CINA – Ottanta punti a disposizione degli utenti di Weibo. Detratti se commetteranno violazioni, fino alla sospensione

Reporter senza frontiere condanna le nuove condizioni d’uso, entrate in vigore il 28 maggio, per regolare i contenuti pubblicati dagli utenti della piattaforma di microblogging Sina Weibo. Le nuove regole introducono un sistema a punti, che vedrà gli utenti sanzionati attraverso la riduzione dei punti in caso di violazioni – come la diffusione di “false voci” – e sospesi quando avranno esaurito i punti a loro disposizione.

“Sotto la pressione del governo, Sina Weibo ha oltrepassato un altro livello della collaborazione con i censori di Internet in Cina”, ha detto Reporter senza frontiere. “Questo nuovo sistema di controllo sarà teso a rinforzare la pressione individuale sui microblogger, che stanno crescendo in numero e in creatività e che stanno riuscendo a raggirare la “Grande Muraglia Elettronica” e a trattare temi sensibili che le autorità vogliono nascondere.”

“Resta da vedere se e come questo sistema a punti sarà applicato, vista la massa di informazioni che circolano su Sina Weibo. Un’iniziativa del genere sembrerebbe più una causa persa in partenza, ma la compagnia potrebbe essere più interessata a farsi bella agli occhi del governo. Sina Weibo terrà ciononostante un occhio vigile sulla reazione dei suoi utenti, che potrebbero essere scoraggiati dalle crescenti restrizioni e potrebbero rivolgersi ad altre piattaforme di microblogging meno zelanti per quanto riguarda l’auto-regolamentazione del contenuto”, ha detto RSF.

In accordo con l’articolo 13 delle nuove condizioni d’uso, “diffondere voci”, “nuocere all’unità della nazione”, “mettere in pericolo la sicurezza nazionale”, “disturbare l’ordine sociale”, rappresentano tutte azioni proibite. L’articolo 14 vieta la diffusione di false informazioni. È inoltre proibito l’uso di espressioni in codice, abbreviazioni e omonimi – come ad esempio “bo” (pomodoro) e “xi” (stufato) per alludere al leader Bo Xilai, recentemente epurato.

“Queste restrizioni non sono nuove e sono già in vigore per tutti gli utenti cinesi di Internet, spesso soggetti alla censura diretta del governo e alla censura indiretta attraverso l’autoregolamentazione adottata dalle varie compagnie di Internet”, ha detto Reporter senza frontiere. “Su Weibo, gli account vengono spesso chiusi e i post cancellati dai moderatori del sito. Sina Weibo ha perfino bloccato la pubblicazione dei commenti per ben 3 giorni, lo scorso aprile, quando la storia di Bo Xilai stava mettendo in serio imbarazzo il governo.”

È il sistema a punti la novità. A ciascuno dei 300 milioni di utenti di Weibo saranno assegnati 80 punti iniziali, dai quali verrà sottratto uno specifico numero di punti in base alle violazioni commesse. Quando gli utenti avranno perso tutti i loro punti, i loro account Weibo saranno chiusi. Gli utenti che stanno per perdere tutti i loro punti potranno recuperarne alcuni stando due mesi senza commettere violazioni o partecipando a qualche – non precisata – attività promozionale, secondo quanto afferma il New York Times.

In accordo con il sito web Caijing.com.cn, “una commissione comunitaria” formata da utenti regolari di Weibo e da “membri esperti” avranno l’incarico di supervisionare l’attuazione delle nuove regole.

Con uno dei più sofisticati sistemi di sorveglianza e censura online del mondo, la Cina si trova nella lista dei “nemici di Internet” pubblicata da Reporter senza frontiere. A marzo, ha introdotto una nuova legge che richiede ai microblogger di registrarsi con i loro veri nomi, ma molti dei siti di microblogging – compreso Weibo – l’hanno trovata difficile da applicare. Con le nuove regolamentazioni, rivelare la loro vera identità sarà uno dei modi che gli utenti avranno di recuperare i punti perduti.

Il governo ha anche imposto ai siti di microblogging come Sina Weibo, Sohu, NetEase, Hexun di assumere moderatori per monitorare l’attività e “epurare” i contenuti problematici. Nel 2010, questi siti sono stati anche costretti a nominare “un commissario di auto-disciplina” per monitorare e censurare tutto quanto fosse in grado di minacciare la sicurezza e la stabilità sociali della Cina, compresi i contenuti legati alle attività illegali, alla pornografia e alla violenza, così come le voci infondate e le questioni politicamente sensibili.

Traduzione a cura di Tatiana Camerota

Eurovisione – Una parola sulla libertà d’informazione?

Questa sera gli occhi di oltre 100 milioni di telespettatori saranno puntati verso Baku – capitale dell’Azerbaijan – per la finale dell’Eurovision Song Contest. Al pubblico europeo verranno mostrati un bellissimo Paese e una popolazione ospitale.

“Ma c’è anche un’altra realtà dell’Azerbaijan che le autorità stanno facendo tutto il possibile per nascondere: un regime repressivo e brutale che non si ferma davanti a niente, per mettere a tacere i pochi giornalisti che cercano di indagare su temi sensibili o fornire notizie di cruciale importanza”, ha detto Reporter senza frontiere.

“Non stiamo cercando di rovinare la festa o, peggio ancora, di promuovere alcuna agenda politica “ostile”, come il governo azerbaigiano vorrebbe far credere. Ma come può la canzone essere completamente dissociata dalla libertà di espressione? Mentre i cantanti arriveranno a Baku da 40 Paesi per far ascoltare le loro voci, altre voci resteranno inascoltate.”

“E cosa dire, ad esempio, delle voci del blogger e dei cinque giornalisti attualmente in carcere a causa di quello volevano dire, dei due giornalisti uccisi, delle dozzine di giornalisti vittime di attacchi fisici che restano impuniti, e dei media indipendenti in gran parte eliminati? La società civile lotterà per far sentire la propria voce. Tutti dovrebbero, a loro modo, contribuire al concerto.”

