COLOMBIA: Il direttore di una radio comunitaria ucciso in una regione dalla forte influenza paramilitare

Argemiro Cárdenas Agudelo è stato ucciso a sangue freddo da un sicario il 15 Marzo 2012 a Dosquebradas nella regione colombiana di Risaralda. Figura politica ed ex sindaco della città, l’uomo era anche direttore e amministratore dell’emittente Metro Radio Estéreo e contribuiva da 14 anni alle attività di altre emittenti. Dal 2010 dirigeva la Red Radial Cafetera ed era associato alla rete mondiale delle radio comunitarie, World Association of Community Radio Broadcasters (AMARC).

“Ci uniamo all’AMARC e alle organizzazioni professionali colombiane per rendere omaggio a Argemiro Cárdenas Agudelo e chiedere che sia fatta luce sul suo assassinio. Ancora una volta, esortiamo le autorità a non scartare, nel corso delle indagini, il movente professionale, come troppo spesso accade in questi casi. Dirigere una radio comunitaria rappresenta per definizione un rischio enorme in una regione come quella di Risaralda, regno del narcotraffico e della temibile organizzazione di origine paramilitare “La Cordillera”. L’ombra di questi predatori della libertà di informazione si estende agli ultimi casi di giornalisti assassinati o costretti all’esilio” (http://fr.rsf.org/colombie-s-emparer-de-questions-sensibles-05-07-2011,40596.html) ha dichiarato Reporter senza frontiere.

Secondo dei giornalisti locali, Argentino Cardenas non era stato oggetto di minacce recenti. In radio difendeva gli interessi delle comunità rispetto all’establishment politico locale ma non trattava argomenti ritenuti rischiosi. Tra l’altro, era prossimo alla pensione.

Sul movente del crimine, la polizia ha privilegiato l’ipotesi di un regolamento di conti legato ad un problema economico di vecchia data o di un tentativo di estorsione a seguito della supposta vendita di un’emittente radiofonica. Senza escludere queste possibilità, RSF vorrebbe conoscere gli elementi a testimonianza di queste ipotesi.

La Colombia resta uno dei paesi più pericolosi del continente per i giornalisti, al 143° posto (su 179 paesi) nell’ultimo report mondiale pubblicato da RSF sulla libertà di informazione. Da vari anni, è anche la nazione dove si conta il maggior numero di esili forzati all’estero o in diverse regioni interne.

Traduzione di Eleonora Albini, Pressenza International Press Agency

RSF: I predatori della Libertà di Stampa 2011, i 38 capi di stato e signori della guerra che seminano il terrore tra i giornalisti

Predatori della Libertà di Stampa 2011

I capi di una macchina repressiva, i leader politici dei regimi ostili
alle libertà civili e gli organizzatori di campagne di violenza diretta contro i
giornalisti – questi i 38 predatori della libertà di stampa del rapporto 2011 di Reporters sans frontières, reso pubblico il 3 maggio, Giornata Mondiale per la Libertà di Stampa.

Per scaricare il rapporto completo (in inglese, 47 pagine, 26 MB) cliccare su  questo link:  http://rsfitalia.files.wordpress.com/2011/05/predateurs_gb27042011.pdf

Per quanto riguarda l’Italia, anche quest’anno, tra i 38 predatori è presente la criminalità organizzata italiana, che continua a considerare propri nemici i giornalisti che ne parlano, Il rapporto ricorda i casi più noti di giornalisti minacciati (da Roberto Saviano a Lino Abbate a Rosaria Capacchione) così come il mancato sostegno del Primo Ministro italiano, Silvio Berlusconi, che -a novembre 2009- dichiarò che avrebbe voluto strozzare scrittori e autori di cinema  che davano una cattiva immagine dell’Italia parlando di mafia e camorra.

Nel rapporto 2011 il “posto d’onore” va al Nord Africa e al Medio Oriente, luogo che hanno visto negli ultimi mesi eventi drammatici e talvolta tragici. Il mondo arabo  ha visto i più importanti cambiamenti nella lista dei predatori rispetto al 2010. Alcuni sono caduti. Il primo ad andarsene è stato il Presidente della Tunisia Zine el-Abidine Ben Ali, costretto a dimettersi il 14 gennaio, dando così al suo popolo la possibilità di avviarsi su una strada democratica.  Altri predatori, come Ali Abdallah Saleh dello Yemen, che è stato travolto dall’ondata di proteste radicali suo paese, o della Siria Bashar al-Assad, che risponde con il terrore alle aspirazioni democratiche del suo popolo, potrebbero anche cadere. E che dire di Muammar Gheddafi, la “Guida della Rivoluzione”, ora la guida della violenza contro il suo popolo, una violenza che è sorda alla ragione? E il re del Bahrain, Ben Aissa Al-Khalifa, che dovrebbe rispondere per la morte di quattro attivisti in carcere, tra cui il fondatore dell’unico giornale di opposizione, e per l’operazione repressiva contro le vaste manifestazioni pro-democrazia?

