eG8: La società civile fa sentire la sua voce per condannare i tentativi di regolamentare Internet

Rappresentanti della società civile hanno organizzato, mercoledì mattina, una conferenza stampa informale in una delle sale conferenza del forum parigino “e-G8” su Internet, per opporsi ai tentativi di regolamentare Internet e per criticare la mancanza di una giusta rappresentanza tra le persone invitate dal governo francese a partecipare al forum e-G8..

Tra i partecipanti alla conferenza stampa – improvvisata all’ultimo momento e non inserita nel programma ufficiale del forum – erano presenti il segretario generale di Reporters sans frontières Jean-François Julliard, Jérémie Zimmerman della Ong francese Quadrature du Net, l’ex componente del consiglio di amministrazione di ICANN (Internet Corporation for Assigned Names and Numbers)Susan Crawford, il giornalista statunitense Jeff Jarvis e il fondatore di Creative Commons e specialista del diritto d’autore Lawrence Lessig.

Jarvis ha detto di “aver paura di coloro che hanno paura di Internet”, Julliard ha invece affermato di “essere estremamente deluso” da come si è sviluppata la discussione durante il forum e-G8, evidenziando il mancato invio di un chiaro messaggio ai governi che prendono di mira giornalisti, bloggers e cyber-dissidenti.

“Internet libero deve essere difeso prima che vengano regolamentati i contenuti delle idee e dei pensieri”, ha detto Julliard. “La priorità per i governi del G8 dovrebbe essere la difesa della Rete”.

Jullard ha fatto commenti simili partecipando, mercoledì, a una tavola rotonda dal titolo “Libertà Elettronica: Nuovi Strumenti per la Libertà”, parte ufficiale del programma del forum. Tra gli altri partecipanti vi erano rappresentanti di Google, Alec Ross del Dipartimento di Stato USA, giornalisti e attivisti provenienti dal mondo arabo.

“Il G8 dovrebbe dire chiaramente che l’accesso a Internet è un diritto umano fondamentale, prima di discutere di qualsiasi altra cosa, siano esse questioni di sviluppo economico o di copyright”, ha detto Julliard.

Quest’ultimo ha anche accusato alcune democrazie di dire una cosa e farne poi un’altra. Ha citato le azioni dell’amministrazione USA riguardanti WikiLeaks e ha anche detto che altre democrazie non devono restare troppo indietro. “È facile difendere la libertà di espressione in Siria, ma dovremmo difenderla anche in Italia, Australia e Francia”.

Appello congiunto ai partecipanti dell’e-G8 firmato da oltre 30 Ong – 25 maggio 2011

Reporters sans frontières è uno dei firmatari della lettera (che trovate allegata sotto) scritta agli organizzatori e ai partecipanti del forum di due giorni “e-G8” su Internet, che il governo francese ha ospitato da martedì scorso prima del G8 iniziato giovedì a Deauville.

La lettera chiede che nell’agenda del summit G8 vengano trattate questioni riguardanti la libertà di espressione online. Solo due Ong sono state ufficialmente invitate a partecipare al forum e-G8: Reporters sans frontières e la Electronic Frontier Foundation. Reporters sans frontières ha partecipato martedì alle 11.30 al workshop “Libertà Elettronica: Nuovi Strumenti per la Libertà”.

La lettera, che tra i suoi firmatari include Access Now, Attac e La Quadrature Du Net, chiede ai partecipanti dell’e-G8 e agli Stati membri del G8 “di impegnarsi pubblicamente ad estendere l’accesso Internet a tutti, combattendo la censura e la sorveglianza digitali, limitando le responsabilità dei mediatori online e sostenendo princìpi di neutralità della Rete”.

Mercoledì 25 maggio alle ore 11 si è tenuta una conferenza stampa presso il Networking Space dell’e-G8, a cui hanno partecipato il segretario generale di Reporters sans frontières Jean François Julliard, il portavoce de La Quadrature du Net Jeremie Zimmerman e Susan Crawford, membro del consiglio di amministrazione ICANN (2005-2008), per opporsi, insieme, alle regolamentazioni di Internet.

