LIBIA – Libertà di informazione minacciata da visti negati, video censurati e arresti arbitrari

Reporter senza frontiere è molto preoccupata per i numerosi segnali di peggioramento della libertà di informazione in Libia, a seguito dell’elezione del Congresso Nazionale di Transizione avvenuta il 7 luglio scorso. Tra i provvedimenti di restrizione troviamo problemi per il rilascio dei visti, censure di video, arresti arbitrari ed espulsioni.

Molti giornalisti stranieri hanno detto a Reporter senza frontiere di aver avuto difficoltà per ottenere il visto per visitare la Libia, soprattutto dopo l’attacco dell’11 settembre al consolato americano di Benghazi.

Coloro che sono riusciti ad averlo hanno comunque avuto problemi con le milizie, soprattutto quando hanno provato a fare foto o a filmare le manifestazioni pacifiche di protesta contro la morte dell’ambasciatore americano Chris Stevens.

Il Comitato Supremo di Sicurezza nazionale ha inoltre arrestato arbitrariamente vari giornalisti.

Tra questi troviamo la giornalista e regista britannica Sharron Ward e la sua interprete libica, fermate il 19 luglio scorso mentre facevano alcune riprese in un campo di rifugiati (IDPs: Internally Displaced Persons, ndt) a Janzour (12 kilometri a ovest di Tripoli) e trattenute per quasi otto ore. Ward è poi stata nuovamente tenuta in stato di fermo per altri tre giorni, dal 21 al 23 luglio.

“Giornalisti stranieri e locali devono essere in grado di lavorare liberamente nella Libia post-Gheddafi”, ha detto Reporter senza frontiere. ”L’abuso di potere dovrebbe ormai appartenere al passato. È vero che il Paese si trova ancora in una fase di piena transizione ma il comportamento dispotico del Comitato Supremo di Sicurezza nazionale è allarmante. Facciamo dunque appello al nuovo governo, e soprattutto al Ministero degli Interni, affinché si indaghi su questi eventi e si restituiscano le attrezzature che sono state arbitrariamente confiscate a questi giornalisti”.

Sharron Ward ha fornito a Reporter senza frontiere il seguente racconto:

La prima detenzione

Ero in possesso di un adeguato visto giornalistico così come delle necessarie credenziali per la stampa libica. Stavo filmando apertamente presso il campo di Janzour dall’inizio del pomeriggio. Non eravamo state fermate né controllate all’ingresso del campo. Ciononostante, alla fine siamo state arrestate. La sera, dopo essere state interrogate, ci è stato detto che potevamo andarcene.  

Ma poi sono comparsi due uomini in abiti civili che hanno detto che ci avrebbero accompagnate a casa. Si è scoperto che si trattava di membri della Seconda Brigata del Consiglio Supremo di Sicurezza nazionale. Ci hanno condotto alla loro base di Ain Zara (zona sud-est di Tripoli) per ulteriori interrogatori. Tutto ciò è accaduto nonostante io avessi le giuste credenziali per la stampa e il permesso di filmare dentro il campo, mentre dozzine di giornalisti erano precedentemente state lì senza alcun permesso.

Dopo le minacce di mandarci in carcere nell’attesa che arrivassero ufficiali competenti per interrogarci, siamo alla fine state rilasciate quella stessa notte grazie all’intervento dell’ambasciata britannica. Si sono tuttavia tenuti la mia videocamera, i vari badge della stampa e il passaporto. 

 

Nuova convocazione  

Due giorni dopo, il 21 luglio, io e la mia interprete siamo dovute ritornare alla base della Seconda Brigata, convocate “per ulteriori indagini”. Siamo state interrogate in merito al permesso che avevamo ricevuto per filmare all’interno del campo. Dopo una pausa per l’iftar (il pasto serale che rompe il digiuno del Ramadan), sono stata interrogata da sola nel bel mezzo della notte. L’interrogatorio è andato avanti per circa quattro ore fino alle 2.30 del mattino, senza la presenza di alcun rappresentante dell’ambasciata britannica. È in questo momento che mi hanno confiscato il cellulare, e io mi sono così ritrovata senza mezzi e possibilità di comunicazione.   

