UCRAINA: Un giovane fotogiornalista assassinato

Reporters sans frontières è sotto shock per l’assassinio, questa notte, di Vitaly Rozvadovsky, foto-corrispondente del settimanale ucraino 2000.
“Inviamo le nostre sincere condoglianze alle persone vicine alla vittima, e assicuriamo ai suoi colleghi di tutta la nostra solidarietà. Speriamo che le numerose zone di ombra che circondano questo crimine si possano dissipare al più presto. Incoraggiamo le forze di polizia ad esaminare seriamente tutte le piste, ivi compreso il motivo professionale. Sembra ancora troppo presto per tirare dei conclusioni definitivi su ciò che si è realmente successo”, ha dichiarato l’organizzazione.

Vitaly Rozvadovsky è stato attaccato da uno o parecchi sconosciuti verso le 11 della sera nella notte tra il 28 e il 29 novembre 2011, davanti al pianerottolo del 168 Kharkovskoe chossé, a Kiev. Ha ricevuto parecchi colpi di coltello al viso ed al collo. Il fotografo è morto quattro ore più tardi all’ospedale, a causa delle sue importanti perdite di sangue.

“Les notizie di cui disponiamo sono per ora estremamente limitate, ha dichiarato a Reporters sans frontières il direttore di 2000, Mikhaïl Denisenko. Niente è certo, vari testimoni danno versioni contraddittorie” Per quanto in sua conoscenza, il fotografo non lavorava ultimamente su argomenti sensibili né aveva ricevuto di minacce.

La polizia ha aperto un’inchiesta per “assassinio con premeditazione” sulla base dell’articolo 115 del Codice Penale. Privilegia per ora la pista di una disputa privata. Un rappresentante della polizia, Vladimir Dmitrenko, ha dichiarato che un indiziato era stato identificato già e che “secondo le testimonianze raccolte, si può dire all’80% che la causa dell’assassinio non è legata con l’attività giornalistica” di Vitaly Rozvadovsky.

Secondo certe testimonianze, il fotografo non era venuto solo sui luoghi del crimine. Era accompagnato, e se sì, da chi? Che cosa è accaduto a questa persona? Il giornalista Mustafa Naïem riporta sul suo profilo facebook una testimonianza secondo cui gli aggressori di Vitaly Rozvadovsky avrebbero voluto rubargli un chiavetta USB che si troverebbe ora in possesso della polizia. Cosa c’è dentro?

Vitaly Rozvadovsky, conosciuto anche sotto il pseudonimo di Vitaly Sitchen, lavorava da nove anni per il giornale 2000. Secondo certe fonti, collaborava anche con l’agenzia PHL ed utilizzava anche lo pseudonimo di Viktor Vedomy. Aveva trent’ anni.

traduzione realizzata dai traduttori di Pressenza Italia http://www.pressenza.com

UNIONE EUROPEA: Una sentenza della Corte Europea stabilisce che l’applicazione di filtri su Internet viola la libertà di informazione.

La Corte di Giustizia Europea, con la sentenza a dir poco storica del 24 Novembre, ha sancito che i sistemi di filtraggio generico su Internet violano diritti fondamentali dei cittadini europei, incluso il diritto alla libera circolazione delle informazioni on-line.

La protezione dei copyright non può essere applicata a spese di altri diritti fondamentali come la libertà di informazione e la tutela della privacy, ha stabilito la corte.

Reporter Sans Frontières ha dichiarato “ Accogliamo positivamente la decisione della Corte di Giustizia che ben interpreta le direttive europee perché evidenzia l’importanza della libertà di informazione e tutela i cittadini da leggi abusive di protezione dei copyright. I governi Europei debbono prendere atto di questa decisione e abbandonare i piani che prevedono l’implementazione di leggi per l’applicazione di filtri su Internet.”

“Gli europarlamentari, che dovranno discutere entro la fine di Dicembre l’adozione da parte dell’Unione dell’ACTA – l’ “accordo anti-contraffazione” dedicato alla protezione della proprietà intellettuale – dovrebbero tener conto di questa decisione che prevede di stabilire un equilibrio tra la protezione del copyright e la tutela dei diritti fondamentali quali, appunto, la libertà di informazione e la riservatezza dei dati personali”.

Reporter Sans Frontières ha inoltre aggiunto: “Speriamo che questa decisione abbia un impatto anche fuori dai confini europei e specialmente negli Stati Uniti dove si sta discutendo il draconiano provvedimento “Stop Online Privacy Act”.

La corte ha emesso la sua interpretazione in seguito alla richiesta di appello di una corte di Bruxelles nel caso SABAM-Scarlet; La SABAM (Società belga Autori Compositori e Editori Musicali) aveva intrapreso un’azione legale nei confronti della Scarlet Extended, un Internet provider che si era rifiutato di applicare filtri o blocchi per impedire di scaricare illegalmente opere musicali coperte da copyright della SABAM.