Le autorità azerbaigiane hanno speso centinaia di milioni di petrodollari modificando il volto della capitale in vista di questo evento, andando così a consacrare un’attrattiva campagna pubblicitaria sulla scena internazionale. Non è stato risparmiato alcuno sforzo per progettare l’immagine di un Paese aperto, moderno e dinamico, una nuova Dubai che cresce a velocità folle, con discoteche alla moda e spiagge accoglienti. Un paradiso per gli investitori, se puoi chiudere un occhio alla corruzione.

Ma l’Azerbaijan, invece, per i giornalisti non è assolutamente un paradiso. Non lo è per i diritti umani in senso lato. Posizionatosi 165° su 179 Paesi nell’ultima classifica per la libertà di stampa di Reporter senza frontiere, conta da solo anche due dei “predatori della libertà d’informazione” che RSF ha identificato in tutto il mondo: il Presidente Ilham Aliev e il suo fedele braccio destro Vasif Talibov, che sperimenta i più draconiani metodi repressivi nella regione isolata di Nakhchivan.

L’IPGA (International Partnership Group for Azerbaijan), una coalizione di Ong che comprende anche Reporter senza frontiere, ha pubblicato un report il 26 marzo documentando lo spaventoso stato della libertà d’informazione in Azerbaijan.

Un organismo che regola i mezzi d’informazione audiovisivi sotto il diretto controllo del presidente assicura che tutte le radio e le stazioni televisive supportino il governo. Le poche pubblicazioni indipendenti circolano faticosamente fuori della capitale. La situazione dei media si è ulteriormente deteriorata come conseguenza del violento giro di vite contro l’ondata di manifestazioni pro-democrazia nella primavera del 2011, sulla scia delle rivolte arabe. Diversi blogger sono stati arrestati e picchiati, giornalisti di opposizione rapiti e giornalisti stranieri espulsi.

La restante manciata di giornalisti indipendenti è spesso oggetto di minacce e campagne diffamatorie. L’omicidio di due giornalisti critici, Elmar Huseynov nel 2005 e Rafik Tagi nel 2011, sono ancora rimasti impuniti, così come i frequenti attacchi fisici ai giornalisti.

“Sollecitiamo gli artisti che prenderanno parte all’evento a esprimere il loro supporto per la società civile dell’Azerbaijan e per i suoi media”, ha aggiunto Reporter senza frontiere. “Si dice che la rappresentante della Francia, Anggun, sia sensibile alle questioni connesse ai diritti umani. Farà quindi notare il parallelo tra l’ambiente carcerario mostrato nel suo video clip e il destino che i giornalisti azerbaigiani sono spesso costretti a soffrire?

“L’Unione Europea Radiotelevisiva (EBU), che supervisiona la gara, dovrebbe rompere il silenzio e cominciare a parlare della grave situazione dei media azerbaigiani, in accordo con i princìpi e i valori che è chiamata a promuovere. Infine, ci rivolgiamo a ciascuno dei 1600 giornalisti attesi per l’occasione, chiedendo loro di dedicare almeno qualche ora della loro visita a condurre interviste e ricerche su questo tema”, ha concluso RSF.

Puntando i riflettori internazionali sull’Azerbaijan, le autorità hanno comunque dato alla società civile un’inaspettata opportunità per far sentire la propria voce. La società civile azerbaigiana ha bisogno del supporto della comunità internazionale. Deve inoltre essere pronta per affrontare le rappresaglie che potrebbero abbattersi su di essa, una volta che le telecamere si saranno spente.

Per maggiori informazioni e per partecipare alle campagne:

Campagna per la libertà di espressione in Azerbaijan

Campagna “Song for Democracy”

Leggi il report “Running scared. Azerbaijan’s Silenced Voices”, pubblicato da IPGA  (PDF, in inglese)  

 

ISRAELE: Le truppe israeliane arrestano il direttore della TV Al-Asir

Reporter Senza Frontiere condanna l’arresto da parte di militari israeliani di Bahaa Khairi Attalah Moussa, direttore di Al-Asir, canale satellitare dedicato ai prigionieri palestinesi, il 17 Maggio nella regione di Jenin, nel nord della Cisgiordania. I soldati hanno
inoltre confiscato apparati per la tasmissione, computers, videocamere e dcumenti.

Queste azioni che vogliono soffocare lo spazio dei media devono cessare. E’ la terza volta dall’inizio del 2012 che le autorità israeliane se la prendono con i media palestinesi. Chiediamo l’immediata liberazione di Bahaa Moussa e la restituzione di tutto il materiale sequestrato; oltretutto questo raid, effettuato nei territori ad amministrazione palestinese, è illegale rispetto al diritto internazionale”, ha dichiarato Reporter senza frontiere.

La casa di Bahaa Moussa, nel villaggio di Marka, a sud di Jenin, è stata assaltata dai soldati israeliani la notte tra il 16 e il 17 maggio, all’una e mezza. Senza alcuna spiegazione i militari hanno arrestato il direttore e perquisito la sua casa, confiscando materiale professionale. Secondo alcune informazioni Bahaa Moussa, che ha 38 anni, sarebbe attualmente detenuto al centro interrogatori di Al-Jalameh, vicino a Haïfa.

Lanciato il primo aprile scorso, il canale Al-Asir si occupa di notizie d’attualità sui prigionieri palestinesi e le loro famiglie. Diffonde anche programmi culturali. Finanziato da fondi privati, Al-Asir è indipendente da qualunque formazione politica.

Il 2 di aprile decine di poliziotti israeliani avevano fatto irruzione nella sede di un network legato all’Istituto dei Media Contemporanei dell’Università Al-Quds (Università di Gerusalemme), che comprende la radio Houna Al-Quds e l’omonima agenzia di stampa, situata nel quartiere di Al-Khaldyeh, a Gerusalemme Est. Le forze dell’ordine ne avevano ordinato la chiusura e avevano confiscato una parte del materiale.

