BURUNDI: La “rabbia” di RFI e Reporter senza frontiere dopo la condanna all’ergastolo per Hassan Ruvakuki

Radio France Internationale (RFI) e Reporter senza frontiere esprimono la propria rabbia all’indomani della condanna all’ergastolo pronunciata dal Presidente del Tribunale di Cankuzo (Est) il 20 giugno 2012 nei confronti di Hassan Ruvakuki. Il giornalista di Bonesha FM nonché corrispondente del servizio in swahili di RFI è stato riconosciuto colpevole di “atti terroristici”. Il suo avvocato ricorrerà in appello.

Reporter senza frontiere e RFI hanno appreso la notizia mentre si trovavano a Bujumbura, dove partecipavano a una missione di quattro giorni dedicata a questo caso.

“Hassan Ruvakuki non ha avuto un processo giusto. Giudici incompetenti e parziali, non rispetto dei diritti della difesa, condanna decisa precedentemente sulla base di argomenti fallaci: tutto indica che si tratta di un regolamento di conti di natura politica. La decisione risulta ancora più incomprensibile se si pensa che attualmente in Burundi è in discussione un disegno di legge che depenalizza i crimini di stampa. Le autorità spediscono quindi un giornalista in carcere – per di più all’ergastolo – mentre sta per essere approvata una legge destinata a tutelare la categoria contro il carcere ”, hanno dichiarato RFI e Reporter senza frontiere.

“Mentre il Burundi si prepara a celebrare il cinquantesimo anniversario della propria indipendenza, il 1° luglio, la “festa” tanto annunciata dalle autorità è ormai rovinata. La lotta per la difesa di Hassan Ruvakuki è solo all’inizio. Il suo avvocato e le autorità del Burundi, di cui apprezziamo la forte mobilitazione, possono contare sul nostro appoggio rinnovato. Siamo al loro fianco”, hanno aggiunto RFI e Reporter senza frontiere.

Da Bujumbura, il media internazionale e l’organizzazione per la difesa della libertà d’informazione avevano immediatamente reagito all’annuncio del verdetto, il 20 giugno. “Siamo fortemente scioccati per la condanna pronunciata nei confronti del nostro confratello. Questo verdetto è tanto iniquo quanto disonorevole, non solo per la giustizia del Burundi, ma per il Paese intero. Il dossier presentato a suo carico è vuoto. Hassan Ruvakuki ha fatto solo il suo lavoro. È una brutta giornata per la libertà di stampa e per la giustizia in Burundi” avevano dichiarato.

Nel corso della loro missione a Bujumbura, dal 17 al 20 giugno scorso, Jean-Karim Fall, vice direttore del polo francofono dell’Africa per l’audiovisivo estero della Francia, e Ambroise Pierre, responsabile dell’ufficio Africa di Reporter senza frontiere, si sono intrattenuti con il ministro degli Interni, con quello degli Esteri, e con quello della Comunicazione. Sono stati inoltre ricevuti dal segretario permanente del ministero della Giustizia, dal procuratore generale della Repubblica, e dal direttore dell’ufficio del Servizio nazionale informazioni (SNR). La missione è stata sottoposta al Consiglio nazionale per la Comunicazione (CNC) oltre che in molti media della città, tra cui Bonesha FM, la stazione in cui lavorava Hassan Ruvakuki. RFI e Reporter senza frontiere sono stati inoltre ricevuti dagli ambasciatori di Francia e Belgio e hanno avuto due sessioni di lavoro con l’avvocato di Hassan Ruvakuki, il dott. Onesime Kabayabaya.

—-

Richiamo della reazione urgente pubblicata il 20 giugno 2012, da Bujumbura

20.06.2012 – Ergastolo per Hassan Ruvakuki: “un verdetto tanto iniquo quanto disonorevole per il Burundi”

Il giornalista Hassan Ruvakuki è stato condannato alla pena dell’ergastolo il 20 giugno 2012, intorno alle 17.45 hanno fatto sapere Radio France International e Reporter senza frontiere, presenti nella capitale del Burundi, Bujumbura.  Giornalista a Bonesha FM e corrispondente di RFI per la lingua swahili, è stato giudicato colpevole di “concorso in attività terroristica”.