Era stato chiesto alla corte di decidere se le direttive europee consentono agli stati membri “di imporre ai provider di Internet l’installazione di un sistema di filtraggio delle comunicazioni elettroniche per tutti gli utenti e quale misura preventiva, a spese del provider stesso e per un periodo illimitato (…) al fine di monitorare il movimento di file elettronici con contenuti musicali, cinematografici o audiovisivi, nel rispetto del diritto di copyright del richiedente e, conseguentemente, di bloccare il trasferimento di tali files”.

La Corte di Giustizia ha sancito che tale sistema di sorveglianza generalizzata non è consentita e ha dichiarato che i tribunali nazionali devono rispettare una direttiva “che vieta alle autorità di adottare misure che richiedano al provider di effettuare controlli generalizzati dell’informazione trasmessa sulla propria rete”.

Il paragrafo 25 stabilisce che tale sistema di filtraggio “potrebbe potenzialmente minare la libertà di informazione dato che il sistema non distingue adeguatamente tra contenuti legali e illegali, con il risultato che tale introduzione potrebbe causare anche il blocco di informazioni legali”.

Ai paragrafi 43 e 44 si legge che, mentre va tutelato il diritto alla proprietà intellettuale, “ tuttavia niente (…) suggerisce che tale diritto è inviolabile e per tale ragione debba essere assolutamente protetto”. Al contrario, la sua protezione “deve essere bilanciata in seno ad altri diritti fondamentali”.

Al paragrafo 45 si aggiunge: “Le autorità nazionali e i tribunali debbono implementare un giusto equilibrio tra la protezione del copyright e la tutela dei diritti fondamentali che possono essere danneggiati da tali misure”.

I paragrafi 48 e 49 stabiliscono inoltre che imporre ad un provider l’installazione di un sistema complicato e costoso violerebbe la richiesta di bilanciare la tutela della proprietà intellettuale e la libertà d’impresa del provider.

La corte ha riconosciuto così l’impatto che l’applicazione dei filtri avrebbe sulla libertà di espressione e di informazione. Questo costituisce un passo cruciale nei confronti la difesa della libertà su Internet anche perché tutti gli stati dell’Unione dovranno accettare tale interpretazione.

Acclamando la decisione della corte, l’europarlamentare Françoise Casetex ha dichiarato che “sono stati messi i freni alla pratica di filtraggio che prevale in Europa”, una pratica che “sacrifica le libertà fondamentali sull’altare della proprietà intellettuale”.

Traduzione di Eleonora Albini, Pressenza International Press Agency

AFHANISTAN: Per un Afghanistan libero, indipendente e democratico: appello di RSF e delle organizzazioni per la difesa della libertà di espressione e ai sindacati dei giornalisti dell’Afghanistan

Reporters sans Frontières, insieme alle organizzazioni per la difesa della libertà di espressione e ai sindacati dei giornalisti dell’Afghanistan lanciano un appello affinché in occasione della conferenza di Bonn venga assunto un fermo impegno a difesa del diritto di espressione e della libertà di stampa.
Dieci anni dopo la caduta dei talebani, e alla vigilia della seconda conferenza internazionale dedicata all’Afghanistan, prevista a Bonn per il 5 dicembre 2001, i sindacati dei giornalisti afghani e le organizzazioni per la difesa della libertà di espressione in Afghanistan, alle quali si unisce Reporters sans Frontières, lanciano un appello al governo afghano e alla comunità internazionale perché si impegnino in modo chiaro a difendere la libertà di espressione e di informazione nel paese.

Il panorama mediatico in Afghanistan non è mai stato così ricco e diversificato: si contano 200 pubblicazioni di carta stampata, 44 reti televisive, 141 radio, oltre 8 agenzie di stampa. Ma, allo stesso tempo, le violenze contro la stampa e i professionisti dell’informazione sono andate aumentando nel corso di questi ultimi dieci anni.

I sindacati di giornalisti e le organizzazioni per la stampa indipendente in Afghanistan, così come Reporters sans Frontières, hanno dovuto registrato centinaia di atti di violenza tra il 2001 e il 2011.

Il 2009 è stato l’anno peggiore, con 85 casi di violenza censiti, per la maggior parte nelle province di Kabul, Herat e Helmand.

Alcuni territori, come quelli del Sud e dell’Est del paese, sono stati definiti “buchi neri dell’informazione”. Il loro controllo da parte dei talebani rappresenta  un freno a qualsiasi libera  attività giornalistica.

Noi siamo convinti, e l’esperienza di questi ultimi dieci anni non fa che confermarcelo, che la pace, la sicurezza e le libertà fondamentali non possono essere assicurate senza la presenza di media indipendenti e senza sicurezza per i giornalisti. Mai nella sua storia il popolo afghano ha avuto accesso a una tale scelta di informazione libera, prodotta dagli afghani per gli afghani. Ma il rischio di perdere questa conquista, vista la fragile situazione del paese, cresce di giono in giorno.

Oggi, in varie regioni del paese, i nemici della libertà di espressione, talvolta con la complicità del potere, fanno di tutto per rimettere in questione questo diritto conquistato con il sangue dal popolo afghano.

La mancanza di trasparenza nella costruzione della pace, le negoziazioni segrete con le grandi potenze i cui obiettivi rimangono nascosti al popolo, ci conducono verso un avvenire inquietante dove democrazia e libertà, pietre angolari di una pace durevole, saranno sacrificate a una pace temporanea o ad accordi politici nazionali e internazionali.

