USA: Reporter senza frontiere chiude il suo sito in lingua inglese per 24 ore in segno di protesta contro SOPA e PIPA

Con una mossa senza precedenti, Reporter senza frontiere spengerà il suo sito in lingua inglese per 24 ore dalle ore 14 di oggi 18 gennaio in segno di protesta contro i due progetti di legge USA contro la pirateria online, “Stop Online Piracy Act” (SOPA) e “Protect IP Act” (PIPA), attualmente in esame al Congresso degli Stati Uniti.

In questo modo, Reporter senza frontiere si unisce a molte altre organizzazioni del Web, come Wikipedia, il social network Reddit ed il gruppo francese “hactivist”, il “Partito Pirata”, che renderanno i loro siti inaccessibile come forma di protesta contro la proposta di legge.

“Abbiamo deciso di chiudere il nostro sito in lingua inglese per 24 ore a simboleggiare il bavaglio oppressiva che diffonderebbe su Internet se fossero adottatti SOPA e PIPA nella loro forma attuale,” ha dichiarato Reporter senza frontiere. “Questi progetti di legge incidono su un numero incalcolabile di utenti Internet che non hanno nulla a che fare con le violazione della proprietà intellettuale forzando i siti web a bloccare l’accesso ad altri siti sospettati anche solo vagamente di violazioni del copyright.

“Queste due proposte di legge eccessivamente repressive porterebberoInternet ad un livello di censura senza precedenti e porta al sacrificio della libertà di espressione online in nome della lotta alla pirateria. Non è giusto che il paese che ha dato vita a Internet debba ora fornire il colpo di grazia alla libertà digitale.

“Questa normativa scerditerebbe in tutto il mondo le azioni del governo americano a favore della libertà di espressione e colpendo i “cittadini della rete” che usano strumenti di elusione della censura e le comunità open-source. Chiediamo ai senatori e ai rappresentanti degli Stati Uniti di respingere questi disegni di legge repressivi e di trovare altri modi per proteggere i diritti di proprietà intellettuale. “

Presentato nel Senato degli Stati Uniti nel maggio 2011,  il “Protect IP Act” (PIPA) userebbe il filtraggio in linea per bloccare i siti sospettati di violare i diritti di proprietà intellettuale. Sarebbe come creare un “muro elettronico” in stile cinese in cui i rischi di overblocking dei contenuto sarebbero considerevole. Siti web come YouTube e Facebook sarebbero costretti alla pulizia dei loro contenuti per evitare le sanzioni.

I detentori del copyright potrebbero ottenere ordinanze del tribunale per costringere i motori di ricerca e di eliminare dai  risultati i siti web in questione. Agli inserzionisti e ai servizi di pagamento online sarebbe anche vietato di fare affari con questi siti, sottoponendoli quindi alla asfissia finanziaria. Gli strumenti di elusione della censura, che attualmente ricevono decine di milioni di dollari di finanziamento da parte del Dipartimento di Stato americano, sarebbero dichiarati illegali, privando i cyber-dissidenti in molti paesi di una protezione vitale.

L’equivalente della proposta di legge PIPA alla Camera dei Rappresentanti, la proposta “Stop Online Piracy Act” (SOPA), va ancora oltre, consentendo ai detentori del copyright per chiedere il ritiro di contenuti online, senza neanche dover fare riferimento a un giudice.

Secondo l’accademico americano Mark Lemley, SOPA e PIPA imporrebbero una “sentenza di morte” ai siti web. Il co-fondatore di Reddit Alexis Ohanian ha definito i due disegni di legge come chi “cerca di prendere provvedimenti contro la Ford Mustang solo perché è stata utilizzata in una rapina in banca.”

Tre consiglieri del presidente Obama sui diritti di proprietà intellettuale hanno dichiarato ieri che la Casa Bianca “non sosterrà una normativa che riduce la libertà di espressione, aumenta il rischio di sicurezza informatica, e mina le basi per una rete Internet dinamica, innovativa e globale”.

Anche se il sostegno a questi progetti di legge sembra essere in calo nel Congresso, è  necessaria la vigilanza. Una seduta della Camera sul SOPA che si doveva tenere domani è stata rinviata. Il Senato dovrebbe votare PIPA il 24 gennaio.