Dopo che il Presidente francese Nicolas Sarkozy ha pronunciato il suo discorso di apertura del forum martedì, il segretario generale di Reporters sans frontières è riuscito a porgli una domanda circa i bloggers e cyber-dissidenti in prigione, soprattutto nel mondo arabo. Julliard ha deplorato la mancanza di supporto della Francia a questi detenuti e ha chiesto se le democrazie non possano fare qualcosa per aiutarli.

Nella sua risposta, il Presidente Sarkozy ha detto che “tutti coloro che hanno provato a chiudere Internet si sono messi nel campo dei dittatori”. Egli ha inoltre aggiunto che “Internet è diventato lo spartiacque tra le democrazie e le dittature”.

Nel suo discorso, Sarkozy ha riconosciuto il ruolo rivestito da Internet nel “rinforzare la democrazia e il dialogo sociale” ma ha sottolineato che il web deve anche accettare “princìpi e regole minime”. Ha infine aggiunto: “Le vostre azioni devono essere parte della logica di civiltà”.

Ripetendo le argomentazioni usate durante il dibattito in Francia sulla legge LOPPSI (che introduceva dei filtri al contenuto di Internet come modo per combattere la pornografia e la pedofilia online), e la legge HADOPI (con la quale i downloaders possono essere privati della loro connessione Internet), Sarkozy ha anche richiesto “responsabilità” ai partecipanti al forum.

“Non permettete che la tecnologia che avete creato venga usata per attaccare i bambini […] diffondere il male, minacciare la sicurezza […] e i diritti del patrimonio intellettuale”, ha detto Sarkozy.

La Francia è stata aggiunta alla lista dei “paesi sotto sorveglianza” nel report sui “Nemici di Internet” che Reporters sans frontières ha pubblicato l’11 marzo scorso.

lettera (in inglese) scritta agli organizzatori e ai partecipanti del forum di due giorni “e-G8” su Internet

LIBIA – Fotografo scomparso: ucciso sei settimane fa in un attacco delle forze di Gheddafi a Brega

Reporters sans frontières è molto amareggiata dalla notizia che Anton Hammerl, un famoso fotografo con doppia cittadinanza (sudafricana e austriaca), scomparso in Libia più di sei settimane fa, è stato in realtà ucciso poco dopo la sua scomparsa avvenuta il 4 aprile scorso nell’est del paese. Si riteneva che Hammerl fosse vivo e che venisse trattenuto dalle forze pro-Gheddafi.

“La guerra civile in Libia è stata particolarmente letale per i fotografi”, ha detto l’organizzazione per la libertà di stampa. “È ora che tutto ciò finisca. I reporters stanno pagando un prezzo troppo alto in questa guerra. Le autorità di Tripoli e quelle di Bengasi dovrebbero dare alle loro truppe direttive chiare per rispettare il lavoro dei giornalisti”.

In un messaggio postato venerdì scorso su Facebook, la famiglia di Hammerl ha detto: “Il 5 aprile 2011, le forze di Gheddafi hanno sparato ad Anton in una località estremamente isolata nel deserto libanese. Secondo i testimoni oculari, le sue ferite erano talmente gravi che non sarebbe potuto sopravvivere senza cure mediche”.

Reporters sans frontières è profondamente sconvolta dalla notizia, soprattutto perché il governo della Libia aveva in più occasioni sostenuto che Hammerl era vivo. Anche il ministro degli Esteri austriaco aveva detto il 25 aprile che Hammerl era ancora in vita e che si stava negoziando il suo rilascio con le autorità di Tripoli.

Dopo le dichiarazioni del 17 maggio del portavoce del governo libico Moussa Ibrahim, era stato dato per certo che Hammerl stava per essere rilasciato insieme alla reporter americana Clare Morgana Gillis, il reporter britannico James Foley e il fotografo spagnolo Manu Brabo. Ma il giorno successivo il portavoce Ibrahim ha invece detto che c’era stata confusione e che Hammerl “non era stato localizzato”.