Il 29 febbraio l’esercito israeliano ha effettuato un raid contro i canali TV Al-Watan e Al-Quds Educational TV (legato all’Università Al-Quds) a Ramallah, territorio controllato dall’Autorità Palestinese. In seguito a queste irruzioni illegali i due canali palestinesi sono stati costretti a sospendere le loro attività.

MESSICO: Con la morte di Marco Antonio Ávila sale a quattro il numero dei giornalisti uccisi in meno di un mese.

Il 18 Maggio 2012, a Ciudad Obregon (stato di Sonora) è stato ritrovato il corpo di  Marco Antonio Ávila García, 39 anni, sequestrato il giorno precedente. Sale così a quattro il numero dei giornalisti messicani assassinati in un solo mese; altri tre colleghi avevano perso la vita pochi giorni prima nello stato di Veracruz  (
http://es.rsf.org/mexico-la-revista-proceso-esta-de-duelo-30-04-2012,42405.html
). Da quindici anni Marco Antonio Ávila  Garcia si occupava di fatti di cronaca per i quotidiani El Regional de Sonora e Diario Sonora de la Tarde. Recentemente aveva pubblicato alcune note su alcune operazioni anti-narcotraffico portate a termine proprio a Ciudad Obregon. (
http://www.elregionaldesonora.com.mx/noticia/22526
).

“Ancora una volta abbiamo esortato le autorità affinché facciano luce sul caso e diano priorità alla pista professionale. Alcuni colleghi di Ávila contattati dall’organizzazione hanno detto di non sapere se il giornalista avesse ricevuto o meno delle minacce, ma non scartano l’ipotesi del crimine legato alla sua professione di giornalista. Come specialista dei fatti di cronaca in una regione conosciuta come roccaforte dei cartelli, il giornalista svolgeva un compito  rischioso. Si vuole aspettare che il saldo degli 84 professionisti assassinati e i 14 dispersi in dieci anni venga nuovamente superato per mettere in moto in modo efficace e adeguato – la federalizzazione dei crimini e dei delitti contro la libertà di informazione e l’esercizio della professione? (
http://es.rsf.org/mexico-el-senado-aprueba-la-14-03-2012,42112.html
). I comizi elettorali del 1 di Luglio non hanno a che fare con l’urgenza di intraprendere la lotta contro l’impunità”. Così dichiara Reporter senza frontiere.

Marco Antonio Ávila sarebbe morto per strangolamento. Hanno trovato il suo cadavere avvolto in un sacco di plastica; insieme al corpo, che portava segni di tortura, è stato rinvenuto anche un messaggio la cui provenienza sarebbe da attribuire al narcotraffico. Il giornalista era stato sequestrato da individui armati e incappucciati la notte del 17 Maggio in un autolavaggio dove aveva portato l’auto aziendale. Secondo alcuni testimoni, i sequestratori avrebbero chiesto all’uomo se fosse giornalista e lo avrebbero poi obbligato a salire sul furgone.

Ciudad Obregón subisce una vera e propria guerra tra il Cartello del Golfo e un nuovo gruppo criminale chiamato “H”. La città registra un livello di insicurezza allarmante; negli ultimi due anni si sono avute almeno 25 esecuzioni al mese e molteplici casi di sequestro.

HONDURAS: Macabro ritrovamento del giornalista Alfredo Villatoro a 6 giorni dalla scomparsa

Coordinatore e presentatore dell’emittente radio HRN, Alfredo Villatoro è stato ritrovato morto il 15 Maggio vicino a Tegucigalpa, sei giorni dopo il suo sequestro.

“Con la morte di Erick Martinez, avvenuta lo scorso 5 Maggio, e ora quella di d’Alfredo Villatoro, il giornalismo ha perduto due rappresentanti in soli 10 giorni, mentre le minacce, le aggressioni  e gli attacchi nei confronti dei giornalisti proseguono quasi quotidianamente. (
http://fr.rsf.org/honduras-attentats-et-menaces-se-04-05-2012,42560.html
).

In questo contesto, dove la delinquenza, il crimine organizzato e la violenza politica mettono in pericolo la sicurezza del paese e la sopravvivenza delle libertà civili fondamentali, nessuna lotta contro l’impunità potrà riuscire se non congiuntamente ad una profonda riforma del sistema giudiziario che coinvolga  la società civile tutta e degli osservatori internazionali. La sfida è grande ma non può attendere oltre, ha dichiarato Reporter senza frontiere.

Il corpo di Alfredo Villatoro, 2 colpi d’arma da fuoco alla testa, è stato ritrovato dalla polizia, chiamata in causa per alcune gravi violazioni dei diritti dell’uomo   (
http://fr.rsf.org/paraguay-un-avocat-assassine-apres-avoir-19-01-2012,41710.html
). Poco prima del macabro ritrovamento, il presidente della Repubblica, Porfirio Lobo, aveva curiosamente dichiarato che secondo alcuni indizi il giornalista era ancora vivo. Informazione poco dopo smentita dal suo stesso Ministro degli Interni, Pompeyo Bonilla.

Questo crimine porta a 26 il numero dei giornalisti uccisi nel paese in un decennio di cui 20 successivamente al colpo di stato del 28 Giugno 2009. L’Honduras, insieme al Messico e alla Colombia, è tra i primi paesi del continente nella lista dei più pericolosi per la professione.

Traduzione di Eleonora Albini, Pressenza International Press Agency

FILIPPINE – Un altro giornalista ucciso, è il quarto dall’inizio del 2012

Reporter senza frontiere è scioccata nell’apprendere della morte di Nestor Libaton, reporter da vent’anni per la radio della Chiesa Cattolica dxHM. È stato freddato il pomeriggio dell’8 maggio a Mati, capitale della provincia orientale di Davao, nell’isola meridionale di Mindanao.   L’organizzazione per la libertà di stampa porge le sue condoglianze alla moglie e ai suoi quattro figli ed esorta le autorità ad aprire un’indagine e a fare il possibile per far luce sulla sua morte. Si tratta del quarto giornalista ucciso nelle Filippine quest’anno.

