BIRMANIA – Quanto tempo durerà la primavera birmana dei media?

logo_slide_show_rapport_birmanie-2-54a75Il 17 gennaio 2013 Reporter senza frontiere ha pubblicato un report intitolato The Burmese Spring – La primavera birmana, un’inchiesta che rivela il rapido progresso compiuto dalla libertà di informazione in Birmania e, al tempo stesso, i limiti di tale progresso e i pericoli ai quali va incontro.

La comunità internazionale è testimone di una transizione democratica senza precedenti in questo Paese del Sud-Est asiatico, dopo mezzo secolo di dittatura militare. Tuttavia, allo stato attuale, la possibilità che le riforme necessarie vengano raggirate non può essere esclusa, e occorre perciò prestare la massima attenzione.

Per 25 anni, Reporter senza frontiere ha fatto parte della blacklist che, di fatto, impediva all’organizzazione di visitare la Birmania. Molti giornalisti in carcere tra cui Win Tin, uno dei simboli della lotta per la libertà di informazione, e i video-giornalisti di Democratic Voice of Burma, hanno potuto ricevere solamente sostegno a distanza nel corso di questo lungo periodo.

Reporter senza frontiere è stata finalmente cancellata dalla lista nera il 28 agosto 2012, quando le è stato consentito di visitare la Birmania e di osservare i primi risultati ottenuti dalle riforme di governo volte a diminuire le restrizioni dei media.

“I progressi fatti a favore dei media hanno un’importanza storica e il cammino intrapreso dal governo sta proseguendo, come provato nelle recentemente annunciata revisione delle leggi repressive che colpiscono la stampa. Il rilascio dei giornalisti in carcere e la fine della censura preventiva rappresentano l’inizio di una nuova era per i giornalisti della Birmania. L’annuncio del Ministero dell’Informazione, lo scorso 28 dicembre, secondo il quale dal prossimo aprile sarà consentita la pubblicazione dei quotidiani di proprietà privata, è la prova di un impegno concreto per perseguire le riforme. Ma noi adesso aspettiamo che queste promesse, soprattutto in merito alla creazione di quotidiani indipendenti, vengano mantenute e realizzate”, ha detto RSF.

Nonostante la censura sia stata in apparenza superata, la Divisione per la Verifica e la Registrazione della Stampa (Press Scrutiny and Registration Division), che è in sostanza l’ufficio che si occupa della censura, non è ancora stata sciolta ma anzi continua a esercitare molto potere repressivo e può ancora sospendere qualsiasi settimanale che pubblica contenuto “proibito”.

In assenza di una legge che fornisca ai media una effettiva protezione, esiste un pericolo reale che i giornalisti applichino l’autocensura, dopo decenni di censura governativa. I funzionari non hanno perso le loro tendenze repressive e liberticide, come testimoniato anche dai molti procedimenti giudiziari contro i settimanali privati nel 2012.

Il presente report di RSF pone l’attenzione sui rischi delle trasformazioni del settore mediatico in assenza di un appropriato quadro normativo, sui problemi specifici dei media in esilio che ora sono potuti rientrare nel territorio birmano e sulla mancanza di una copertura mediatica adeguata in merito alla crisi umanitaria avvenuta nella provincia occidentale di Arakan.

Reporter senza frontiere esorta il governo birmano a frenare le sue azioni legali contro i media e a supportare la rapida abrogazione di leggi repressive e la promulgazione di una legge sulla stampa che rispetti la libertà di informazione.

L’organizzazione incoraggia inoltre i media birmani a incrementare le loro interazioni con le varie associazioni e sindacati di giornalisti, al fine di rivitalizzare il settore dei media e difenderne gli interessi. Infine, chiede alla comunità internazionale di condizionare i suoi aiuti alla Birmania al rispetto per le libertà fondamentali, in primo luogo quella di informazione.

Leggi il report intero (in inglese)

Traduzione a cura di Tatiana Camerota

BIRMANIA: Reporter senza frontiere presenta a Aung San Suu Kyi il rapporto sulla crisi di Arakan e le minacce alla libertà di informazione

Reporter senza frontiere pubblica oggi il suo rapporto sulla crisi attuale nello stato di Arakan, presentato il 27 giugno scorso alla deputata della Lega Nazionale per la Democrazia, Aung San Suu Kyi in visita a Parigi durante il suo primo tour in Europa.