Sono stati i suddetti tre giornalisti che, dopo il loro rilascio del 18 maggio, hanno riferito che Hammerl è stato vittima di una ferita di arma da fuoco, che gli è quasi certamente risultata fatale durante un attacco delle forze governative nella città di Brega il 5 aprile. È proprio alla fine di questo attacco che sono stati catturati gli altri tre giornalisti. Foley, che lavora per GlobalPost, ha detto che tutti e tre si stavano occupando delle cronache a supporto dei ribelli nelle periferie di Brega.

41 anni, sposato e padre di due bambini (uno di appena tre mesi), Hammerl risiedeva nel Regno Unito. Reporters sans frontières invia le sue condoglianze alla famiglia e ai colleghi, e chiede alle autorità libiche di spiegare le loro bugie ripetute a partire dal 5 aprile.

La morte di Hammerl porta a cinque il numero dei giornalisti uccisi in Libia da metà febbraio, quando la guerra ha avuto inizio. Tim Hetherington, un fotoreporter britannico che lavorava per Vanity Fair, e Chris Hondros, un fotoreporter statunitense che lavorava per Getty Images, sono stati uccisi da un attacco mortale avvenuto a Misurata il 20 aprile. Ali Hassan Al Jaber, un cameraman del Qatar che lavorava per Al-Jazeera, è stato ucciso in un’imboscata vicino Bengasi il 12 marzo. Mohamed “Mo” Al-Nabous, infine, giornalista e blogger libico tra i fondatori della stazione televisiva libica Al-Hurra, è stato ucciso da un cecchino a Bengasi il 19 marzo.

Reporters sans frontières è felice di sapere che Lotfi Ghars, un giornalista con doppia cittadinanza – tunisina e canadese – che lavora per la TV iraniana Al-Alam, è stato rilasciato la sera del 18 marzo dopo una detenzione durata due mesi.

GUATEMALA: Trovato assassinato presentatore di una tv locale più volte minacciato, giornalista arrestato in circostanze controverse

Giovedì 19 maggio è stato trovato morto Yensi Roberto Ordoñez Galdámez, conduttore della rete televisiva locale Canal 14, nel dipartimento meridionale di Escuintla. Appena ventiquattrenne, Ordoñez era stato vittima di minacce e ricatti collegati alla sua attività giornalistica; ciononostante, per il momento non è stato stabilito alcun movente sull’accaduto. I parenti della vittima sostengono che qualcuno aveva recentemente tentato di estorcergli una somma di 25.000 quetzal (pari a circa 200 euro).

Ordoñez conduceva un programma d’informazione su Canal 14 e da circa sette anni anche un programma per giovani. Il suo corpo è stato trovato dentro un’automobile, con ferite di “arma bianca”, davanti a una scuola dove la vittima insegnava. Reporters sans frontières chiede che non venga scartata la pista professionale e che i responsabili di questo crimine siano identificati e giudicati il prima possibile.

Un altro caso. Secondo quanto riporta l’organizzazione Cerigua, il giornalista Vasni Vásquez, conduttore del programma Q’Rollo trasmesso via Internet (www.qrollo.tk), avrebbe ricevuto una notifica di arresto del 18 maggio per ordine di un tribunale di Chiquimula, nel nord-est del Paese. Vásquez era stato arrestato all’inizio del mese di aprile mentre si occupava della liberazione di una persona sequestrata. Nonostante Vásquez si fosse identificato come un giornalista accreditato della RCS (Rete dei Comunicatori Sociali) di Chiquimula, la polizia lo aveva accusato di essere un “sequestratore”. Le persone arrestate coinvolte in questo caso avevano smentito una sua partecipazione al sequestro, smentita che rende ora ancora più incomprensibile l’ordine di arresto emesso contro il giornalista. Vista l’assenza di prove, Reporters sans frontierès chiede che Vásquez sia rimesso in libertà.

