CINA – Liberato l’attivista Hu Jia ma tenuto sotto stretta sorveglianza

L’attivista per i diritti umani Hu Jia è stato rilasciato domenica scorsa. Sua moglie, Zeng Jinyan, lo ha annunciato al mondo in questo messaggio sulla sua pagina Twitter: “Notte insonne. Hu Jia è arrivato a casa alle 2.30 del mattino. Sano e salvo, molto felice”.

Il giorno successivo ha scritto altri messaggi rivolti ai giornalisti e ai sostenitori di suo marito: “Non venite a trovarci. Potreste non riuscire ad entrare”. La casa della coppia è stata infatti messa sotto stretta sorveglianza della polizia.

Reporters sans frontières è sollevata nel sapere che Hu è finalmente libero, ma è anche preoccupata per l’attuale situazione, per le limitazioni alla sua libertà di espressione e di movimento e per la pressione subìta da Hu stesso e dalla sua famiglia. L’organizzazione per la libertà di stampa continuerà a seguire attentamente il trattamento che verrà riservato a Hu, soprattutto quando l’attenzione mediatica si sarà spostata verso altri fronti.

Questo rilascio, infatti, che è coinciso con una visita in Europa del Primo Ministro cinese Wen Jiabao, non deve spostare l’attenzione dall’intensificato giro di vite messo in atto dal governo nei confronti dei dissidenti negli ultimi mesi, proprio in un momento in cui la Cina rischia di essere contagiata dalle rivoluzioni in corso nel mondo arabo.

La polizia aveva recentemente detto a Zeng che suo marito non sarebbe probabilmente stato in grado di condurre una “vita normale” dopo il suo rilascio. Sembra infatti che Hu Jia sia stato messo in una condizione simile agli arresti domiciliari, come è successo ad altri attivisti negli ultimi mesi.

Intervistato ieri dalla Cable TV di Hong Kong, Hu ha dichiarato di voler riprendere la sue attività politiche, ma in modo più cauto, prendendo in considerazione anche le eventuali conseguenze che le sue azioni potrebbero portare alla sua famiglia. “Bisogna restare fedeli alla propria coscienza”, ha detto, aggiungendo: “Mi è stato detto di vivere una vita ordinaria e di non scontrarmi con il regime, perché questo regime è molto crudele e viola la dignità dei suoi cittadini”.

Ambientalista e attivista per i diritti dei malati di AIDS, Hu è stato rilasciato dopo aver scontato una condanna di tre anni e mezzo con l’accusa di tentata sovversione nei commenti postati online e per aver rilasciato interviste ai media stranieri. Secondo quanto previsto dalla sentenza, Hu resterà  privo dei suoi diritti politici per un anno.

Il Parlamento Europeo, nel 2008, lo aveva insignito del Premio Sakharov per la Libertà di Pensiero.

 

CINA – Rilasciato l’artista e dissidente AI WEIWEI dopo tre mesi di isolamento

Reporters sans frontières è sollevata dal fatto che l’artista e regista dissidente Ai Weiwei (艾未未) è stato rilasciato mercoledì 22 giugno in libertà condizionata, dopo essere stato detenuto per circa tre mesi. L’agenzia di stampa ufficiale della Cina, Xinhua, ha dichiarato che l’Ufficio di Pubblica Sicurezza lo ha messo in libertà a causa della sua buona condotta, della sua “confessione” dell’accusa di “frode fiscale” che gli era stata mossa contro, delle sue condizioni di salute e di altri elementi non specificati.   

“Speriamo che la salute di Ai non sia peggiorata molto in questi mesi di detenzione e gli auguriamo una rapida ripresa”, ha detto Reporters sans frontières. “Allo stesso tempo, siamo preoccupati per le dichiarazioni dell’Ufficio di Pubblica Sicurezza, soprattutto quelle riguardanti la presunta confessione di Ai Weiwei. Considerato il lungo periodo durante il quale è stato tenuto in isolamento, occorre far luce sulle circostanze in cui questa confessione è stata ottenuta. In passato, altri casi di violenza contro persone detenute sono stati riportati. E per quanto riguarda Ai Weiwei?”

