SIRIA: Uccisi due giornalisti freelance al confine tra Siria e Turchia

Reporter senza frontiere condanna l’uccisione di due giornalisti freelance dopo un attacco delle forze siriane a un gruppo di 50 persone che cercava di penetrare in Siria a Darkush, al confine con la Turchia, tre giorni fa.

Subito dopo l’offensiva, i due giornalisti, di 28 e 32 anni, sarebbero tornati sul posto per recuperare la loro attrezzatura. Un veicolo militare siriano ha aperto il fuoco su di loro, uccidendoli.

Denunciamo questo deliberato doppio omicidio. Uno dei due, Walid Blidi, era un cittadino britannico di origine algerina. La nazionalità del suo collega, Nassim Terreri, non è stata ancora chiarita. Un altro giornalista sarebbe stato ferito nell’attacco, e si troverebbe nell’ospedale turco di Antakya, città di frontiera.

I giornalisti progettavano un documentario nel villaggio di Idleb, uno dei bastioni della contestazione, oggetto di una violenta repressione da parte delle forze lealiste del presidente Bashar al-Assad.

Di fronte al moltiplicarsi del numero di giornalisti freelance che si recano nei teatri di guerra, Reporters sans Frontieres deve constatare che è talvolta molto difficile accertarsi dell’identità e dello status di queste persone quando si trovano in difficoltà. Di conseguenza, vogliamo incoraggiare i giornalisti freelance a condividere le informazioni sui loro spostamenti con persone di loro fiducia, che potranno così eventualmente allertare le organizzazioni dei giornalisti e le autorità.

Questa tragedia è avvenuta il giorno dopo l’uccisione di un cittadino-giornalista il 25 marzo, a Derbassiyeh, a nord di AL-Assakeh.

In considerazione della situazione in Siria, e dell’atteggiamento delle autorità, l’organizzazione della stampa libera raccomanda ai giornalisti di preparare il loro viaggio accuratamente, valutare i rischi, ed agire con prudenza.

Reporter senza frontiere ricorda anche che esistono formule assicurative specializzate, sia per l’assistenza medica che per il rimpatrio, tra le quali quelle concordate da quest’organizzazione con la compagnia assicurativa April International Canada.

RSF raccomanda alle redazioni che si avvalgono del lavoro di giornalisti freelance di farsi carico del costo di questa assicurazione o, in alternativa, di tenerne conto nel conteggio della remunerazione. Tutta la professione deve mostrasi più sensibile nei riguardi della sicurezza dei giornalisti, che svolgono un missione essenziale di informazione dalle zone di guerra.

Cliccare su questo link per un approfondimento sulle risorse per la sicurezza dei giornalisti all’estero.

Traduzione di Giuseppina Vecchia, Pressenza International Press Agency

SIRIA: Cittadino curdo e giornalista rapito e ucciso

Reporter senza Frontiere apprende con orrore dell’assassinio, avvenuto il 25 marzo, del cittadino-giornalista curdo Jawan Mohammed Qatna.

“L’organizzazione condanna fermamente questo omicidio. Gli attivisti e i giornalisti che si adoperano in ogni modo per tenere la comunità internazionale informata sulle manifestazioni nel paese e sugli abusi da parte delle autorità sono le vittime principali delle violenze che vanno avanti ormai da un anno”, ha dichiarato RSF. “Rapimenti, torture e assassinii sono diventati il modus operandi più frequente, specie da parte delle forze armate legate al regime. L’inviato speciale dell’ONU per la Siria, Kofi Annan, nel suo piano per mettere fine alle violenze deve prendere atto di questi fatti e far partire un’inchiesta al più presto”.

Il 25 marzo 2012, alle 8 di sera, Jawan Mohammed Qatna, fotografo amatoriale, è stato prelevato dal suo domicilio nella città di Derbassieh (a nord di Al-Hassakek , nella Siria orientale) da quattro individui incappucciati. Il suo corpo senza vita, recante evidenti segni di tortura, è stato rinvenuto tre ore dopo in un villaggio vicino. Un video pubblicato su Youtube testimonia della brutalità con la quale è stato trattato.

L’identità degli autori dell’assassinio è tuttora incerta. Alcune fonti accusano le milizie Chabiha, fedeli a Bachar al-Assad. Altri si interrogano ancora sull’identità degli assassini. Chiunque siano autori e mandanti, l’organizzazione condanna questo delitto e sollecita l’apertura di un’inchiesta, affinché i responsabili siano trovati, giudicati e condannati.