La libertà di espressione è stata una delle prime richieste dei popoli in rivolta, una delle prime concessioni dei regimi transitori e uno delle prime realizzazioni, anche se molto fragili, delle rivoluzioni.

Tentativi di manipolare i giornalisti stranieri, arresti arbitrari e detenzione, deportazione, negazione di accesso, intimidazioni e minacce – la lista degli abusi contro i media nel corso della primavera araba è sconcertante. La determinazione a ostacolare i mezzi di comunicazione non si è fermata agli omicidi in quattro paesi – Siria, Libia, Bahrein e Yemen. Gli incidenti mortali includono Mohamed Al-Nabous, colpito da cecchini a libro paga del governo nella città libica di Bengasi il 19 Marzo, e due giornalisti uccisi direttamente dalle forze di sicurezza nello Yemen il 18 marzo.

Ci sono stati più di 30 casi di detenzione arbitraria in Libia e di un numero simile di corrispondenti stranieri espulsi. Metodi simili sono stati utilizzati in Siria, Bahrein e Yemen, dove le autorità fanno ogni sforzo possibile per mantenere i mezzi di comunicazione a distanza in modo che non possano girare video della repressione.

I media hanno raramente avuto un ruolo così fondamentale nei conflitti. Questi regimi, già tradizionalmente ostili alla libertà dei media, hanno trattato il controllo delle notizie e delle informazioni come una delle chiavi per la loro sopravvivenza.

I giornalisti sono stati direttamente presi di mira dalle autorità o catturati nel fuoco incrociato delle violenze tra attivisti e forze di sicurezza, ricordando a tutti noi i rischi che corrono nello svolgere il loro lavoro essenziale.

Resto del mondo

In Asia, alcuni leader sono stati sostituiti, senza alcuna modifica dei sistemi repressivi. Thein Sein ha sostituito Than Shwe al capo del regime in Birmania (dove 14 giornalisti sono in carcere). Il Partito Comunista ha scelto Nguyen Phu Trong al posto di Nong Duc Manh in Vietnam (dove 18 cittadini della rete sono attualmente in carcere). In entrambi i paesi, un predatore ha preso il posto di un altro.
Le onde d’urto della primavera araba hanno influenzato le politiche perseguite dal predatore della Cina, il presidente Hu Jintao, e del predatore dell’Azerbaigian, il presidente Ilham Aliyev. Essi temono la possibile diffusione di questo virus. Più di 30 dissidenti, avvocati e attivisti dei diritti umani sono detenuti in isolamento in Cina. Non c’è modo di sapere che cosa sia successo loro. Una delle ultime vittime è l’artista di fama internazionale, Ai Wei Wei. No si sa dove sia detenuto. Le autorità azere hanno adottato varie tattiche per tacitare i mezzi di comunicazione in risposta ai tentativi di
organizzare manifestazioni in stile arabo a Baku. Anche attivisti Facebook  sono stati incarcerati. Sono stati rapiti e minacciati reporter che lavoravano per il quotidiano dell’opposizione Azadlig. I giornalisti che cercavano di coprire le proteste sono stati arrestati e picchiati. Internet è stata bloccata.

Altri predatori rimangono tragicamente fedeli a se stessi. Issaias Afeworki in Eritrea, Gurbanguly Berdymukhamedov in Turkmenistan e Kim Jong-il in Nord Corea che restano i peggiori regimi totalitari del mondo. La loro crudeltà è sconcertante. L’estrema centralizzazione dei poteri, le purghe e
la loro propaganda onnipresente non lasciano spazio ad alcuna libertà.

