RSF: I predatori della Libertà di Stampa 2011, i 38 capi di stato e signori della guerra che seminano il terrore tra i giornalisti

Predatori della Libertà di Stampa 2011

I capi di una macchina repressiva, i leader politici dei regimi ostili
alle libertà civili e gli organizzatori di campagne di violenza diretta contro i
giornalisti – questi i 38 predatori della libertà di stampa del rapporto 2011 di Reporters sans frontières, reso pubblico il 3 maggio, Giornata Mondiale per la Libertà di Stampa.

Per scaricare il rapporto completo (in inglese, 47 pagine, 26 MB) cliccare su  questo link:  http://rsfitalia.files.wordpress.com/2011/05/predateurs_gb27042011.pdf

Per quanto riguarda l’Italia, anche quest’anno, tra i 38 predatori è presente la criminalità organizzata italiana, che continua a considerare propri nemici i giornalisti che ne parlano, Il rapporto ricorda i casi più noti di giornalisti minacciati (da Roberto Saviano a Lino Abbate a Rosaria Capacchione) così come il mancato sostegno del Primo Ministro italiano, Silvio Berlusconi, che -a novembre 2009- dichiarò che avrebbe voluto strozzare scrittori e autori di cinema  che davano una cattiva immagine dell’Italia parlando di mafia e camorra.

Nel rapporto 2011 il “posto d’onore” va al Nord Africa e al Medio Oriente, luogo che hanno visto negli ultimi mesi eventi drammatici e talvolta tragici. Il mondo arabo  ha visto i più importanti cambiamenti nella lista dei predatori rispetto al 2010. Alcuni sono caduti. Il primo ad andarsene è stato il Presidente della Tunisia Zine el-Abidine Ben Ali, costretto a dimettersi il 14 gennaio, dando così al suo popolo la possibilità di avviarsi su una strada democratica.  Altri predatori, come Ali Abdallah Saleh dello Yemen, che è stato travolto dall’ondata di proteste radicali suo paese, o della Siria Bashar al-Assad, che risponde con il terrore alle aspirazioni democratiche del suo popolo, potrebbero anche cadere. E che dire di Muammar Gheddafi, la “Guida della Rivoluzione”, ora la guida della violenza contro il suo popolo, una violenza che è sorda alla ragione? E il re del Bahrain, Ben Aissa Al-Khalifa, che dovrebbe rispondere per la morte di quattro attivisti in carcere, tra cui il fondatore dell’unico giornale di opposizione, e per l’operazione repressiva contro le vaste manifestazioni pro-democrazia?

La libertà di espressione è stata una delle prime richieste dei popoli in rivolta, una delle prime concessioni dei regimi transitori e uno delle prime realizzazioni, anche se molto fragili, delle rivoluzioni.

Tentativi di manipolare i giornalisti stranieri, arresti arbitrari e detenzione, deportazione, negazione di accesso, intimidazioni e minacce – la lista degli abusi contro i media nel corso della primavera araba è sconcertante. La determinazione a ostacolare i mezzi di comunicazione non si è fermata agli omicidi in quattro paesi – Siria, Libia, Bahrein e Yemen. Gli incidenti mortali includono Mohamed Al-Nabous, colpito da cecchini a libro paga del governo nella città libica di Bengasi il 19 Marzo, e due giornalisti uccisi direttamente dalle forze di sicurezza nello Yemen il 18 marzo.

Ci sono stati più di 30 casi di detenzione arbitraria in Libia e di un numero simile di corrispondenti stranieri espulsi. Metodi simili sono stati utilizzati in Siria, Bahrein e Yemen, dove le autorità fanno ogni sforzo possibile per mantenere i mezzi di comunicazione a distanza in modo che non possano girare video della repressione.

I media hanno raramente avuto un ruolo così fondamentale nei conflitti. Questi regimi, già tradizionalmente ostili alla libertà dei media, hanno trattato il controllo delle notizie e delle informazioni come una delle chiavi per la loro sopravvivenza.

I giornalisti sono stati direttamente presi di mira dalle autorità o catturati nel fuoco incrociato delle violenze tra attivisti e forze di sicurezza, ricordando a tutti noi i rischi che corrono nello svolgere il loro lavoro essenziale.