I media rimangono sotto il tiro non solo dei talebani, che stanno per riprendere il potere a causa di errori strategici delle forze internazionali, della corruzione e dell’incompetenza di alcuni responsabili politici, ma anche dei dirigenti politici locali e di una parte delle istituzioni religiose strettamente legate con il potere. Il silenzio del presidente Hamid Karzai sui comportamenti di talune autorità ed organizzazioni che violano la libertà di stampa è estremamente preoccupante, ed è diventato particolarmente sospetto da quando il presidente preferisce consultarsi con integralisti ed altri nemici delle libertà fondamentali piuttosto che con giornalisti e organizzazioni di stampa.

Viene da pensare che la censura in realtà nasconda un piano destinato ad assicurare il ritorno dei talebani al potere.

Le organizzazioni in difesa dell’informazione e Reporters sans Frontières sono convinti che la pace e la coesistenza pacifica in Afghanistan non potranno essere assicurati senza il contributo della società nel suo insieme.

In questi ultimi dieci anni, sono state prese decisioni e attuate manovre burocratiche a discapito della libertà di stampa. Come si può lottare contro la corruzione e la povertà crescente senza organi di stampa liberi in grado di informare il popolo?

La censura e l’autocensura imposte dai talebani, dai trafficanti di droga e dai signori della guerra hanno a loro volta contribuito a creare l’attuale situazione. In questi dieci anni i media indipendenti non hanno mai potuto assumere un ruolo per aiutare a riformare  il potere ed essere il motore del cambiamento. Eppure sarebbe stato molto più efficace e meno costoso lasciarli liberi di denunciare la corruzione, d’informare sui narcotrafficanti, sullo Stato di diritto, sulla riforma del sistema giudiziario e legislativo. Non è però ancora troppo tardi.

La violenza, le misure arbitrarie e l’inquisizione religiosa permanente sono tra le principali minacce che incombono sui giornalisti. Reporters sans Frontières e le organizzazioni di stampa e di giornalisti esigono dalle autorità la fine di qualsiasi tipo di persecuzione e di discriminazione di tipo religioso, etnico o tribale.

I giornalisti afghani, con 16 morti nelle loro fila dal 2001, hanno pagato un pesante tributo nell’esercizio della loro professione. Per molti di loro, non è stata mai fatta giustizia. I responsabili della morte di Zakia Zaki, redattore capo di Peace Voice Radio (Sadae-Suhl Radio), di Abdul Samad Rohani, giornalista della BBC e dell’agenzia Pajhwok, e di Jawed Ahmad, giornalista free-lance per Canada Television Network, non sono ancora stati identificati e puniti.

L’incapacità della polizia e delle autorità giudiziarie di arrestare e processare gli assassini dei giornalisti rimette in dubbio la capacità del governo di Kabul di garantire lo Stato di diritto.

Sultan Mohammad Munadi e Ahmad Omid Khpalwak sono stati uccisi dalle forze internazionali.

La Forza internazionale di assistenza e sicurezza (FIAS) ha riconosciuto la propria responsabilità nella morte di Ahmad Omid Khpalwak. Tuttavia, le forze britanniche e il ministero degli Interni afghano non hanno mai reso noti i risultati dell’inchiesta sulla morte di Sultan Munagi, ucciso durante un’operazione di socccorso mentre era tenuto in ostaggio dai talebani insieme ad un giornalista britannico. La sicurezza dei giornalisti dipende dalla responsabilità incondizionata di ognuna della parti implicate nel conflitto.

L’impunità incoraggia le violenze contro i giornalisti, specie quando si tratta di donne. In questi anni, sempre più spesso esse sono state fatte oggetto di minacce provenienti da vari organismi, in particolare di talebani. A Kunduz e a Ghazni giornaliste sono state aggredite, mentre i media diretti da donne sono stati costretti al fallimento. A Kabul, le forze di sicurezza hanno picchiato in numerose occasioni delle giornaliste mentre erano impegnate nelle loro attività professionali. In seguito alle pressioni e a causa del timore per la propria incolumità, molte hanno preferito abbandonare il lavoro.

Queste violenze sono spesso perpetrate da gruppi religiosi sostenuti dalle autorità afghane. I comunicati del consiglio degli Ulema afghani danno spesso la colpa delle violenze ai professionisti della stampa piutttosto che ai talebani, ai terroristi o ai trafficanti di droga. In alcune province, le autorità locali minacciano i giornalisti ogni giorno. Le forze di sicurezza, invece di difenderli, li arrestano e li accusano di spionaggio.

Alcuni signori della guerra e certi regimi stranieri, in particolare quelli del Pakistan e dell’Iran, che possedendo vari media in Afganistan sono in grado di interferire negli affari interni del paese, fanno semrpe più spesso da cassa di risonanza per la propaganda fondamentalista. La stampa libera si trova letteralmente circondata da questi media, dai talebani e da autorità di governo corrotte che la spingono al silenzio.