I sostenitori e gli oppositori di SOPA e PIPA stanno conducendo una battaglia campale, con da un lato Hollywood e l’industria dell’intrattenimento e dall’altro la Silicon Valley, le ONG e i “padri di Internet”, che condannano la proposta di legge come un attacco tombale all’innovazione e integrità di Internet.

Nel novembre del 2011, Reporters sans frontières e 40 gruppi per la libertà di informazione e la difesa dei diritti umani avevano scritto ai legislatori degli Stati Uniti per chiedere loro di riconsiderare questi disegni di legge.

USA: Occupy Wall Street: ostacoli alla stampa e nuovi arresti in margine allo sgombero di New York

“Zuccotti Park non è la Piazza Tienanmen”, ha pensato bene di ricordare, il 15 novembre 2011, Scott Stringer, presidente democratico della municipalità (borough) di Manhattan, quando uno dei principali accampamenti del movimento Occupy Wall Street , che si trova nel parco in questione, è stato sgomberato senza preavviso il giorno stesso.

Reporters sans frontières si rammarica di constatare che di quest’appello non è stato tenuto minimamente conto da parte delle forze dell’ordine. Nuovi arresti di giornalisti e intralci al lavoro hanno caratterizzato questo raid della polizia, aggravando il bilancio degli attacchi alla libertà d’informazione che abbiamo potuto rilevare fin dall’inizio del movimento. (http://fr.rsf.org/etats-unis-reunion-illegale-conduite-09-11-2011,41369.html).

Secondo l’Associated Press (AP), una decina di giornalisti sono stati arrestati durante la giornata del 15 novembre, tra i quali due membri dell’agenzia stessa, la redattrice Karen Matthews e il fotografo Seth Wenig, in stato di fermo per quattro ore, Matthew Lysiak, del quotidiano Daily News, è stato anch’esso fermato nei dintorni di Zuccotti Park. Julie Walker, giornalista indipendente e collaboratrice di AP, ha avuto lo stesso trattamento nonostante si fosse identificata immediatamente come professionista mediatica. Nel suo caso è stata imputata di “comportamento disordinato” (“disorderly conduct”). Doug Higginbotham, cameraman indipendente al servizio del canale TV New Zealand, è stato ammanettato e gli sono state sequestrate le credenziali di giornalista mentre cercava di filmare il ritorno dei manifestanti che erano stati sgomberati dal parco.

“I servizi sul movimento Occupy Wall Street sono di interesse pubblico primario che non deve subire nessuna restrizione. La libertà di espressione e di informazione garantite dal Primo Emendamento della Costituzione, pilastro della democrazia americana, sono state ridicolizzate  dall’atteggiamento delle forze dell’ordine. Esigiamo che vengano ritirate tutte le accuse contro i giornalisti arrestati, sia che si tratti di professionisti dei media o di membri del movimento Occupy Wall Street, a New York come ovunque”, conclude Reporters sans frontières.

USA: Udienza posticipata per il caso Chauncey Bailey: la giustizia tarderà quanto la polizia?

La corte suprema di Alameda (California) ha posticipato nuovamente l’udienza riguardante una possibile delocalizzazione del processo di Yusuf Bey IV al 21 giugno prossimo. Questa richiesta era stata avanzata dai nuovi difensori dell’accusa, incaricati del dossier dal mese di aprile. Yusuf Bey IV è accusato di aver ordinato nell’estate del 2007, l’omicidio del redattore capo dell’Oakland Post, Chauncey Bailey e quelle di altre due persone. IL suo processo, che doveva iniziare il 2 aprile scorso è suscettibile di un nuovo posticipo dopo il ritiro dell’ex avvocato dell’accusa, Lorna Brown, per conflitto d’interesse.

Si spera che non sopravvenga ulteriore ritardo in questa procedura. La data prevista del processo, il 2 agosto, coincide quasi con il terzo anniversario dell’omicidio del giornalista. Tre anni sono veramente troppi! Il processo deve cominciare al più presto. Tra l’altro Yusuf Bey IV è sospettato di aver ordinato l’eliminazione dei testimoni dell’omicidio del giornalista.

Reporters sans frontiéres  ribadisce la necessità che l’inchiesta prosegua a livello federale, senza il quale non si potrà fare veramente giustizia.