Attivista di un movimento di giovani curdi, Jawan Mohammed Qatna faceva il fotografo per il comitato di coordinamento curdo (Free Derbassiyej Coordination Committee). Copriva regolarmente le manifestazioni che avvengono in questa regione a forte maggioranza curda, fornendo poi le foto a vari media. Aveva 22 anni. Reporters sans frontieres porge le più sentite condoglianze alla sua famiglia e a i suoi amici.

Jawan Mohammed Qatna è stato sepolto il 26 marzo nella sua città natale, Tel Kadish, nei pressi di Derbassieh.

Numerosi cittadini-giornalisti e quattro giornalisti professionisti sono stati uccisi dall’inizio del 2012, tra cui due francesi, il reporter Gilles Jacquier e il fotografo Remi Ochlik, oltre alla reporter americana Marie Colvin e al giornalista siriano Shoukri Ahmed Abu Boughoul.

Cittadini e militanti hanno raccolto il testimone dai giornalisti professionisti che non possono recarsi ad esercitare il proprio lavoro in Siria, assumendo un ruolo essenziale nella raccolta e nella diffusione dell’informazione. Reporter senza Frontiere ricorda che molti sono stati arrestati.

Il 15 marzo, Rudy Othman, avvocato e blogger, è stato arrestato a Damasco, in via Hamra, per la terza volta dall’inizio della contestazione. Lo stesso giorno, il blogger e militante Jamal Al-Omas è stato a sua volta arrestato alla frontiera tra Libano e Siria, mentre rientrava da Beirut. Il giorno prima era stato arrestato un altro blogger, Mohamed Abu Hajar, per quello che aveva scritto sul suo blog “Mazaj”.

Il giornalista Ahmed Salal, arrestato il 12 febbraio, è stato intanto rilasciato ieri.

Come avevamo già a suo tempo pubblicato, le forze di sicurezza siriane avevano arrestato dodici giovani nel ristorante Niniar, nel quartiere Bad Sharqi a Damasco, tra i quali Yara Michael Shamas, 20 anni, specialista in informatica e figlia di Michael Shamas, avvocato e attivista per i diritti umani, conosciuto per le sue attività su Facebook, oltre al blogger Jehad Jamal, meglio conosciuto sotto il nome di Milan, che era stato rilasciato il 29 dicembre scorso dopo due mesi e mezzo di detenzione. Era stato inoltre arrestato Etab Labbad, 20 anni, studente di giornalismo, che ha lavorato per alcuni giornali e website, come Kassioun e Baladna.

D’altronde, otto delle sedici persone arrestate il 16 febbraio durante l’irruzione al Syrian Center for Media sono tuttora in carcere. Tra di loro il direttore del centro, Mazen Darwish. Sono inoltre ancora detenuti: Hussein Gharir, Hani Zitani, Joan Fersso, Bassam Al-Ahmed, Mansour Al-Omari, Abdel Rahman Hamada e Ayham Ghazzoul. L’ultimo rilascio è stato quello di Shady Yazbek, il 12 marzo.

Reporter senza Frontiere rinnova il suo appello per il rilascio di tutti loro.

Traduzione di Giuseppina Vecchia, Pressenza International Press Agency

MALI: Colpo di Stato o ammutinamento: media in ostaggio

Reporter senza frontiere denuncia la presa in ostaggio dell’ Office de Radiodiffusion-Télévision del Mali (ORTM, la televisione statale) da ieri  21 marzo 2012 e i disagi che stanno soffrendo vari media (perdite di segnale o chiusure) a seguito di qualcosa di simile a un colpo di stato militare per rovesciare il regime del presidente Amadou Toumani Toure.

“Che si tratti di un colpo di stato reale o di un ammutinamento, deploriamo nella maniera più forte che la radiotelevisione pubblica sia occupata da militari e i suoi programmi siano stati interrotti . Come spesso accade in tali circostanze, il controllo delle informazioni è fondamentale e i media sono tra i primi obiettivi degli ammutinati.  I media pubblici trasmettono un unico messaggio, mentre i media privati sono stati oscurati per evitare una copertura indipendente degli eventi ” ha dichiarato l’organizzazione.