45 anni, Libaton è stato raggiunto da numerosi colpi di pistola sparati da uomini in motocicletta. Stava rientrando a casa dopo un’intervista realizzata nella vicina Terragona con il collega giornalista Eldon Cruz.

Il motivo è per ora sconosciuto ma l’Unione Nazionale dei Giornalisti delle Filippine (National Union of Journalist of the Philippines) ha citato alcuni colleghi di Libaton secondo i quali l’attentato potrebbe essere collegato alla sua attività professionale. Gli altri tre giornalisti uccisi dall’inizio dell’anno sono Rommel “Jojo” Palma (il 30 aprile), Aldion Layao (l’8 aprile) e Christopher Guarin (il 5 gennaio).

NUJP ha inoltre citato il caso di Michael James “Dacoycoy” Licuanan, giornalista di Bombo Radyo nella città di Cagayan de Oro (isola di Mindanao), il quale afferma di aver ricevuto un SMS il 5 maggio scorso contenente minacce di morte.

Il messaggio ha fatto seguito a una chiamata anonima alla stazione radio avvenuta alla fine del mese scorso, contenente veementi critiche alle attività di Licuanan, che si occupa del traffico di droga in città. La trattazione di storie sensibili lo aveva già fatto cacciare nei guai in passato, provocandogli anche una ferita da arma da fuoco in un tentato omicidio del 24 novembre scorso dal quale era riuscito a scappare.

07-05-2012 – Un altro giornalista assassinato, la polizia intensifica gli attacchi ai media

Reporter senza frontiere è molto preoccupata per il clima di violenza e ostilità in cui devono lavorare gli organi d’informazione delle Filippine, che sono da poco stati segnati da un altro omicidio. La scorsa settimana, infatti, Rommel “Jojo” Palma, un autista e giornalista di dxMC-Bombo Radyo, è stato assassinato a Koronadal, nell’isola meridionale di Mindanao.

È particolarmente allarmante che dietro gli attacchi e le minacce delle scorse settimane ai giornalisti e alle loro famiglie ci siano gli uomini della polizia. Alcuni di loro sono addirittura stati coinvolti in omicidi o tentati omicidi. Anche i procedimenti giudiziari contro i giornalisti e altre forme di ostruzionismo nei confronti dei media sono in aumento.

“Porgiamo le nostre condoglianze alla famiglia e agli amici di Rommel Palma”, ha detto Reporter senza frontiere. “Il suo omicidio deve essere adeguatamente indagato il prima possibile. Non deve restare impunito come invece lo sono finora stati gli omicidi dei giornalisti Dennis Cuesta, Christopher Guarin e Aldion Layao. L’impunità è particolarmente preoccupante quando – invece di fare il loro lavoro e quindi proteggere i cittadini – alcuni ufficiali di polizia abusano della loro autorità e perpetuano l’uso della violenza contro i giornalisti che denunciano le loro attività criminali e illegali.”, ha aggiunto RSF.

“Facciamo nuovamente appello al Presidente Benigno Aquino affinché intraprenda efficaci misure per proteggere i giornalisti e per infliggere pene esemplari alle reti criminali e agli ufficiali di polizia che agiscono al di fuori della legge. I riferimenti all’impatto “negativo” dei media sull’immagine del Paese rappresentano soltanto una cortina di fumo per evitare di contrastare il male alla radice, e non danno alcun tipo di risposta al problema più importante: l’insicurezza e la violenza nelle quali i giornalisti sono costantemente costretti a lavorare.”     

Omicidio di Palma

31 anni, Rommel “Jojo” Palma è stato freddato da due individui a bordo di una moto Honda TMX il 30 aprile scorso, mentre si trovava nel parcheggio dell’ospedale di Koronadal (nella provincia di Cotabato del Sud), dove aveva appena accompagnato un altro giornalista. Ha ricevuto quattro colpi di pistola al collo e alla schiena, ed è stato dichiarato morto alle 5.45 del mattino dai medici dell’ospedale.

La National Union of Journalist of the Philippines ha riportato la testimonianza del direttore della stazione radio dxMC-Bombo Radyo, Hermie Legaspi, secondo il quale la polizia avrebbe identificato due sospettati – finora conosciuti solo con gli pseudonimi Bobot e Hagibis – che il 22 aprile si sarebbero recati a casa di Palma, a Koronadal, senza però trovarlo.

Palma, che presentava servizi su temi di interesse locale e previsioni del tempo sulla stazione radiofonica dxMC-Bombo Radyo, è il secondo giornalista ad essere ucciso quest’anno sull’isola Mindanao – nella regione di Cotabato. La sua morte segue quella di Christopher Guarin, direttore di Tatak News Nationwide e presentatore della stazione radio dxMD. Guarin è stato ucciso in un’imboscata nei pressi di General Santos, il 5 gennaio scorso. Il presunto assassino, Marvin Palabrica, è ancora in libertà.

Nuovi sviluppi nell’omicidio di Cuesta del 2008

Il 5 aprile c’è stato un nuovo sviluppo nel caso di Dennis Cuesta quando, durante un’intervista radiofonica, un vecchio collaboratore di polizia, Jade Isa, ha accusato l’ex ispettore di polizia Redempto “Boy”Acharon di aver pianificato l’omicidio di Alex Josol, il direttore della radio di General Santos dxMD Radio Mindanao Network (RMN) e di altre due persone: l’impiegato del dipartimento di giustizia Badong Ramos e la vedova di Cuesta, Gloria Cuesta.

Achaon avrebbe voluto ucciderli per impedire loro di far luce sull’omicidio di Cuesta, ucciso nell’agosto del 2008. L’ex ispettore di polizia è stato accusato dell’omicidio ma è sempre riuscito a sfuggire alla giustizia fino al 2010, quando il caso è stato archiviato. Jadev Isa ha anche detto di essere stato presente agli incontri avvenuti a novembre 2011 e a febbraio 2012, durante i quali Acharon ha programmato di uccidere i tre con l’aiuto del cugino.