USA: Giornalisti espulsi da Guantanamo

In seguito all’appello lanciato dal Miami Herald, CanWest e il Toronto Star riguardante l’espulsione dei loro corrispondenti dall’isola di Guantanamo, Reporters sans frontiéres  chiede al Pentagono di riconsiderare la decisione presa il 6 maggio 2010 di espellere i giornalisti in seguito alla pubblicazione dei loro articoli. Il Colonnello Dave Lapan, incaricato del servizi stampa del Dipartimento americano per la diversa, ha assicurato a Reporters sans frontiéres che avrebbe considerato la questione nella sua interezza.

Secondo il Pentagono, Paul Koring (The Globe and Mail), Michelle Shepard (Toronto Star), Stephen Edwards (CanWest) e Carol Rosenberg (Miami Herald) avrebbero oltrepassato le regole alle quali devono sottostare i giornalisti che si occupano di Guantanamo, pubblicando il nome di un testimone in merito alle tecniche di interrogazione adottate con il prigioniero canadese Omar Khadr nel 2002, prima della sua deposizione davanti alla corte.

“La decisione del Dipartimento per la Difesa è inquietante per diversi aspetti: primo è puramente burocratico e non è una decisione della magistratura. Ricordiamo al Dipartimento per la difesa che per essere valida, questa decisione deve essere presa da un tribunale militare. Inoltre perché applicare una tale restrizione sulla pubblicazione di un nome già pubblicato parecchie volte dai media? I giornalisti che si occupano  dei processi dei prigionieri a Guantanamo sono già soggetti a restrizioni piuttosto severe”, ha affermato Reporters sans frontiéres

“Punire i giornalisti e metterne a rischio le pubblicazioni, rimpiazzare i corrispondenti più esperti in materia assomiglia molto ad una forma di censura; Chiediamo alle autorità americane di eliminare queste sanzioni e di permettere ai quattro giornalisti di ritornare a Guantanamo per poter continuare a fare il loro lavoro”, ha aggiunto l’organizzazione.

STATI UNITI: Lettera aperta a Hillary Clinton alla vigilia del dialogo sui diritti umani con la Cina

In occasione della prossima sessione per il Dialogo sui diritti umani tra gli Stati Uniti e la Cina, che si terrà il 13 maggio 2010, Reporters sans frontiéres  chiede a Hillary Clinton di sollevare il problema della censura di Internet e dei media in Cina, in linea con le sue dichiarazioni del 21 gennaio 2010 in favore della libertà di espressione sul web. E’ essenziale che gli Stati Uniti facciano pressione sulle autorità cinesi per ottenere dei risultati concreti e un follow-up preciso delle priorità identificate e degli impegni presi. Sarebbe opportuno che le ONG cinesi fossero associate a questo processo, in particolare per assicurarne un seguito e una valutazione indipendente. L’organizzazione per la libertà di stampa chiede inoltre agli Stati Uniti di intervenire per ottenere la liberazione delle centinaia di giornalisti e netizen detenuti nel paese, facendo riferimento in particolare a Liu Xiaobo e al direttore di un sito Huang Qi, così come al militante dei diritti umani Hu Jia e del cyberdissidente Zhang Jianhong, più conosciuto come Li Hong, nonché al giornalista online Yang Tianshui. Il loro stato di salute ultimamente è preoccupante: le loro vite sono in pericolo. Infine Reporters sans frontiéres  chiede di al Dipartimento per il Commercio che gli argomenti suddetti vengano discussi anche durante il prossimo Dialogo economico e strategico tra gli Stati Uniti e Cina, che avrà inizio il 23 maggio 2010. La partecipazione di Mike Poster, segretario di stato aggiunto, è un segnale positivo. La censura dei media e di Internet ha delle ripercussioni sugli scambi economici, la trasparenza e i conseguenti investimenti e può essere considerata un vero e proprio ostacolo al commercio. Il 21 gennaio 2010 Hillary Clinton ha pronunciato un discorso storico, affermando chiaramente l’appoggio degli Stati Uniti alla libertà di espressione e di opinione su Internet, che è diventata la pietra miliare della diplomazia americana e ora si chiede di difendere questi principi nel paese che senza dubbio ha sviluppato la strategia di controllo della rete più elaborata al mondo.

USA: Un cittadino americano interrogato da poliziotti tailandesi per le sue pubblicazioni online

Reporters sans frontières e Human Rights USA sono indignati dall’atteggiamento delle autorità tailandesi in merito al caso del blogger californiano Anthony Chai. Nel 2006 quest’ultimo era stato interrogato in Tailandia e negli Stati Uniti da poliziotti tailandesi che lo accusavano di lesa maestà in seguito alla pubblicazione di un articolo su manusaya.com. Di origine tailandese, Chai aveva ottenuto la cittadinanza americana alla fine degli anni ’70. Rischia l’arresto se ritorna in Tailandia.