Eppure, Costituzione e leggi sull’informazione garantiscono le libertà di stampa. Bisognerebbe però che questi testi fossero applicati, il che non avviene a causa di divergenze politiche. Bisogna completare e rendere esecutiva la legge, senza indugi. Gli organi di informazione pubblici devono essere posti al riparo dalle pressioni del governo, la loro indipendenza deve essere rispettata. Il governo deve affrontare con priorità assoluta la stesura di una legge che faciliti l’accesso all’informazione.

In questo decennio, l’Afghanistan ha perso molte opportunità storiche, e alcuni analisti hanno già previsto il fallimento della ricostruzione. La guerra non avviene solo sulle linee del fronte e nelle zone del conflitto, anche il popolo combatte una guerra giornaliera per la pace e contro tutte le violenze. Ha il diritto di essere informato.

Organizzatori e partecipanti della conferenza di Bonn, così come tutta la comunità intenazionale, devono prendere posizione in modo fermo per difesa della libertà, della democrazia, e dei diritti del popolo afghano.

Libertà di espressione, emancipazione delle donne, rispetto dei diritti umani: queste le principali sfide in Afghanistan. Dobbiamo tenere ben presente che la pace non potrà mai essere ricostruita senza democrazia e senza libertà.

Sindacato Nazionale dei Giornalisti in Afghanistan
Associazione dei giornalisti indipendenti afghani
Organizzazione per la difesa della libertà di stampa
Southern Asia Women Association in Afghanistan (Associazione delle donne del sud dell’Asia in Afghanistan)
Reporters sans frontières

Traduzione di Giuseppina Vecchia, Pressenza International Press Agency

EGITTO – Un’ altra aggressione sessuale a una donna giornalista a piazza Tahrir; i media debbono dare priorità alla sicurezza dei giornalisti

“Ci appelliamo alle redazioni affinché siano prudenti e si preoccupino in primis della sicurezza dei propri inviati speciali e dei corrispondenti. È più pericoloso per una donna che per un uomo occuparsi dei fatti di piazza Tahrir. È una realtà che le redazioni devono affrontare. È la prima volta che violenze sessuali ripetute vengono commesse in uno stesso luogo contro donne giornaliste. Le redazioni devono considerare il problema quando decidono di inviare dei gruppi sul posto e adottare misure di protezione adeguate”, ha dichiarato Reporters sans frontières.

“Non si tratta di rinunciare o di smettere di occuparsi della situazione in Egitto, ma bisogna adattarsi alle minacce attuali. Le donne reporter che si recano su piazza Tahrir devono essere consapevoli di questa situazione” ha aggiunto l’organizzazione.

Giovedì 24 novembre 2011 – Caroline Sinz, giornalista del canale France 3, si trovava in piazza Tahrir con il suo cameraman Salah Agrabi, quando sono stati attaccati su una strada che da piazza Tahrir conduce al Ministero dell’Interno, dichiara l’Agenzia France-Presse.

“Stavamo filmando lungo la strada Mohamed Mahmoud quando siamo stati assaliti da alcuni ragazzi di quattordici o quindici anni”, ha raccontato all’AFP, “che mi hanno palpeggiato”. La giornalista e il suo cameraman sono stati in seguito trasportati manu militari da un gruppo di uomini verso piazza Tahrir e qui si sono ritrovati separati.

“Siamo allora stati aggrediti da una folla di uomini. Sono stata percossa da un branco di giovani e adulti che hanno strappato i miei vestiti” e che hanno proseguito con palpeggiamenti “da stupro”, ha continuato.

“Hanno cercato di venirmi ad aiutare, ma nessuno è riuscito ad arrivare. Venivo linciata. Il tutto è durato circa tre quarti d’ora fino a quando qualcuno non è riuscito a sottrarmi a quell’inferno. Ho creduto di morire”, ha detto, aggiungendo che anche il cameraman era stato “percosso”.

Grazie ad alcuni egiziani presenti sul luogo, è riuscita a raggiungere il suo hotel, dove è stata assistita dall’ambasciata francese al Cairo, prima di essere visitata da un medico.

Lo scorso 11 febbraio, giorno della caduta di Hosni Moubarak, Lara Logan, giornalista del canale americano CBS, aveva subito un’aggressione sessuale nel settore della piazza Tahrir.

D’altronde, Reporter senza frontiere ricorda che l’editorialista di nazionalità egiziana e americana, Mona Al-Tahtawy, fermata nella notte tra il 23 e il 24 novembre scorso, nei pressi di via Mohamed Mahmoud (vicino piazza Tahrir) sul proprio profilo Twitter testimonia di essere stata violentata da alcuni poliziotti prima di essere rilasciata dodici ore più tardi.

traduzione realizzata da traduttori Pressenza Italia http://www.pressenza.com

SUDAFRICA: La legge sulla “Protezione delle informazioni di Stato” adottata dal Parlamento: il giornalismo d’inchiesta è morto?