Resto del mondo

In Asia, alcuni leader sono stati sostituiti, senza alcuna modifica dei sistemi repressivi. Thein Sein ha sostituito Than Shwe al capo del regime in Birmania (dove 14 giornalisti sono in carcere). Il Partito Comunista ha scelto Nguyen Phu Trong al posto di Nong Duc Manh in Vietnam (dove 18 cittadini della rete sono attualmente in carcere). In entrambi i paesi, un predatore ha preso il posto di un altro.
Le onde d’urto della primavera araba hanno influenzato le politiche perseguite dal predatore della Cina, il presidente Hu Jintao, e del predatore dell’Azerbaigian, il presidente Ilham Aliyev. Essi temono la possibile diffusione di questo virus. Più di 30 dissidenti, avvocati e attivisti dei diritti umani sono detenuti in isolamento in Cina. Non c’è modo di sapere che cosa sia successo loro. Una delle ultime vittime è l’artista di fama internazionale, Ai Wei Wei. No si sa dove sia detenuto. Le autorità azere hanno adottato varie tattiche per tacitare i mezzi di comunicazione in risposta ai tentativi di
organizzare manifestazioni in stile arabo a Baku. Anche attivisti Facebook  sono stati incarcerati. Sono stati rapiti e minacciati reporter che lavoravano per il quotidiano dell’opposizione Azadlig. I giornalisti che cercavano di coprire le proteste sono stati arrestati e picchiati. Internet è stata bloccata.

Altri predatori rimangono tragicamente fedeli a se stessi. Issaias Afeworki in Eritrea, Gurbanguly Berdymukhamedov in Turkmenistan e Kim Jong-il in Nord Corea che restano i peggiori regimi totalitari del mondo. La loro crudeltà è sconcertante. L’estrema centralizzazione dei poteri, le purghe e
la loro propaganda onnipresente non lasciano spazio ad alcuna libertà.

I predatori dell’Iran – Mahmoud Ahmadinejad, rieletto presidente della Repubblica Islamica nel giugno 2009, e Ali Khamenei, leader supremo – sono gli artefici di una repressione implacabile segnata da prove di stile stalinista contro politici dell’opposizione, giornalisti e attivisti dei diritti umani. Più di 200 giornalisti e blogger sono stati arrestati dal giugno 2009, 40 sono ancora detenuti e circa 100 hanno dovuto abbandonare il paese. Si stima che 3.000 giornalisti siano attualmente senza lavoro perché i loro giornali sono stati chiusi o loro comunque non riassunti. Reporter sans frontières chiede un inviato speciale sui diritti umani da mandare in Iran con urgenza, in linea con la risoluzione adottata dalle Nazioni Unite Consiglio dei Diritti Umani il 24 marzo.

L’altro lato dell’Atlantico ha visto una insolita aggiunta alla lista dei predatori della libertà di stampa: le milizie proprietà dell’ imprenditore honduregno Miguel Facusse Barjum che hanno avuto le mani libere per minacciare i media di opposizione al colpo di stato del giugno 2009  – in particolare le piccole stazioni radio che intraprendono una battaglia tra Davide e Golia contro i grandi interessi economici e politici.

Pakistan e Costa d’Avorio – due priorità per l’anno prossimo

Reporters sans frontières continuerà a lavorare sul tema delle violazioni della libertà dei media da parte della criminalità organizzata. Il rapporto iniziale, emesso nel marzo 2011, sarà sviluppato soprattutto in vista della visita che il Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani Navanethem Pillay farà nei prossimi mesi in Messico, dove sette giornalisti sono stati uccisi nel 2010.

La violenza è anche il problema principale in Pakistan, dove 14 giornalisti sono stati uccisi in poco più di un anno. Il Pakistan continua a essere uno dei paesi più pericolosi del mondo per i media.

Internet

Per quanto riguarda Internet, la priorità per Reporter sans frontières sarà quella di difendere la libertà della rete, che è minacciata da proposte di legge in diversi paesi. RSF è preoccupata per la crescente pressione – più o meno intensa a seconda della natura del regime – su aziende del settore Internet, in particolare sii fornitori di servizi Internet.

Sempre più giornalisti e cittadini della rete sono stati repressi in Vietnam, dove il Partito Comunista segue il modello di grande fratello cinese per quanto riguarda la governance e la repressione.

La comunità internazionale -in completo silenzio su molti paesi come Azerbaigian, Vietnam, Eritrea e le dittature dell’Asia centrale (in particolare Turkmenistan e Uzbekistan)- più che colpevole, è complice. Esortiamo le democrazie non continuare nascondersi dietro i loro interessi commerciali geopolitici.

RUANDA: Direttore di pubblicazione del bimensile Rugari assolto in appello

Asumani Niyonambaza, direttore di pubblicazione del bimensile Rugari è stato assolto il 23 aprile 2010: il giudice dell’Alta Corte di Nyarugenge (Kigali) ha annullato la condanna al carcere pronunciata nei suoi confronti dal giudice di prima istanza e ha ordinato la sua liberazione immediata. Secondo il giudice d’appello, non esistevano le prove della sua colpevolezza.