“Siamo al fianco dei giornalisti a cui si impedisce di lavorare e del popolo Mali, che è privo di molte fonti di informazione”, aggiunge Reporter senza frontiere.

Il 21 marzo alle 16, l’esercito ha invaso ORTM, sparando in aria nella sede principale e facendo fuggire tutto il personale. Intorno alle 4 del mattino, hanno pubblicato una dichiarazione che annuncia lo scioglimento delle istituzioni e l’istituzione del coprifuoco. Da allora, questa notizia viene ripetuta via TV e radio.

Sempre il 21 marzo tutte le stazioni radio private a Bamako sono state oscurate. La mattina dopo alcune di esse, come Klédu Radio (FM 101,2) e Radio Kayira (104,4 FM), hanno ripreso le trasmissioni. Per quanto riguarda il canale privato Africable subregionale, è stato oscurato dal 21 marzo.

Un giornalista maliano ha dichiarato a Reporter senza frontiere: “La situazione è molto confusa e penso che la giornata di oggi sarà cruciale. E’ una questione tra militari Alcuni si muovono in città e sparano in aria.. . Non è chiaro in cosa credere.  Il Presidente Amadou Toumani Toure non ha ancora parlato. “

Il capo di Stato del Mali semplicemente ha scritto la sera del 21 marzo sul suo account Twitter: “Non c’è colpo di stato in Mali. Si tratta di un ammutinamento “.

Il Mali si trova ad affrontare negli ultimi mesi gli attacchi del Movimento Nazionale per la Liberazione della Azawad (MNLA) e di altri movimenti ribelli. I militari in rivolta denunciano la mancanza di mezzi dell’esercito per combattere contro la ribellione Tuareg e dei gruppi islamici nel nord.

Le elezioni presidenziali sono fissate in Mali per il prossimo 29 aprile.

Traduzione a cura dei traduttori di pressenza.com

COLOMBIA: Il direttore di una radio comunitaria ucciso in una regione dalla forte influenza paramilitare

Argemiro Cárdenas Agudelo è stato ucciso a sangue freddo da un sicario il 15 Marzo 2012 a Dosquebradas nella regione colombiana di Risaralda. Figura politica ed ex sindaco della città, l’uomo era anche direttore e amministratore dell’emittente Metro Radio Estéreo e contribuiva da 14 anni alle attività di altre emittenti. Dal 2010 dirigeva la Red Radial Cafetera ed era associato alla rete mondiale delle radio comunitarie, World Association of Community Radio Broadcasters (AMARC).

“Ci uniamo all’AMARC e alle organizzazioni professionali colombiane per rendere omaggio a Argemiro Cárdenas Agudelo e chiedere che sia fatta luce sul suo assassinio. Ancora una volta, esortiamo le autorità a non scartare, nel corso delle indagini, il movente professionale, come troppo spesso accade in questi casi. Dirigere una radio comunitaria rappresenta per definizione un rischio enorme in una regione come quella di Risaralda, regno del narcotraffico e della temibile organizzazione di origine paramilitare “La Cordillera”. L’ombra di questi predatori della libertà di informazione si estende agli ultimi casi di giornalisti assassinati o costretti all’esilio” (http://fr.rsf.org/colombie-s-emparer-de-questions-sensibles-05-07-2011,40596.html) ha dichiarato Reporter senza frontiere.

Secondo dei giornalisti locali, Argentino Cardenas non era stato oggetto di minacce recenti. In radio difendeva gli interessi delle comunità rispetto all’establishment politico locale ma non trattava argomenti ritenuti rischiosi. Tra l’altro, era prossimo alla pensione.

Sul movente del crimine, la polizia ha privilegiato l’ipotesi di un regolamento di conti legato ad un problema economico di vecchia data o di un tentativo di estorsione a seguito della supposta vendita di un’emittente radiofonica. Senza escludere queste possibilità, RSF vorrebbe conoscere gli elementi a testimonianza di queste ipotesi.

La Colombia resta uno dei paesi più pericolosi del continente per i giornalisti, al 143° posto (su 179 paesi) nell’ultimo report mondiale pubblicato da RSF sulla libertà di informazione. Da vari anni, è anche la nazione dove si conta il maggior numero di esili forzati all’estero o in diverse regioni interne.