La situazione nella regione del centro America continua ad essere allarmante per quanto riguarda la sicurezza dei giornalisti. Nel vicino Paese di Honduras, dove la violenza politica si somma a quella del crimine organizzato, il 19 maggio scorso Luis Mendoza, 35enne proprietario della catena privata Canal 24, è stato assassinato a Danlí, nel dipartimento orientale di El Paraíso. Quattro uomini armati hanno intercettato l’automobile sulla quale Mendoza viaggiava e gli hanno sparato.

TURCHIA: Siti web vittima di cyber-attacchi per l’appoggio dato alle manifestazioni contro la censura di Internet

Molti siti web che hanno sostenuto le manifestazioni anti-censura del 15 maggio sono stati, in questi ultimi giorni, resi inaccessibili dagli attacchi del DDoS (Distributed Denial of Service). Tra i siti nel mirino troviamo quello del quotidiano di sinistra Birgün, il sito d’informazione haber.sol.org.tr e il sito web sulla libertà dei media Bianet.
Nel caso in cui dovessimo essere di nuovo oggetto di simili attacchi in futuro, continueremo a pubblicare per mezzo di indirizzi alternativi, utilizzando anche Twitter e altri canali”, ha annunciato oggi Bianet dopo essere stato inaccessibile per otto ore nella giornata di martedì.
Più di 10000 persone hanno partecipato alle manifestazioni contro la censura online tenutesi a Istanbul e in altre 30 città turche il 15 maggio. Si è protestato contro le modifiche alla legislazione dei media e della censura di internet, inasprita soprattutto dal provvedimento che renderebbe obbligatorio installare dei filtri web su tutti i computer. Tale misura dovrebbe entrare in vigore il prossimo 22 agosto.
Sia l’Organizzazione per la Cooperazione e la Sicurezza in Europa (OCSE) che l’Unione Europea hanno condannato il suddetto provvedimento come un attacco alla libertà di espressione e hanno chiesto alla Turchia di non renderlo effettivo.
Questa regolamentazione limiterebbe il diritto degli individui di accedere ad una informazione completa ”, ha detto il 17 maggio Dunja Mijatovic, rappresentante OCSE della libertà dei media. Natasha Butler, portavoce della Commissione Europea per l’allargamento dei membri dell’UE, ha detto che qualsiasi misura che blocca, per mezzo di filtri, i contenuti online andrebbe attentamente valutata, dovrebbe essere “proporzionata” e dovrebbe seguire una procedura giuridica.
Reporters sans frontières condivide le posizioni di UE e OCSE e sollecita le autorità turche a ritirare il loro progetto di legge. Chiede inoltre la cessazione della censura online, che sta già arbitrariamente colpendo migliaia di siti web, a cominciare dalla modifica della Legge 5651 relativa ai crimini su Internet.

Sullo stesso argomento: Comunicato di RSF pubblicato il 6 maggio 2011

Reporters sans frontierès condanna il piano della Commissione per le Tecnologie d’Informazione e la Comunicazione (BTK), che obbliga il pubblico turco ad accettare dei filtri sul contenuto per avere accesso a Internet. Si tratta di un ulteriore caso in cui gli utenti turchi del web devono sottostare a una decisione arbitraria di una delle tante agenzie governative che regolano Internet.

Con le nuove regolamentazioni, annunciate dalla BTK il 22 febbraio e che dovrebbero entrare in vigore a partire dal 22 agosto, gli utenti di Internet dovranno scegliere tra una della quattro opzioni del filtro in rete che verrà installato su ogni computer prima dell’accesso: famiglia, bambini, nazionale  o standard. La lista dei siti web che ciascun filtro blocca è segreta.

“La BTK non inganna nessuno quando afferma di fornire un servizio agli utenti di Internet dando loro la possibilità di scegliere tra molte restrizioni e poche restrizioni”, ha detto Reporters sans frontières. “Questa misura è una completa violazione sia della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo che della stessa costituzione turca. A tutti dovrebbe essere garantito un accesso a Internet illimitato”.

Proteggere i bambini da alcuni tipi di contenuti online è assolutamente legittimo ma dovrebbero essere i genitori in grado di scegliere dove installare o meno un filtro su un computer e dovrebbero essere liberi di poterlo togliere quando vogliono. Uno strumento del genere non dovrebbe, in sostanza, essere imposto agli utenti di Internet in nessuna circostanza.