“Siamo fortemente scioccati per la condanna pronunciata nei confronti del nostro confratello. Questo verdetto è tanto iniquo quanto disonorevole, non solo per la giustizia del Burundi, ma per il Paese intero. Il dossier presentato a suo carico è vuoto. Hassan Ruvakuki ha fatto solo il suo lavoro. È una brutta giornata per la libertà di stampa e per la giustizia in Burundi”, hanno dichiarato RFI e Reporter senza frontiere.

“Evidentemente, il suo avvocato ricorrerà in appello. Non dubitiamo che riuscirà a dimostrare l’innocenza di Hassan”, hanno aggiunto il media internazionale e l’organizzazione per la difesa della libertà d’informazione.

Traduzione di Ada De Micheli, Pressenza International Press Agency

SOMALIA: Giornalista ucciso nella Giornata Mondiale per la Libertà di Stampa. E’ il quinto in Somalia dall’inizio di quest’anno.

Reporter senza frontiere denuncia l’uccisione del radio cronista Farhan James Abdulle avvenuta ieri sera vicino a Galkayo, capitale della regione centro-settentrionale di Mudug. Due persone non identificate gli hanno sparato per strada mentre faceva ritorno a casa dal villaggio di Garsor.

Avevamo appena pubblicato una dichiarazione in occasione della Giornata Mondiale per la Libertà di Stampa, condannando il fatto che 21 giornalisti erano già stati uccisi dall’inizio di quest’anno quando ci è giunta notizia di questa nuova tragedia che conferma la nostra analisi e cioè che i giornalisti sono aggrediti e uccisi a un ritmo impressionante”.

Abdulle è il quinto giornalista assassinato quest’anno in Somalia, il paese a più alto rischio di tutta l’Africa per gli addetti ai lavori. Esortiamo le autorità a trovare gli autori di questo delitto e a combattere l’impunità che caratterizza la violenza contro i giornalisti.”

Come denunciato nel report sulla Giornata Mondiale per la Libertà di Stampa, nuovi delitti si sono susseguiti dall’inizio del 2012 al ritmo di un’uccisione ogni cinque giorni.

Abdulle, 27 anni, aveva lavorato per l’emittente di Galkayo Radio Daljir come reporter, produttore e presentatore sin dagli esordi della radio, 7 anni prima. Era molto conosciuto anche come attivista per la sicurezza dei giornalisti come membro del NUSOJ, sindacato somalo dei giornalisti, partner di Reporter senza frontiere.

Il suo assassinio è avvenuto a distanza di soli due mesi dalla morte di un altro giornalista Ali Ahmed Abdi, ucciso in circostanze simili a Galkayo.

Informazioni sugli altri 4 casi avvenuti in Somalia si trovano qui:

http://en.rsf.org/somalia.html

MALI: Colpo di Stato o ammutinamento: media in ostaggio

Reporter senza frontiere denuncia la presa in ostaggio dell’ Office de Radiodiffusion-Télévision del Mali (ORTM, la televisione statale) da ieri  21 marzo 2012 e i disagi che stanno soffrendo vari media (perdite di segnale o chiusure) a seguito di qualcosa di simile a un colpo di stato militare per rovesciare il regime del presidente Amadou Toumani Toure.

“Che si tratti di un colpo di stato reale o di un ammutinamento, deploriamo nella maniera più forte che la radiotelevisione pubblica sia occupata da militari e i suoi programmi siano stati interrotti . Come spesso accade in tali circostanze, il controllo delle informazioni è fondamentale e i media sono tra i primi obiettivi degli ammutinati.  I media pubblici trasmettono un unico messaggio, mentre i media privati sono stati oscurati per evitare una copertura indipendente degli eventi ” ha dichiarato l’organizzazione.

“Siamo al fianco dei giornalisti a cui si impedisce di lavorare e del popolo Mali, che è privo di molte fonti di informazione”, aggiunge Reporter senza frontiere.

Il 21 marzo alle 16, l’esercito ha invaso ORTM, sparando in aria nella sede principale e facendo fuggire tutto il personale. Intorno alle 4 del mattino, hanno pubblicato una dichiarazione che annuncia lo scioglimento delle istituzioni e l’istituzione del coprifuoco. Da allora, questa notizia viene ripetuta via TV e radio.

Sempre il 21 marzo tutte le stazioni radio private a Bamako sono state oscurate. La mattina dopo alcune di esse, come Klédu Radio (FM 101,2) e Radio Kayira (104,4 FM), hanno ripreso le trasmissioni. Per quanto riguarda il canale privato Africable subregionale, è stato oscurato dal 21 marzo.