“Siamo molto preoccupati dalla dimensione assunta dal reato di lesa maestà, il cui campo di applicazione non si limita più alla Tailandia ma riguarda ormai cittadini di altri continenti e per di più in un contesto politico estremamente difficile. Il caso di Chai illustra la recrudescenza del controllo sull’informazione quando si tratta del re. Apparentemente le autorità americane lasciano che le autorità tailandesi agiscano sul loro territorio senza restrizioni. Però quest’ultime hanno potuto ottenere la chiusura del sito ospite dell’articolo di Chai con sede negli Stati Uniti senza alcuna forma di processo. Questa complicità di fatto è in contraddizione con le leggi americane che regolano gli scambi commerciali e la protezione degli interessi nazionali. Chiediamo al ministero americano della Giustizia di occuparsi immediatamente di questo caso”, hanno dichiarato Reporters sans frontières e Human Rights USA.

USA: La perquisizione domiciliare di un blogger rilancia il problema della protezione delle fonti.

La polemica gonfiata dalla perquisizioni delle forze dell’ordine californiane effettuata presso il domicilio di Jason Chen, blogger e redattore capo di Gizmodo, un blog su gadget e telefonia, avvenuta il 23 aprile scorso. I suoi computer, dischi rigidi, macchine fotografiche, gadget del suo cellulare sono stati confiscati. Era riuscito a procurarsi un prototipo del prossimo iPhone e ne aveva pubblicato in anteprima delle foto e dei video, senza il permesso della Apple.

La legislazione dello Stato della California è una delle più protettrici del paese per la protezione delle fonti dei giornalisti e del loro materiale. Gawker, il gruppo per cui lavora il blogger, invoca la sezione 1524(g) del codice penale californiano per sostenere che il mandato di perquisizione è illegale e porta l’esempio del caso O’Grady contro Corte Suprema. La decisione della magistratura aveva allora riconosciuto che la protezione prevista dalla legge si applica anche ai giornalisti oldine.

USA: Video di interrogatori distrutti dalla CIA: la credibilità di un paese in tema di diritti umani è in gioco

Alcune e-mail provenienti dai servizi segreti americani (CIA) hanno svelato il 15 aprile 2010 che la direzione aveva ordinato di distruggere decine di registrazioni video di interrogatori fatti nel 2002 a due detenuti in Tailandia. Un alto funzionario dei servizi dell’epoca, José A.Rodriguez ha ordinato la loro distruzione nel novembre 2005, per paura che la CIA potesse essere portata in giudizio.

“Fino a quando si ripeterà questo scenario? La distruzione di questi video è un attacco mirato alla libertà di informazione dei cittadini americani e al principio sovrano del Primo emendamento. E’ infatti dimostrato che la CIA ha sistematicamente tentato di dissimulare al pubblico le tecniche illegali di interrogatorio in vigore sotto la precedente amministrazione. Quante distruzioni di video dobbiamo ancora scoprire?”, si è chiesta Reporters sans frontières.

In base al FOIA (Freedom of Information Act), l’organizzazione per la difese delle libertà civili (ACLU) aveva richiesto nel 2003 i documenti relativi agli abusi e alle torture commesse nelle prigioni segrete della CIA. Il 2 marzo 2009 le autorità federali avevano già ammesso la distruzione di 92 video ufficiali degli interrogatori del 2005. (92 video recordings of interrogations were destroyed in 2005. This is the second revelation of its kind )Si tratta della seconda rivelazione di questo tipo. Secondo il New York Times, Porter J.Gross, direttore della CIA allora in funzione, aveva nuovamente assicurato che avrebbe sdrammatizzato la situazione, nel momento in cui aveva appreso che i video erano stati distrutti.

Quando la credibilità degli Stati Uniti in materia di diritti umani è a questo prezzo, diventa indecente voler “sdrammatizzare”. Ribadiamo la nostra richiesta. La nuova amministrazione del presidente Obama deve far partire un’indagine su questi fatti che attentano alla Costituzione e punirne gli autori. La società americana non potrà fare economia in un’inchiesta sulle gravi violazioni commesse in nome della guerra contro il terrorismo”. I (The White House’s attempts to block requests for information are counter-productive ) tentativi della Casa Bianca di ostacolare le richieste di informazioni sono controproducenti.

