L’inchiesta portata avanti dalle autorità salvadoregne per la morte, avvenuta il 2 settembre 2009, del documentarista Christian Povera prosegue con l’arresto di uno degli autori del crimine.
Presunto membro della gang “Mara 18”, Ivan Antonio Leiva, 23 anni, è stato interrogato in seguito ad una denuncia del 6 maggio, mentre si nascondeva alla periferia di San Salvador. Il sospetto era ricercato per la sua partecipazione diretta nell’omicidio del documentarista franco-spagnolo e sarà giudicato per omicidio aggravato
Il mese scorso la polizia aveva già arrestato il presunto mandante dell’omicidio, Daniel Cabrera Flores. Questo arresto porta a 35 il numero dei partecipanti detenuti per questo caso.
Gli sforzi delle autorità salvadoregne per far luce sull’omicidio del filmmaker franco-spagnolo Christian Povera, ucciso da 2 colpi di arma da fuoco il 2 settembre 2009, hanno ottenuto un nuovo successo con l’arresto di tre membri della banda “Mara 18”. Ventotto persone sono ormai state imprigionate per questo crimine, l’assassinio di un giornalista che ne vede coinvolte ben 36, secondo la polizia nazionale civile. I detenuti si chiamano Roberto Hernandez, “El Scrapy”, 24 anni, Josè Carlos Barahoma, “El Kala”, 28 anni, e Rafael Parada, “Soomby”, il cui ruolo nella vicenda è consistito nel fare la guardia ai luoghi dell’esecuzione di Povera. E’ incoraggiante vedere che le autorità salvadoregne si stiano occupando pienamente di questo caso, ma la colpevolezza dei sospettati è tutta da dimostrare. Al di là degli arresti in massa, il filo della storia deve essere ancora dipanato e il grado di colpevolezza in seno a “Mara 18”, deve essere identificato in modo chiaro.
Radio Victoria, radio comunitaria del dipartimento di Cabañas (Nord) impegnata al fianco della comunità locale nella lotta contro lo sfruttamento delle miniere da parte di una multinazionale canadese, è divenuta bersaglio d’inquietanti minacce di morte, pochi giorni dopo l’omicidio di due militanti ambientalisti.
“Ci uniamo all’appello della comunità di Cabañas e chiediamo che si svolgano delle indagini indipendenti ed approfondite al fine di identificare gli autori delle minacce. D’altra parte i giornalisti di Radio Victoria, che giocano un ruolo essenziale per l’informazione della popolazione salvadoregna e della comunità internazionale, devono assolutamente beneficiare di misure di protezione”, ha dichiarato Reporters sans frontières.
Le minacce sono iniziate nel luglio 2009, da quando cioè i giornalisti di Radio Victoria hanno denunciato l’omicidio dell’attivista ambientalista Gustavo Marcelo Rivera, sequestrato con la forza, torturato e ucciso. Malgrado le prove schiaccianti, la polizia ha rapidamente concluso il caso come un fatto di delinquenza comune. Gustavo Marcelo Rivera era uno dei capi della contestazione da parte della comunità verso il progetto di sfruttamento delle miniere nella regione di Cabañas da parte della compagnia canadese Pacific Rim.
All’epoca l’associazione Ades Santa Marta, che difende i diritti delle popolazioni del dipartimento di Cabañas, aveva realizzato un video, nel quale i giornalisti di Radio Victoria rendevano testimonianze sulle frequenti intimidazioni di cui erano stati vittime.
Le minacce verso Radio Victoria sono ricominciate recentemente, qualche giorno dopo l’omicidio di un altro ambientalista, Ramiro Rivera Gómez, avvenuto il 20 dicembre 2009. Ramiro Gómez, rappresentante del comitato ambientalista di Cabañas (Comité Ambiental de Cabañas) era già stato preso di mira una prima volta in agosto, ma era sopravvissuto dopo aver ricevuto ben otto proiettili in corpo. L’autore dell’attentato, arrestato ed imprigionato, era già stato condannato per violenza contro alcuni manifestanti ecologisti e sarebbe un ex impiegato della Pacific Rim.
Il 26 dicembre 2009 è stata poi assassinata a colpi di arma da fuoco anche l’ambientalista Dora “Alicia” Recinos Sorto, incinta di otto mesi e membro dello stesso comitato ambientalista. Aveva in braccio il figlio di due anni quando le hanno sparato: il bambino è stato ferito ad una gamba.
In un messaggio di posta elettronica anonimo, indirizzato a diversi impiegati della radio, gli autori hanno rivendicato la morte di Ramiro Rivera Gòmez e hanno annunciato che la prossima vittima potrebbe essere “un annunciatore, un corrispondente o chiunque altro della fottuta radio”.
Mezzo di comunicazione impegnato, Radio Victoria ha denunciato questi omicidi così come l’insufficienza delle indagini della polizia. Secondo la PNC, polizia nazionale civile, i tre omicidi non sarebbero collegati e si tratterebbe comunque di delinquenza comune. Quanto alle minacce alla radio, esse non sono ancora oggetto di indagini vere e proprie.