Reporters sans frontierès esorta la BTK a seguire l’esempio dato dall’Alto Consiglio per le Telecomunicazioni (TIB), che ha alla fine abbandonato il suo progetto di introdurre filtri per mezzo di parole-chiave. Chiede inoltre a tutti gli altri enti che controllano le telecomunicazioni di smettere di utilizzare misure censorie che non fanno altro che minacciare la loro credibilità agli occhi pubblici.

Gli avvocati del sito web per i diritti umani turchi Bianet.org hanno chiesto al Consiglio di Stato di revocare la misura restrittiva. L’accesso a Bianet è stato bloccato in molti Internet cafés nel giugno 2007 usando appositi software con filtri e una lista nera compilata dagli agenti di sicurezza del governo.

“Ma noi non vogliamo vivere nuovamente questo stesso problema come conseguenza delle nuove misure che contrastano le iniziative libere, indipendenti o alternative”, ha dichiarato Erol Önderoglu, capo redattore di Bianet.

La Turchia è sulla lista dei “paesi sotto sorveglianza” nell’ultima versione del report “Nemici di Internet” che Reporters sans frontierès ha pubblicato lo scorso 11 marzo. Più di 7000 siti web sono attualmente bloccati in Turchia, nella maggior parte dei casi senza alcun riferimento alle motivazioni della censura.

IRAQ – Lettera alle autorità irachene per esprimere preoccupazione sul disegno di legge che protegge i giornalisti

Reporters sans frontières ha scritto, lo scorso 10 maggio, una lettera alle autorità irachene per dar voce alla preoccupazione sul disegno di legge a protezione dei giornalisti, attualmente in discussione al parlamento iracheno. La lettera afferma che la proposta di legge minaccerebbe gli sforzi del governo di rafforzare la libertà dei media e, nonostante le dichiarate intenzioni di proteggere i giornalisti, non riuscirebbe in realtà ad occuparsi della crescente violenza a cui il personale mediatico è esposto.

La lettera è stata inviata al Presidente dell’Iraq Jalal Talabani, al Primo Ministro Nouri Al-Maliki e allo speaker del Parlamento Usama Al-Nujaifi. Copie della lettera sono state inviate anche ad Ali Al-Shalah, presidente della commissione cultura e media del parlamento, Baha Araji, presidente della commissione giustizia del Parlamento, e Moaid Al Lami, a capo dell’Unione dei Giornalisti.

Scarica la lettera di Reporters sans frontières (in inglese)

MEDIO ORIENTE, Aggiornamenti di oggi: Alcuni giornalisti rilasciati in Siria, media stranieri ancora presi di mira nel Bahrain

Reporters sans frontières è sollevata dal rilascio, avvenuto ieri 10 maggio, di sei persone che portavano avanti attività di opposizione, tra cui il giornalista Fayez Sara e il blogger Kamal Sheikhou, arrestati l’11 aprile. Sono stati entrambi liberati dietro il pagamento di una cauzione di 5000 sterline siriane (73 euro) per ciascuno di loro. Anche Hazem Nahar, un altro blogger (http://webcache.googleusercontent.com), è stato rilasciato: era stato arrestato il 28 aprile.
L’organizzazione per la libertà di stampa continua, nonostante ciò, ad essere molto preoccupata per tutti gli altri giornalisti ancora trattenuti dalle autorità e per quelli il cui destino è sconosciuto.
Il caso più allarmante è quello di Dorothy Parvaz, giornalista con cittadinanza statunitense, canadese e iraniana che lavora per Al-Jazeera English. Risulta scomparsa fin dal giorno del suo arrivo all’aeroporto di Damasco, il 29 aprile. Al-Jazeera nega il racconto che ha fatto ieri il quotidiano governativo Al-Watan, secondo il quale la giornalista avrebbe lasciato il paese l’1 maggio “senza dire dove sarebbe andata” (http://www.alwatan.sy/dindex.php?id…)
Se la Parvaz avesse lasciato la Siria, come affermano le autorità, queste dovrebbero anche essere in grado di fornirne le prove. Dichiarare che lei è partita senza riferire a nessuno la meta del suo viaggio manca completamente di credibilità. Da quando le autorità siriane conoscono la destinazione dei passeggeri che partono dall’aeroporto internazionale di Damasco?
Il governo siriano deve spiegare cosa è successo a questa giornalista, di cui nessuno ha notizie da ben 12 giorni. C’è il sospetto che le autorità abbiano sfruttato il fatto che lei sia entrata in Siria con il passaporto iraniano per portarla in Iran. Questa è la pagina Facebook che chiede suo il rilascio.
Di seguito, i nomi delle persone tuttora detenute:

  • Ammar Mashour Dayoub, scrittore e giornalista arrestato il 9 maggio mentre stava partecipando a una manifestazione di circa cento persone in Arnous Square, a Damasco;
  • Malak Al-Shanawani, una giornalista e attivista arrestata il 9 maggio;
  • Ghadi Frances, una giornalista che lavora per il quotidiano libanese Al-Safir arrestata a Damasco il pomeriggio del 7 maggio;
  • Omar Koush, arrestato il 2 maggio al suo arrivo all’aeroporto di Damasco dopo aver partecipato a una conferenza in Turchia;
  • Jehad Jamal, giornalista e blogger siriano conosciuto con lo pseudonimo di Milan, arrestato nel café Milano di Aleppo il 5 maggio. Anche il proprietario del computer che Jamal stava usando al momento dell’arresto, Jilial Siris, è stato arrestato, in quanto proprietario della connessione Internet di cui stava usufruendo Jamal. Le autorità hanno cercato le sue passwords per avere accesso al suo indirizzo e-mail e all’account di Facebook. A Reporters sans frontières risulta che le autorità sono riuscite ad ottenere il controllo del suo account Facebook.
  • Mohamed Zaid Mistou, giornalista norvegese di origine siriana arrestato il 7 aprile.

Non abbiamo ancora alcuna notizia sui giornalisti Akram Abu Safi e Sobhie Naeem Al-Assal, scomparsi dal 24 marzo.

BAHRAIN

Reporters sans frontières condanna la decisione presa ieri dalle autorità del Bahrain di espellere dal paese il giornalista tedesco Frederik Richter, corrispondente di Reuters a Manama dal 2008, per presunte parzialità durante le sue cronache sul movimento di protesta pro-democrazia. Gli è stata concessa una settimana per andarsene. “Reuters si rammarica della decisione del Bahrain di espellere il suo corrispondente”, ha detto il caporedattore Stephen Adler, aggiungendo che l’agenzia di stampa aveva sostenuto il suo lavoro di reporter nel Bahrain.
Nonostante ciò, la Information Affairs Authority sostiene che quanto avvenuto non porrà fine alle attività di Reuters a Manama, e che la città dovrà anzi prepararsi ad accreditare un altro corrispondente nominato dall’agenzia di stampa.
Monica Pietro del quotidiano spagnolo El Mundo si è vista negare l’ingresso nel paese al suo arrivo all’aeroporto di Manama il 9 maggio ed è stata rimandata in Spagna il giorno successivo. Leggi qui il suo racconto in questo articolo (in spagnolo)
Reporters sans frontierès condanna duramente i tentativi del governo di ostacolare i mezzi d’informazione che cercano di occuparsi delle proteste pro-democrazia in Bahrain e sollecita le autorità a consentire ai giornalisti stranieri di entrare nel paese e lavorare senza restrizioni.
Ali Omid, un giovane blogger e attivista a capo della Ali AlAsghar Society e moderatore del suo forum online (http://alialasghar.us/vb), bloccato nel Bahrain dal 2009, è stato arrestato nella sua casa di Muharraq alle 1:30 di ieri ed è stato portato in una località segreta. Su Facebook.è stata creata una pagina in sua solidarietà; http://on.fb.me/ke1pOG,

PREMIO Bayeux-Calvados – RICERCA CANDIDATI per il 2011

La 18a edizione dei Bayeux-Calvados Awards per i Corrispondenti di Guerra avrà luogo dal 3 al 9 ottobre 2011. Sono aperte le candidature.