I predatori dell’Iran – Mahmoud Ahmadinejad, rieletto presidente della Repubblica Islamica nel giugno 2009, e Ali Khamenei, leader supremo – sono gli artefici di una repressione implacabile segnata da prove di stile stalinista contro politici dell’opposizione, giornalisti e attivisti dei diritti umani. Più di 200 giornalisti e blogger sono stati arrestati dal giugno 2009, 40 sono ancora detenuti e circa 100 hanno dovuto abbandonare il paese. Si stima che 3.000 giornalisti siano attualmente senza lavoro perché i loro giornali sono stati chiusi o loro comunque non riassunti. Reporter sans frontières chiede un inviato speciale sui diritti umani da mandare in Iran con urgenza, in linea con la risoluzione adottata dalle Nazioni Unite Consiglio dei Diritti Umani il 24 marzo.

L’altro lato dell’Atlantico ha visto una insolita aggiunta alla lista dei predatori della libertà di stampa: le milizie proprietà dell’ imprenditore honduregno Miguel Facusse Barjum che hanno avuto le mani libere per minacciare i media di opposizione al colpo di stato del giugno 2009  – in particolare le piccole stazioni radio che intraprendono una battaglia tra Davide e Golia contro i grandi interessi economici e politici.

Pakistan e Costa d’Avorio – due priorità per l’anno prossimo

Reporters sans frontières continuerà a lavorare sul tema delle violazioni della libertà dei media da parte della criminalità organizzata. Il rapporto iniziale, emesso nel marzo 2011, sarà sviluppato soprattutto in vista della visita che il Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani Navanethem Pillay farà nei prossimi mesi in Messico, dove sette giornalisti sono stati uccisi nel 2010.

La violenza è anche il problema principale in Pakistan, dove 14 giornalisti sono stati uccisi in poco più di un anno. Il Pakistan continua a essere uno dei paesi più pericolosi del mondo per i media.

Internet

Per quanto riguarda Internet, la priorità per Reporter sans frontières sarà quella di difendere la libertà della rete, che è minacciata da proposte di legge in diversi paesi. RSF è preoccupata per la crescente pressione – più o meno intensa a seconda della natura del regime – su aziende del settore Internet, in particolare sii fornitori di servizi Internet.

Sempre più giornalisti e cittadini della rete sono stati repressi in Vietnam, dove il Partito Comunista segue il modello di grande fratello cinese per quanto riguarda la governance e la repressione.

La comunità internazionale -in completo silenzio su molti paesi come Azerbaigian, Vietnam, Eritrea e le dittature dell’Asia centrale (in particolare Turkmenistan e Uzbekistan)- più che colpevole, è complice. Esortiamo le democrazie non continuare nascondersi dietro i loro interessi commerciali geopolitici.

COLOMBIA: ChuzaDAS: i media presi di mira dai servizi segreti, un rapporto di RSF

Tre anni dopo una missione sulla questione paramilitare (“Paramilitare, delle aquile nere, che piombano sulla stampa”), una delegazione di Reporters sans frontiéres  si è recata in Colombia dal 10 al 16 maggio 2010, accompagnata dalla presidentessa dell’Associazione mondiale dei radiodiffusori comunitari (AMARC) per l’America Latina e i Cariabi. Una buona parte della missione è stata dedicata a questa caccia al topo portata avanti durante il doppio mandato di Alvaro Uribe contro coloro che sono conosciuti per le loro critiche verso il governo e il suo progetto di “sicurezza nazionale”, Tra questi, al momento attuale dell’inchiesta ufficiale, sedici giornalisti e una decina di media. E’ il risultato di questo lavoro che pubblichiamo oggi 27 maggio 2010, a tre giorni del primo tour elettorale che dovrà designare il successore di Alvaro Uribe.

Rapporto completo (in inglese)

Lungi dal limitarsi alle intercettazioni telefoniche (chuzadas) lo scandalo riguarda anche pedinamenti,  azioni di sabotaggio e intimidatorie ordite proprio da parte di coloro che dovrebbero garantire la sicurezza dei giornalisti sotto minaccia, e una “propaganda nera” stigmatizza queste voci dell’opposizione come “nemici dello Stato”. Il caso mette ormai in discussione il futuro del Dipartimento amministrativo per la sicurezza (DAS), organo principale dei servizi segreti del paese, considerato il principale artefice di queste pratiche. Riguarda anche la presidenza della repubblica, che non ha esitato a mettere in discussione pubblicamente i professionisti dei media, resi così ancora più vulnerabili nella loro posizione. Essa risente ora di una campagna tesa, che risente dell’eredità degli anni di Uribe.