Niyonambaza era stato condannato nell’agosto 2009 a due anni di prigione per estorsione. Gli altri due imputati, Frank Kalisa, annunciatore della radio privata Contact FM e Richard Rutagwenda, agente dei servizi sanitari, erano già stati assolti.

RUANDA: I due principali settimanali indipendenti sospesi per sei mesi

I due settimanali indipendenti ruandesi Umuseso e Umuvugizi sono stati sospesi: la decisione è stata resa pubblica il 13 aprile 2010 dal segretario esecutivo dell’Alto Consiglio dei media, Patrice Mulama, e avviene in un clima di tensione tra la stampa indipendente e le autorità politiche. A cinque mesi dall’elezione presidenziale, si scartano di fatto quei giornali dalla campagna elettorale.

L’Alto Consiglio dei media accusa i due giornali di incitare all’insubordinazione l’esercito e la polizia, di pubblicare informazioni che minacciano l’ordine pubblico, di diffusione di pettegolezzi e di diffamazione e infine di interferire nella vita privata dei cittadini.

Questa decisione,presa in base all’art. 83 dell’attuale legge che regola i media, è illegale, secondo un giurista di Kigali; la sospensione temporanea o definitiva di un giornale non può essere effettuata che in caso di recidive, che non è il caso dei due giornali, che hanno dunque deciso di ricorrere in appello.

Il Ruanda è al 157simo posto della classifica sulla libertà di stampa di  Reporters sans frontières del 2009 che aveva preso in esame 175 paese. Dopo l’Eritrea, la Somalia e la Guinea equatoriale è il quarto paese africano peggio classificato. Inoltre da anni il capo di stato ruandese, Paul Kagame, figura nella lista dei predatori della libertà di stampa.

RUANDA: Tre giornalisti condannati alla prigione

Il 22 febbraio il tribunale con sede a Nyarugenge ha condannato tre giornalisti del settimanale Umuseso a pene detentive. Charles Kabonero, direttore del giornale, è stato condannato ad un anno di prigione, Didas Gasana, redattore capo e Richard Kayigamba, reporter, sono stati condannati a 6 mesi di prigione. Sono stati tutti riconosciuti colpevoli di “ingerenza nella vita privata per mezzo della stampa”. Hanno inoltre dovuto pagare una multa di un milione di franchi ruandesi (circa 1800 dollari americani). Al momento sono ancora in libertà. Fortunatamente la chiusura definitiva del giornale non è ancora stata ordinata. Essi hanno adesso trenta giorni di tempo per ricorrere in appello. Kabonero e Gasana erano già stati condannati in un altro caso ad un anno di prigione con la condizionale.

RUANDA: Un settimanale indipendente minacciato di sospensione definitiva

Reporters sans frontières è molto preoccupata per la sorte di Umeseso, uno dei principali settimanali indipendenti del Ruanda. Dovendo affrontare due processi, querelato da un ministro e dal sindaco di Kigali per “diffamazione, lesa maestà e introduzione nella vita privata attraverso la stampa”, il giornale rischia di essere sospeso definitivamente. Il verdetto del tribunale di Nyarugenge dovrebbe essere letto il 22 febbraio prossimo.

“Ci appelliamo al giudice incaricato della pratica affinché dia prova di serenità e pronunci un verdetto giusto e rispettoso della libertà di stampa. Il tribunale deve innanzi tutto provare che ci sia stata diffamazione e in tal caso, ci sono sanzioni molto più appropriate della chiusura definitiva di una pubblicazione e l’incarcerazione dei suoi responsabili”, ha dichiarato Reporters sans frontières, che teme che, con l’avvicinarsi delle elezioni presidenziali previste per il mese di agosto, lo spazio riservato ai media ruandesi venga progressivamente eroso.

Il 27 gennaio 2010, durante un processo, che ha visto contrapposti il pubblico ministero e i tre giornalisti del settimanale Umuseso, il procuratore di Kigali ha richiesto la sospensione definitiva del giornale, la condanna degli accusati ad un anno di prigione e ad una multa di cinque milioni di franchi ruandesi (circa 9000 dollari). Charles Kabonero, direttore, Didas Gasana, redattore capo, e Richard Kayagamba, reporter, sono stati indagati in seguito ad un articolo riguardante una relazione amorosa tra il ministro Protais Musoni e il sindaco della città di Kigali, la signora Aisa Kirabo Kacyira.

Pubblicato sul numero 382 di novembre 2009 e accompagnato da due foto degli interessati, l’articolo rivelava la loro presunta storia extraconiugale segreta. Il reporter aveva raccontato che i due erano stati sorpresi insieme in un hotel. Questi hanno negato il fatto e in seguito a ciò il pubblico ministero ha sporto denuncia.