Reporter sans frontières esprime la sua profonda delusione e la sua reale preoccupazione a seguito dell’adozione da parte del Parlamento sudafricano, il 22 novembre scorso, della cosiddetta legge di “Protezione delle informazioni di Stato” e chiede solennemente al Presidente Jacob Zuma di non promulgarla. Questo testo tanto controverso limita la pubblicazione di documenti sensibili da parte dei media e minaccia di arrestare i giornalisti che li divulgano.
“Questa storia ci sorprende sia nella forma che nella sostanza. Per quanto riguarda la sostanza, il Parlamento sudafricano adotta una legge che limita la libertà di stampa nel Paese. Per la forma, invece, lo fa con un provvedimento forzato, a dispetto dello scontento popolare che pure il testo suscita” ha dichiarato Reporter senza frontiere.
“Se la classificazione dei documenti è comprensibile, essa deve essere definita molto chiaramente, limitata e non deve minacciare la libertà di informazione o quella dei giornalisti. Orbene, questa legge mette in pericolo il giornalismo d’inchiesta, e minaccia la libertà di stampa seppure garantita dalla Costituzione. Se la legge fosse promulgata, si tratterebbe di un colpo molto duro per i giornalisti di questo Paese, noti per essere a capo di una delle informazioni più vibranti di tutto il continente. Il Sudafrica sta mettendo in gioco il proprio statuto di modello regionale” ha aggiunto l’organizzazione.
In cantiere dal 2008, la legge in questione classifica come segreti alcuni documenti di Stato e minaccia l’arresto – con pene che vanno fino a venticinque anni – dei giornalisti che li rivelano. Inizialmente, qualsiasi organismo di Governo avrebbe potuto classificare come segreto qualsiasi documento. Il testo è stato modificato per limitare le informazioni classificate come segrete ai soli organismi che si occupano in modo diretto degli affari di sicurezza. Esclude tuttavia che chiunque, perseguito per aver rivelato informazioni segrete, possa sostenere di aver agito nell’interesse del pubblico.
Il modo con cui verrà applicata questa legge rappresenta la grande incognita, ma sostanzialmente il testo limita la capacità dei giornalisti di condurre inchieste approfondite su argomenti ritenuti sensibili come la corruzione degli alti dirigenti, gli scandali finanziari, il mal governo, il nepotismo. La sua adozione avviene al termine di numerosi mesi di malessere tra il Congresso nazionale africano (ANC, al potere) e i media. La settimana scorsa, il portavoce del Presidente Zuma, Mac Maharaj, ha ammesso il ricorso contro il settimanale Mail&Guardian.
Per protestare contro questo testo, il 22 novembre scorso sono state organizzate manifestazioni a Pretoria, Johannesburg, Soweto e Città del Capo. Quel giorno, i grandi giornali sudafricani hanno fatto un editoriale comune e i media, i partiti di opposizione e le associazioni a difesa dei diritti umani e della libertà di espressione hanno parlato di “martedì nero”, invitando i sudafricani a indossare vestiti di colore nero.
Già in settembre era stata organizzata un’importante manifestazione a Città del Capo. In quell’occasione il disegno di legge era stato rigettato sine die dall’ANC.
Il premio Nobel per la letteratura Nadine Gordimer e quello per la pace Desmond Tutu sono tra le personalità che hanno maggiormente criticato la legge. A questi si sono uniti numerosi esponenti politici come l’ex ministro per l’Intelligence Ronnie Kasrils (ANC) e il Sindaco di Città del Capo, Helen Zille (DA, opposizione). Numerose associazioni, tra cui l’Associazione dei direttori di giornale (Sanef), si sono unite alla protesta, come anche la Fondazione Nelson Mandela che il 22 novembre ha giudicato il testo così com’è non accettabile. Nel 1997, Nelson Mandela aveva promesso che la libertà di stampa non sarebbe stata minacciata, “finché l’ANC (fosse stato) partito di maggioranza” in Sudafrica.

traduzione realizzata da traduttori Pressenza Italia http://www.pressenza.com

ISRAELE: Serie di misure liberticide

Legge sulla stampa per imbavagliare i media

Reporter sans frontières esprime la sua viva inquietudine in seguito all’adozione in prima lettura dal parlamento, il 21 novembre 2011, di un progetto di legge sulla stampa, e questo malgrado la viva protesta dei giornalisti israeliani.

Il testo che deve passare ancora davanti alla commissione legislativa della Knesset, prima di essere votato in seconda e terza lettura, prevede l’aumento vertiginoso dell’importo dei danni previsti che dovranno versare gli autori di reati qualificato dal giudice come “diffamatori.”

“La severità delle sanzioni pecuniarie previste in questo progetto di legge mira chiaramente non solo ad asfissiare economicamente i media in Israele, ma anche ad intimidire i giornalisti che osassero denunciare la corruzione e criticare il potere, ha dichiarato Reporter sans frontières.

Chiediamo l’abbandono di un tale progetto che costituisce un vero pericolo per la libertà della stampa in Israele e rischia di rendere fragile la democrazia.”

Il progetto di legge, come votato dalla Knesset, prevede fino a 300 000 shekels (60 000 euro) di danni in caso di “diffamazione”, somma sei volte più elevata di quella prevista attualmente dalla legge in vigore. Peraltro i querelanti non hanno nessuno obbligo di fornire la prova del danno subito e di precisarne l’ampiezza.