Un giornalista maliano ha dichiarato a Reporter senza frontiere: “La situazione è molto confusa e penso che la giornata di oggi sarà cruciale. E’ una questione tra militari Alcuni si muovono in città e sparano in aria.. . Non è chiaro in cosa credere.  Il Presidente Amadou Toumani Toure non ha ancora parlato. “

Il capo di Stato del Mali semplicemente ha scritto la sera del 21 marzo sul suo account Twitter: “Non c’è colpo di stato in Mali. Si tratta di un ammutinamento “.

Il Mali si trova ad affrontare negli ultimi mesi gli attacchi del Movimento Nazionale per la Liberazione della Azawad (MNLA) e di altri movimenti ribelli. I militari in rivolta denunciano la mancanza di mezzi dell’esercito per combattere contro la ribellione Tuareg e dei gruppi islamici nel nord.

Le elezioni presidenziali sono fissate in Mali per il prossimo 29 aprile.

Traduzione a cura dei traduttori di pressenza.com

SOMALIA: Reporter ucciso a Mogadiscio; è il quarto dall’inizio dell’anno.

Reporter sans frontières esprime profonda solidarietà ai i familiari e ai colleghi del giornalista Abdisalan Sheikh Hassan, assassinato ieri da un uomo in divisa militare nel quartiere Hamar Jajab di Mogadiscio.
”Siamo scioccati da questa ultima tragedia che dimostra, ancora una volta, che i nemici della libertà di stampa in Somalia sono pronti a sparare e uccidere i giornalisti”, ha dichiarato l’Organizzazione Internazionale per la Libertà di Stampa.
Abdisalan Sheikh Hassan è il quarto giornalista ucciso nel paese quest’anno e il 25° dal 2007. “Condanniamo con forza questo crimine e chiediamo alle autorità di agire affinché non resti un evento impunito”.
“Il colpevole, che dovrebbe essere facilmente identificato da alcuni testimoni, deve essere trovato, processato e giustamente punito”.
Hassan, giornalista freelance conosciuto anche come “Xiis”, lavorava per le emittenti radiofoniche Voice of Democracy e Hamar Radio e per il canale televisivo Horn Cable TV. Gli hanno sparato mentre era in macchina con alcuni colleghi vicino al suo ufficio.
Un uomo armato di un kalachnikov AK-47 e che indossava la divisa militare del governo federale di transizione ha puntato l’arma e ha sparato senza nessun preavviso. Il giornalista, gravemente ferito alla testa, è stato poi condotto in ospedale Madina Hospital dove è morto a causa delle ferite.
Recentemente, alcuni parlamentari somali si erano riuniti per espellere il portavoce del parlamento, una mossa fortemente criticata da altri membri parlamentari e non riconosciuta dalla comunità internazionale. Hassan era l’unico giornalista ad aver registrato quell’incontro che era stato diffuso da Horn Cable TV.
In molti gli avevano chiesto una copia della registrazione. La sua uccisione potrebbe quindi essere legata a questo evento.

Traduzione di Eleonora Albini, Pressenza International Press Agency

Gheddafi, Ahmadinejad, Putin, Afeworki, Castro. Probabilmente non hai mai sentito parlare di uno di questi? Quale?

In Eritrea i giornalisti non possono riportare quello che succede. Sono in galera. Aiutaci a liberare dalle catene l’informazione.

ERITREA: Quest’uomo non è un giocatore di rugby. E’ un giornalista eritreo.

L’Eritrea è la seconda più grande prigione al mondo per i giornalisti, dopo la Cina. Decine di essi sono torturati e lasciati marcire nei centri di detenzione del paese. Nel 10° anniversario degli arresti di massa di giornalisti e della chiusura dei media privati, è giunto il momento per la comunità internazionale di reagire.


ERITREA: Issaias Afeworki non meno pericoloso di Muammar Gheddafi o Bashar al-Assad

Dieci anni fa, il 18 settembre 2001, gli occhi del mondo intero erano ancora rivolti a New York, obiettivo la settimana precedente di devastanti attacchi di Al Qaida. Ad Asmara, il governo eritreo approfittò di questa distrazione per lanciare una brutale purga politica.