“Il suo rilascio non comporta tuttavia la fine dei suoi problemi. Temiamo che le autorità dispiegheranno un intero arsenale legale per dichiararlo colpevole di un “crimine economico”. Come hanno già fatto con altre persone in passato, le autorità cinesi potrebbero provare a condannarlo ad un periodo in carcere o al pagamento di un’ammenda esorbitante.

“Utilizzando questi metodi, le autorità cercano come al solito di legittimare le vessazioni che impediscono alle vittime di continuare le loro precedenti attività, minacciandoli psicologicamente ed economicamente. Le autorità ritengono inoltre che sollevando accuse di natura economica si eviteranno le proteste degli attivisti per i diritti umani in Cina o all’estero”.

Ai Weiwei era stato arrestato il 3 aprile scorso all’aeroporto internazionale di Pechino mentre stava per imbarcarsi su un volo diretto a Hong Kong. In quello stesso giorno, anche otto dei suoi dipendenti sono stati brevemente trattenuti presso il suo studio, situato nel distretto nord-occidentale pechinese di Caochangdi, e sono stati interrogati per molte ore prima di essere rilasciati.

La polizia ha ispezionato lo studio dell’artista numerose volte durante la settimana precedente l’arresto di Ai. Quest’ultimo ero stato già minacciato dalle autorità lo scorso novembre, soprattutto in merito ai suoi documentari sulla corruzione del sistema giudiziario di Pechino.

Reporters sans frontières è preoccupata anche per l’ex reporter del Global Times Wen Tao, anch’egli scomparso il 3 aprile scorso. Trentottenne e originario del Sichuan, Wen è stato visto per l’ultima volta a Pechino nel distretto di Caochangdi, lo stesso dove si trova lo studio di Ai Weiwei.

L’organizzazione per la libertà di stampa ha pubblicato, il 3 marzo scorso, un report riguardante gli arresti domiciliari, le scomparse e altri metodi utilizzati dalle autorità cinesi per perseguitare coloro che difendono la libertà di espressione.

Un totale di 76 cyber-dissidenti e 30 giornalisti sono attualmente detenuti in Cina, che si trova al 171° posto sui 178 paesi della classifica sull’indice della libertà di stampa che Reporters sans frontières ha pubblicato lo scorso ottobre.

MESSICO: Assassinato un altro giornalista nello stato di Veracruz

Miguel Ángel López Velasco è stato trovato assassinato nella sua casa di Veracruz (stato federale del sud-est messicano), lo scorso 20 giugno. Il giornalista e direttore del quotidiano online Notiver, sua moglie e suo figlio sono stati crivellati a colpi d’arma da fuoco, appena una settimana dopo l’omicidio di un altro giornalista, Pablo Ruelas Barraza, ucciso nello stato di Sonora.

Reporters sans frontières è scioccata da questo evento. La violenza contro i giornalisti messicani non ha fine. Chiediamo alle autorità preposte che nelle indagini venga privilegiata la pista professionale e che i responsabili siano identificati il prima possibile.

Secondo le informazioni riportate dal giornale Notiver e confermate a Reporters sans frontières, mentre Velasco, sua moglie e suo figlio ventunenne stavano dormendo, intorno alle 5.30 del 20 giugno scorso, alcuni soggetti armati non identificati sono entrati con forza in casa loro, situata nel quartiere López Arias (nel nord della città di Veracruz) e hanno assassinato l’intera famiglia.

Miguel Ángel López Velasco, conosciuto come “Milo Vera”, aveva 55 anni e lavorava al quotidiano locale Notiver da circa venti anni; inzialemente si è occupato di cronaca nera, poi è stato nominato vicedirettore della sezione “Sucesos”. Nella sua rubrica “Va de Nuez”, il giornalista affrontava temi di sicurezza pubblica, sequestri, casi di corruzione e di abuso di potere nella regione. Stava anche seguendo, dall’aprile 2010, la scomparsa del giornalista Evaristo Ortega Zárate.