Giornalisti, direttori dei media, difensori della libertà di stampa, osservatori del meccanismo elettorale, hanno ricostruito una storia di cui sono stati vittime e testimoni.

Le organizzazioni hanno inoltre ottenuto di essere ricevute dall’attuale direttore generale del DAS, Felipe Munoz.

Una visita presso i media comunitari della costa atlantica e della regione andina del Cauca darà luogo alla pubblicazione, domani 28 maggio, di un rapporto dell’AMARC. La testimonianza dei rappresentanti dei media, legalmente riconosciuti ma poco rispettati dalle autorità, sottolinea la difficoltà dei giornalisti sul luogo e la condizione difficile per la libertà di stampa in Colombia. Sotto il fuoco incrociato dei paramilitari, dell’esercito e della guerrilla delle FARC, i giornalisti locali di Cauca ci ricordano soprattutto che il conflitto che affligge il paese da mezzo secolo non è terminato.

COLOMBIA: Omicidio del direttore di una radio comunitaria locale: gli inquirenti presentano troppo presto un movente

“Motivo passionale”. Le autorità incaricate dell’indagine sull’omicidio, avvenuto l’11 aprile 2010, di Mauricio Medina Moreno, hanno avanzato questo movente praticamente subito dopo la scoperta del corpo, massacrato a colpi di coltello presso il proprio domicilio. La vittima era a capo di CRIT 98.0 Estereo, una stazione radio della comunità locale di Ortega, nel dipartimento di Tolima. Gli inquirenti hanno escluso la pista relativa ad un gruppo armato in attività nella regione.

In base alle sue amicizie, Moreno, 50 anni, non aveva ricevuto nessuna minaccia o avvertimento che possa indicare l’origine del crimine. Considerando ciò e le prime constatazioni tuttavia non si può giungere ad una conclusione così rapida sul movente. Il riferimento ad un motivo passionale serve troppo spesso come scusa per scartare la pista professionale, oppure ad affossare un caso. Questa procedura si è già verificata in altri casi di omicidio di giornalisti in Colombia.

Mentre dirigeva una radio comunitaria, tipo di media spesso nel bersaglio delle autorità, in particolare nelle zone di conflitto, la vittima stava correndo dei rischi a causa della sua attività. Leader locale riconosciuto, Moreno difendeva nella lingua nativa la condizione sociale e la cultura del suo popolo. Occupava un posto importante nel Consiglio regionale indigeno di Tolima, di cui la sua radia ne era portavoce. Era impegnato anche nella protezione dell’ambiente, causa che può attirare inimicizie e rappresaglie.

La sorte dei movimenti indigeni resta conflittuale come ha dimostrato la breve detenzione da parte dei servizi segreti, alla vigilia dell’omicidio di Moreno, del leader Feliciano Valencia à Popayàn, nella zona di Cauca. Moreno è il secondo giornalista assassinato dall’inizio dell’anno in Colombia dopo Clodomiro Castilla Ospina, i cui assassini sono tuttora a piede libero nonostante i seri sospetti verso individui appartenenti a strutture paramilitari.

COLOMBIA: Omicidio di un giornalista in una regione sotto controllo paramilitare: ”Perché Clodomiro Castilla non era sotto protezione?”

Impegnato nella denuncia dei collegamenti tra le autorità del dipartimento di Cordoba e i gruppi paramilitari, Clodomiro Castilla Ospina, assassinato il 19 marzo 2010, era un giornalista particolarmente esposto in una delle regioni tra le più pericolose del continente per chi esercita la professione di giornalista. Reporters sans frontières chiede alle autorità di spiegare perché la vittima non fosse sotto protezione.

La sera del 19 marzo 2010, Clodomiro Castilla, direttore della rivista El Pulso del Tiempo e giornalista della radio La Voz de Monteria è stato ucciso da uno sconosciuto in moto, mentre si trovava davanti al proprio domicilio di Monteria, la capitale di Cordoba. Le autorità hanno offerto una ricompensa per qualsiasi informazione che possa essere utile nell’inchiesta.
Il giornalista si era fatto conoscere soprattutto per gli articoli sulle attività di Salvatore Mancuso, capo paramilitare, estradato negli Stati Uniti nel 2008, dove era sotto accusa per traffico di droga.