“Per l’indifferenza della comunità internazionale, diversi ministri ed ex generali e tutti i direttori dei giornali furono gettati in carcere nel giro di una settimana – ha detto il segretario generale di Reporters sans frontières Jean-François Julliard ha detto -. Tutte le pubblicazioni private furono chiuse. Il paese si avventurò in un periodo di terrore da cui deve ancora emergere. Dieci anni dopo, nessuno può continuare a ignorare la brutalità del regime eritreo”

“Dieci anni sono passati senza che la comunità internazionale abbia mai compreso le dimensioni della tragedia sofferta dal popolo eritreo: una totale assenza di libertà di espressione, la sorveglianza costante dei giornalisti, molestie alle loro famiglie, sparizioni forzate e detenzione segreta in condizioni disumane. Le sanzioni che sono state adottatie dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU nel 2009, sono chiaramente non applicate perché diversi alti funzionari eritrei hanno appena visitato l’Europa. Tuttavia, il dittatore eritreo, Issaias Afeworki, non è meno pericoloso e crudele di Muammar Gheddafi o Bashar al-Assad”.

L’Eritrea è stata classificata ultima nella classifica mondiale della libertà di stampa di Reporters sans frontières negli ultimi quattro anni di fila. Più di 30 giornalisti sono attualmente detenuti in Eritrea. Questo rende il paese la seconda più grande prigione al mondo per i media, dopo la Cina.

Secondo le informazioni ottenute da Reporters sans frontières, almeno quattro giornalisti sono stati finora arrestati quest’anno. Si uniscono i giornalisti arrestati a partire dal 2001 e che ancora languono in campi di prigionia del paese.

Tre degli ultimi detenuti sono giornalisti radiofonici – Nebiel Edris, Usman Ahmed e Mohamed Osman – che sono stati arrestati a febbraio. Il quarto è Tesfalidet “Topo” Mebrahtu, un famoso giornalista sportivo della Radio statale Dimtsi Hafash e della tv statale Eri-TV. Arrestato alla fine di marzo, ora si pensa sia in un centro di detenzione vicino alla capitale, le prigioni militati Srwa o Adi Abeito. Alla sua famiglia non è permesso fargli visita.

Per sfuggire all’atmosfera estremamente oppressiva dei media statali, dove tutti sono strettamente sorvegliati e a nessuno è permesso di parlare liberamente, i giornalisti eritrei spesso abbandonano il paese o almeno cercare di farlo. Alcuni ci riescono, ma altri sono catturati e arrestati. Questo è quello che è successo a Eyob Kessete, che è stato arrestato per la seconda volta nell’estate del 2010, mentre stava cercando di fuggire

Le guardie di frontiera hanno l’ordine di sparare su chiunque sia individuato nel tentativo di attraversare illegalmente la frontiera. Il giornalista Paulos Kidane, per esempio, è stato ucciso nel 2007 mentre cercava di espatriare in Sudan. Coloro che lo fanno solitamente trovano ad aspettarli un’esistenza precaria e, talvolta, un tragico destino. Lidya Mengesteab, che lavorava per Dimtsi Hafash ed Eri-TV, è prima scappata in Sudan e poi in Libia, è morta con altri esuli nel tentativo di attraversare il Mediterraneo su una barca in aprile.

Per celebrare il 10 ° anniversario del rastrellamento dei giornalisti e la chiusura di tutti i media privati di stampa, Reporter sans frontières lancia una campagna pubblicitaria internazionale sull’Eritrea in inglese, francese, spagnolo, tedesco, svedese, italiano e nel dialetto eritreo Tigrinya. Si diffonde, inoltre, anche un elenco aggiornato dei giornalisti detenuti in Eritrea.

I giornalisti che seguono sono detenuti in Eritrea in questo momento: Amanuel Asrat, Mattewos Habteab, Temesghen Gebreyesus, Seyoum Tsehaye (vincitore del Premio Reporters sans frontières nel 2007), Dawit Habtemichael, Dawit Isaac, Hamid Mohamed Said, Saleh Al Jezaeeri, Daniel Mussie, Ibrahim Abdella, Eyob Netserab, Abramo Isacco, Mulubrhan Habtegebriel, Girmay Abramo, Nega Woldegeorgis, Bereket Misghina, Yirgalem Fisseha Mebrahtu, Basilios Zemo, Senait Habtu, Meles Negusse Kiflu, Mohammed Said Mohammed, Biniam Ghirmay, Esmail Abd-el-Kader, Araya Defoch, Mohammed Dafla, Simone Elia, Yemane Hagos, Stifanos (nome del padre sconosciuto), Henok (nome del padre sconosciuto), Wedi Itay, Said Abdulhai, Eyob Kessete, Nebiel Edris, Ahmed Usman, Mohamed Osman, Tesfalidet Mebrahtu e due giornalisti i cui nomi non sono noti.