Velasco aveva già subìto minacce. Nel 2007 un gruppo di narcotrafficanti lasciò una testa umana all’ingresso degli uffici di Notiver, accompagnata da un messaggio: “Qui ti lasciamo un regalo [...] molte teste fanno questa fine, Milovela e molti altri già lo sanno, queste teste sono per mio padre. Cordiali saluti, il figlio di Mario Sánchez e della Gente Nuova”.

Le autorità hanno dato inizio alle indagini sull’assassinio di Velasco. Nel frattempo, il governatore dello stato di Veracruz, Javier Duarte, ha visitato la sede di Notiver. “È un omicidio codardo che colpisce l’intera società di Veracruz; non si tratta solo di un attacco a un mezzo di comunicazione o a un’azienda [...] questo non è un fatto isolato ma, al contrario, fa parte di una catena di azioni delinquenziali che stiamo vivendo come attacco a tutto il paese”, ha dichiarato il governatore, aggiungendo che non c’è spazio per l’impunità e promettendo che le indagini saranno portate fino in fondo. Reporters sans frontières spera che Duarte mantenga fede alle sue promesse e che le autorità federali applicheranno subito i meccanismi di protezione per i giornalisti, approvati nel novembre 2010.  

Il Messico è per i mass media uno dei paesi più pericolosi del continente, i giornalisti sono spesso vittima del crimine organizzato e devono ricorrere all’autocensura. Dal 2000 sono stati assassinati 75 giornalisti, di cui 9 originari di Veracruz. Altri 13 risultano scomparsi dal 2003. L’anno 2010 è stato uno degli anni più violenti per lo stato di Veracruz: si sono registrati 179 omicidi complessivi, secondo i dati del governo federale. Dal 2007 Veracruz sta affrontando una spirale di violenza. I suoi abitanti sono testimoni di frequenti scontri tra le forze di sicurezza e i cartelli dei narcotrafficanti. Tra le ultime vittime originarie di questa regione messicana troviamo Noel López Olguín, collaboratore del settimanale Noticias de Acayucan, il cui corpo è stato ritrovato lo scorso 1 giugno, e Evaristo Ortega Zarate del quotidiano La Opinión, rapito nell’aprile 2010.

L’offensiva federale contro il narcotraffico, intrapresa nel dicembre 2006, ha causato più di 40000 morti in tutto il paese. Reporters sans frontières continua ad appoggiare la campagna anti-violenza “¡Basta de Sangre!” – “No + sangre”, realizzata e portata avanti da vignettisti messicani.

Costretti a fuggire ma non messi a tacere: continua la lotta dei media in esilio

Per celebrare la Giornata Internazionale dei Rifugiati del 20 giugno, Reporters sans frontières rende omaggio a quei giornalisti che riescono a portare avanti il loro lavoro anche dopo essere stati costretti ad abbandonare il loro Paese e che, così facendo, danno dimostrazione di saper resistere contro coloro che provano a farli tacere.

Per realizzare il report “Costretti a fuggire ma non messi a tacere – Continua la lotta dei media in esilio”, Reporters sans frontières ha intervistato giornalisti provenienti da molti Paesi del mondo, tra cui Birmania, Sri Lanka, Ruanda e Cuba. I lori racconti descrivono la difficile condizione vissuta dai colleghi e connazionali giornalisti e la violazione dei diritti e delle libertà nei loro Paesi.

Le stesse storie personali degli intervistati passano spesso in secondo piano.

Questi giornalisti sentono l’obbligo di continuare a informare nonostante le difficoltà, per evitare che un velo di silenzio cali sui loro Paesi e per contrastare i predatori della libertà di stampa, che provano soddisfazione nel costringerli alla fuga.