Traduzione di Eleonora Albini, Pressenza International Press Agency

Reporter senza frontiere, con il supporto di Google, assegna il premio di “CyberCittadino” 2012 al Centro media dei Comitati di coordinamento locale degli attivisti siriani in Siria

I centri mediatici dei comitati di coordinamento locale in Siria, raggruppano giornalisti-cittadini e attivisti che raccolgono e diffondono in tempo reale informazioni sulla rivolta popolare siriana. Jasmine, una giovane militante di 27 anni che risiede in Canada, ha accettato di ricevere questo premio in nome di tutti gli attivisti che continuano la loro lotta nel paese.
“Il premio di Cybercittadino dimostra che la nostra voce è stata ascoltata e che siamo riusciti a far conoscere la storia di milioni di siriani che si battono per ottenere ciò che desiderano da sempre: vivere in una condizione di libertà e dignità” ha dichiarato Jasmine. “Vi ringrazio per questo premio che rappresenta il riconoscimento ai nostri comitati locali come veri e propri strumenti di informazione”.

I giornalisti e i blogger siriani subiscono minacce e arresti da parte delle autorità governative. Alla maggior parte dei media internazionali è negato l’accesso nel paese. In loro assenza, questi comitati rappresentano praticamente l’unico mezzo di informazione per diffondere le notizie relative alle violenze in atto. Ormai presenti nella maggior parte delle città siriane, sono emersi spontaneamente con il principio della rivolta siriana nel Marzo 2011 e raccolgono militanti dei diritti umani e giornalisti locali.

Gli informatori locali inviano le informazioni ai comitati che le confermano attraverso varie fonti. Un terzo gruppo è incaricato delle traduzioni in inglese e della pubblicazione sul sito internet. Video e foto sono pubblicate su Facebook e nel blog. “Da quando la rivolta è iniziata, riceviamo milioni di storie che ci fanno sorridere, piangere, che ci emozionano” spiega Jasmine. “Una mamma siriana ci ha raccontato dei suoi tre figli, tutti agli arresti, e ci ha fatto promettere che accada ciò che accada, non smetteremo di raccontare gli eventi della nostra amata Siria”.

Il premio di cybercittadino è stato assegnato in occasione della Giornata Mondiale contro la cyber censura, nel corso di una cerimonia che si è svolta a Parigi. Per questa edizione 2012, i nominati venivano da varie parti del mondo, dalla Russia alla Siria, passando per Brasile e Cina. Una diversità geografica che riflette l’impatto sempre più diffuso di Internet.  Una volta collegato, ognuno di noi ha il potere di condividere le proprie opinioni e osservazioni con il resto del mondo.

RSF ricorda che la libertà di informazione resta fragile e sempre più minacciata. 200 cybercittadini sono stati arrestati nel 2011, un 30% in più rispetto all’anno precedente, 5 sono stati uccisi e più di 120 si trovano ancora in carcere per aver espresso le loro opinioni on line.

“Il fatto che siano perseguitati a tal punto, dimostra quanto siano divenuti indispensabili alla divulgazione delle informazioni” dichiara Dominique Gerbaud, presidente di Reporter senza frontiere.

“Chi comanda lo ha capito e ha messo in pratica meccanismi di censura e di controllo sempre più sofisticati e una repressione sempre più pesante. Oggi più che mai RSF è fiera di aver istituito un premio, con il supporto di Google, che elogi e ricompensi il coraggio dei cybercittadini”.

Oggi, la censura su Internet si applica in 40 paesi, contro i 4 di 10 anni fa. I prodotti e i servizi Google sono bloccati in 25 tra i 125 paesi in cui il motore di ricerca è presente.

« Internet permette ai singoli coraggiosi di poter raccontare la loro storia al mondo intero, in qualsiasi paese si trovino” dichiara Jean-Marc Tassetto, Direttore Generale di Google France. “Il premio al cybercittadino, frutto della collaborazione con Reporter senza frontiere, testimonia perfettamente la nostra più forte convinzione: l’accesso all’informazione permette più libertà e favorisce lo sviluppo economico e sociale”.

Reporter senza frontiere ha inaugurato per la prima volta nel 2008 la Giornata Mondiale contro la cyber censura con lo scopo di preservare una rete unica, libera e accessibile a tutti. Google si è associato all’organizzazione nel 2010 per assegnare il premio annuale di cybercittadino che ricompensa l’internauta, il blogger o il cyberdissidente che si è distinto per le sue attività di difesa della libertà di espressione su Internet. Una giuria internazionale composta da professionisti dell’informazione, blogger e rappresentanti di Reporter senza frontiere, ha votato per scegliere il candidato, che riceve tra l’altro un premio di 2.500 Euro.