Quattro giornalisti sono morti in carcere. Sono Medhanie Haile, Yusuf Mohamed Ali, Said e Abdulkader Fessehaye “Joshua” Yohannes.
Altri due giornalisti – Musa Sila e Rahel (nome del padre sconosciuto) – risultano mancanti. Non si sa se sono stati arrestati, se sono fuggiti dal paese o se sono morti.

Firma la petizione per il rilascio dei giornalisti imprigionati in Eritrea: http://en.rsf.org/petition-for-release-of-imprisoned-journalists, 37549.html

Dawit Isaac, il cofondatore del giornale Setit ora chiuso, è uno dei giornalisti che sono stati arrestati nel settembre 2001. Anche se ha doppia cittadinanza svedese e eritrea, è stato tenuto in carcere negli ultimi 10 anni senza alcuna prova, come tutti gli altri che sono stati arrestati in quel periodo. Nessuno dei giornalisti detenuti è mai stato sottoposto a processo.

Lo scorso luglio, la sezione svedese di Reporter sans frontières ha presentato alla corte suprema eritrea una petizione Habeas Corpus firmata da due avvocati europei e un giurista europeo. Si chiede che Dawit Isaac, assistito dal suo avvocato, sia portato dinanzi ad un tribunale per dimostrare come, ai sensi delle disposizioni del codice penale eritreo e delle leggi internazionali, sia illegale detenere qualcuno senza formulare accuse formali.

Dawit Habtemichael è stato arrestato ad Asmara il 21 settembre 2001 ed è detenuto nel campo di prigionia Eiraeiro.

RSF: I predatori della Libertà di Stampa 2011, i 38 capi di stato e signori della guerra che seminano il terrore tra i giornalisti

Predatori della Libertà di Stampa 2011

I capi di una macchina repressiva, i leader politici dei regimi ostili
alle libertà civili e gli organizzatori di campagne di violenza diretta contro i
giornalisti – questi i 38 predatori della libertà di stampa del rapporto 2011 di Reporters sans frontières, reso pubblico il 3 maggio, Giornata Mondiale per la Libertà di Stampa.

Per scaricare il rapporto completo (in inglese, 47 pagine, 26 MB) cliccare su  questo link:  http://rsfitalia.files.wordpress.com/2011/05/predateurs_gb27042011.pdf

Per quanto riguarda l’Italia, anche quest’anno, tra i 38 predatori è presente la criminalità organizzata italiana, che continua a considerare propri nemici i giornalisti che ne parlano, Il rapporto ricorda i casi più noti di giornalisti minacciati (da Roberto Saviano a Lino Abbate a Rosaria Capacchione) così come il mancato sostegno del Primo Ministro italiano, Silvio Berlusconi, che -a novembre 2009- dichiarò che avrebbe voluto strozzare scrittori e autori di cinema  che davano una cattiva immagine dell’Italia parlando di mafia e camorra.

Nel rapporto 2011 il “posto d’onore” va al Nord Africa e al Medio Oriente, luogo che hanno visto negli ultimi mesi eventi drammatici e talvolta tragici. Il mondo arabo  ha visto i più importanti cambiamenti nella lista dei predatori rispetto al 2010. Alcuni sono caduti. Il primo ad andarsene è stato il Presidente della Tunisia Zine el-Abidine Ben Ali, costretto a dimettersi il 14 gennaio, dando così al suo popolo la possibilità di avviarsi su una strada democratica.  Altri predatori, come Ali Abdallah Saleh dello Yemen, che è stato travolto dall’ondata di proteste radicali suo paese, o della Siria Bashar al-Assad, che risponde con il terrore alle aspirazioni democratiche del suo popolo, potrebbero anche cadere. E che dire di Muammar Gheddafi, la “Guida della Rivoluzione”, ora la guida della violenza contro il suo popolo, una violenza che è sorda alla ragione? E il re del Bahrain, Ben Aissa Al-Khalifa, che dovrebbe rispondere per la morte di quattro attivisti in carcere, tra cui il fondatore dell’unico giornale di opposizione, e per l’operazione repressiva contro le vaste manifestazioni pro-democrazia?