Reporters sans frontières è orgogliosa di essere riuscita a supportare alcune iniziative di questi giornalisti in esilio, sia fornendo loro aiuto finanziario che aiutandoli a rendere le persone maggiormente consapevoli di ciò che essi raccontano.

Questo report, infine, include anche un riassunto delle attività che gli Sportelli Assistenza di Reporters sans frontières di Parigi e Berlino hanno svolto finora dall’inizio del 2011.

Leggi il report completo (in inglese)

SIRIA – Continuiamo a supportare i veri blogger siriani che, per informarci, corrono rischi concreti

Reporters sans frontierès deplora l’irresponsabilità di uno studente americano che sul web si è fatto passare per la blogger siriana residente a Damasco. Azioni del genere non devono essere consentite, in quanto vanno a minare la credibilità dei veri bloggers e attivisti siriani che, nonostante il violento giro di vite del Presidente Bashar Al-Assad, stanno facendo tutto il possibile per continuare a informare i loro connazionali e il resto del mondo.

In un post del 12 giugno, Tom MacMaster, uno studente americano residente in Scozia, ha ammesso di essere stato l’unico autore di “A Gay Girl in Damascus”, un blog in cui ha finto di essere Amina Abdallah, una giovane donna con doppia nazionalità, siriana e americana.

“Mentre la voce narrativa può essere stata inventata e immaginaria, i fatti raccontati su questo blog sono veri e non ingannevoli rispetto a quella che è la realtà”, ha dichiarato MacMaster. “Io non credo di aver fatto del male a nessuno, credo anzi di aver dato una voce importante a questioni che a me stanno particolarmente a cuore”.

Lanciato a febbraio e scritto unicamente in inglese, il blog aveva subito ottenuto un buon seguito. In un post del 6 giugno scorso, una persona che si identificava come la cugina di Amina aveva scritto che Amina era stata rapita e che i suoi genitori erano molto preoccupati. La notizia era ampiamente circolata online e molti attivisti, giornalisti e internauti avevano subito cercato di rintracciare informazioni circa il suo rapimento, mettendo spesso a rischio la loro stessa incolumità. Una pagina a supporto di Amina lanciata su Facebook aveva ottenuto 15000 membri. Anche Reporters sans frontières aveva partecipato alla richiesta del suo rilascio.

I primi dubbi circa l’identità dell’autore del blog si erano manifestati quando una giovane donna aveva riferito che la foto di Amina pubblicata sul blog era stata rubata dal suo account personale di Facebook. Gli inquirenti e il sito web Electronic Intifada sono così riusciti a ricondurre tutto a MacMaster, che ha inizialmente negato di essere l’autore del blog. Dopo molti giorni di silenzio e di crescenti polemiche, MacMaster ha alla fine reso pubblica la sua ammissione.

La storia di Amina adesso viene usata dal regime siriano e dai suoi supporters nel tentativo di minare la credibilità delle informazioni postate online dagli oppositori del governo sul movimento di protesta in Siria e sul violento giro di vite del regime.

Va detto, tuttavia, che l’anonimato aiuta a garantire la sicurezza in Siria e lo stesso vale per molti altri paesi. In Vietnam, Burma e Iran, i bloggers utilizzano una falsa identità per esprimere i loro punti di vista su Internet, perché sanno che la trasparenza online può essere molto pericolosa. A prova di ciò, un totale di 125 internauti sono attualmente in carcere in tutto il mondo a causa delle notizie o delle loro idee postate online.

I media di tutto il mondo avevano citato il blog “A Gay Girl in Damascus” sin dal suo lancio, avvenuto lo scorso febbraio. Questo caso illustra perfettamente la sfida che i giornalisti devono affrontare nel verificare le informazioni fornite loro dai bloggers e dai mass media.

Ma questi stessi bloggers e internauti sono spesso l’unica fonte d’informazione, quando ai media “ufficiali” viene impedito di fare il loro lavoro. Ne sono stati un buon esempio, durante le rivolte tunisine, Astrubal del blog Nawaat e Lina Ben Mhenni (A Tunisian Girl).