Il 20 novembre, parecchie centinaia di giornalisti che rappresentano l’insieme del settore dei media si sono riuniti a Tel Aviv per protestare contro questo progetto di legge giudicato liberticida, denunciandone le minacce alla libertà di espressione. Hanno denunciato anche le pressioni esercitate sul canale privato Channel 10.

Chiusura illegale di una radio

D’altra parte il ministero israeliano delle Telecomunicazioni ha ordinato, il 20 novembre, la chiurura della stazione radio Kol Hashalom (La Voce della pace), che ha i suoi uffici a Gerusalemme Est e trasmette da Ramalla con l’acura di non avere le licenze e di “incitare all’ostilità contro Israele”..

Il condirettore della radio, Mossi Raz, ha respinto le accuse contro Kol Hashalom di essere una radio pirata ed ha sottolineato il carattere illegale della sua chiusura. Spiega che essendo la sede a Gerusalemme Est, zona sotto il controlo dell’Autorità Palestinese, la radio non è sotto la giurisdizione israeliana.

La radio diffondeva da sette anni dei programmi in ebraico ed in arabo che incoraggiavano le iniziative in favore della pace e del dialogo tra israeliani e palestinesi.

Reporters sans frontières esige che le autorità israeliane riaprano Kol HaShalom, la cui chiusura ha viola la libertà di stampa mentre mortifica le competenze dell’Autorità Palestinese.

Carcerazione di Anat Kam, prima dello svolgersi del processo d’appello

La giornalista on line Anat Kam condannato, il 30 ottobre 2011, a quattro anni e mezzo di prigione e diciotto mesi di arresti domiciliari, ha fatto appello.

Il 17 novembre, il suo avvocato, Ilan Bombach, ha chiesto alla corte dio attendere il verdetto finale prima di incarcerare la ragazza, argomentando che la sua cliente non rappresentava un “pericolo pubblico”. Il giudice si è rifiutato di sospendere la sua decisione. Anat Kam dovra quindi cominciare a scontare la pena dal 23 novembre.

Reporters sans frontières deplora la severità della giustizia israeliana verso Anat Kam, il cui processo costituisce un pericoloso precedente rispetto alla protezione delle fonti e alla libertà di stampa quando si tratta di soggetti relativi all’esercito.

In una lettera indirizzata il 3 novembre 2011 al Procuratore Generale dello Stato di Israele Reporters sans frontières aveva chiesto l’abbandono del procedimento contro Uri Blau, giornalista di Haaretz, che rischia fino a sette anni di carcere per “possesso di informazioni confidenziali, senza autorizzazione e senza intenzione di nuocere alla sicurezza delo Stato” in base all’articolo 113-c del Codice Peanale “I giornalisti d’inchiesta sono i garanti della trasparenza, principio essenziale del buon funzionamento democratico. Svolgono un lavoro utile. La sua condanna costituirebbe un grave attentato alla libertà di circolazione dell’informazione”, ha concluso l’organizzazione.

USA: Occupy Wall Street: ostacoli alla stampa e nuovi arresti in margine allo sgombero di New York

“Zuccotti Park non è la Piazza Tienanmen”, ha pensato bene di ricordare, il 15 novembre 2011, Scott Stringer, presidente democratico della municipalità (borough) di Manhattan, quando uno dei principali accampamenti del movimento Occupy Wall Street , che si trova nel parco in questione, è stato sgomberato senza preavviso il giorno stesso.

Reporters sans frontières si rammarica di constatare che di quest’appello non è stato tenuto minimamente conto da parte delle forze dell’ordine. Nuovi arresti di giornalisti e intralci al lavoro hanno caratterizzato questo raid della polizia, aggravando il bilancio degli attacchi alla libertà d’informazione che abbiamo potuto rilevare fin dall’inizio del movimento. (
http://fr.rsf.org/etats-unis-reunion-illegale-conduite-09-11-2011,41369.html
).

Secondo l’Associated Press (AP), una decina di giornalisti sono stati arrestati durante la giornata del 15 novembre, tra i quali due membri dell’agenzia stessa, la redattrice Karen Matthews e il fotografo Seth Wenig, in stato di fermo per quattro ore, Matthew Lysiak, del quotidiano Daily News, è stato anch’esso fermato nei dintorni di Zuccotti Park. Julie Walker, giornalista indipendente e collaboratrice di AP, ha avuto lo stesso trattamento nonostante si fosse identificata immediatamente come professionista mediatica. Nel suo caso è stata imputata di “comportamento disordinato” (“disorderly conduct”). Doug Higginbotham, cameraman indipendente al servizio del canale TV New Zealand, è stato ammanettato e gli sono state sequestrate le credenziali di giornalista mentre cercava di filmare il ritorno dei manifestanti che erano stati sgomberati dal parco.