La vedova di Cuesta ha reagito a queste rivelazioni scrivendo al Ministro della Giustizia e al Presidente Aquino per chiedere di riaprire le indagini sull’omicidio di suo marito e di avviarne altre sul presunto piano di triplice omicidio messo a punto da Acharon. Josol, da parte sua, ha chiesto alla polizia di fornirgli protezione ma questa non ha ancora risposto alla sua richiesta.

Moltiplicazione dei procedimenti giudiziari

L’11 aprile, il tribunale regionale della città di Iloilo (nell’isola centrale di Panay), ha emesso mandati di arresto per Junep Ocampo, il direttore di The News Today (TNT), e Manuel “Boy” Mejorada, uno dei suoi editorialisti. Ciascuno di loro ha dovuto pagare una cauzione di 10000 pesos (179 euro) per evitare l’arresto, in attesa di giudizio. I mandati di arresto costituiscono l’ultimo atto di un’azione diffamatoria intrapresa dal sindaco di Iloilo, Jed Patrick Mabilog, che sta loro facendo causa per 15.2 milioni di pesos (circa 272000 euro) per un articolo di giornale pubblicato l’8 novembre 2011 e intitolato “Body of Evidence” [“Il corpo del reato”, ndt]  in cui Mejorada ha accusato il sindaco Mabilog di aver usato impropriamente una somma di denaro destinata a una fondazione della città di Iloilo e ricevuta da Mabilog in quanto fondatore e presidente della fondazione stessa.

Il pubblico ministero di Iloilo, Honorio Aragona Jr., il 3 febbraio ha dichiarato plausibile l’impianto accusatorio mosso dal sindaco contro Mejorada e Ocampo, giudicando l’articolo “diffamatorio”. Al processo dovranno dimostrare che l’articolo è stato scritto “in buona fede e per l’interesse pubblico”, ha aggiunto.

Minacce

Il 24 aprile scorso, la vedova di Aldion Layao – un giornalista radiofonico e politico locale ucciso l’8 aprile da due uomini sconosciuti nei pressi della sua casa di Lacson (periferia di Davao City, isola di Mindanao), è stata a sua volta oggetto di minacce. Secondo il Mindanao Times, Rica Layao è stata minacciata con un’arma dall’ufficiale di polizia Gerardo Padillo dopo che lei aveva dichiarato che questi poteva essere coinvolto nell’omicidio del marito. Padillo è stato immediatamente arrestato.

Nella città settentrionale di Olongapo, Mahatma Randy Datu, un reporter di Pilipino Star Ngayon (Filipino Star Today) (giornale con sede a Manila), è stato apertamente minacciato dal capo della polizia di Olongapo Christopher Tambungan, quando lui e altri reporter sono andati ad occuparsi della cattura di un ostaggio il 3 aprile.

Tambungan aveva chiesto ai giornalisti di recarsi sul luogo per assecondare la richiesta del sequestratore ma, quando ha visto Datu, ha urlato: “Come ti chiami? Che cosa ci fai qui? Qui non abbiamo bisogno di te.” Lo avrebbe poi afferrato per le spalle e buttato fisicamente fuori dall’edificio in cui si trovavano gli ostaggi. Il racconto di Datu è stato confermato anche da un giornalista della radio dzMM.

Datu ha presentato una denuncia contro Tambungan il 23 aprile accusandolo di minacce, coercizione e calunnia. Negando il resoconto di Datu, Tambungan ha invece dichiarato di aver semplicemente chiesto ai giornalisti di andarsene perché stavano innervosendo il sequestratore. Ha continuato ad accusare Datu e il collega giornalista di Star Ngayon, Alex Galang, di aver scritto articoli “negativi” su di lui. Datu aveva precedentemente accusato Tambungan di intascare tangenti dai proprietari di alcuni night-club.

Nonostante tutte le minacce ai giornalisti, l’appello del Presidente Aquino rivolto il 23 aprile all’annuale Forum Nazionale della Stampa del Philippine Press Institute, ha enfatizzato ciò che lui ha definito il “negativismo” dei media che, a suo parere, danneggerebbe il turismo e l’immagine del Paese. I suoi commenti sono stati immediatamente condannati dall’Unione Nazionale dei Giornalisti delle Filippine (NUJP).

Non c’è stato alcun allentamento della pressione nel livello di violenza perpetrato ai danni dei media nelle Filippine, nel 2012. Quattro giornalisti sono stati uccisi dall’inizio dell’anno e altri due sono scampati a tentati omicidi. La violenza è spesso opera di gruppi paramilitari e milizie private, che si trovano nella lista dei “predatori della Libertà di Stampa” che Reporter senza frontiere ha pubblicato quest’anno.

Traduzione a cura di Tatiana Camerota

IL NOSTRO ULTIMO ALBUM: 100 FOTO DI MARTIN PARR PER LA LIBERTA’ DI STAMPA

Per i 20 anni della sua collezione “100 foto per la libertà di stampa” Reporter senza frontiere ha scelto di celebrare il lavoro del fotografo britannico Martin Parr. Membro della nota agenzia Magnum Photos dal 1994, Martin Parr è una figura emblematica della fotografia contemporanea che cattura l’aspetto bizzarro della società consumistica con vena ironica, occhio spietato e senza compromessi. Il risultato è a volte comico, altre inquietante.

Secondo Parr, “i viaggi turistici sono una forma moderna di pellegrinaggio e le foto che ne scaturiscono, l’ultima ricompensa”. Questo album, che consacra il suo lavoro sul fenomeno del turismo di massa , mostra i “pellegrini” condizionati a fare ovunque la stessa cosa alla stessa ora: visite a tempo record, naso incollato all’obiettivo, folle accalcate ai piedi di monumenti, scene di spiagge sovraffollate. Comico ma spesso anche crudele, colui che dice di voler semplicemente “fotografare i suoi contemporanei” immortala da trent’anni la nostra società, con tutte le sue assurdità.