La libertà di espressione è stata una delle prime richieste dei popoli in rivolta, una delle prime concessioni dei regimi transitori e uno delle prime realizzazioni, anche se molto fragili, delle rivoluzioni.

Tentativi di manipolare i giornalisti stranieri, arresti arbitrari e detenzione, deportazione, negazione di accesso, intimidazioni e minacce – la lista degli abusi contro i media nel corso della primavera araba è sconcertante. La determinazione a ostacolare i mezzi di comunicazione non si è fermata agli omicidi in quattro paesi – Siria, Libia, Bahrein e Yemen. Gli incidenti mortali includono Mohamed Al-Nabous, colpito da cecchini a libro paga del governo nella città libica di Bengasi il 19 Marzo, e due giornalisti uccisi direttamente dalle forze di sicurezza nello Yemen il 18 marzo.

Ci sono stati più di 30 casi di detenzione arbitraria in Libia e di un numero simile di corrispondenti stranieri espulsi. Metodi simili sono stati utilizzati in Siria, Bahrein e Yemen, dove le autorità fanno ogni sforzo possibile per mantenere i mezzi di comunicazione a distanza in modo che non possano girare video della repressione.

I media hanno raramente avuto un ruolo così fondamentale nei conflitti. Questi regimi, già tradizionalmente ostili alla libertà dei media, hanno trattato il controllo delle notizie e delle informazioni come una delle chiavi per la loro sopravvivenza.

I giornalisti sono stati direttamente presi di mira dalle autorità o catturati nel fuoco incrociato delle violenze tra attivisti e forze di sicurezza, ricordando a tutti noi i rischi che corrono nello svolgere il loro lavoro essenziale.

Resto del mondo

In Asia, alcuni leader sono stati sostituiti, senza alcuna modifica dei sistemi repressivi. Thein Sein ha sostituito Than Shwe al capo del regime in Birmania (dove 14 giornalisti sono in carcere). Il Partito Comunista ha scelto Nguyen Phu Trong al posto di Nong Duc Manh in Vietnam (dove 18 cittadini della rete sono attualmente in carcere). In entrambi i paesi, un predatore ha preso il posto di un altro.
Le onde d’urto della primavera araba hanno influenzato le politiche perseguite dal predatore della Cina, il presidente Hu Jintao, e del predatore dell’Azerbaigian, il presidente Ilham Aliyev. Essi temono la possibile diffusione di questo virus. Più di 30 dissidenti, avvocati e attivisti dei diritti umani sono detenuti in isolamento in Cina. Non c’è modo di sapere che cosa sia successo loro. Una delle ultime vittime è l’artista di fama internazionale, Ai Wei Wei. No si sa dove sia detenuto. Le autorità azere hanno adottato varie tattiche per tacitare i mezzi di comunicazione in risposta ai tentativi di
organizzare manifestazioni in stile arabo a Baku. Anche attivisti Facebook  sono stati incarcerati. Sono stati rapiti e minacciati reporter che lavoravano per il quotidiano dell’opposizione Azadlig. I giornalisti che cercavano di coprire le proteste sono stati arrestati e picchiati. Internet è stata bloccata.

Altri predatori rimangono tragicamente fedeli a se stessi. Issaias Afeworki in Eritrea, Gurbanguly Berdymukhamedov in Turkmenistan e Kim Jong-il in Nord Corea che restano i peggiori regimi totalitari del mondo. La loro crudeltà è sconcertante. L’estrema centralizzazione dei poteri, le purghe e
la loro propaganda onnipresente non lasciano spazio ad alcuna libertà.

I predatori dell’Iran – Mahmoud Ahmadinejad, rieletto presidente della Repubblica Islamica nel giugno 2009, e Ali Khamenei, leader supremo – sono gli artefici di una repressione implacabile segnata da prove di stile stalinista contro politici dell’opposizione, giornalisti e attivisti dei diritti umani. Più di 200 giornalisti e blogger sono stati arrestati dal giugno 2009, 40 sono ancora detenuti e circa 100 hanno dovuto abbandonare il paese. Si stima che 3.000 giornalisti siano attualmente senza lavoro perché i loro giornali sono stati chiusi o loro comunque non riassunti. Reporter sans frontières chiede un inviato speciale sui diritti umani da mandare in Iran con urgenza, in linea con la risoluzione adottata dalle Nazioni Unite Consiglio dei Diritti Umani il 24 marzo.