“I servizi sul movimento Occupy Wall Street sono di interesse pubblico primario che non deve subire nessuna restrizione. La libertà di espressione e di informazione garantite dal Primo Emendamento della Costituzione, pilastro della democrazia americana, sono state ridicolizzate  dall’atteggiamento delle forze dell’ordine. Esigiamo che vengano ritirate tutte le accuse contro i giornalisti arrestati, sia che si tratti di professionisti dei media o di membri del movimento Occupy Wall Street, a New York come ovunque”, conclude Reporters sans frontières.

MESSICO: Assassinato un altro cyber cittadino a Nuevo Laredo, il quarto in meno di due mesi: “Usare Internet diventerà suicida?”

II 9 novembre scorso è stato trovato a Nuevo Laredo il corpo decapitato di un internauta conosciuto sotto lo pseudonimo di “Rascatripas” moderatore di un sito di denuncia del crimine organizzato a Nuevo Laredo.

Accanto al corpo, con le mani mozzate, un biglietto: “Mi è successo questo perché non ho capito che non devo raccontare certe cose nelle reti sociali”.

“Reporter Sans Frontières è molto preoccupata per questo assassinio. La lista di cybercittadini vittime dei cartelli non cessa di aumentare e il semplice fatto di fare informazione su internet diventa una pratica quasi suicida. Tutta la società è coinvolta. La sfida non è solo garantire la sicurezza con la consegna dei colpevoli alla giustizia, ma togliere l’impunità attualmente vigente. Chiediamo giustizia per internauti e bloggers così come per i numerosi giornalisti messicani uccisi o spariti” Dichiara l’organizzazione.

Si tratta del quarto internauta assassinato in meno di due mesi a Nuevo Laredo, città di confine conosciuta per la sua estrema pericolosità, per avere denunciato le attività di narcotrafficanti. Le infami esecuzioni si ripetono: il 27 ottobre trovarono il corpo decapitato di María Elisabeth Macías nello stesso posto dove hanno trovato quello di “Rascatripas”, accompagnato da un messaggio simile, firmato con una Z, per il gruppo delle Zeta, molto presente nella regione. Questa giornalista e blogger utilizzava le reti sociali per informare sulle attività del crimine organizzato nella regione. Il 13 settembre passato avevano trovati appesi a un ponte i corpi torturati di un uomo ed una donna che denunciavano anche loro le attività dei narcotrafficanti.

Di fronte all’autocensura di certi di mezzi di comunicazione tradizionali che temono rappresaglie, i cybercittadini messicani si sono mobilitati sul Web e sulle reti sociali per informare, su siti come Nuevo Laredo en vivo o il Blog del Narco. Purtroppo gli internauti si sono scontrati con la violenza dei cartelli e non possono sempre contare con l’appoggio delle autorità nonostante che il bilancio della cosiddetta offensiva federale contro il narcotraffico continui a crescere. A fine agosto due internauti sono stati arrestati con accuse di “terrorismo” e “sabotaggio” per aver annunciato su Twitter un possibile attacco contro una scuola di Veracruz. Alla fine le accuse sono state ritirate e i due cybercittadini messi in libertà dopo un mese di galera.

La guerra dei narcotrafficanti si estende alla Rete: il gruppo Anonymous, che aveva minacciato di svelare i nomi delle persone legate al cartello degli Zeta ha dovuto far marcia indietro il 5 Novembre dopo che i narcotrafficanti hanno rimesso in libertà un giovane internauta che faceva parte del gruppo degli “hacktivistas”. Il nome di questa persona non è stato rivelato per motivi di sicurezza.

BRASILE: La protezione dei giornalisti è messa in discussione dopo la morte di un cameraman della TV Bandeirantes durante un’operazione di polizia

Un cameraman del gruppo audiovisivo Rede Bandeirantes, da cui nasce la TV omonima, Gelson Domingos da Silva stava facendo un servizio su un’operazione di polizia nella favela Antares (ovest di Rio de Janeiro) quando è stato colpito a morte da una fucilata nella mattinata del 6 novembre 2011.

Con Gelson Domingos da Silva, 46 annni tre figli e due nipotini,  sono ormai cinque i giornalisti uccisi in Brasile dall’inizio dell’anno in eventi sicuramente o probabilmente legati alla loro professione.

“Rivolgiamo alla famiglia e ai colleghi di Gelson Domingos le nostre più sincere condoglianze; la sua morte ci ricorda che le zone più pericolose per i giornalisti non si trovano necessariamente in paesi in cui è dichiarata una guerra. Le domande sollevate da questa tragedia si rivolgono sia alle autorità che agli stessi media; in particolare quella del grado di protezione di cui godono i giornalisti in questo genere di operazioni. Di fondo si pone il problema della risonanza mediatica – e delle sue conseguenze – data a queste azioni spettacolari della polizia, sempre più frequenti ora che all’orizzonte appaiono la Coppa del Mondo del 2014 e i Giochi Olimpici del 2016. Una politica di sicurezza si nutre di mediatizzazione. Questa dipendenza è anche piena di rischi per i giornalisti in missione nelle favelas, dove alcuni vivono. La sicurezza delle persone – giornalisti, testimoni, abitanti – viene prima della cultura del ‘risultato’ e della corsa all’immagine”. Ha dichiarato Reporters sans frontières.