“Il conflitto in corso nello stato di Arakan ha ricordato, nel modo più duro, la fragilità dell’ambiente in cui lavorano i media e l’estrema precarietà della parziale libertà di stampa nel paese. Aung San Suu Kyi ha ben compreso la gravità della crisi, ma abbiamo ritenuto di dover attirare l’attenzione sull’urgenza di rispondere alle numerose sfide che i media devono affrontare in Birmania, dopo 50 anni di repressione e di censura” ha affermato Reporter senza frontiere.

“Per il momento il governo ha solamente alleggerito il controllo abusivo sulla stampa. Non essendo in grado di accompagnare realmente l’informazione nel processo che vede una nuova situazione politica e economica che si delinea rapidamente, le autorità hanno risposto in maniera istintiva a quelle che ritengono essere libertà eccessive dei mezzi di comunicazione. Da inizio anno, sono stati intrapresi almeno tre procedimenti giudiziari da parte dei ministeri governativi; il redattore capo di Snapshot potrebbe dover affrontare una sentenza che lo condanna a sette anni di carcere. Questa non è una risposta accettabile da parte di un governo che annuncia di essere sulla strada della democratizzazione”.

“Ci auguriamo – prosegue l’organizzazione – “che i poteri esecutivi e legislativi del paese comprendano che la modernizzazione, la liberalizzazione e l’attuazione di misure legali adeguate per la tutela dei media, non saranno il risultato del processo di democratizzazione ma che al contrario ne costituiscono i requisiti”.

Reporter senza frontiere ha avuto la possibilità di confrontarsi con Auung San suu Kyi il 27 giugno scorso prima nel contesto informale di una colazione all’Hotel de Ville di Parigi, poi nell’ambito di un incontro avvenuto tra il Ministro degli Esteri francese e altre organizzazioni della società civile.

L’organizzazione ha potuto attirare la sua attenzione sulle nuove minacce che pesano sulla libertà di informazione in Birmania e sulle necessità dei media che nella crisi dello stato di Arakan hanno assunto un ruolo chiave fin dal principio.

Il rapporto fa un’analisi del ruolo e dell’influenza determinante di Internet e dei media nell’ambito della copertura degli atti di violenza in Arakan, le difficoltà di accesso alle informazioni e le aggressioni nei confronti della stampa straniera e in esilio, oltre che sul ruolo del governo e i rischi di manipolazione dell’informazione proprio su questi episodi.

L’organizzazione presenta anche i suoi suggerimenti al governo birmano e ai media per un miglioramento delle condizioni di lavoro dei professionisti e sulla libertà di informazione in genere nel paese.

La Birmania si colloca al 169 posto su 179 paesi recensiti nella classifica mondiale della libertà di espressione 2011 2012 stilato da Reporter senza frontiere.

Per scaricare in PDF il rapporto seguire i seguenti link:

Traduzione di Eleonora Albini, Pressenza International Press Agency

BIRMANIA: Aung San Suu Kyi sulla libertà di stampa in Birmania

Il “Council on Foreign Relations” ha organizzato una video-conferenza a Washington il 30 novembre con Aung San Suu Kyi.
Reporters sans frontières ha preso parte e le ha posto una domanda sulla situazione della libertà dei media in Birmania.
Guarda il video con la risposta di Aung San Suu Kyi.

RSF: I predatori della Libertà di Stampa 2011, i 38 capi di stato e signori della guerra che seminano il terrore tra i giornalisti

Predatori della Libertà di Stampa 2011

I capi di una macchina repressiva, i leader politici dei regimi ostili
alle libertà civili e gli organizzatori di campagne di violenza diretta contro i
giornalisti – questi i 38 predatori della libertà di stampa del rapporto 2011 di Reporters sans frontières, reso pubblico il 3 maggio, Giornata Mondiale per la Libertà di Stampa.