Castilla era stato testimone poi davanti alla Corte suprema di giustizia durante il processo a Reginaldo Montes e Juan Manuel Lopez Cabrales, due ex parlamentari condannati nel 2008 per il loro appoggio evidente ai gruppi paramilitari di “Aguilas Negras”.

Castilla, padre di quattro figli, è il primo giornalista ad essere ucciso in Colombia quest’anno per ragioni legate esclusivamente alla sua professione. Il paese si era classificato 126simo nella classifica 2009 di Reporters sans frontières per la libertà di stampa.

COLOMBIA: Il governo implicato nello scandalo delle “Chuzadas”, ovvero delle intercettazioni telefoniche, mentre le pressioni contro la stampa continuano

Il 22 febbraio 2010, la procura generale di stato hanno posto sotto accusa quattro ex alti funzionari dei servizi segreti e il segretario generale della presidenza della repubblica, Bernardo Moreno, nello scandalo delle intercettazioni telefoniche selvagge (“Chuzadas”) nei confronti di personalità critiche verso il governo, tra le quali  i giornalisti. Questo è avvenuto durante il processo a Jorge Noguera, l’ex capo dei servizi segreti conosciuti come Administrative Department of Security (DAS), che è accusato di omicidio e di collegamenti a gruppi paramilitari. Il DAS è stato la fonte di volantini e pieghevoli che prendevano di mira giornalisti, sindacalisti e attivisti di organizzazioni non governative, campagna di discreto supportata inoltre da falsi comunicati e video che si voleva far credere fossero stati prodotti dai guerriglieri delle FARC. Le accuse che vedono coinvolti i più alti funzionari dei governo nelle gravi violazioni della libertà di opinione e della libertà di informazione sono destinate ad avere un forte impatto sull’elezioni presidenziali previste per il 30 maggio, che stabiliranno se al presidente Avaro Uribe sarà concesso un terzo mandato oppure no.

COLOMBIA: Giornalisti ancora in pericolo

La Giornata del Giornalista, celebrata oggi in Colombia, sarà inevitabilmente oscurata dal fatto che la libertà di stampa non sta facendo alcun progresso. Al di là dei proclami di governo circa le misure di successo per proteggere i media, i giornalisti in pericolo insistono di non essere affatto al sicuro e che questo non cambierà fino a che il presidente non prenderà una posizione chiara.

Paradossalmente il governo costituisce una delle minacce principali per i media, che continuano a soffrire delle ripercussioni delle misure prese dal Dipartimento per la Sicurezza (DAS), un agenzia dei servizi segreti controllata dell’ufficio della presidenza – che sviluppa un manuale per spiare, minacciare, intimidire e screditare i giornalisti scomodi.

I target di un’unità DAS, chiamata Strategic Intelligence Group 3 (G-3) comprende i giornalisti Hollman MorrisClaudia Julieta Duque, spiati e minacciati e  vittime di tentativi di diffamazione, alcuni di questi da parte del presidente Alvaro Uribe stesso. La Duque stava beneficiando di un programma di protezione del ministero degli interni, quando si è resa conto che le sue guardie del corpo passavano informazioni su di lei al DAS.

Entrambi sostengono che non c’è niente da festeggiare, ma molto di cui lamentarsi. La procura generale ha prove del ruolo del presidente nello spionaggio e nelle rappresaglie. Il DAS ha ricevuto ordini dal presidente di trattare i giornalisti scomodi come “alleati del terrorismo”. Sono stati rinvenuti dei documenti che dimostrano che il G-3  spiava più di 300 persone, compresi i giornalisti critici verso il governo.

Come risultato degli scandali in cui è coinvolto il DAS, quattro dei suoi cinque direttori sono stati costretti ad abbandonare i loro incarichi a causa di accuse di spionaggio illegale, persecuzione politica e collusione con gruppi paramilitari (fornendo loro liste di persone da ammazzare).

Queste liste comprendevano i nomi di 10 giornalisti, che ne hanno subito gravi conseguenze. Morris e la Duque hanno detto che le loro famiglie sono ancora in pericolo. Reporters sans frontières condivide la loro idea che solo un’azione legale e una chiara direttiva dal presidente potrebbe migliorare la situazione della sicurezza per loro e per i colleghi. Reporters sans frontières sollecita una risposta dal governo e il progresso nelle indagini, per grave violazione della libertà di espressione. Molti media, compresi quelli online, subiscono la censura. Il fatto che delle elezioni debbano tenersi a breve rende la situazione ancora più pericolosa.

