RSF: Valori tradizionali e libertà di informazione: un intervento del DG di Reporter senza frontiere

Nessuno dovrebbe sprecare tempo per guardare il film “Innocence of Muslim”. Tuttavia, possono i leader politici e i giornali biasimare l’autore di questa insensata opera d’arte per gli atti di violenza in corso nel tentativo di mitigare la rabbia distruttiva dei fondamentlisti islamici?

Ci sono state dichiarazioni conciliatorie per cercare di gettare acqua sul fuoco. Deplorare “l’eccesso di libertà di parola” potrebbe essere una mossa tatticamente saggia. Ma a lungo termine danneggia la libertà di informazione che rappresenta il requisito per lo sviluppo economico, politico e sociale.

I giornalisti danesi devono essersi sentiti molto soli quando, nel 2005, il quotidiano Jyllands-Posten pubblicò delle vignette sul profeta Maometto. Un complotto per uccidere uno di loro fu scoperto nel 2008 e nel 2010 ci fu un vero e proprio attentato alla sua vita. Lo scorso anno, il padrone di un quotidiano pakistano è stato ucciso per essersi opposto alla legge del paese sulla blasfemia. In Bangladesh e Afghanistan, dei giornalisti sono stati incarcerati con la stessa accusa.

I media occidentali non si fanno scrupoli a pubblicare notizie riguardanti l’estremismo islamico ma chi può negare che ci siano alcune religioni nei confronti delle quali debbano usare attente precauzioni? Niente può giustificare un ordine a rispettare la fede religiosa più delle opinioni riguardanti la politica o la morale. Se ognuno imponesse i propri tabù su ciò che si può o non si può scrivere, i giornalisti sarebbero ridotti a commentare il meteo.

Nel 2010, Reporter senza frontiere aveva palesato la propria preoccupazione sulla risoluzione del Consiglio ONU sui Diritti Umani riguardante la diffamazione religiosa ordinata dall’Organizzazione della conferenza islamica. Fortunatamente, l’Assemblea Generale decise di trattare la questione in altro modo. E’ possibile che avvenga un altro tentativo? I sostenitori del reato di blasfemia non hanno incrociato le braccia. In Tunisia, la versione della costituzione che si sta discutendo criminalizza tutto ciò che attacca la religione. Il capo del partito Ennahda, ora al governo, Rachid Ghannouchi, ha recentemente affermato: “Dovrebbe esserci una legge internazionale che stabilisca il crimine di blasfemia e dovrebbe essere fatta dalle Nazioni Unite”.

A parte la questione sulla blasfemia, una coalizione allargata a livello internazionale sta chiedendo restrizioni sulla libertà di informazione con la scusa di “tutelare i valori tradizionali”. Il 14 settembre Russia, Cina, Uzbekistan e Tajikistan hanno presentato una mozione all’Assemblea Generale dell’ONU chiedendo un “codice di condotta per la sicurezza dell’informazione” in nome delle diversità culturali e storiche.

Al Consiglio i Diritti Umani, il russo Vladimir Kartashkin ha avanzato posizioni fortemente retrograde come quella di basare gli standard internazionali su non ben specificati “valori tradizionali di ciascun paese”.

A partire dalle proteste di una trentina di ONG dello scorso febbraio, le cose hanno preso una piega migliore ma chi può garantire che in futuro i diritti umani universali non saranno sfidati da “valori tradizionali” che indubbiamente saranno quelli approvati dagli stessi poteri che li hanno formulati?

Dovremmo ricordare la sentenza a due anni di lavori forzati imposta alle donne del Pussy Riot accusate di incitazione all’odio religioso. L’ Uzbekistan invoca sempre di più  “l’insulto alle tradizioni e al sentimento nazionale” per giustificare la azioni contro i giornalisti indipendenti.

Anche l’occidente non è al di sopra delle critiche. Gli USA si fanno forza con il Primo Emendamento che però non pare potersi applicare all’intera vicenda WikiLeaks. In Europa, la Carta dei Diritti Fondamentali garantisce la libertà di culto e il diritto di critica  ma alcuni stati membri di fatto non fanno in modo che questo diritto sia tutelato. Ad esempio l’Irlanda nel 2010 ha stabilito il reato di blasfemia punibile con una multa fino a 25.000 Euro.

L’attacco diplomatico e politico guidato da Russia, Cina, Organizzazione per la Conferenza Islamica e alcuni stati dell’Asia Centrale, sostenuto da gruppi islamici violenti, è preoccupante. Non vogliamo con ciò sostenere che l’Occidente abbia un punto di vista più lucido rispetto al resto del mondo.

Noam Chomsky e Edward Herman hanno dimostrato attraverso la loro opera Manufacturing Consent (in italiano, costruire il consenso) che esistono “due pesi e due misure” nel mondo occidentale che rappresentano di fatto la differenza tra “ vittime interessanti e vittime non interessanti”. Non dobbiamo aspettarci che le opinioni del resto del mondo coincidano necessariamente con quelle di Europa e Stati Uniti. Esistono altre opinioni, e questo è positivo perché consente di vedere cose per le quali noi siamo miopi e viceversa.

La libertà di parola è un principio universale. Se lo vogliamo per noi stessi, dobbiamo volerlo anche per gli altri. Se la nego a qualcuno, ciò significa che anche a me potrebbe essere negata. Nessuno sa come utilizzarla in modo perfetto. Ma dovremmo impegnarci affinché i servitori della propaganda non usino pressioni e trucchi per cancellare quanto previsto dall’articolo 19 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani che garantisce il diritto a cercare, ricevere e divulgare informazioni e idee attraverso i media a prescindere dalle frontiere territoriali.

Di Christophe Deloire, direttore generale, Reporters Without Borders

Traduzione di Eleonora Albini, Pressenza International Press Agency

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