Era chiaro che il loro obiettivo era semplicemente non farmi occupare di questioni connesse a Tawergha (città libica, ndt). Ero l’unica giornalista arrestata. Mi hanno trattenuta per tre giorni. La mia interprete libica è stata rilasciata dopo il primo giorno. Rispetto pienamente le leggi sovrane della Libia e capisco il bisogno di rispettarle, tuttavia non si può andare in giro a rinchiudere giornalisti solo perché non piace quello che questi stanno raccontando.   

Sono stata interrogata nuovamente la domenica successiva. Un rappresentante dell’ambasciata britannica questa volta è venuto ad assistere. 

Ci tengo a sottolineare che non sono stata maltrattata fisicamente. Si sono sempre assicurati che avessi da mangiare e da bere e continuavano a chiedermi se avessi bisogno di qualcosa. Era anche in qualche modo rassicurante vederli continuare a seguire il mio caso. È tuttavia preoccupante il fatto di essere stata riportata e detenuta – e per un periodo più lungo – dove ero già stata portata la prima volta.

Sono molto grata all’ambasciata britannica in Libia per l’assistenza ricevuta e per l’intervento del Ministero degli Esteri. Dopo il mio rilascio agli uomini dell’ambasciata britannica, mi hanno restituito la borsa con la videocamera e i miei documenti. Ma solo più tardi ho scoperto che il Consiglio Supremo di Sicurezza nazionale aveva tolto la mia videocamera e i miei dischi rigidi dalla borsa.  

Il Consiglio Supremo di Sicurezza voleva confiscare tutti i filmati che avevo fatto nei campi IDP, non solo quelli del campo Janzour. Non avevo altra scelta se non quella di accettare. Quando è stato scoperto che le mie videocassette erano state accidentalmente distrutte, sebbene non fosse colpa mia, il Consiglio Supremo di Sicurezza ha minacciato di arrestarmi il giorno successivo all’aeroporto.  

Questa minaccia era estremamente preoccupante. Alla fine non sono stata arrestata e sono arrivata a Londra il 24 luglio. Essendo una regista freelance, non posso permettermi di riacquistare tutte le attrezzature necessarie e chiedo soltanto di riavere indietro la videocamera e gli hard disk che mi sono stati confiscati. Il Ministero degli Esteri è con ogni probabilità erroneamente convinto che tutto mi sia stato restituito, altrimenti sono certa che sarebbe allarmato nell’apprendere che così non è stato.

I giornalisti stranieri non sono gli unici a essere perseguitati dal Consiglio Supremo di Sicurezza nazionale. Reporter senza frontiere ha appreso che lo scorso 25 agosto la Seconda Brigata del CSS ha convocato il direttore di Al-Assema TV Nabil Shebani, per interrogarlo in merito alla sua copertura televisiva della distruzione della moschea di Al-Sha’ab a Tripoli.  

Shebani ha detto di essere stato trattenuto per circa dieci ore, insistendo però sul fatto che tale lunga durata fosse dovuta all’iniziale assenza di persone competenti che potessero interrogarlo. Anche altri due giornalisti della stazione televisiva sono stati brevemente interrogati – ha aggiunto Shebani.

Molti santuari Sufi sono stati oggetto di atti vandalici dal 23 al 26 agosto. Il 23 agosto è toccato alla tomba di Sidi Abdul-Salam Al-Asmar Al-Fituri a Zliten. Il 25 agosto, invece, al mausoleo Sheikh Ahmed Al-Zarruq nei pressi di Misurata e alla moschea Al-Sha’ab a Tripoli.

Le autorità hanno conseguentemente ordinato la loro completa demolizione. I funzionari del Consiglio Supremo di Sicurezza nazionale hanno cercato di impedire ai giornalisti l’accesso al sito durante la demolizione della moschea Al-Sha’ab e si sono comportati in maniera molto aggressiva nei confronti di coloro che volevano riprendere l’evento.

Traduzione a cura di Tatiana Camerota

About these ads
Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 1.183 follower

%d bloggers like this: