime sarà inclusa nell’ottica “più riesci a monitorare, più riesci a perseguire e a reprimere” e le prosecuzioni per diffamazione saranno utilizzate per coprire la repressione.

In un paese dove i media governativi hanno la meglio e quelli indipendenti lottano per la sopravvivenza, Internet finora era rimasto come spazio di dinamica e libera espressione, con la formazione di una blogsfera di circa 3 milioni di partecipanti. La legge dell’agosto 2008, che impone la registrazione dei media, non comprende Internet. La nuova proposta di legge aggiusta tale omissione e quella che il governo definisce “anarchia” online.

Nel proprio monitoraggio della libertà online Reporters sans frontières ha finora classificato la Bielorussia come paese sotto sorveglianza, poiché ha un solo ISP (Beltelekom), perché l’accesso a siti dell’opposizione è bloccato durante i principali avvenimenti politici e perché i proprietari degli Internet caffè hanno l’obbligo, in base al decreto del febbraio 2007, di comunicare alla polizia se  i clienti visitano siti “sensibili” nonché di mantenere un registro di tutti i siti visitati negli ultimi 12 mesi da tutti i computers e di renderli disponibili su richiesta della polizia.

I giornalisti che hanno scritto per la Carta 97, sito di opposizione ( charter97.org), nel luglio scorso hanno ricevuto minacce, dopo che il sito ha postato un articolo su un caso di razzismo.

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