Lo scorso Marzo, Parr ha realizzato per Reporter senza frontiere, una serie di immagini in Tailandia nel sito archeologico di Angkor Vat, in Cambogia. In questo album, 20 scatti inediti.

Clicca su questo link per avere una preview dell’Album

Nuovo formato e nuova copertina!

In occasione dei 20 anni della sua collezione, Reporter senza frontiere rinnova il progetto editoriale che accende i riflettori sul mondo della fotografia e che il lettore ritroverà 3 volte l’anno in rubriche dedicate.

Finestra aperta sulla creazione contemporanea, Reporter senza frontiere incontra giovani fotografi e fotoreporter impegnati.


Forbidden Voices, film-omaggio a tre donne e blogger eccezionali

Reporter senza frontiere è lieta di annunciare che “Forbidden Voices”, un film diretto da Barbara Miller che sottolinea l’impatto di Internet sulla libertà di informazione, è uscito il 10 maggio nelle sale cinematografiche della Svizzera. Due anni per la realizzazione, il documento si concentra su tre coraggiose donne blogger, provenienti da Iran, Cuba e Cina: tutti i tre Paesi si trovano nella lista di RSF dei “Nemici di Internet”.

Generazione Y, un blog della residente ad Avana Yoani Sánchez (@yoanisanchez), è stato lanciato nel 2007 ed è velocemente diventato molto popolare. Premiato nel 2008 dal quotidiano spagnolo El País, i suoi lettori sono aumentati costantemente, soprattutto all’estero. Attraverso il suo blog, Yoani Sánchez offre una visione critica ai quotidiani problemi economici e sociali che i cubani devono affrontare. Per diffondere i suoi articoli a Cuba, dove la maggior parte della popolazione è confinata a una rete Intranet altamente censurata, occorrono metodi ingegnosi, tra cui l’utilizzo di chiavette USB e cd. Sánchez è soggetta a una severa censura governativa e a campagne diffamatorie, oltre ad essere stata fisicamente aggredita. La rivista Time Magazine l’ha classificata come una delle cento persone più influenti del mondo nel 2008, così come Zeng Jinyan (v. sotto) nel 2007.

Nonostante la censura governativa e i metodi repressivi, la blogger e attivista cinese Zeng Jinyan (@zenjinyan) usa il suo blog e account Twitter dal 2006 per descrivere la sua vita e la detenzione di suo marito Hu Jia, attivista per i diritti umani, famoso per aver difeso i malati di AIDS e l’ambiente. Quando Hu è stato arrestato, Zeng e sua figlia piccola sono state messe agli arresti domiciliari, con la polizia stazionata intorno alla casa per impedire loro di uscire, ma lei ha continuato a scrivere circa la lotta per le libertà fondamentali in Cina. Quando “l’avvocato a piedi nudi” Chen Guangcheng è fuggito dagli arresti domiciliari per rifugiarsi presso l’ambasciata degli Stati Uniti due settimane fa, Zeng ha riferito che i suoi parenti avevano subìto violenze durante la “battaglia” tra USA e autorità cinesi per decidere del suo destino, e ha messo in discussione la versione ufficiale degli eventi.

Censurata e minacciata, Farnaz Seifi, la blogger iraniana attivista online per i diritti delle donne, ha dovuto alla fine andarsene all’estero e attualmente vive in Germania. Lei e altre attiviste per i diritti delle donne iraniane sono un esempio di come la Rete possa essere usata per influenzare il governo. Farnaz Seifi è un membro di Change for Equality, un sito lanciato a settembre 2006 da un gruppo di 20 donne, soprattutto blogger e giornaliste, per promuovere una campagna di cambiamenti delle leggi che sono discriminatorie nei confronti delle donne. È diventata un’autorevole fonte d’informazione sui diritti delle donne in una società governata da fondamentalisti, e tra i risultati raggiunti si annoverano la rimessa in discussione di un progetto di legge che faciliterebbe la poligamia e il contributo dato allo sviluppo della società civile iraniana. Centinaia di attivisti di vari movimenti sono stati finora convocati, arrestati e imprigionati.

In questi ultimi anni, i social network online si sono definitivamente affermati come strumenti per organizzare proteste e far circolare informazioni, e sono sempre riusciti a respingere i limiti imposti dalla censura. Sono (stati) proprio gli internauti al centro dei cambiamenti politici che stanno avendo luogo in tutto il mondo. Combattono i tentativi di imporre i blackout di notizie ma al tempo stesso pagano spesso un prezzo troppo alto, a causa dei regimi che non tollerano il dissenso. “Forbidden Voices” mostra fino a che punto Internet è diventato uno straordinario strumento per combattere la propaganda dei regimi dittatoriali, ma anche i rischi corsi dalle donne che sono impegnate nella difesa della libera espressione online.

Per guardare il trailer e ottenere maggiori informazioni sul film, potete andare su questo sito:
http://forbiddenvoices.net/
. “Forbidden Voices” è stato prodotto da Philip Delaquis e Das Kollektiv für audiovisuelle Werke GmbH ed è distribuito da Filmccopi.

Traduzione a cura di Tatiana Camerota

 

HONDURAS: La morte di Erik Martínez segna la scomparsa di una figura emblematica della difesa dei diritti dell’uomo.

Erick Martínez Ávila aveva 32 anni. La sua famiglia ne aveva denunciato la scomparsa il 5 Maggio 2012; il suo corpo è stato ritrovato due giorni dopo su una strada che congiunge Tegucigalpa a Olancho. L’assenza di segni di ferite fa supporre che il giornalista sia morto per asfissia, probabilmente in seguito a strangolamento. Reporter senza frontiere chiede giustizia per questo nuovo caso.