Giornalisti: per partecipare alle selezioni del 2011, avete tempo fino al 10 giugno per inviarci la vostra fotografia sul campo, i vostri report radiofonici, televisivi o su carta stampata realizzati su un conflitto o un evento connesso alla lotta per la libertà e la democrazia. I lavori devono risalire a un periodo compreso tra l’1 giugno 2010 e il 31 maggio 2011. Per ogni categoria verrà concesso un sussidio di 7000 €. Per l’edizione di quest’anno è stata creata una nuova categoria: il premio al giornalismo online, patrocinato dalla Nikon. Verranno così ricompensate nuove tipologie di reportage multimediale.        

Dalle rivoluzioni alle notizie

Nelle ultime settimane abbiamo assistito al vento della rivolta soffiare in diverse parti del mondo e all’impegno che le persone e i giovani hanno messo in campo nella loro richiesta di democrazia. Questa novità è stata fortemente sottolineata anche dalle aggressioni ai giornalisti, rei di compiere semplicemente il proprio lavoro, testimoniando il corso della Storia e documentandocelo in modo che noi possiamo sapere e scoprire che cosa sta accadendo nel mondo. La prossima edizione dei Bayeux-Calvados Awards si rivela quindi come un’opportunità di riflessione su queste rivolte, sulle difficoltà vissute dai giornalisti sul campo e su come Internet abbia influenzato il modo di dare le notizie, dal giornalismo partecipativo alla comparsa di WikiLeaks.   

Un nuovo premio per il giornalismo online

Con l’avvento e la crescita della tecnologia digitale, gli sviluppi tecnologici e i cambiamenti nel modo di trasmettere le notizie, sono state create nuove forme narrative. Abbiamo assistito, negli ultimi anni, ad un considerevole aumento del numero di progetti multimediali, con l’introduzione di documentari sul web, piccoli lavori multimediali video-grafici etc. Questi nuovi formati forniscono opportunità di scoprire e conoscere le news internazionali attraverso metodi d’informazione alternativi, oltre ad aver creato nuovi pubblici. Il nuovo Premio del Giornalismo online ricompenserà questi nuovi tipi di report multimediali.

Mort Rosenblum, Presidente della giuria

Il Presidente della giuria per la 18a edizione dei Bayeux-Calvados Awards è un giornalista e scrittore americano con una significativa storia alle spalle. Nato nel 1944, Mort Rosenblum è un grande reporter e corrispondente di guerra. Ha lavorato per la Associated Press dal 1965 al 2004 su quasi tutti i maggiori conflitti mondiali, comprese le guerre in Biafran, Vietnam e Iraq. Ha guidato gli uffici AP in Congo, nel Sud-est asiatico, in Argentina e in Francia. Attualmente lavora come freelance e insegna presso l’Università dell’Arizona, a Tucson. Dopo la pubblicazione, lo scorso ottobre, del suo ultimo libro dal titolo “Little bunch of Madmen: elements of global reporting”, Nicholas Kristof del New York Times ha definito Mort Rosenblum “uno di quei giornalisti leggendari che sono stati ovunque e hanno fatto di tutto, annoverando nel loro passato anche una sparatoria”.

Per maggiori informazioni: www.prixbayeux.org

Cliccare per scaricare:

L'information kit del Bayeux Award 2011

MEDIO ORIENTE: Severo giro di vite del governo sui media che coprono le manifestazioni pro-democrazia

SIRIA

Si intensifica il giro di vite delle autorità siriane nei confronti dei media che cercano di seguire le proteste contro il governo. Arresti, minacce e atti intimidatori stanno tuttora avendo luogo. Anche Internet è sottoposta a censura.