Nel 2012, il premio era stato assegnato a un gruppo di cyber femministe iraniane. L’anno successivo a Nawaat.org, un blog indipendente tunisino.

Traduzione di Eleonora Albini, Pressenza International Press Agency

Reporter senza frontiere mantiene lo stato consultativo in seno all’UNESCO e denuncia una campagna di disinformazione.

RSF nega le informazioni secondo le quali l’organizzazione sarebbe stata “esclusa” dall’UNESCO lo scorso 8 Marzo, in seguito all’ultima sessione del Consiglio esecutivo dell’istituzione ONU per supposta “mancanza di etica”. Questa falsa notizia è stata diffusa da alcuni mezzi di informazione, soprattutto in America Latina, senza verifica o riscontro alcuno.

“La nostra collaborazione con l’UNESCO è da sempre proficua ed efficace. Ne sono un esempio l’assistenza nell’istallazione di un centro internet mobile a favore delle popolazioni sfollate in seguito al terremoto di Haiti o la pubblicazione della Guida pratica del giornalista, che seguita da ben 20 anni. Le voci che circolano sulla nostra esclusione dall’Organizzazione sono frutto di pura disinformazione. La questione non è neanche mai stata sollevata” . Così ha dichiarato Olivier Basille, direttore generale di Reporter senza frontiere, aggiungendo: “Ci dispiace profondamente non aver ottenuto la promozione a “organizzazione associata” all’UNESCO a causa dell’avversione storica di alcune delegazioni nei nostri confronti. Continueremo tuttavia a lavorare alacremente con l’istituzione a favore della libertà d’informazione”.

In effetti, nel corso dell’ultima sessione del Consiglio esecutivo dell’Unesco, tenutasi dal 27 Febbraio al 10 Marzo a Parigi, RSF si è visto rifiutare la promozione a stato di “organizzazione associata” dai delegati di alcuni paesi. Questa promozione era stata raccomandata dalla stessa direttrice generale dell’Unesco, Irina Bokova, in una lettera inviata a RSF il 3 Febbraio 2012 (copia disponibile). Di fatto, lo stato di Reporter senza frontiere in seno all’Organizzazione, ottenuto nel 1996 e rinnovato due volte, nel 2002 e nel 2009, resta invariato. RSF continua quindi a beneficiare della fiducia dell’Organizzazione come reiterato in seguito all’ultima sessione.

Nell’ambito di una riforma interna l’Unesco ha modificato i vari stati di relazione con le ONG. Fino a quel momento ne esistevano 3: “operativo” “associato” e “consultativo”. Ad oggi, solo le ultime due categorie sono presenti ed è in questo quadro che RSF era stato chiamato a passare allo stato di associato. Ora, durante l’ultima sessione alcuni paesi occidentali, europei in particolare, hanno disertato l’aula in segno di protesta per la presenza della delegazione siriana. Di conseguenza, al momento di discutere la questione dello stato di Reporter senza frontiere il Venezuela, appoggiato da Cuba e Cina, ha potuto facilmente bloccare la promozione sollecitata dalla direttrice generale Irina Bokova.

Ancor più grave, la falsa notizia ha innescato su internet gli attacchi e le calunnie da parte di vecchi nemici di RSF come l’agenzia di propaganda governativa cubana Prensa Latina. Le accuse di “spionaggio”  e di “attività per conto del governo degli Stati Uniti” – le cui violazioni alla libertà di informazione abbiamo peraltro spesso denunciato – rivelano la nota paranoia di regimi repressivi o dei loro sostenitori.

Reporter senza frontiere conferma che un accordo di cooperazione era stato firmato da un nostro ex segretario generale con un’organizzazione umanitaria controversa – Center for a Free Cuba – che ha le proprie origini nel movimento dei dissidenti cubani in esilio. Tale accordo fu poi cancellato dietro richiesta degli stessi dipendenti di RSF nel 2008, anno in cui la direzione della nostra organizzazione è cambiata. Reporter senza frontiere è in grado di riconoscere i propri errori ed evolversi, a differenza dei suoi critici più fanatici. Questi ultimi, ci chiediamo, avranno il coraggio di rettificare le loro menzogne?