Dal 2003 il governo ha accettato di pubblicare più di 200 000 pagine riguardanti i trattamenti inflitti dai soldati americani ai detenuti. Questi documenti mostrano che centinaia di essi sono stati torturati e che le tecniche hanno raggiunto livelli di crudeltà molto pazzeschi sotto l’amministrazione Bush.

Il 15 maggio 2009, l’organizzazione Judicial Watch ha svolto un’inchiesta dello stesso tipo relativa a documenti che rivelavano lo stato delle discussioni tra la presidente della Camera dei rappresentanti, Nancy Pelosi, e il suo primo consigliere Michael Sheeny, riguardanti il “miglioramento delle tecniche di interrogatorio”. Il governo avrebbe dovuto renderli pubblici prima del 16 aprile 2010. La cosa “richiede più tempo”.

USA: La Neutralità della Rete in pericolo!

Reporters sans frontières chiede al Congresso di prendere posizione in favore della Neutralità della Rete dopo che una un Corte d’appello del District of Columbia ha stabilito che la Commissione Federale per le Comunicazioni non ha l’autorità, in base alle norme esistenti, di impedire agli ISP (Internet Service Providers) di bloccare o rallentare determinati siti web.

“Si tratta di un brutto passo indietro”, ha detto l’organizzazione. “La sentenza è in contraddizione con l’impegno del governo per la Neutralità della Rete e per un accesso ad Internet uguale per tutti i cittadini americani. Permette agli ISP di controllare il traffico Internet, re-indirizzando gli utenti a siti e motori di ricerca di loro proprietà. Questa non è solo una decisione commerciale; è una decisione con conseguenze enormi sulla libera circolazione dell’informazione. Il principio di neutralità ha reso Internet uno spazio libero, aperto e creativo. E’ già minacciato dagli stati più autoritari nel resto del mondo, su esempio della Cina e dell’Iran: sarebbe un disastro se anche gli Stati Uniti andassero contro a tale principio.”

Nel 2007 la più grande compagnia americana di reti via cavo, la Comcast, era stata colta mentre interferiva con la capacità degli utenti di scaricare files da siti di condivisione file tipo BitTorrent. La FCC aveva aperto un indagine sul caso nel gennaio 2008 e nell’agosto dello stesso anno, dopo aver concluso che la Comcast aveva violato i propri principi riguardanti Internet, aveva ordinato alla società di cambiare la propria politica.

Comcast il mese successivo si è appellata contro la sentenza, sostenendo che i principi di neutralità della rete della FCC non erano applicabili. Con un’anonima decisione del 6 aprile 2010 un pool di tre giudici della Corte di Appello degli Stati Uniti del District of Columbia ha stabilito che la FCC era andata oltre la propria autorità nel sanzionare la Comcast per aver intenzionalmente impedito ai propri utenti di usare il servizio di condivisione file di tipo peer-to-peer per scaricare file.

“Chiediamo al Congresso si sostenere la sentenza della FCC. Nuovi provvedimenti legislativi sono necessari per garantire alla FCC i mezzi per impedire agli ISP di mettere a rischio la Neutralità della Rete. Chiediamo inoltre alla FCC di ri-classificare la banda larga come  “servizio di telecomunicazione”, in modo da mantenere Internet aperto e libero”, ha aggiunto Reporters sans frontières.

Nel 2002, sotto l’amministrazione Bush, la FCC ha deciso di classificare gli ISP per la banda larga di Internet nella stessa categoria delle società di applicazioni di Internet come Facebook per esempio, lasciandoli, in questo modo, fuori dalle norme giuridiche previste per le società che offrono servizi di comunicazione a doppio senso.

Molti paesi violano già il principio di neutralità per Internet, bloccando l’accesso a pubblicazioni online che non sono loro gradite. Reporters sans frontières crede fortissimamente che Internet debba essere utilizzato per trasmettere informazioni al maggior numero di persone possibile, senza riferire da dove vengono o a chi sono destinate, lasciando cioè ai soli utenti di decidere a cosa accedere.

Se gli Stati Uniti abbandonassero il principio di neutralità, aumenterebbe il rischio di creare un network centralizzato simile al modello cinese, concedendo agli ISP un potere decisivo e improprio sul contenuto delle trasmissioni.