CINA – Minacciata di sfratto Zeng Jinyan, moglie dell’attivista Hu Jia

Reporters sans frontières è esterrefatta per l’inaccettabile persecuzione portata avanti dal governo cinese nei confronti di Zeng Jinyan, moglie del cyber-dissidente in carcere Hu Jia e lei stessa blogger e difensore dei diritti umani.

“Ci sentiamo offesi per le vessazioni del governo contro Zeng Jinyan, personalità emblematica nella lotta per i diritti umani in Cina” ha detto Jean-François Julliard, segretario generale di Reporters sans frontières. “Trattando la moglie e la figlia del vincitore del premio Sakharov 2008 in tale deplorevole maniera, il governo cinese mostra tutto il suo sdegno per l’Unione Europea e per i valori che questa difende”.

Nell’ottobre del 2008, infatti, il Parlamento Europeo ha insignito Hu del Sakharov Prize per la Libertà di Pensiero.

Julliard ha poi aggiunto: “Supportiamo la condanna espressa da Jerzy Buzek, presidente del Parlamento Europeo, e chiediamo urgentemente alla Commissione Europea e al suo vice-presidente Catherine Ashton, Alto Rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, di fare altrettanto. Chiediamo infine che le autorità cinesi mettano fine a questa politica persecutoria contro Zeng Jinyan.

La donna sta crescendo da sola la sua bambina di tre anni. Zeng è minacciata di sfratto dalla casa dove attualmente vive. Ne ha parlato anche in questi giorni su Twitter, affermando che le autorità stanno facendo pressione sul proprietario del suo appartamento, in affitto nella città meridionale di Shenzhen, per sfrattarla. “I proprietari sono stati costretti a cessare il contratto di affitto. Ho ricevuto minacce fisiche. Quante altre volte ancora dovremo trasferirci? So che questa non sarà l’ultima volta”, ha scritto l’8 giugno.

In un altro post dello stesso giorno, Zeng ha fatto riferimento ad altre forme vessatorie alle quali è soggetta: “Se cerco un lavoro, minacciano il mio capo. Se provo a lavorare con qualcuno, minacciano i miei colleghi”.

All’inizio del dicembre 2007, Reporters sans frontières ha conferito a Hu e Zeng il premio speciale “China” per il modo in cui sono riusciti – nonostante gli arresti domiciliari – ad informare il mondo circa l’impatto negativo che i preparativi per le Olimpiadi di Pechino 2008 stavano provocando sulla popolazione locale cinese.

Sostenitore di campagne per i malati di AIDS, l’ambiente e la libertà d’espressione, Hu era stato arrestato alla fine del 2007 e condannato nell’aprile del 2008 a tre anni e mezzo di prigione con l’accusa di incitamento alla sovversione dell’autorità statale. Zeng e sua figlia di appena quattro mesi erano conseguentemente state messe  sotto sorveglianza.

Il rilascio di Hu Jia dovrebbe avere luogo il prossimo 26 giugno.

SIRIA – Blogger rapita tra le continue repressioni governative delle proteste popolari e dei media che se ne occupano

Reporters sans frontières condanna il rapimento, avvenuto lunedì, della famosa blogger Amina Arraf, che si firma con lo pseudonimo Amina Abdullah e in possesso di doppia cittadinanza, americana e siriana. È stata rapita da tre uomini armati mentre, qualche sera fa, si stava recando a un incontro a Damasco.

L’organizzazione per la libertà di stampa non ha informazioni su dove Amina sia stata portata dai suoi sequestratori, molto probabilmente mandanti delle forze governative.

Non ci sono assolutamente ragioni che possano motivare il rapimento di Amina Arraf né quello di dozzine di altri bloggers e giornalisti in Siria”, ha detto Reporters sans frontières. “Come molti altri internauti, la Arraf postava sul suo blog notizie relative alla sua vita quotidiana e, ultimamente, agli eventi che stanno scuotendo il suo paese. Questo non avrebbe dovuto portare alla sua scomparsa. Chiediamo l’immediato e incondizionato rilascio delle dozzine di bloggers e giornalisti attualmente detenuti in Siria e chiediamo anche alle autorità siriane di porre fine agli abusi contro di loro”.