Per scaricare il rapporto completo (in inglese, 47 pagine, 26 MB) cliccare su  questo link:  http://rsfitalia.files.wordpress.com/2011/05/predateurs_gb27042011.pdf

Per quanto riguarda l’Italia, anche quest’anno, tra i 38 predatori è presente la criminalità organizzata italiana, che continua a considerare propri nemici i giornalisti che ne parlano, Il rapporto ricorda i casi più noti di giornalisti minacciati (da Roberto Saviano a Lino Abbate a Rosaria Capacchione) così come il mancato sostegno del Primo Ministro italiano, Silvio Berlusconi, che -a novembre 2009- dichiarò che avrebbe voluto strozzare scrittori e autori di cinema  che davano una cattiva immagine dell’Italia parlando di mafia e camorra.

Nel rapporto 2011 il “posto d’onore” va al Nord Africa e al Medio Oriente, luogo che hanno visto negli ultimi mesi eventi drammatici e talvolta tragici. Il mondo arabo  ha visto i più importanti cambiamenti nella lista dei predatori rispetto al 2010. Alcuni sono caduti. Il primo ad andarsene è stato il Presidente della Tunisia Zine el-Abidine Ben Ali, costretto a dimettersi il 14 gennaio, dando così al suo popolo la possibilità di avviarsi su una strada democratica.  Altri predatori, come Ali Abdallah Saleh dello Yemen, che è stato travolto dall’ondata di proteste radicali suo paese, o della Siria Bashar al-Assad, che risponde con il terrore alle aspirazioni democratiche del suo popolo, potrebbero anche cadere. E che dire di Muammar Gheddafi, la “Guida della Rivoluzione”, ora la guida della violenza contro il suo popolo, una violenza che è sorda alla ragione? E il re del Bahrain, Ben Aissa Al-Khalifa, che dovrebbe rispondere per la morte di quattro attivisti in carcere, tra cui il fondatore dell’unico giornale di opposizione, e per l’operazione repressiva contro le vaste manifestazioni pro-democrazia?

La libertà di espressione è stata una delle prime richieste dei popoli in rivolta, una delle prime concessioni dei regimi transitori e uno delle prime realizzazioni, anche se molto fragili, delle rivoluzioni.

Tentativi di manipolare i giornalisti stranieri, arresti arbitrari e detenzione, deportazione, negazione di accesso, intimidazioni e minacce – la lista degli abusi contro i media nel corso della primavera araba è sconcertante. La determinazione a ostacolare i mezzi di comunicazione non si è fermata agli omicidi in quattro paesi – Siria, Libia, Bahrein e Yemen. Gli incidenti mortali includono Mohamed Al-Nabous, colpito da cecchini a libro paga del governo nella città libica di Bengasi il 19 Marzo, e due giornalisti uccisi direttamente dalle forze di sicurezza nello Yemen il 18 marzo.

Ci sono stati più di 30 casi di detenzione arbitraria in Libia e di un numero simile di corrispondenti stranieri espulsi. Metodi simili sono stati utilizzati in Siria, Bahrein e Yemen, dove le autorità fanno ogni sforzo possibile per mantenere i mezzi di comunicazione a distanza in modo che non possano girare video della repressione.

I media hanno raramente avuto un ruolo così fondamentale nei conflitti. Questi regimi, già tradizionalmente ostili alla libertà dei media, hanno trattato il controllo delle notizie e delle informazioni come una delle chiavi per la loro sopravvivenza.

I giornalisti sono stati direttamente presi di mira dalle autorità o catturati nel fuoco incrociato delle violenze tra attivisti e forze di sicurezza, ricordando a tutti noi i rischi che corrono nello svolgere il loro lavoro essenziale.