USA: Il governo deve rendere pubblici i documenti relativi alle violazioni dei diritti umani: l’amministrazione di Obama dovrebbe confermare il proprio impegno per la trasparenza e l’assunzione di responsabilità

Reporters sans frontières chiede al governo degli Stati Uniti di dare prova della massima trasparenza dopo il video rilasciato dal sito di informazione WikiLeaks il 5 aprile 2010 sull’elicottero Apache dell’esercito americano che ha condotto un attacco aereo su Bagdad tre anni fa, uccidendo due giornalisti della Reuters e diversi civili. Wikileaks afferma di aver ricevuto il video da una soffiata fatta da membri dell’esercito. Il video è pubblicato all’indirizzo collateralmurder.org.

Negli Stati Uniti il Freedom of Information Act (FOIA) obbliga le agenzie federali a trasmettere i loro documenti a chiunque ne faccia richiesta ufficialmente, salvo alcune eccezioni specificate dalla legge. Nel 2007 l’agenzia Reuters aveva fatto richiesta ufficiale della pubblicazione dei documenti che spiegavano la morte dei propri dipendenti, ma non ha mai ricevuto una risposta.

“Il governo non può decidere quali informazioni si possono sottoporre all’opinione pubblica. Sosteniamo l’iniziativa di WikiLeaks di postare il video poiché l’amministrazione non è stata all’altezza della situazione”, ha dichiarato Reporters sans frontières. “Chiediamo al Pentagono una maggiore trasparenza e sollecitiamo l’amministrazione Obama affinché provi il proprio impegno verso la giustizia riconsiderando la richiesta e pubblicando ufficialmente il video e tutti gli elementi che possono essere utili all’indagine.”

Se non approvasse la richiesta del FOIA, l’amministrazione Obama darebbe nuovamente prova di ignorare le promesse di maggior trasparenza e responsabilità”, ha dichiarato l’organizzazione per la libertà di stampa. “Sarebbe un grave colpo alla libertà di stampa e al principio che non spetta al governo stabilire cosa può essere pubblicato.”

Secondo la AFP, un ufficiale americano non avrebbe contestato l’autenticità del video, ma avrebbe semplicemente constatato che esso non aggiungerebbe nessuna informazione, solo delle immagini. “E’ dal 2007 che abbiamo ammesso tutto quanto viene mostrato nel filmato”, ha dichiarato l’ufficiale sotto copertura. “Abbiamo ammesso che il raid aereo è avvenuto e che sono stati ammazzati due della Reuters” “Nell’area dove le forze degli Stati Uniti stavano per cadere in un’imboscata c’erano sia dei reporter sia dei rivoltosi: in quel momento non eravamo in grado di stabilire se gli inviati della Reuters avessero delle armi o delle macchine fotografiche”, ha detto l’ufficiale.

Nel luglio 2007 il fotografo Namir Noor-Eldeen, 22 anni, e il suo autista Saeed Chmagh, 40 anni, sono stati uccisi ad est di Bagdad da proittili di origine sconosciuta. Alcuni testimoni avevano dichiarato che era stato sparato un razzo da un elicottero degli Stati Uniti. Tuttavia altri testimoni avevano dichiarato che gli addetti della Reuters potevano essere stati uccisi da un colpo di mortaio sparato dalla milizia irachena. All’epoca Reporters sans frontières aveva chiesto sia all’esercito degli Stati Uniti sia alla polizia irachena di fare luce sulla loro morte.

Dall’inizio della guerra in Iraq, sono stati uccisi almeno 221 giornalisti, rendendolo il paese più pericoloso per la vita dei reporter.

Il 31 dicembre 2007, George W. Bush ha firmato un emendamento al FOIA, che migliora l’accesso pubblico alle informazioni sulle attività del governo federale. Tuttavia all’epoca vennero distrutti 92 video riguardanti gli interrogatori ai prigionieri di Guantanamo Bay e non vennero mai resi pubblici nonostante le richieste dell’ACLU, Unione americana per le libertà civili.

Per ordine della giustizia federale, la CIA avrà tempo fino al 15 aprile 2010 per rendere pubblici i documenti dettagliati sugli incontri tra il presidente della Camera dei rappresentanti, Nancy Pelosi, e il suo capo di cabinetto Michael Sheeny, riguardanti “il miglioramento delle tecniche interrogatorie”. Reporters sans frontières spera che l’agenzia federale manterrà la parola data.

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