Nel suo blog, A Gay Girl in Damascus, la Arraf stava raccontando gli attuali disordini in Siria. I suoi post stavano diventando sempre più critici nei confronti del governo, di cui lei aveva anche chiesto l’allontanamento. In una nota sul suo blog in merito all’interruzione del servizio Internet del 3 giugno, ha scritto: “Se ne devono andare, se ne devono andare presto. Questo è tutto ciò che c’è da dire”.

Amina era riuscita per poco a sfuggire all’arresto il 25 aprile scorso, quando due uomini si erano presentati a casa sua per portarla via. Suo padre era riuscito a convincerli ad andarsene. Dopo il rapimento di qualche giorno fa, su Facebook è stata creata una pagina per il suo rilascio: Free Amina Abdalla.

Reporters sans frontières condanna anche l’interruzione del servizio Internet iniziata il 3 giugno e durata 24 ore. Interruzione chiaramente ordinata dal governo. La maggior parte delle connessioni Internet utilizzano il servizio fornito da Syriatel, società posseduta da Rami Makhlouf, cugino del Presidente Bashar Al-Assad.

L’organizzazione per la libertà di stampa è preoccupata anche per il blogger Kamal Sheikhou. Liberato il 13 marzo su cauzione, si era poi dovuto presentare davanti la corte il 30 maggio con l’accusa di “aver pubblicato informazioni in grado di diffamare la nazione”. Non sappiamo cosa gli sia successo.

Jehad Jamal, giornalista e blogger conosciuto con lo pseudonimo di Milan, continua intanto ad essere detenuto. Era stato arrestato al Café Milano di Aleppo il 5 maggio scorso dopo che le autorità erano riuscite ad accedere al suo account Facebook e ad impossessarsene. Anche Jilal Siris, il proprietario del computer che Milan stava utilizzando al momento dell’arresto, è in carcere.

Il governo ha ciononostante cercato di ripristinare la sua buona immagine facendo alcune concessioni, tra cui un’amnistia presidenziale il 31 maggio. Ali Al-Abdallah, giornalista e scrittore che stava scontando una condanna in galera di tre anni con l’accusa di “aver provato a danneggiare le relazioni della Siria con un altro stato”, è stato liberato il 4 giugno grazie alla suddetta amnistia.

La Siria fa parte della lista dei “Nemici di Internet” che Reporters sans frontières ha pubblicato il 12 marzo 2011.

IRAQ – Reporters sans frontières esorta le autorità irachene a rispettare il lavoro dei giornalisti durante le manifestazioni di venerdì prossimo

Lunedì 6 giugno Reporters sans frontières ha scritto alle autorità irachene per esortarle al rispetto dei diritti dei giornalisti, tra cui quello di potersi occupare delle importanti manifestazioni che si terranno in tutto l’Iraq il prossimo venerdì 10 giugno.

Ecco la lettera di Reporters sans frontières:

Al Primo Ministro dell’Irak Nouri Al-Maliki

Al Governo iracheno di Baghdad

Parigi, 6 giugno 2011

Gentile Primo Ministro,

l’organizzazione internazionale per la libertà di stampa Reporters sans frontières ha appreso che il prossimo 10 giugno avranno luogo, su tutto il territorio iracheno, importanti manifestazioni per richiedere migliori servizi pubblici (tra cui acqua ed elettricità), il rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali, il rilascio dei prigionieri politici e severi provvedimenti contro la corruzione.

