INDIA: Quaranta mesi nelle prigioni indiane

Reporters sans frontiéres  ha raccolto la testimonianza di Maqbool Sahil, giornalista di Srinagar, nello stato di Jammu in Kashmir. Egli è attualmente redattore capo del settimanale i urdu Pukaar. Il giornalista da più di diciannove anni si occupa dei conflitti in Kashmir che hanno fatto diverse migliaia di morti. Nel 2004, dopo essersi occupato dello stupro di un’australiana per conto del proprio giornale di allora, Chattan, era stato arrestato e detenuto per quarantuno mesi. E’ stato interrogato in condizioni molto difficili  per due settimane. Accusato di spionaggio da un circolo legato al Pakistan, non è mai comparso davanti ad un giudice. La legge indiana vuole che tutti coloro che sono accusati di un reato vengano giudicati dalla magistratura entro sessanta giorni. Liberato il 9 gennaio 2008 ha scelto di riprendere la propria attività di giornalista.
Maqbool Sahil ha scritto sette libri durante la sua detenzione. La sua testimonianza “Shabistan-e-wajood” è stata valorizzata da Reporters sans frontiéres.
“Ero detenuto con criminali comuni di ogni genere, compresi gli assassini. La tortura era prassi regolare e senza pietà. Durante gli interrogatori, i poliziotti utilizzavano degli strumenti di tortura come manganelli in legno contro le gambe. Mi appendevano anche al soffitto, picchiandomi sotto i piedi con delle bacchette e picchiandomi sul resto del corpo. L’intensità aumentava quando non ero in grado di fornire loro le informazioni sulla mia presunta appartenenza al circolo incriminato. A causa delle torture non ero più in grado di mettermi in piedi. Alcuni detenuti mi dovevano aiutare a vestirmi e a mangiare…Durante questi 41 mesi di detenzione ho quasi distrutto la mia famiglia. Potevo vedere i miei figli a stento; mia madre l’ho vista solo dopo due anni, presso il centro per le interrogazioni di Humhama. La sua salute peggiorava. Mio fratello lavorava come elettricista a domicilio per far fronte al fabbisogno della mia famiglia di otto persone.”

INDIA: Scene di bastonate a Srinagar

Alcuni poliziotti indiani hanno preso a manganellate Gowhar Bhat, giornalista del quotidiano Greater Kashmir, su una pubblica via di Srinagar, capitale del Kashmir indiano. Dai negativi presi da un suo collega si può vedere una decina di poliziotti prendere a manganellate il giornalista, con il sorriso sulle labbra. Condotti dal vice-ispettore Javaid Ahmad del commissariato di Kothibagh, gli agenti delle forze dell’ordine se la sono presa con Bhat che stava riprendendo una manifestazione del People Democratic Party.

“Mentre stavo prendendo nota degli avvenimenti, un poliziotto si è avvicinato e mi ha picchiato senza ragione. Anche se gli ho spiegato che ero un giornalista, il poliziotto non si è calmato. Una decina di suoi colleghi mi hanno circondato e mi hanno colpito con il manganello”, ha spiegato Bhat a Reporters sans frontières. Altri due reporter, che hanno cercato di aiutarlo, sono stati picchiati a loro volta.

“Chiediamo delle sanzioni verso i poliziotti autori di queste violenze gratuite contro i giornalisti”, ha chiesto l’organizzazione.

INDIA: Violenze da parte della polizia contro i giornalisti: “una serie nera”decisamente inquietante

Reporters sans frontières è estremamente preoccupata dall’ondata di violenza da parte delle polizia nei confronti dei giornalisti indiani nel Kashmir, nello Uttar Pradesh, a Karnataka e nell’Andra Pradesh. Nel solo periodo di febbraio l’organizzazione ha contato circa tredici casi di abusi e aggressioni da parte delle forze dell’ordine verso i professionisti dei media indiani. “Come un poliziotto è stato sospeso recentemente per aver picchiato una donna di casta dalite nella provincia dell’Uttar Pradesh, allo stesso modo gli agenti delle forze dell’ordine colpevoli dello stesso reato verso i giornalisti dovrebbero essere puniti. Le immagini della violenza verso quella donna hanno scioccato una parte dell’opinione pubblica indiana. Facciamo appello alle autorità degli stati implicati e al governo di New Dehli affinché si indaghi su tali brutalità inaccettabili, di cui le forze dell’ordine ne hanno maggiore responsabilità. Nel Kashmir non può più bastare che si prometta di far luce sui fatti; bisogna che si puniscano i reati”, ha affermato l’organizzazione.