Traduzione di Eleonora Albini, Pressenza International Press Agency

RSF: La mappa mondiale della cyber-censura

RSF: Internauti invitati a lasciare messaggi “Cyber tag” alle ambasciate dei paesi “Nemici di Internet”

www.cyber-tag.net

Ogni anno, il 12 Marzo, Giornata Mondiale contro la Censura su Internet, RSF pubblica un rapporto aggiornato sulla situazione della libertà di informazione nel mondo chiamato “Nemici di Internet”.

Un utilizzatore della rete su tre ha accesso limitato a internet. Circa 60 paesi nel mondo sono censori della rete a vario livello o perseguono i cyber cittadini. Almeno 120 persone si trovano attualmente in carcere solo per avere usato la rete per esprimere liberamente le proprie opinioni. Queste cifre sono sconvolgenti. Mentre internet ha avuto un ruolo chiave nelle proteste della Primavera Araba, è sempre più frequente il ricorso alla manipolazione delle informazioni on line e alla rimozione di contenuti da parte di vari paesi.

Quest’anno, per informare e sensibilizzare su questo problema, l’agenzia di Parigi JWT ha ideato un sito temporaneo dedicato alla lotta contro la censura on line chiamato Cyber Tag (www.cyber-tag.net); il sito consente agli utilizzatori della rete di postare messaggi su versioni virtuali delle ambasciate di ben 10 paesi che RSF ha definito “Nemici di Internet”.

Ispirato allo slogan “Deve scorrere inchiostro, non sangue” che gli attivisti di RSF hanno dipinto durante una protesta avvenuta di fronte all’Ambasciata siriana di Parigi nel Maggio 2011, il sito invita gli utenti a protestare virtualmente fuori dalle ambasciate e a postare i propri messaggi sulle facciate delle ambasciate stesse.

Lanciato questa mattina, il sito temporaneo è stato creato per guidare gli internauti che desiderino partecipare a queste dimostrazioni virtuali e fornire fatti che riguardino le violazioni alla libertà di informazione on line.

E’ altresì un tributo e un gesto di solidarietà tra cyber cittadini.

Traduzione di Eleonora Albini, Pressenza International Press Agency

RSF: Il nuovo elenco dei Nemici di Internet – Tra controlli e filtri, la piccola breccia dei cyber attivisti.

In occasione della Giornata mondiale contro la cyber-censura, il 12 Marzo, Reporter senza frontiere pubblica un nuovo elenco dei « Nemici di Internet » e dei paesi « sotto sorveglianza ». Questo rapporto rappresenta un aggiornamento rispetto a quello pubblicato nel 2011.

Due paesi, Bahrein e  Bielorussia, passano dalla categoria « paesi sotto sorveglianza » a quella « Nemici di Internet ». Venezuela e Libia escono dalla lista “paesi sotto sorveglianza” mentre vi entrano India e Kazakistan.

« I cambiamenti apportati all’elenco riflettono le recenti evoluzioni in seno alla libertà di informazione on-line”, ha dichiarato RSF. I cyber cittadini sono stati nel 2011 i protagonisti dei mutamenti politici che hanno riguardato il mondo arabo. Insieme ai giornalisti hanno tentato di limitare la censura, pagandone in alcuni casi il costo.

« Il 2011 resterà un anno di violenza senza precedenti nei confronti dei cyber cittadini. In 5 sono stati uccisi mentre gli arresti sono stati ben 200,  includendo i blogger, con un aumento del 30% rispetto all’anno precedente. Un bilancio record che rischia di divenire ancor più pesante tenuto conto anche della cieca violenza adoperata dalle autorità siriane. A oggi, sono 120 i cyber dissidenti ancora in prigione ».

«In occasione della Giornata mondiale contro la cybercensura RSF vuole rendere omaggio a questi semplici cittadini che in alcuni casi rischiano la propria vita o la propria libertà per diffondere informazioni e far sì che gli atti di repressione non avvengano “a porte chiuse” bensì vengano denunciati ».

L’organizzazione ha aggiunto: «Mentre la censura e il filtraggio accentuano la divisione del web e la segregazione digitale, la solidarietà tra i difensori della rete libera e accessibile a tutti è quanto mai vitale per costruire o preservare quei ponti che permettano ai cyber cittadini di continuare a far circolare le informazioni ».