Giornalista e difensore dei diritti dell’uomo Ávila era conosciuto come portavoce di Kukulcán, organizzazione per la difesa dei diritti delle minoranze omosessuali, bisessuali e transessuali (LGBT). Era membro attivo del Partito Libertà e Rifondazione, braccio politico del Fronte Nazionale di Resistenza Popolare creato dall’ ex presidente Zelaya, destituito in seguito al colpo di stato del giugno 2009 e aspirava a candidarsi come deputato alle prossime primarie di Novembre.

“Per il suo impegno e le sue attività  Erick Martínez rappresentava un bersaglio per predatori del pluralismo e dei diritti civili. Ad oggi sono 27 i giornalisti uccisi in un decennio, di cui 20 durante il periodo successivo al colpo di stato. Il caso di Erick Martínez ricorda quello di un altro giornalista e attivista Walter Tróchez , il cui assassinio risalente al 2009, resta tutt’oggi impunito. Quando inizierà l’indagine e a chi sarà affidata? Le battaglie di Erick Martínez saranno oggetto di un necessario dibattito in seno alla società onduregna ? Questo nuovo caso non riguarda solamente un giornalista ma tutta la società civile impegnata nella difesa delle libertà fondamentali”, dichiara Reporter senza frontiere.

Ricordando le domande formulate dal giornalista al momento della reintegrazione dell’Honduras nell’Organizzazione degli Stati Americani (OEA) , Reporter senza frontiere continua a sostenere il principio e la necessità di una missione internazionale di inchiesta per fare luce sulle gravi violazioni dei diritti umani accadute negli ultimi anni.

L’organizzazione è venuta a conoscenza anche del sequestro del giornalista e coordinatore dell’emittente HRN Alfredo Villatoro avvenuto la mattina del 9 maggio a Tegucigalpa mentre l’uomo si recava a lavorare. Reporter senza frontiere si augura che le operazioni messe in atto consentano di riportarlo a casa rapidamente, sano e salvo.

Traduzione di Eleonora Albini, Pressenza International Press Agency

EGITTO: Più di 30 giornalisti aggrediti e fermati dopo la manifestazione del 4 Maggio al Cairo

Dopo gli scontri del 2 maggio, migliaia di egiziani sono scesi in piazza due giorni dopo a Il Cairo e Alessandria per protestare contro l’esercito che ancora detiene il potere.

A Il Cairo i dimostranti si sono riuniti principalmente nel quartiere di Abbassiya, vicino al ministero della difesa, nonostante gli avvertimenti dell’esercito del giorno precedente e il grande dispiego di forze di sicurezza.

Il bilancio è stato particolarmente pesante per i manifestanti così come per i giornalisti.

Reporter senza frontiere ha registrati almeno 32 tra aggressioni e detenzioni di giornalisti solo durante la giornata del 4 Maggio. Molte telecamere e telefoni cellulari sono stati sequestrati e alcuni non sono stati restituiti http://almesryoon.com/permalink/6586.html

L’organizzazione per la libertà di stampa condanna queste azioni brutali nei confronti di reporter e giornalisti e chiede che i responsabili di tali atti siano identificati e assicurati alla giustizia.

Il Consiglio Supremo dell’Esercito egiziano si guadagna un posto nell’elenco dei Predatori della Libertà di Stampa, pubblicato da Reporter senza frontiere il 3 Maggio in occasione della giornata mondiale per la libertà di stampa.

 Bilancio del 4 Maggio

Dei 32 giornalisti:

-       20 sono stati aggrediti o percossi

-       11 feriti

-       19 arrestati

-       5 fermati

-       1 sequestrato

-       7 hanno subito il sequestro del materiale

I casi nel dettaglio

- un equipe di 5 membri dell’emittente Misr 25, Ahmed Abdel Alim, Ahmed Fadl, Musa’ab Hamed e Hassan Khodary (feriti durante gli scontri di Abbassiya), e il fotografo  Ahmad Lutfi, stavano trasmettendo dal vivo vicino alla moschea di Al-Nour quando sono stati fermati, portati nella moschea e interrogati sulle proprie generalità. Secondo Lufti, hanno tutti subito violenze e atti di umiliazione da parte della polizia militare. Dopo aver sequestrato le loro attrezzature sono stati poi portati in una caserma militare.

Musa’ad El-Barbari, direttore dell’emittente Misr 25, ha detto che I 5 uomini sono apparsi poi di fronte alla corte il 5 Maggio con le seguenti accuse:

- Associazione con l’intento di disturbare l’ordine pubblico e intralcio alle autorità;

- Uso della forza e della violenza nei confronti degli agenti di sicurezza intenti a proteggere le istituzioni;

- Blocco del trasporto pubblico e privato, blocco delle strade nell’area circostante il ministero della difesa;

-  Riunione illegale;

- Accesso illegale ad una zona militare interdetta

Nonostante l’emittente abbia prodotto documentazione a prova del fatto che i cinque uomini erano giornalisti che si trovavano in loco nello svolgimento della propria attività professionale, El-Barbari ha riferito che l’accusa ha rifiutato di tener conto di questo aspetto, ordinando il rilascio di 3 membri dell’equipe ma confermando la detenzione per Alim e Fadl per due settimane. I due uomini sono stati portati al carcere di Tora a sud della capitale prima di essere rilasciati il 6 Maggio.

Altri due giornalisti della stessa emittente, Mohamed Rabie e Mohamed Amin, sono stati fermati durante due incidenti avvenuti nelle vicinanze. Sono apparsi di fronte alla corte militare e rilasciati il giorno seguente.

Due giornalisti del quotidiano on line El-Badil, Ahmed Ramadan e Islam Abu-l-Ezz, hanno subito l’aggressione da parte di malviventi e trascinati di fronte alla polizia militare. Sono stati portati dal procuratore militare che ha ordinato la loro detenzione per 2 settimane e il trasferimento al carcere di Tora. Tuttavia, sono stati poi rilasciati il 6 Maggio; secondo il giornale sono stati percossi violentemente sia durante l’arresto che all’interno della prigione, con conseguenti commozioni cerebrali.