Un segnale incoraggiante viene dalla Commissione dei diritti umani che il 9 febbraio ha ordinato alle autorità dell’Uttar Pradesh di risarcire un giornalista che era stato rapito e minacciato di morte dalla polizia nel 2005. La Commissione ha dichiarato che “questo caso non solo è un esempio perfetto di apatia, ma anche di antagonismo assoluto nei confronti dei diritti di una persona la cui vita è stata gravemente messa in pericolo dalle azioni delle forze di polizia coinvolte”. La polizia aveva perseguitato questo giornalista per aver scritto sulla corruzione degli ufficiali.

INDIA: La “voce dei senza voce” per il Tibet: intervista di RSF a Karma Yeshi, il redattore capo della radio Voice of Tibet

In Tibet, sotto controllo della Cina, alcune informazioni non possono essere trasmesse dalla stampa, dalla radio, dalla televisione o dai nuovi media. In compenso una volta all’estero, in particolare a Darhamsala, in India, dove si rifugiano delle centinaia di migliaia di tibetani, diversi media liberi producono e diffondono un’informazione alternativa. Nonostante le interferenze, dei media come Voice of Tibet o Radio Free Asia danno voce ai tibetani costretti al silenzio.

Reporters sans frontières ha incontrato Karma Yeshi, il redattore capo della radio Voice of Tibet, a Dharamsala.

Potete raccontarci qualcosa sulla storia di Voice of Tibet?

E’ stata fondata in Norvegia dalle organizzazioni per la difesa dei diritti dell’uomo Norwegian Human Rights House, il Norwegian Tibet Commettee e il Worldview Rights. All’inizio, abbiamo fatto solo due trasmissioni di 15 minuti, 5 giorni la settimana e il nostro ufficio era ad Oslo. Nel 1997 ci siamo trasferiti a Dharamsala. Poi nel 1999, per raggiungere la popolazione cinese, abbiamo cominciato una trasmissione di un quarto d’ora in mandarino. Oggi abbiamo 45 minuti di programmazione: una mezz’ora in tibetano e un quarto d’ora in mandarino. Diffondiamo i nostri programmi circa 5 volte al giorno durante tutta la settimana. Abbiamo anche un sito Internet che ci rende accessibili dal Tibet e dal resto del mondo.

Dove risiede la maggior parte dei vostri ascoltatori?

I nostri targets principali sono la Cina e il Tibet. Diffondiamo dunque il nostro programma da diversi trasmettitori rivolti verso questi paesi. Abbiamo poi anche un trasmettitore volto verso i nostri ascoltatori in India, Nepal e Butan. Il nostro segnale è buono nel Tibet e nel nord dell’India, ma sfortunatamente è molto debole a Lhasa e a Shigatse, poiché le autorità cinesi disturbano fortemente le onde delle nostre emissioni. E’ la nostra sfida più grande. Il nostro programma radio va molto bene nel sud dell’India, dove si trova la più grande comunità tibetana e i nostri programmi si possono ascoltare anche qui, a Dharamsala. Infine sul nostro servizio online chi vive a Taiwan, Hong Kong e in diverse regioni della Cina possono ascoltare i programmi in cinese o tibetano. Abbiamo anche degli ascoltatori a livello internazionale, tibetani e cinesi che vivono fuori dalla Cina.

Fino a che punto le vostre trasmissioni in Tibet sono disturbate dalle autorità cinesi?

Beh, in effetti…Da quando diffondiamo i nostri programmi sulle frequenze riservate alla Voice of Tibet in base alla legislazione internazionale sulle telecomunicazioni, di cui la Cina è firmataria, quest’ultima non ha mai  cessato di utilizzare tali frequenze. Ma si sa, la Cina fa quello che vuole. Viola apertamente la convenzione internazionale che ha firmato. Non può impedirci di trasmettere, ma noi non possiamo impedire che ci disturbi. Dobbiamo usare degli espedienti per sfuggire alle interferenze. Per questo cambiamo spesso le frequenze, ma ciò ci fa perdere ascolto.

Il giornale cinese Global Times sostiene che Voice of Tibet sia un canale d’informazione favorevole all’indipendenza del Tibet. Cosa ne dice di una tale accusa?

Voice of Tibet è una piattaforma per tutti i tibetani e per i simpatizzanti del Tibet. I nostri temi sono molto vari: notizie sul governo in esilio, notizie sul dalai lama, notizie sulle ONG tibetane, relazioni tra Cina e Stati Uniti, etc. Voice of Tibet non segue nessun schieramento politico, poiché il nostro scopo è di fornire una piattaforma per chiunque. Quest’accusa è priva di fondamento. Non abbiamo affiliazioni politiche, diamo voce sia ai sostenitori della “via di mezzo” sia ai sostenitori dell’indipendenza.