Tra controlli e filtri, la piccola breccia dei cyber cittadini .
Il precedente rapporto pubblicato nel 2011, sottolineava la consacrazione dei social network e del ruolo della rete come strumento di mobilitazione e di circolazione di informazioni nel contesto dei movimenti di sollevamento popolare nel mondo arabo. I mesi successivi sono stati caratterizzati da un aumento della violenza da parte dei regimi repressivi nei confronti di ciò che è stato percepito come tentativo di destabilizzazione.

Parallelamente, alcuni paesi considerati democratici continuano a cedere alla tentazione della censura per questioni di pubblica sicurezza oppure all’applicazione di misure sproporzionate per proteggere il diritto d’autore. La pressione si fa pesante nei confronti degli intermediari tecnici, incoraggiati in certi paesi a giocare il ruolo di polizia della rete.

Le società di controllo divengono i nuovi mercenari di una vera e propria corsa all’armamento on line. Gli hacker-attivisti apportano la loro esperienza tecnica ai cyber cittadini intrappolati tra le spire dei sistemi repressivi. Anche i diplomatici entrano in gioco. La libertà di espressione on line rappresenta sempre di più una scommessa per la politica interna ed estera.

Due nuovi Nemici di Internet: Bahrein e Bielorussia
Bahrein e Bielorussia si uniscono ad Arabia Saudita, Birmania, Cina, Corea del Nord, Cuba, Iran, Uzbekistan, Siria, Turkmenistan e Vietnam nella lista dei paesi “Nemici di Internet”. Qui si coniugano problemi di accesso alla rete, filtraggi pesanti, controlli per individuare i cyber dissidenti e propaganda on line.
Il Bahrein è l’esempio di una repressione riuscita grazie al black-out dell’informazione reso possibile da un impressionante arsenale di misure repressive: bando dei media stranieri, molestie nei confronti dei difensori dei diritti umani, arresti di blogger e cyber cittadini (tra i quali si è verificato un morto durante la detenzione), persecuzioni giudiziarie e campagne diffamatorie contro i militanti della libertà d’informazione, disturbi e interruzioni ai mezzi di comunicazione avvenuti soprattutto durante le grandi manifestazioni.
In Bielorussia, mentre il paese affronta l’isolamento politico e il marasma economico, il regime del Presidente Loukachenko tenta di imporre delle regole alla rete. Internet ha subito la violenta reazione da parte delle autorità nei confronti della “rivoluzione dei social network”. La lista nera dei siti inaccessibili si è allungata, il web è stato parzialmente bloccato nel corso delle “proteste silenziose”. Alcuni internauti e blogger sono stati arrestati, altri richiamati dalla polizia per “colloqui preventivi” al fine di spingerli a rinunciare a diffondere le informazioni sulle proteste; altri siti sono stati vittime di cyber attacchi. Infine, la legge n. 317-3 entrata in vigore il 6 Gennaio scorso ha approvato ufficialmente i controlli su internet e rafforzato il dispositivo di sorveglianza con un vero e proprio arsenale di censura.
India e Kazakistan entrano nell’elenco dei paesi “sotto sorveglianza”.
Dopo gli attentati di Bombay del 2008, le autorità indiane hanno rafforzato la sorveglianza su internet e la pressione sugli intermediari tecnici, tra l’altro rifiutando pubblicamente le accuse di censura. Di fatto, la politica di sicurezza nazionale della più grande democrazia del mondo indebolisce la libertà d’espressione in rete e la protezione dei dati personali degli internauti.
Il Kazakistan, modello regionale dopo l’assunzione nel 2010 della presidenza all’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE), sembra dimenticare le belle promesse nell’impegno alla lotta alla censura su internet. Nel 2011, un movimento sociale inedito si è posto in contrapposizione alle autorità spingendole a rafforzare il controllo dell’informazione. Il regime ha bloccato alcuni siti internet, interrotto le comunicazioni intorno alla regione di Janaozen nel momento delle proteste e imposto nuove regole liberticide per la rete.
Venezuela e Libia escono dalla lista dei paesi sotto controllo
In Libia le sfide sono ancora molte ma con la sparizione di Gheddafi e la caduta del suo regime si è messo fine alla censura. Prima della sconfitta, il colonnello aveva tentato di attuare un blackout dell’informazione, bloccando l’accesso alla rete.
In Venezuela l’accesso a internet è libero. L’autocensura è difficile da valutare ma l’adozione nel 2011 di leggi potenzialmente liberticide per la rete non sembra, per il momento, aver sortito effetti nefasti. RSF resta vigile dato che i rapporti tra il potere e i media sono tesi.
Thailandia e Birmania vicine a diventare Nemici di Internet
Se la Thailandia continuerà con questa politica di filtraggio e di condanna nei confronti dei cyber cittadini in nome del crimine di lesa maestà, potrebbe unirsi al gruppo dei paesi più liberticidi nei confronti della rete.
D’altro canto la Birmania, se adottasse le misure necessarie, potrebbe essere tolta dall’elenco dei « Nemici di Internet ». Il paese è impegnato in un’apertura incoraggiante, caratterizzata dalla liberazione di giornalisti e blogger e dalla fine dei blocchi sui siti di informazione. Deve ora concretizzare le riforme, abbandonare completamente la censura, liberare i giornalisti e i blogger ancora detenuti, smantellare l’apparato di sorveglianza della rete e abrogare l’Electronic Act.