Abdul Rahman Musharraf, giornalista di Al-Watan, è stato percosso prima di essere arrestato e portato di fronte al procuratore insieme a Ramadan e Abu-l-Ezz. Anche lui è stato rilasciato il 6 Maggio.

Sempre il 4 Maggio, Mahmoud Motawe’, fotografo del quotidiano on line  Sada-el-Balad, è stato ferito alla schiena da proiettili sparati da una fonte non identificata. Ha trascorso la notte all’ospedale di Qasr Al-‘Aini.

Abdul-Rahman Youssef, collaboratore del sito per i diritti dell’uomo http://www.hoqook.com, stava scattando fotografie degli scontri quando è stato violentemente aggredito con un coltello subendo una brutta ferita all’orecchio. Insieme ad altri dimostranti, è rimasto poi bloccato nell’area di Al-Demerdash dalla polizia che arrestava chiunque cercasse di andarsene, inclusi i feriti, riuscendo a uscire dall’assedio della polizia solo dopo un’ora dal suo ferimento.

Due fotografi, Mohamed El-Shami e Ali El-Malki, del quotidiano indipendente Al-Masry Al-Youm sono stati picchiati e arrestati mentre fotografavano gli scontri. Entrambi hanno riportato ferite. Sono stati portati di fronte al procuratore militare e trattenuti in caserma fino al giorno seguente.

Tre reporter dell Al-Watan, Mohamed Kamel, Ahmed Abdu e Ahmed Bahnasi, sono stati portati all’ospedale di Demerdash dopo aver inalato gas lacrimogeni che la polizia ha lanciato fuori dal Ministero della Difesa. Mohamed Omar, fotografo del giornale, è stato curato nello stesso ospedale: 3 punti in testa causati dal lancio di una pietra.

Tutti e quattro, incluso Kamel, che era già stato aggredito dai dimostranti il giorno prima, sono stati arrestati dalla polizia e trattenuti fino al giorno seguente.

Anche Rabab Fares, reporter del quotidiano indipendente Al-Tahrir, e Ezz El-Nubi dell’ Al-Youm Al-Sabe’a, sono stati aggrediti.

Lo staff delle tv Al-Jazeera Mubasher-Misr, ONTV, El-Tahrir e CBC sono stati aggrediti dalla polizia che ha frantumato i loro telefoni cellulari.

Amer Khamis, un giornalista del Al-Mesryoon (www.almesryoon.com), ha subito aggressioni.

Aya Seyed Mahmoud Abdul-Rahim, giornalista del giornale on line Misr El-Naharda (http://alnharda.com/main/), è stata aggredita e arrestata; il procuratore militare ne ha ordinato la detenzione per 2 settimane. Mentre la stavano trasferendo al carcere femminile di El-Qanater, il Generale El-Adawy, capo del sistema giudiziario militare, ne ha ordinato la scarcerazione.

Sami Abdul Rahman e Islam Adel, due giornalisti del giornale on line Sada-el-Balad (http://www.el-balad.com/), sono stati arrestati e trattenuti nella moschea di Al-Nour vicino alla piazza Abbasiya fino alla loro liberazione il giorno seguente.

La macchina fotografica di   Sharif Salah, fotografo di Al-Mashhad, è stata sequestrata dalla polizia militare che ha minacciato di arrestarlo se non se ne fosse andato. La macchina non è stata restituita.

Virginie Nguyen, una fotografa belga di Egypt Independent (versione on line del quotidiano Al-Masry Al-Youm) è stata ricoverata in ospedale per aver subito frattura della mandibola, rottura del labbro superiore e perdita di due denti a seguito di una pietra lanciata dai dimostranti. All’uscita dall’ospedale è stata fermata dalla polizia militare e portata da una struttura ospedaliera militare ad un’altra per essere interrogata. Alla fine è stata rilasciata e le è stata restituita la macchina fotografica dalla quale sono state però eliminate le immagini “inopportune”.

Walid El-Daramalli, reporter del settimanale Al-Karamah, è stato rapito da individui non identificati mentre documentava gli scontri in Piazza Abbasiya durante la mattina del 4 Maggio e portato all’interno di un edificio nelle vicinanze. E’ riuscito ad avvertire telefonicamente degli amici che lo hanno liberato. Ha subito ferite ad una gamba. La polizia militare ha arrestato i suoi assalitori.

A Suez

Sayyed Shaker, fotografo alla sede di Suez del Al-Masry Al-Youm, stava fotografando gli scontri tra dimostranti e militari che proteggevano il quartier generale del governatore di Suez quando due ufficiali gli hanno intimato di consegnare la macchina fotografica. Al suo rifiuto, lo hanno schiaffeggiato e preso calci e portato di fronte alle autorità militari che ne hanno disposto l’arresto, rilasciandolo dopo aver cancellato tutte le immagini dalla macchina fotografica.

Ahmed Ghoneim reporter di Al-Watan è stato avvicinato dalla polizia militare fuori dalla caserma il 5 Maggio mentre documentava una protesta di attivisti che dimostravano contro l’arresto di centinaia di civili. E’ stato malmenato e arrestato.

Mahmoud El-Debie, fotografo di Al-Watan è stato arrestato e detenuto per circa due ore durante la stessa protesta; la sua macchina fotografica sequestrata. E’ stato poi rilasciato in serata; le immagini cancellate dalla memory card.

In un comunicato stampa del 19 Dicembre 2011, Reporter senza frontiere ha condannato l’uso sistematico della violenza da parte dei militari nei confronti dei giornalisti nel corso di un’ indiscriminata repressione avvenuta ai danni dei dimostranti in piazza Tahrir a Il Cairo durante i 3 giorni precedenti. Un mese prima, Reporter senza frontiere aveva riportato almeno 44 violazioni alla libertà di stampa avvenute duranti gli scontri tra militari e dimostranti durante la settimana del 19-28 Novembre.

Traduzione di Eleonora Albini, Pressenza International Press Agency

 

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