Reporters sans frontières ha intervistato uno dei giornalisti di Radio Victoria, Ludwin Iraheta.
Perché Radio Victoria è oggetto di minacce?
Radio Victoria prende posizione in favore degli attivisti ambientalisti e accoglie nelle sue trasmissioni i leaders riconosciuti degli oppositori alla miniera. Di fatto le radio comunitarie difendono la comunità. Sono sei anni che riceviamo delle minacce, per aver denunciato frode e corruzione
Qual’è stata la reazione delle autorità di fronte alle minacce?
Sono già diversi mesi che il personale della radio informa la polizia di tali minacce. Le autorità dicono di non avere indicazioni sugli autori. Ci dicono di svolgere delle inchieste, ma secondo noi non lo fanno. Le autorità dicono che Alicia Recinos non era un’ambientalista. Una tale affermazione c’indigna, poiché ella, insieme al marito, è stata una delle figure emblematiche della lotta contro la miniera. Qualche mese fa, suo marito è stato aggredito dallo stesso uomo che ha tentato di uccidere Ramiro Rivera la prima volta, in luglio, e che ora si trova in prigione.
Ricevete qualche forma di protezione?
Alcuni colleghi godono di misure di protezione, ma è raro. Ci sono dei poliziotti all’interno dei locali durante la notte. Ma le minacce continuano.
Ha idea di chi possa essere l’autore? Quali sono gli interessi in gioco?
Nel dipartimento di Cabañas c’è parecchio oro. Noi non sappiamo chi siano gli autori delle minacce, ma ci sono parecchi interessi in gioco per la miniera, degli interessi politici ed economici. Qualche anno fa la Pacific Rim ci ha offerto 8000 dollari per farci tacere. Ma abbiamo rifiutato.
Quali sarebbero le conseguenze dello sfruttamento minerario nella regione?
Il problema principale di Cabañas è l’acqua. La miniera fa uso di sostanze chimiche pericolose e il 32 % delle riserve acquifere nazionali sono già inquinate. Anche qui l’acqua è inquinata da quando ci sono le miniere. Grazie alla lotta portata avanti dalla comunità per il momento le attività sono cessate. Ma la popolazione si augura che si faccia una legge che proibisca lo sfruttamento minerario.
Che progetti avete? Pensate di interrompere le vostre attività?
Molte associazioni nazionali ed internazionali ci appoggiano e questo per noi è motivo per continuare a lavorare. Dovranno pensarci due volte prima di attaccarci, perché ci sono molte organizzazioni che vigilano e sorvegliano quanto succede. Noi apparteniamo a questa gente e continueremo a parlare della loro lotta.
Dieci membri della “Gang 18”, comprese due donne, sono stati arrestati il 16 dicembre a Sopayango, un sobborgo di San Salvador, per coinvolgimento nell’omicidio del film-maker franco-spagnolo Christian Poveda. L’omicidio del foto-giornalista, avvenuto durante la notte del 2 settembre 2009, ha suscitato un’ondata di commozione all’interno della sua professione. Reporters sans frontières avevano apprezzato l’impegno delle autorità salvadoregne a risolvere il caso.
Questi ultimi arresti fanno salire a 25 il numero di coloro che sono stati arrestati per coinvolgimento con l’omicidio, cinque arrestati nei giorni seguenti l’omicidio, incluso un funzionario di polizia. Dieci sospetti erano già in prigione per crimini commessi precedentemente.
I nuovi arrestati sono stati accusati di “omicidio” , “complicità in omicidio” e “formazione di gruppo armato”. L’ufficio del procuratore ha riferito che alcuni membri di “Mara 18” avevano avuto obiezioni sul come erano stati descritti nel film di Poveda “La vida loca”. Alcuni componenti del gruppo si dice che credessero che Poveda avesse fornito informazioni su di loro alla polizia.
Cinque sospetti arrestati durante le indagini sull’assassinio del film-maker
Hanno anche annunciato che un quarto membro del gruppo arrestato alcuni giorni fa per altri motivi, è ora trattato come un sospetto dell’omicidio Poveda, mentre un presunto leader di lungo corso della gang già in carcere per coinvolgimento in altri omicidi, è sospettato di aver commissionato l’omicidio di Poveda dal carcere.
“E’ incoraggiante vedere che la polizia giudiziaria concede la massima attenzione al caso, anche se la responsabilità dei sospettati deve ancora essere provata”, ha affermato Reporters sans frontières. “Prima che lo sconvolgimento provocato dall’omicidio di Poveda cominci a svanire, è importante che le autorità dimostrino che queste “maras”, cioè queste gang violente di strada non sono sempre al di sopra della legge.”
L’organizzazione per la libertà di stampa ha aggiunto: “La presenza di un poliziotto tra i sospetti è sconvolgente, soprattutto perchè i salvadoregni hanno più che mai bisogno delle loro forze di polizia per mantenere l’ordine e difendere la legge. Sollecitiamo le autorità a continuare ad agire con lo stesso rigore fino alla completa risoluzione del caso e speriamo che i responsabili riceveranno la punizione che meritano.