COLOMBIA: Rivelata l’esistenza di un “Manuale per agenti segreti” su come spiare giornalisti scomodi

Il settimanale Semana ha appena rivelato l’esistenza di un manuale di istruzioni per impiegati del DAS (Administrative Department of Security), l’agenzia colombiana principale di servizi segreti, che spiega come dovrebbero spiare, minacciare, intimidire e screditare OGN, giudici e giornalisti che creano problemi al governo.

Questa rivelazione è l’ultima di una serie di scandali coinvolgenti il DAS, sopraggiunta dopo quella di febbraio riguardante intercettazioni telefoniche, quella di maggio riguardante la scoperta di una lista di media e giornalisti posti sotto sorveglianza e quella di ottobre riguardante la scoperta che le guardie del corpo assegnate alla giornalista Claudia Julieta Duque la stavano in realtà spiando.

“Questi metodi di sorveglianza e d’intimidazione sono degni di una polizia di stato”, ha proclamato Reporters sans frontières. “Il recente licenziamento degli ex funzionari del DAS non ha risolto il problema di azioni illegittime da parte dei servizi. Non possiamo fare a meno di notare che l’ufficio del presidente finora ha mancato di dissociarsi dalle ultime. Ci chiediamo inoltre perché il DAS non abbia consegnato i propri files su Duque e gli altri alla Corte Costituzionale, come avrebbe dovuto.”

Il quotidiano nazionale El Espectador riferisce che la guida di spionaggio era tra i files recuperati durante le perquisizioni del DAS portate avanti su ordine dell’ufficio della procura generale. Documento in formato PowerPoint intitolato “Political War – guerra politica- “, il manuale include istruzioni su come fare telefonate anonime e diffondere accuse false.

Uno degli aspetti più allarmanti della guida è il suo uso nel caso Duque, la reporter di Radio Nizkor le cui guardie del corpo la stavano spiando per conto del DAS. Le autorità apparentemente erano preoccupate per il suo servizio che la Duque stava facendo sulle indagini per l’omicidio del cronista e umorista Jaime Garzòn del 1999, molte delle quali sono state svolte da ex dipendenti del DAS.

Molte informazioni personali sulla Duque, compreso il suo numero di telefono ed indirizzo email appaiono in cima al manuale, che spiega quanto debba durare una telefonata anonima, il posto da cui può essere fatta e che chi fa telefonate anonime dovrebbe muoversi in autobus ed evitare luoghi che possano essere videosorvegliati. Queste istruzioni sembrano essere state eseguite alla lettera nel caso della Duque fin dal 2004, l’anno in cui ha iniziato a ricevere telefonate, che minacciavano lei e la figlia di 10 anni.

Le attività del DAS non sono mai state investigate adeguatamente. La Corte Costituzionale ha ordinato al DAS di consegnare tutte le informazioni che aveva raccolto sulla Duque, ma l’agenzia deve ancora rispondere.

Hollman Morris, che ha scritto della guerra civile in Colombia per più di 10 anni e che, come la Duque, è stato uno dei primi giornalisti ad essere stato preso di mira dal DAS, ha sporto denuncia contro lo stato colombiano davanti alla commissione internazionale americana per i diritti umani, chiedendo un’indagine sui “responsabili di minacce, molestie, pedinamenti, diffamazione e stigmatizzazione politica” verso di lui e verso la sua famiglia, obbligandoli a fuggire dal paese.

Nelle 71 pagine di denuncia, redatte con l’aiuto del pool di avvocati del José Alvear Restrepo, Morris ha dichiarato di aver ricevuto le prime minacce nel 2000, mentre stava  lavorando per il quotidiano El Espectador. Da allora è stato soggetto a diverse forme di molestie, minacce e calunnie, anche da parte del presidente Alvaro Uribe.

COLOMBIA: Giornalista ucciso, movente ancora da stabilire

Harold Humberto Rivas Quevedo, conduttore del programma comunitario “Cumana Libre”, della catena locale CNC Buga, oltre che commentatore sportivo per la stazione radio Voces del Occidente e Radio Guadalayara de Buga, è stato assassinato la notte del 16 dicembre a Buga, nel dipartimento di Valle.

Il giornalista, 40 anni, che lavorava anche come amministratore di pompe funebri, si trovava all’interno del suo negozio, quando un uomo, coperto da un casco, è entrato, gli ha sparato cinque colpi di pistola ed è fuggito in moto.