Come riuscite a verificare il tasso d’ascolto?

Avere un ritorno dai nostri ascoltatori in Tibet diventa sempre più difficile. Andiamo incontro ai tibetani che arrivano in India. Chiediamo loro:”Ascoltate la Voice of Tibet?” A volte rispondono di sì a volte rispondono di no. (…) Alcuni rispondono:”Per favore diffondete più spesso gli insegnamenti del Dalai Lama”. Molti tibetani hanno cominciato ad ascoltare le radio internazionali perché rappresentano una rara possibilità di ascoltare il Dalai Lama.

Come vi procurate le informazioni sulla situazione all’interno del Tibet?

Ottenere delle informazioni sul Tibet al momento attuale è molto difficile. Riusciamo ad avere delle notizie grazie ad appelli indiretti da parte dei nostri contatti presenti nei diversi paesi del mondo. Molte persone, in particolare i monaci tibetani del sud dell’India, che provengono in maggioranza dal Tibet, ci procurano delle informazioni. Una volta ricevute, le verifichiamo. In effetti per noi l’importante non è essere i primi a dare un’informazione, ma dare l’informazione migliore, la più corretta. Noi verifichiamo e facciamo controlli incrociati con tutti i centri di ricerca tibetani, come per esempio il centro tibetano per i diritti dell’uomo e la democrazia.

INDIA: Media tibetani

In Tibet, sotto controllo della Cina, alcune informazioni non possono essere trasmesse dalla stampa, dalla radio, dalla televisione o dai nuovi media. In compenso una volta all’estero, in particolare a Darhamsala in India, dove si rifugiano delle centinaia di migliaia di tibetani, diversi media liberi producono e diffondono un’informazione alternativa. Nonostante le interferenze, dei media come Voice of Tibet o Radio Free Asia danno voce ai tibetani costretti al silenzio

INDIA: Due giornalisti parlano dopo la liberazione

Reporters sans frontières è sollevata per la liberazione di due giornalisti arrestati per motivi diversi in India.

Laxman Choudhury, del quotidiano Sambad, il 3 dicembre è stato finalmente liberato dietro cauzione, dopo una detenzione di 10 settimane nel distretto di Gajapati nello stato orientale di Orissa. Rilasciato per ordine della corte suprema di Orissa, è ancora accusato d’incitamento alla rivolta per essere stato scoperto in possesso di volantini maoisti dalla polizia.

Nel lasciare la prigione, Choudhury ha ringraziato i colleghi che hanno manifestato per il suo rilascio. Reporters sans frontières aveva scritto al Governatore di Orissa il 6 novembre per chiederne il rilascio ed ha pure aiutato la famiglia. Per maggiori informazioni, si legga il Comunicato del 15 ottobre (in inglese): http://www.rsf.org/Reporter-who-acc…

A.S.Mani, editore del settimanale tamil Naveena Netrikkan, è stato rilasciato il 27 novembre, dopo essere stato un mese in una prigione di Chennai, nello stato di Tamil Nadi a sud-est, con l’accusa di diffamazione. Reporters sansfrontières lo ha intervistato per rendere pubbliche le modalità dell’arresto e per indagare sulla condizione della libertà di stampa in India oggi.

Il testo della intervista (in inglese) si può trovare all’indirizzo http://www.rsf.org/Two-journalists-held-in-different.html

INDIA: Editor di un settimanale Tamil in prigione da 11 giorni per una accusa di diffamazione

Netrikkan_Front_small_corps_de_texte-2Reporters Without Borders condemns journalist A.S. Mani’s detention in the southeastern state of Tamil Nadu on a criminal defamation charge. Mani, who edits the Tamil weeklyNaveena Netrikkan, was arrested in the city of Chennai without arrest warrant, on 25 October, as a result of libel suit by a local businessman.

“Mani is the latest victim of Indian laws that criminalise defamation,” Reporters Without Borders said. “Misuse of the laws governing defamation and slander pose a permanent danger to Indian journalists. These laws are contrary to international press freedom standards and must be amended without delay.”

Reporters Without Borders has registered a growing number of cases of arrests of journalists and censorship in India in the past two months, including the arrest of another Tamil journalist (http://www.rsf.org/Tamil-Nadu-edito…), a refusal to issue a visa (http://www.rsf.org/No-visa-for-Germ…) and the detention of a journalist in the eastern state of Orissa (http://www.rsf.org/Reporter-who-acc…). And the federal government has just banned foreign reporters from going to the easternmost state of Arunachal Pradesh to cover a visit by the Dalai Lama.