Come riferito dai giornali on line El Faro e El Salvador, gli ultimi tre “mareros” (appartenti alle “mara”) ancora d’arrestare per la morte di Poveda sarebbero Roberto Luis Romero Vasquez, conosciuto come El Tigre, Calixto Rigoberto Escobar, detto El Toro, e Miguel Angel Ortiz, detto El Cholo, mentre il marero che era stato arrestato alcuni giorni prima per un altro crimine sarebbe José Alejandro Melara, detto El Puma.
Il poliziotto arrestato con sospetto di complicità e cospirazione si chiama José Napoleon Espinoza, un funzionario assegnato al numero telefonico d’emergenza 911 di Soyapango, vicino alla capitale. Il membro della gang sospettato di essere l’ideatore del crimine è Nelson Lazo Rivera, un detenuto della prigione di Cojutepeque.
In base alle dichiarazioni registrate dalla polizia, Espinoza, il poliziotto presunto membro di Mara 18, aveva detto ai mareros che Poveda era un informatore della polizia e che aveva fornito in merito video, foto e dettagli personali relativi ad alcuni membri della gang di cui aveva fatto sapere anche dove tenevano le armi.
A causa di tale informazione, Nelson “Fantasma” Lazo Rivera, uno dei capi di Mara 18 di La Campanera, una zona in periferia della capitale, probabilmente ha chiesto a Poveda di essere presente ad un incontro del 30 agosto per difendersi dalle accuse. Nel caso che esse fossero state confermate, i membri della gang l’avrebbero dovuto uccidere e seppellirne il cadavere.
Journalists in Spain, France, Latin America and elsewhere are mourning the death of a colleague who paid for his dedication with his life. Franco-Spanish documentary filmmaker Christian Poveda was shot dead early yesterday in El Salvador, where he had for some time been covering the extremely violent gangs known in Central America as “maras,” which have killed other journalists in the past. His film on the maras, “La Vida Loca,” (Trailer:
http://www.lafemme-endormie.com/vid… ) is to be premiered in France on 30 September.
Fellow journalist Alain Mingam, a member of the Reporters Without Borders board, said this about his close friend today:
“Christian was the son of Spanish Republicans who sought refuge in France. It was from his origins that he derived the strong humanist convictions to which he always remained faithful. He was a reporter in Chile, under the Pinochet dictatorship, in Nicaragua and El Salvador. He was very committed and involved in his subjects without taking sides. His humanistic convictions went hand in hand with a great deal of professional rigour.
“He had an original approach and an incredible ability to penetrate the worlds he was filming, whether AIDS or anti-fascism in France or the Salvadorean maras. For him, the way a film was edited was more important that any comments you made. This was how he restored humanity to people like the ‘mareros’ regardless of how monstrous their actions were. Christian’s personal involvement in his subject even resulted in his being approached by gangs who saw him as a possible mediator.”
Poveda’s name must nonetheless now be added to the long list of victims of violence between the two main mara groups, “Mara 18” and “Mara Salvatrucha,” which is estimated to have cost 3,700 lives last year.
Aged 54, Poveda was found dead near his car on the road from Apopa to Tonacatepeque, in Rosario, a rural area just to the north of the capital, San Salvador. He had been shot in the head. Police said he was on his way from filming in La Campanera, just to the east of the capital.
A life of danger
Christian Gregorio Poveda Ruiz was born in France on 12 January 1955. He established his reputation as a photo-journalist with a report about the Polisario Front’s war in Western Sahara. Many more reports followed, as well as documentaries that were screened in festivals and broadcast by TV stations.
He began going to El Salvador for the first time in the 1980s to cover the 1980-92 civil war, as a photographer for Time magazine as a correspondent for French news media and international news agencies. He returned to El Salvador in the 1990s, this time covering the armed gang phenomenon. He also covered wars in Iran, Iraq and Lebanon.
La Vida Loca
Poveda spent 16 months with the gangs in the east San Salvador of La Campanera in order to make La Vida Loca, which was broadcast for the first time in 2008 and focuses on “Mara 18.” Its images are crude and disturbing – gang members gunned down in the street, the corpses of teenagers, relatives weeping over coffins, young women with their faces covered with tattoos.
According to the local media, Poveda witnessed seven murders in the course of making the film. Three of the seven victims were people who figure prominently in the documentary. Other Mara 18 members who appear in the film were arrested while it was being made.
La Vida Loca also takes a critical look at the strong-arm methods used by the police against the young gang members. While recognising that they sow terror, it portrays gang-members as victims of broken homes who nonetheless fascinate. It also tries to show how young Salvadoreans are pushed into crime by social and economic conditions which, in his view, are too often ignored.
“We must try to understand why a child of 12 or 13 joins a gang and gives his life for it,” Poveda said in an interview for the Salvadorean online daily El Faro. Already broadcast in Spain, Mexico, Argentina, Germany and Hungary, La Vida Loca has never been screened in El Salvador.