Lo spiegamento di 80 agenti della polizia militare, con in testa il celebre BOPE (Battaglione per le Operazioni Speciali) ha provocato uno scontro a fuoco con i narcotrafficanti della favela Antares durante la mattinata del 6 novembre. Le forze dell’ordine hanno annunciato l’arresto di nove membri delle gang e la morte di altri quattro, oltre ad un importante sequestro di droga e armi.. Gelson Domingos, nonostante il giubbotto anti-proiettile, non è sopravissuto a un colpo in pieno petto.

“Ci auguriamo che l’inchiesta stabilisca rapidamente l’identità dell’autore del colpo mortale. Insieme ad altre organizzazioni come l’Unione dei giornalisti di de Rio de Janeiro, chiediamo che gli insegnamenti di questo dramma portino a un vero dibattito sui rischi professionali della copertura di notizie sul crimine organizzato”, conclude Reporters sans frontières.

MESSICO: Il rapporto di Reporters sans frontières

MESSICO:  136° su 178 nell’ultima Classifica della libertà di stampa di RSF

  • Superficie: 1 964 375 kmq
  • Popolazione: 103 milioni
  • Lingua: Spagnolo
  • Capo di Stato: Felipe Calderon (da Dicembre 2006)

Il Messico è in testa alla classifica di paese più pericoloso del continente per i mezzi d’informazione. La presenza dei cartelli della droga, la corruzione delle autorità e l’impunità nella maggior parte dei crimini contro i professionisti dei media, spiegano buona parte di questa situazione che costringe spesso i giornalisti all’autocensura o all’esilio.

L’offensiva federale contro il narcotraffico, iniziata nel dicembre 2006 dal presidente Felipe Calderón, che ha mobilitato 50000 militari,  cinque anni dopo può vantare un bilancio di più di 40000 morti in tutto il paese di cui più di 15 000 nel solo 2010. Questa guerra non dichiarata fa il paio con la battaglia sanguinaria tra i cartelli per il controllo del traffico di droga, con per risultato una degradazione tragica delle condizioni di lavoro dei giornalisti. Sebbene questa situazione riguardi tutto il territorio, il nord del paese, bastione tradizionale dei cartelli, rappresenta la zona geografica più esposta. I cartelli di Sinaloa, del Golfo e di Juárez sono da anni nella lista annuale dei predatori della libertà di stampa di Reporters sans frontières.

Alla responsabilità del crimine organizzato in questo fallimento dello stato di diritto si aggiunge quella delle autorità, fatta di complicità oh negligenza. Le violazioni dei diritti umani attribuite alla polizia ed all’esercito e la corruzione dei dirigenti politici, frequentemente implicati nei reati di traffico di stupefacenti, costituiscono altrettanti freni alle inchieste sugli attacchi o i crimini subiti dai giornalisti e dalle loro redazioni. All’ultimo trimestre del  2010, l’8% degli effettivi della polizia federale messicana erano stati rinviati a giudizio per sospetti di collusione col narcotraffico. Uno studio di Article 19 e del Centro Nacional de Comunicación Social (Cencos) attribuisce, nel 2010, il 49.03% degli attacchi ai giornalisti alle autorità contro il 26.45% alla criminalità organizzata.

Con 80 giornalisti assassinati dal 2000 e quattordici scomparsi dal 2003, il Messico è in testa alla classifica di paese più pericoloso del continente per i mezzi d’informazione. Era, nel 2010, il secondo paese per numero di giornalisti uccisi insieme all’Irak, subito dopo al Pakistan.

Gli utenti dei social network non sono nemmeno loro al riparo della rappresaglia. Per aver avvisato su Twitter e Facebook dei possibili attacchi del crimine organizzato a una scuola di Veracruz, Maria de Jesús Bravo e Gilberto Martínez Vera hanno passato un mese dietro le sbarre tra agosto e settembre del 2011. Alla fine le pesanti accuse di «terrorismo» e «sabotaggio» sono state ritirate. Il  2011 resterà segnato anche dall’assassinio di María Elizabeth Macías, caporedattrice del quotidiano Primera Hora, stampato a Nuevo Laredo, nello Stato di Tamaulipas (Est). Autrice di un blog, la giovane giornalista utilizzava le reti sociali per informare sulle attività della criminalità organizzata della regione.

Nessuno di questi crimini è stato veramente chiarito dalla giustizia. La speciale sezione dedicata alla lotta agli attacchi contro i giornalisti (Fiscalía Especial para la Atención de Delitos Contra la Libertad de Expresión – FEADLE) non ha ottenuto alcun risultato significativo dalla sua istituzione nel febbraio del 2006. Di fronte all’escalation del terrore i giornalisti, costretti a lavorare sotto minaccia,  sempre più devono scegliere tra l’autocensura e l’esilio.

In ogni caso, sul piano giuridico possiamo segnalare un miglioramento ottenuto con la depenalizzazione, a livello federale, dei reati d’informazione promulgata nel 2007. Una convenzione su nuovi meccanismi di protezione  riguardanti i giornalisti è stata ratificata a livello federale nel novembre del 2010, ma non è ancora entrata in vigore.

Ultimo aggiornamento: Settembre 2011

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