Resto del mondo

In Asia, alcuni leader sono stati sostituiti, senza alcuna modifica dei sistemi repressivi. Thein Sein ha sostituito Than Shwe al capo del regime in Birmania (dove 14 giornalisti sono in carcere). Il Partito Comunista ha scelto Nguyen Phu Trong al posto di Nong Duc Manh in Vietnam (dove 18 cittadini della rete sono attualmente in carcere). In entrambi i paesi, un predatore ha preso il posto di un altro.
Le onde d’urto della primavera araba hanno influenzato le politiche perseguite dal predatore della Cina, il presidente Hu Jintao, e del predatore dell’Azerbaigian, il presidente Ilham Aliyev. Essi temono la possibile diffusione di questo virus. Più di 30 dissidenti, avvocati e attivisti dei diritti umani sono detenuti in isolamento in Cina. Non c’è modo di sapere che cosa sia successo loro. Una delle ultime vittime è l’artista di fama internazionale, Ai Wei Wei. No si sa dove sia detenuto. Le autorità azere hanno adottato varie tattiche per tacitare i mezzi di comunicazione in risposta ai tentativi di
organizzare manifestazioni in stile arabo a Baku. Anche attivisti Facebook  sono stati incarcerati. Sono stati rapiti e minacciati reporter che lavoravano per il quotidiano dell’opposizione Azadlig. I giornalisti che cercavano di coprire le proteste sono stati arrestati e picchiati. Internet è stata bloccata.

Altri predatori rimangono tragicamente fedeli a se stessi. Issaias Afeworki in Eritrea, Gurbanguly Berdymukhamedov in Turkmenistan e Kim Jong-il in Nord Corea che restano i peggiori regimi totalitari del mondo. La loro crudeltà è sconcertante. L’estrema centralizzazione dei poteri, le purghe e
la loro propaganda onnipresente non lasciano spazio ad alcuna libertà.

I predatori dell’Iran – Mahmoud Ahmadinejad, rieletto presidente della Repubblica Islamica nel giugno 2009, e Ali Khamenei, leader supremo – sono gli artefici di una repressione implacabile segnata da prove di stile stalinista contro politici dell’opposizione, giornalisti e attivisti dei diritti umani. Più di 200 giornalisti e blogger sono stati arrestati dal giugno 2009, 40 sono ancora detenuti e circa 100 hanno dovuto abbandonare il paese. Si stima che 3.000 giornalisti siano attualmente senza lavoro perché i loro giornali sono stati chiusi o loro comunque non riassunti. Reporter sans frontières chiede un inviato speciale sui diritti umani da mandare in Iran con urgenza, in linea con la risoluzione adottata dalle Nazioni Unite Consiglio dei Diritti Umani il 24 marzo.

L’altro lato dell’Atlantico ha visto una insolita aggiunta alla lista dei predatori della libertà di stampa: le milizie proprietà dell’ imprenditore honduregno Miguel Facusse Barjum che hanno avuto le mani libere per minacciare i media di opposizione al colpo di stato del giugno 2009  – in particolare le piccole stazioni radio che intraprendono una battaglia tra Davide e Golia contro i grandi interessi economici e politici.

Pakistan e Costa d’Avorio – due priorità per l’anno prossimo

Reporters sans frontières continuerà a lavorare sul tema delle violazioni della libertà dei media da parte della criminalità organizzata. Il rapporto iniziale, emesso nel marzo 2011, sarà sviluppato soprattutto in vista della visita che il Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani Navanethem Pillay farà nei prossimi mesi in Messico, dove sette giornalisti sono stati uccisi nel 2010.

La violenza è anche il problema principale in Pakistan, dove 14 giornalisti sono stati uccisi in poco più di un anno. Il Pakistan continua a essere uno dei paesi più pericolosi del mondo per i media.

Internet

Per quanto riguarda Internet, la priorità per Reporter sans frontières sarà quella di difendere la libertà della rete, che è minacciata da proposte di legge in diversi paesi. RSF è preoccupata per la crescente pressione – più o meno intensa a seconda della natura del regime – su aziende del settore Internet, in particolare sii fornitori di servizi Internet.

Sempre più giornalisti e cittadini della rete sono stati repressi in Vietnam, dove il Partito Comunista segue il modello di grande fratello cinese per quanto riguarda la governance e la repressione.

La comunità internazionale -in completo silenzio su molti paesi come Azerbaigian, Vietnam, Eritrea e le dittature dell’Asia centrale (in particolare Turkmenistan e Uzbekistan)- più che colpevole, è complice. Esortiamo le democrazie non continuare nascondersi dietro i loro interessi commerciali geopolitici.

BIRMANIA: Il poeta Saw Wai liberato con un “ritardo” di quattro mesi

Il 22 gennaio 2008 il poeta Saw Wai, conosciuto per i suoi poemi romantici, era stato condannato a due anni di prigione il giorno dopo aver pubblicato una banalissima poesia di San Valentino, contenente però un messaggio critico verso il capo della giunta militare.