Visti i recenti attacchi ai giornalisti, la nostra organizzazione vorrebbe porre l’attenzione sul fatto che i media hanno il diritto di osservare, riprendere e fotografare le manifestazioni e le forze di sicurezza. Le autorità devono facilitare il lavoro dei giornalisti o, almeno, non ostacolarli in alcun modo. Deve essere proibito confiscare i loro strumenti di lavoro, arrestarli o trattenerli per brevi periodi, così come non può essere tollerato l’uso della violenza fisica contro di loro.

Qualsiasi azione delle forze di sicurezza che impedisca ai giornalisti di compiere il loro lavoro è una inaccettabile violazione della libertà di espressione.

La libertà di stampa è una componente essenziale del processo democratico per il quale l’Iraq si sta impegnando. Noi continueremo ad osservare attentamente se verrà o meno rispettato il diritto dei cittadini ad essere informati.

Siamo certi che Lei vorrà dare a questa importante questione la sua attenta considerazione.

Cordiali saluti,

Jean-François Julliard, Segretario Generale di Reporters sans frontières

RUSSIA – Arrestato in Cecenia il presunto killer di Anna Politkovskaya

Reporters sans frontières accoglie con cauto ottimismo la notizia che Rustam Makhmudov, l’uomo sospettato di aver ucciso nell’ottobre 2006 Anna Politkovskaya, giornalista della Novaya Gazeta, è stato arrestato martedì 31 maggio in Cecenia.

L’arresto del presunto assassino della Politkovskaya è un importante passo in avanti ma molte domande rimangono ancora senza risposta”, ha detto Reporters sans frontières. “Sono trascorsi quasi cinque anni dal tragico evento, nel settembre 2009 sono state ordinate ulteriori indagini ma né la famiglia della giornalista uccisa né il suo quotidiano hanno ancora saputo nulla al riguardo. Inoltre, le autorità non hanno mai ufficialmente detto chi ritengono ci sia dietro l’omicidio, e questa è una questione di cruciale importanza”.

Ricercato in Russiae in Europadal 2008, Makhmudov è stato finalmente arrestato a casa dei suoi genitori, a circa 30 km dalla capitale cecena Grozny, dove viveva da qualche tempo.

L’avvocato della famiglia Politkovskaya, Anna Stavitskaya, ha detto di essere meravigliata dal tempo che la polizia ha impiegato per individuarlo. Il fatto che Makhmudov sia riuscito a muoversi liberamente in Russia e all’estero per diversi anni ci fa pensare che abbia ricevuto aiuto dalla polizia, soprattutto per procurarsi documenti falsi e attraversare le frontiere.

Nel febbraio 2009 i due fratelli di Makhmudov, Dzhabrail e Ibragim Makhmudov, sono stati assolti dall’accusa di complicità nell’omicidio della Politkovskaya per “mancanza di prove”. Erano stati accusati di aver seguito la vittima e di averla tenuta sotto sorveglianza. Nel frattempo, anche altri due imputati, l’ex ufficiale di polizia Sergey Khadzikurbanov e l’ex colonnello del KGB Pavel Ryaguzov, sono stati giudicati innocenti.

Molti aspetti dell’omicidio della Politkovskaya, avvenuto a Mosca il 7 ottobre 2006 fuori dal suo appartamento in Lesnaya Street, devono ancora essere chiariti. “Non potremo parlare di progresso fin quando chi ha ordinato questo omicidio non sarà stato identificato”, ha detto l’avvocato Stavitskaya.

Sollecitiamo le autorità russe e cecene ad astenersi da ogni manipolazione politica sul caso”, ha aggiunto Reporters sans frontières. “Speriamo che il Presidente Medvedev confermerà le sue dichiarate intenzioni di far rispettare la libertà di stampa in Russia e si impegnerà con forza per assicurare che queste indagini raggiungano una conclusione efficace”.

Le recenti condanne per il duplice omicidio dell’avvocato Stanislav Markelov e di Anastasia Baburova, giornalista della Novaya Gazeta (lo stesso giornale per cui lavorava Anna Politkovskaya, ndr), sembrano suggerirci che le autorità sono adesso più inclini a combattere l’impunità di coloro ritenuti responsabili di crimini di violenza contro i giornalisti. L’arresto di Makhmudov è un primo passo molto positivo nel caso Politkovskaya ma molti altri ne saranno necessari prima che noi ci potremo dichiarare soddisfatti”.