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After 10 journalists were physically attacked by police in the northeastern state of Manipur on 10 October, more than 100 journalists staged a protest, handing in their press cards on the grounds that they offered no protection against abusive treatment by officials.

Mani was arrested at his home in Chennai at 5:30 a.m. on 25 October as a result of a complaint by local businessman Pottu Suresh over a report published two days earlier linking Suresh to political corruption.

Mani was detained under article 502 of the criminal code concerning the publication of defamatory printed material but he is reportedly also being prosecuted under articles 153A, 503 and 505, which concern incitement of hatred and public alarm and which carry heavier sentences.

Naveena Netrikkan Special Correspondent Parthiban Mani told Reporters Without Borders: “A.S. Mani’s arrest and continuing detention are unwarranted. We firmly condemn the behaviour of the Tamil Nadu government and the Madurai police, and we call for our colleague’s release.”

Because of the possibility of harassment by fellow inmates, Mani was transferred to Puzhai prison in the state capital, Chennai.

INDIA: Giornalista che ha accusato la polizia locale di corruzione accusato di sedizione

arton34727-bede8Laxman Choudhury, a newspaper reporter based Gajapati (in the eastern state of Orissa) who has written about alleged local police links with organised crime, has been detained for more than three weeks on a sedition charge in Bhubaneswar, the state capital, on the grounds that he was sent Maoist leaflets in the mail.

“Choudhury’s arbitrary and unjustifiable arrest by the Gajapati police violated the Indian constitution,” Reporters Without Borders said. “He is the victim of an act of revenge by local authorities who were worried by his revelations. We call for his immediate release and the withdrawal of all charges against him.”

A reporter for the daily newspaper Sambad, Choudhury was arrested on 20 September in possession of Maoist leaflets he had received in the mail.

Sampad MohapatraNDTV’s Orissa bureau chief, told Reporters Without Borders: “The police wanted to teach him a lesson for exposing their connivance with the local mafia. Laxman had received the leaflets like a dozen other journalists, including me. The Maoists send their press releases and leaflets to reporters on a regular basis. They constitute news material and receiving them can under no circumstances be regarded as evidence of Maoist links.”

When a delegation of four journalists went to see Orissa chief minister Naveen Patnai, he promised to order an investigation into the allegations that Chaudhury’s arrest was an act of revenge. Choudhury is meanwhile still waiting to appear before the Orissa high court on charges of sedition.

“Laxman is a working journalist and does not deserve such treatment,” Mohapatra added. “We have condemned the police action and we expect the state government to behave responsibly when dealing with any member of the media fraternity.”

INDIA: Il direttore del quotidiano Tamil “Dinamala” arrestato per un articolo su una attrice sospettata di prostituzione

arton34678-7d6f4Reporters Without Borders condemns a 7 October police raid on the Tamil daily Dinamalar in Chennai (the capital of the southern state of Tamil Nadu) and the arrest of its editor, B. Lenin, over an article about Tamil actresses suspected of prostitution. Charged under the Tamil Nadu Women Harassment Act, he could remain in detention until 21 October.

“The police raid on Dinamalar was abusive and disproportionate and B. Lenin’s arrest was not justifiable either,” Reporters Without Borders said. “We urge the judicial authorities to free him on bail without delay and to dismiss the complaint brought by the South India Film Artistes Association. Protecting the presumption of innocence of the actresses is one thing, but abusing the law to punish those who covered their alleged criminal activity is unacceptable.”

Dinamalar published a controversial article on 4 October about the alleged involvement of Tamil actresses including Bhuvaneswari in a prostitution ring. Although the newspaper published an apology the next day, representatives of the South India Film Artistes Association filed a complaint under section 4 of the Tamil Nadu Women Harassment Act.

Police stormed into Dinamalar’s offices on the evening of 7 October and took the editor off to the police station. He was then taken before a magistrate and placed in detention. According to a press release, he will remain there until 21 October.

INDIA: L’Alta Corte toglie il divieto di vendita del controverso libro sul fondatore del Pakistan

arton34258-60c64Reporters Without Borders hails today’s Gujarat high court decision lifting a ban on the sale of a book about Pakistan’s founder, Ali Jinnah, by Jaswant Singh, a former leader of the Bharatiya Janata Party (BJP), India’s main opposition party.

According to the BBC (see its report), the high court said the Gujarat state government had not “read the book” before imposing the ban.

“In reaching this decision, the Indian judicial system has shown that it recognises the fundamental importance of the principle of free expression, and that censorship cannot be tolerated in the world’s biggest democracy,” Reporters Without Borders said.

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