Reporters sans frontiéres  e la Burma Media Association sono indignate per la liberazione giunta in ritardo di Saw Wai, che avrebbe dovuto essere liberato nel gennaio 2010. Si appellano alla giunta militare che governa il paese affinché fornisca delle spiegazioni su questo ritardo. Chiedono inoltre la liberazione immediata del blogger Nay Phone Latt, del blogger Zarganar, della giornalista Hla Hla Win, e del giornalista Win Maw.

BIRMANIA: Giornalista arrestato insieme al figlio per aver fatto delle fotografie di luoghi bombardati

Reporters sans frontières e la Burma Media Association sollecitano le autorità a fornire spiegazioni per l’arresto del giornalista ed artista Maung Zeya e del figlio avvenuto a Rangoon.

“Se sono stati arrestati per aver fotografato i bombardamenti recenti, che hanno causato delle vittime, devono essere liberati immediatamente”, ha detto l’organizzazione. “Le autorità hanno tutti i diritti di cercare di rintracciare i responsabili di quegli esecrabili atti di violenza, ma devono evitare di inseguire false piste, arrestando persone che stavano solo raccogliendo informazioni.”

Pare che Zeya e il figlio siano stati arrestati il 17 aprile perché il figlio aveva fotografato i luoghi in dove sono esplose tre bombe a Rangoon park, vicino al Lago Kandawgyi due giorni prima, che hanno ucciso otto persone e ne ha ferite altre 170. Le autorità ritengono che i responsabili siano dei gruppi di opposizione in esilio.

Alcune fonti hanno riferito a Reporters sans frontières e alla Burma Media Association che la polizia ha preso di mira Zeya perché è un ex prigioniero politico. Il giornalista, di 55 anni, è conosciuto con il suo nome d’arte Thargyi Maung Zeya ed è il padre dello scrittore Linnyone Maung Maung.

BIRMANIA: Non ci possono essere delle elezioni credibili senza la libertà dei media

Reporters sans frontières e la Burma Media Association ritengono che il processo elettorale iniziato quest’anno dalla giunta militare non presenti alcuna credibilità, poiché avvengono in totale assenza dei libertà per i media birmani e stranieri. Censura a priori, intimidazioni, detenzioni ed espulsioni di giornalisti stranieri: tutto ciò è assolutamente contrario a delle elezioni libere.

La legge elettorale introdotta dal governo militare non garantisce ai media il diritto ad occuparsi liberamente della campagna elettorale e degli scrutini. Tutti i giornalisti, birmani e stranieri, dovrebbero avere un accesso non restrittivo all’informazione, agli uffici elettorali, a tutte le parti in lizza, soprattutto ai loro candidati, alla Commissione elettorale e al governo. Questo però non avviene.

Dopo la pubblicazione della legge elettorale, numerosi governi e le Nazioni Unite hanno contestato la mancanza di democrazia determinata dai generali. Ma l’ASEAN e la Cina restano scandalosamente indifferenti. E’ responsabilità della comunità internazionale di ottenere le condizioni democratiche per lo svolgimento di queste elezioni.

La giunta militare ha imposto che i partiti politici, che siano intenzionati a pubblicare delle informazioni o i loro programmi, si facciano autorizzare dall’Ufficio della censura entro 90 giorni dalla data di iscrizione presso la Commissione elettorale. Questa decisione del 17 marzo 2010 sulle pubblicazioni relative alle elezioni cade sotto il colpo della Legge sugli editori e la stampa (1962 Printers and Pubblishers Registration Act) che prevede pene fino a sette anni di prigione per la diffusione di informazioni critiche verso il governo o che “disturbino la tranquillità”. Questo per il momento non sembra toccare Internet, ma comprende comunque anche tutti i media stranieri.

BIRMANIA: Reporters sans frontières sostiene il Best Burmese Blogger Award

Per il secondo anno Reporters sans frontières ha sostenuto il Best Burmese Blogger Award, istituito dall’associazione consorella Burma Media Association (BMA).