In un altro caso, il processo, che ha coinvolto lo stesso settimanale Umeseso e il ricchissimo uomo d’affari Tribert Rujugiro riprenderà in appello l’11 febbraio. In primo grado, Charles Kabonero e Didas Gasana erano stati condannati ad un anno di prigione con la condizionale.

Il Ruanda occupa il 157simo posto su 175 paesi, nella classifica mondiale del 2009 per la libertà di stampa compilata da Reporters sans frontières. Dopo l’Eritrea, la Somalia e la Guinea equatoriale è il quarto paese africano peggio classificato.

RWANDA: Procuratore chiede più di due anni contro un giornalista

arton34962-b7d7dReporters Without Borders today voiced outrage at a prosecution call to permanently shut down the independent bi-monthly Umuvugizi and to sentence its editor, Jean Bosco Gasasira, to a 26-month jail sentence for libel.

The worldwide press freedom organisation urged the judge who is due to rule in the case on 13 November not to follow the recommendation made on 26 October by the judge, Silas Nsengiyumva, of the Kagarama lower court in the capital Kigali.

The editor is on trial for “defamation, insult and interference in private life via the press”, based on a suit brought by Kigali prosecutor, Jean Bosco Mutangana and Dr Diane Gashumba, President of the National Council of Women. Both plaintiffs are seeking damages of 110 millions Rwandan francs (about 200,000 dollars) over an article in Umuvugizi written by the editor, claiming the existence of an extra-marital affair between the two.

“The Rwandan authorities are exploiting the Jean Bosco Gasasira case – a dispute between a journalist and a judge – to attack the newspaper which they already have in their sights, to reduce pluralism in the press still further”, the organisation said.

“We urge the Kagarama court to show wisdom and discernment. In Rwanda, as elsewhere, we are convinced that imprisonment and the permanent closure of a newspaper are disproportionate and pointless punishments in a case of defamation”.

Reporters Without Borders has seen a copy of a letter sent to the president of the Kigali Supreme Court by Gasasira’s lawyer that reads: “The court will not allow the defendant to produce evidence of the truth of the supposedly defamatory information”. It added: “The court is preparing to convict Gasasira, to make jurisprudence and warn off other journalists from venturing into similar exposés in the future.”

A clampdown is under way against media in Rwanda in the run-up to presidential elections in 2010, typified by the jailing of journalists Asumani Niyonambaza and Amani Ntakundi, and suspensions of the independent weekly Umuseso and Kinyarwanda-language programmes put out by the British Broadcasting Corporation (BBC).

RWANDA: Il Governo richiede cifre esorbitanti per aprire nuovi media

arton34580-0f5cfReporters Without Borders is concerned about the amount of money that the information ministry is proposing to demand as minimum start-up capital to launch a new newspaper, radio station or TV channel. The proposed sums have not yet been submitted to the cabinet for approval.

“Given the economic situation of Rwandan journalists, it is clear that the sums that the government plans to demand are prohibitive and will just prevent the creation of new media,” Reporters Without Borders said, urging the cabinet to reject the proposals.

“After the temporary suspension of the BBC and an independent weekly, and the imposition of jail sentences on several journalists, we condemn the government’s obvious intention of asserting complete control over the news media in the run-up to next year’s presidential election,” the press freedom organisation added.

The proposed new minimum start-up capital requirements were revealed by information minister director-general Ignatius Kabagambe during a meeting with reporters and editors on 22 September at which he also announced a reduction in the annual amount that foreign journalists would have to pay for official accreditation.

Kabagambe said the minimum start-up capital would be 23 million Rwandan francs (41,000 dollars) for a newspaper, 45 million Rwandan francs (81,000 dollars) for a radio station and 105 million Rwandan francs (187,500 dollars) for a TV station.

Dominique Makeli, a journalist who used to work for state-owned Radio Rwanda, was meanwhile sentenced to life imprisonment in the Kigali district of Gikondo on 19 September by a gacaca, one of the popular courts set up specially to try cases linked to the 1994 Rwandan genocide.

The former journalist was convicted of inciting genocide on the national radio station and holding meetings to plan genocide and attacks on Tutsis in the central city of Kabgayi. The court also found him guilty of criminal association, attempted murder and being a member of the highest level of genocide planners.

After being detained for 14 years, Makeli had been acquitted of genocide and released on 13 October 2008.

Two journalists were given jail sentences (two years in one case and three months in the other) in the first week of August while a weekly newspaper was suspended for three months. See the previous release on Rwanda.

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 1.189 follower