L’altro lato dell’Atlantico ha visto una insolita aggiunta alla lista dei predatori della libertà di stampa: le milizie proprietà dell’ imprenditore honduregno Miguel Facusse Barjum che hanno avuto le mani libere per minacciare i media di opposizione al colpo di stato del giugno 2009  – in particolare le piccole stazioni radio che intraprendono una battaglia tra Davide e Golia contro i grandi interessi economici e politici.

Pakistan e Costa d’Avorio – due priorità per l’anno prossimo

Reporters sans frontières continuerà a lavorare sul tema delle violazioni della libertà dei media da parte della criminalità organizzata. Il rapporto iniziale, emesso nel marzo 2011, sarà sviluppato soprattutto in vista della visita che il Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani Navanethem Pillay farà nei prossimi mesi in Messico, dove sette giornalisti sono stati uccisi nel 2010.

La violenza è anche il problema principale in Pakistan, dove 14 giornalisti sono stati uccisi in poco più di un anno. Il Pakistan continua a essere uno dei paesi più pericolosi del mondo per i media.

Internet

Per quanto riguarda Internet, la priorità per Reporter sans frontières sarà quella di difendere la libertà della rete, che è minacciata da proposte di legge in diversi paesi. RSF è preoccupata per la crescente pressione – più o meno intensa a seconda della natura del regime – su aziende del settore Internet, in particolare sii fornitori di servizi Internet.

Sempre più giornalisti e cittadini della rete sono stati repressi in Vietnam, dove il Partito Comunista segue il modello di grande fratello cinese per quanto riguarda la governance e la repressione.

La comunità internazionale -in completo silenzio su molti paesi come Azerbaigian, Vietnam, Eritrea e le dittature dell’Asia centrale (in particolare Turkmenistan e Uzbekistan)- più che colpevole, è complice. Esortiamo le democrazie non continuare nascondersi dietro i loro interessi commerciali geopolitici.

ZAMBIA: Un direttore di pubblicazione condannato ad una pena pesante

Il 4 giugno 2010 il direttore di pubblicazione del quotidiano indipendente The Post, Fred M’membe è stato condannato a quattro mesi di carcere e lavori forzati. Questo giornalista è stato ritenuto colpevole di oltraggio alla corte per aver autorizzato nel 2009 la pubblicazione di un processo in corso. Si trattava di un articolo scritto da un avvocato dello Zambia residente negli Stati Uniti che aveva commentato il processo contro la redattrice capo del The Posi, Chansa Kabwela, accusata di aver messo in circolazione materiale pornografico che attentava alla morale pubblica. In realtà la giornalista aveva fatto pervenire al vice-presidente dello Zambia e al ministro della salute, oltre a varie organizzazioni, una lettera accompagnata dalla fotografia di una donna in procinto di partorire per strada: ella voleva far presente alle autorità pubbliche le  condizioni sempre più difficili in cui le donne sono costrette a partorire nel paese.

CIAD: Sollievo per il rifiuto da parte dei deputati di un progetto di legge sulla stampa troppo repressivo

Il 2 giugno 2010 l’Assemblea nazionale del Ciad ha respinto il progetto di legge relativo al regime per la stampa introdotto dal governo. Questo testo avrebbe dovuto sostituire l’ordinanza 05 adottata per decreto del presidente della Repubblica il 20 febbraio 2008, il giorno dopo l’offensiva ribelle di N’Djamena.

“E’ ora che il Ciad adotti una nuova legge sulla stampa, visto che da due anni i giornalisti del paese lavorano in un ambiente molto repressivo, a causa di un’ordinanza adottata per circostanze eccezionali. Tuttavia il progetto di legge respinto prevedeva ancora delle pene detentive per i giornalisti. Facciamo appello alle autorità del Ciad affinché procedano nella direzione della depenalizzazione dei reati di stampa e privilegino il dialogo con le associazioni di difesa dei giornalisti per pervenire ad testo di legge condiviso”, ha dichiarato Reporters sans frontières.

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 1.184 follower