I risultati sono stati annunciati alla fine di febbraio nella città settentrionale della Tailandia Chiang Mai.  Migliaia di utenti birmani di Internet hanno contribuito nella scelta del vincitore, votando i loro blog preferiti. Hanno ricevuto il premio dieci blog.

Il blog che ha ricevuto più preferenze nella categoria generica è stato Myanmar E-Books ((http://burmesebooks.wordpress.com)) mentre nella categoria dei blog di informazione il vincitore è stato The Power of Fraternity ((http://photayokeking.org) ). I premi sono stati consegnati in nome di Reporters sans frontières dall’attivista tailandese per la libertà di parola Supinya Klangnarong. I vincitori riceveranno libero accesso ad Internet o sito ospite gratuito per due anni, pagato appunto da Reporters sans frontières.

Anche il Kenji Nagai Memorial Award, che onora la memoria di Kenji Nagai, un giornalista giapponese ucciso in Birmania nel 2007, è stato assegnato per il secondo anno consecutivo. In una cerimonia durante una conferenza della BMA è stato annunciato che quest’anno il premio era stato assegnato ai due reporter attualmente in carcere in Birmania, Hla Hla Win e Win Maw. Il premio, di 1000 dollari, è finanziato dall’agenzia giapponese APF.

BIRMANIA: Pesante pena detentiva per un altro giornalista video

“Per l’ennesima volta la giunta militare birmana esprime violentemente la propria fobia per le immagini libere, condannando un video giornalista della Democratic Voice of Burma a una pena detentiva molto pesante. E’ urgente che sia liberato al più presto, così come la giovane videasta Hla Hla Win, condannata qualche settimana fa a vent’anni di prigione. Riteniamo che nessuna condizione, che possa essere annoverata nel concetto di libertà di stampa, sia stata ottemperata affinché le elezioni previste per quest’anno siano libere e democratiche”, hanno affermato Reporters sans frontières e la Burma Media Association.

Almeno quindici giornalisti e netizens sono attualmente imprigionati in Birmania.

Ngwe Soe Lin, video giornalista del canale televisivo Democratic Voice of Burma, con sede in Norvegia, è stato condannato il 27 gennaio 2010 a tredici anni di prigione da un tribunale speciale riunitosi in seno alla prigione d’Insein. E’ stato riconosciuto colpevole della violazione dell’Electronic Act e dell’Immigration Emergency Provisions Act.

Il giornalista è stato arrestato il 26 giugno 2009 mentre usciva da un Internetcafè di un quartiere di Rangoon, con uno suo amico. Questi è stato liberato dopo essere stato interrogato dalla polizia per circa due mesi.

La cognata di Ngwe Soe Lin, Aye Mee San, ha affermato che degli agenti della polizia speciale sono venuti a casa loro tre giorni dopo l’arresto e hanno confiscato una macchina fotografica. Ha poi aggiunto che l’avvocato di Ngwe Soe Lin ha intenzione di ricorrere in appello contro la sentenza.

Interrogato da Reporters sans frontières, Aye Chan Naing, il direttore della DVB ha confermato che si trattava proprio di un collaboratore del canale televisivo e ha dichiarato:”Si tratta di un  segnale evidente delle minacce che pesano sui giornalisti e sul controllo dei media che si manifesta prima delle elezioni”.

Informazioni sulla condanna di Hla Hla Win: (http://www.rsf.org/Une-collaboratrice-de-la.html )

BIRMANIA – Il blogger Zarganar festeggia i suoi 49 anni in prigione: gliene restano 34 da scontare

Ieri, 27 gennaio, il blogger, attore, e attivista per i diritti dell’uomo Zarganar festeggia i suoi 49 anni. E’ tuttora detenuto nella prigione di Myitkyina (nella Birmania del Nord). Il suo stato di salute peggiora a causa dell’itterizia e dell’ipertensione. Reporters sans frontières rinnova la domanda di scarcerazione affinché possa beneficiare di cure mediche adeguate.

Nel video seguente, le dichiarazioni della cognata:

Zarganar era stato condannato il 16 gennaio 2009 per “disturbo dell’ordine pubblico” a 35 anni si prigione. Aveva osato criticare la giunta birmana sul suo blog, con arte e umorismo.

Firmate la petizione per la liberazione di Zarganar

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