Cronologia del caso Politkovskaya

7 ottobre 2006: Anna Politkovskaya viene uccisa a colpi di arma da fuoco sulle scale del suo condominio in Lesnaya Street, a Mosca, poco dopo le ore 16. Nonostante il clamore internazionale, non viene rilasciato alcun commento ufficiale da parte delle autorità russe fino al 10 ottobre, quando il Presidente Vladimir Putin afferma che l’omicidio della Politkoskaya non deve restare impunito ma, allo stesso tempo, definisce “irrilevante” la sua influenza sulla vita politica in Russia.

Agosto 2007: dieci sospettati vengono arrestati.

20 giugno 2008: gli inquirenti annunciano che le indagini preliminari sono complete e che quattro imputati verranno processati come complici dell’omicidio

17 novembre 2008: ha inizio a Mosca il processo dei quattro uomini, accusati di vari livelli di complicità (tra cui l’aver seguito e sorvegliato la Politkovskaya). Due degli imputati sono i fratelli Dzhabrail e Ibragim Makhmudov. Un altro è l’ex ufficiale della polizia di Mosca Sergey Khadzikurbanov, accusato di avere organizzato l’esecuzione dell’omicidio. Il quarto è l’ex colonello FSB Pavel Ryaguzov, accusato di estorsione. Inizialmente, il processo è aperto al pubblico. Due giorni dopo, il pubblico viene escluso. Verrà nuovamente riammesso il 25 novembre. Il processo è segnato da molte irregolarità e si conclude nel febbraio 2009 con l’assoluzione degli imputati. Il Pubblico Ministero si appella alla corte suprema, che il 25 giugno 2009 capovolge la sentenza di non colpevolezza e ordina un nuovo processo.

5 agosto 2009: quando il nuovo processo inizia, la famiglia Politkovskaya chiede alla corte di rimandare il caso al Pubblico Ministero per ulteriori indagini. Sia l’accusa che la difesa concordano nella richiesta ma la corte la rigetta. La famiglia fa ricorso e la corte suprema approva la richiesta il 3 settembre.

3 settembre 2009: il caso viene rispedito al Pubblico Ministero per ulteriori indagini e viene unito a quello che coinvolge il presunto killer e il presunto mandante. Da allora, non ci sono stati sviluppi rilevanti.

6 ottobre 2010: le autorità giudiziarie prolungano le indagini fino al febbraio 2011.

7 ottobre 2010: giorno del quarto anniversario dell’omicidio.

6 novembre 2010: il giornalista Oleg Kashin viene aggredito. Il Presidente Dmitri Medvedev dichiara che i responsabili saranno puniti. Vengono riaperte le indagini sulle aggressioni di molti altri giornalisti russi, tra cui Igor Domnikov e Mikhail Beketov.

20 novembre 2010: viene annunciato che in Belgio è in corso una ricerca di Rustam Makhmudov, presunto killer dell’omicidio Politkovskaya.

31 maggio 2011: Rustam Makhmudov viene arrestato in Cecenia.

INTERNET: L’ONU presenta un rapporto sulla libertà d’espressione online

Reporters sans frontières accoglie con entusiasmo il report annuale di Frank La Rue, relatore speciale dell’ONU sulla promozione e la protezione del diritto alla libertà di opinione ed espressione, e appoggia le conclusioni che La Rue ha presentato oggi, venerdì 3 giugno, all’Assemblea dei Diritti Umani delle Nazioni Unite.

L’organizzazione a difesa della libertà di stampa condivide anche la dichiarazione dell’Associazione per il Progresso delle Comunicazioni (APC) presentata oggi al Consiglio dei Diritti Umani, che sta tenendo la sua 17a sessione ordinaria.

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