Altri paesi oggetti di inquietudine
Altri paesi sono oggetto di inquietudine; qui si sono verificati arresti di cyber cittadini o altre forme di censura di Internet. In Pakistan ad esempio si è recentemente lanciato un appello per l’impiego di un sistema nazionale di filtraggio della rete comparabile ad una grande muraglia elettronica. Anche se non figurano nell’elenco, RSF resta comunque vigile nei confronti della situazione della libertà di informazione on line in paesi come l’Azerbaijan, il Marocco e il  Tadjikistan.

Traduzione di Eleonora Albini, Pressenza International Press Agency

ISRAELE: truppe israeliane obbligano due emittenti televisive Palestinesi a chiudere

Reporter senza frontiere è profondamente turbata per i raid che le truppe hanno eseguito presso le emittenti del West Bank il 29 Febbraio scorso, confiscando il materiale e obbligandole a chiudere.

“Queste azioni arbitrarie e illegali servono ad intimidire i media palestinesi e i giornalisti vittime di aggressioni ripetute da parte delle Forze di Difesa Israeliana” ha detto RSF. “Invitiamo i militari israeliani a restituire il materiale e a permettere alle tv di riprendere a trasmettere”.

I raid sono stati effettuati da membri della FDI accompagnati da ufficiali dell’intelligence nei confronti della Al-Watan di Ramallha e della Al-Quds Educational TV di Al-Bireh (2 km da Ramallha). Entrambe le stazioni televisive si trovano in territori controllati dall’Autorità Palestinese.

Durante il raid alla Al-Watan, il direttore alla produzione Abd Al-Rahman Thaher,il giornalista Hamza Salamiyeh, il manager Ahmed Zaki e il designer Ibrahim Milhim sono stati trattenuti per varie ore. Secondo Ola Abu Gharbia, rappresentante del canale televisivo, sono stati sequestrati un computer, un trasmettitore e altre attrezzature necessarie al broadcasting. I soldati, che hanno confiscato anche delle cassette, file amministrativi e documenti ufficiali, si sono rifiutati di fornire spiegazioni.

Durante il raid alla Al-Quds Educational Tv avvenuto alle 3 del mattino, le truppe israeliane hanno sequestrato varie attrezzature, come ha dichiarato il Haroun Abou Arra direttore dell’emittente che si occupa principalmente di programmi per bambini e si trova vicina alla Jerusalem University Contemporary Media.

L’ autorità militare ha risposto che i raid sono stati eseguiti a due TV “pirata” che trasmettevano senza licenza su frequenze che potevano danneggiare velivoli civili.

Lo stesso giorno, il ministro francese ha condannato tali azioni.

RSF ha spesso denunciato le aggressioni ai giornalisti da parte delle autorità israeliane. Il 20 Novembre scorso il ministro per le comunicazioni di Israele aveva ordinato la chiusura della All For Peace, una stazione radio con sede nel territorio occupato di Gerusalemme Est e che trasmetteva da Ramallah nel West Bank.

Giustificandosi con la mancanza di licenza, le autorità hanno accusato la radio di “incitare l’odio nei confronti di Israele”. L’emittente trasmetteva programmi in ebraico e arabo da sette anni, incoraggiano iniziative di pace e il dialogo tra Israele e Palestina.

Traduzione di Eleonora Albini, Pressenza International Press Agency

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