“Il movente di questo omicidio resta ancora da stabilire. Tuttavia chiediamo alle autorità di non escludere la pista professionale. In questo paese, segnato da un interminabile conflitto armato, i giornalisti comunitari, che spesso esercitano la loro professione nelle zone più vessate, si trovano in prima linea. D’altra parte, il programma di dibattito politico condotto da Harold Rivas Quevedo poteva esporlo a rappresaglie”, ha dichiarato Reporters sans frontières.

Il giornalista conduceva il programma d’opinione “Comuna Libre” da otto mesi e invitava i leader comunitari e politici della regione per discutere delle questioni locali. I temi affrontati sfociavano spesso in polemiche. Tuttavia i suoi colleghi hanno assicurato di non aver mai sentito parlare di minacce nei suoi confronti. La sua famiglia lo descrive come un uomo felice e molto attivo, che non aveva manifestato nessuna inquietudine particolare.

Harold Humberto Rivas Quevedo è il terzo giornalista assassinato in Colombia dall’inizio dell’anno. Il paese si colloca al 126simo posto tra 175 paesi, della classifica mondiale per la libertà di stampa di Reporters sans frontières del 2009.

COLOMBIA: La giornalista Claudia Julieta Duque, sotto un programma del ministero degli interni di protezione per i giornalisti, ha detto a RSF delle vessazioni e intimidazioni che riceve da parte dei servizi segreti

arton34864-80fb1claudia_Duque-2Journalist Claudia Julieta Duque, who is under an interior ministry protection programme for journalists, has told Reporters Without Borders of harassment and intimidation by the intelligence services, who obtained information about her from her alleged protectors.

Duque, of Radio Nizkor, is about to present a file to the authorities exposing the persecution she has suffered since 2001 at the hands of the Department of Administrative Security Department (DAS). Some evidence is already in the hands of the office of the Public Prosecutor.

Several individuals attempted to get into her home, when she was absent on 16 October, although her brother, who was in the apartment at the time, managed to deter them.

The intruders left the apartment but remained in the building and can be seen on security cameras talking on mobile phones. The building’s caretaker, who was tipped off by the journalist’s brother, did not however intervene and let them out of the building without questioning them or informing anyone and they left in four cars waiting outside.

The behaviour of the intruders makes it hard to imagine it was an attempted theft. The day of the incident, the journalist’s telephone was blocked between 12am and 7pm and two of the building’s 20 security cameras were not working.

Added to this string of “coincidences” was a series of suspicious phone calls made to her family wanting to know where the journalist was. Duque has also said that she has been regularly followed since July.

“Knowing the past history of the DAS in spying on journalists and the media, which we have several times condemned, it is hardly surprising, albeit outrageous, that the journalists’ protection programme should itself be infiltrated by the intelligence services”, the worldwide press freedom organisation said.

“After the “chuzadas” (dirty war) scandal, this case is even more devastating for the presidency. Sooner or later President Alvaro Uribe will have to take responsibility for the abuses that are directly endangering the lives of journalists, when he should, on the contrary, protect them”, it added.

The journalist on 23 October handed a letter to the interior ministry protection programme, in the presence of a representative from the UN High Commissioner for Human Rights, calling for a directive to outlaw spying and discrimination against journalists working as columnists and commentators.

She also made a series of practical demands in relation to her safety. She is now refusing to be escorted, given that these former bodyguards were those who apparently revealed information to the intelligence services between 2006 and 2007.

The journalist also disclosed that before she was protected by bodyguards, the DAS had been tapping her phone calls and monitoring her emails, had filmed her while she was travelling, took photos of her daughter, all in a threatening context for the profession - condemned by Reporters Without Borders in 2004.

Duque has also said that she has evidence that a charge of “insult and slander” that was pending against her for five years, pressed by the ex deputy director of the DAS, Emiro Rojas, was part of the secret services’ persecution strategy against her.

Duque has however decided to keep her protection. “I have a duty to expose what has happened, but I will stay in the programme because the state has the duty to protect me”, she told Reporters Without Borders.

After leaving the protection programme in April 2008, she rejoined it after the constitutional court ordered the interior ministry to guarantee her safety and the DAS to hand over illegally obtained information.

Reporters Without Borders said it hoped the involvement of the UN, sought by Duque, would finally lead to a thorough and impartial investigation of the actions of the DAS.

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