Ghadi Frances, una giornalista libica che lavora per il quotidiano libanese Al-Safir, è stata arrestata a Damasco il pomeriggio del 7 maggio. Non è stata data alcuna informazione sulle ragioni di tale arresto. La giornalista era arrivata in Siria dieci giorni fa per occuparsi delle proteste e aveva scritto un articolo in arabo intitolato “Sangue, orrore e speranza nelle strade di Homs” alla vigilia del suo arresto.

Ghassan Saoud, un giornalista libanese che scrive per Al-Akhbar (un quotidiano libanese considerato pro-Siria), è stato prima brevemente trattenuto, il 6 maggio, presso la moschea Omeyyades di Damasco. Condotto successivamente in un ufficio militare con una busta di plastica in testa, è stato ripetutamente preso a calci e insultato.

Saoud ha scritto una serie di articoli sulle crescenti insurrezioni pro-democrazia durante le quali ha intervistato membri dell’opposizione politica siriana, giovani e attivisti, riportando le loro opinioni.

Nel frattempo, non ci è giunta invece alcuna notizia su Jehad Jamal, un attivista di Facebook conosciuto con lo pseudonimo di Milan.

Riportiamo altri casi.

Il fotografo Akram Darwish è stato arrestato mentre si occupava di una manifestazione curda nella città nordorientale di Qamishili il 3 maggio.

Il reporter Iyad Khalil è stato brutalmente picchiato nella città portuale di Latakia (nella Siria nord-occidentale) la sera del 1 maggio. Quando è andato alla stazione di polizia a raccontare l’attacco subìto, si è trovato faccia a faccia con i suoi aggressori, che ha scoperto essere membri delle forze di sicurezza.

Maher Deib si è dimesso da presentatore della televisione nazionale siriana, in segno di protesta contro la scarsa copertura che la sua stazione televisiva ha dato ai disordini diffusi.

Reporters sans frontières è sollevata nel sapere che Habib Saleh, un cyber-dissidente arrestato nel 2008, è stato rilasciato dopo aver scontato una condanna di tre anni di carcere.

Di seguito, i nomi delle persone a tutt’oggi detenute:

  • Lo scrittore e giornalista siriano Omar Koush, arrestato il 2 maggio al suo arrivo all’aeroporto di Damasco, dopo aver partecipato a una conferenza in Turchia;
  • Dorothy Parvaz, una giornalista di Al-Jazeera con cittadinanza americana, canadese e iraniana, arrestata al suo arrivo all’aeroporto di Damasco il 29 aprile. Questa è la pagina Facebook che chiede il suo rilascio. Ciononostante, il quotidiano di governo Al-Watan afferma che la giornalista ha lasciato il paese lo scorso 1 maggio senza comunicare dove sarebbe andata;
  • Fayez Sara, una giornalista e scrittrice siriana arrestata l’11 aprile;
  • Mohamed Zaid Mistou, un giornalista norvegese di origine siriana arrestato il 7 aprile;
  • Kamal Sheikhou, un blogger siriano arrestato il 15 marzo.

Non abbiamo ancora alcuna notizia sui giornalisti Akram Abu Safi e Sobhie Naeem Al-Assal, scomparsi dal 24 marzo.

La Electronic Frontier Foundation (EFF) il 5 maggio ha avvisato gli utenti di Facebook che falsi certificati di sicurezza, probabilmente rilasciati dal Ministero delle Telecomunicazioni in Siria, vengono usati per ingannarli a connettersi a quelle che loro ritengono pagine Facebook criptate e quindi sicure. Se lo fanno, i loro dati personali possono essere rubati e le loro comunicazioni monitorate.

La presenza online dei falsi certificati di sicurezza fa comparire avvisi pop-up nei browsers che mettono in guardia gli utenti, ciononostante questi ultimi tendono ad ignorarli perché pensano si tratti dei soliti problemi tecnici. Sebbene la trappola non sia particolarmente sofisticata, EFF ha sollecitato gli utenti di Facebook a utilizzare “connessioni proxy” per accedere al social network o di connettersi via Tor. EFF ha successivamente segnalato che gli ISPs siriani stavano bloccando l’accesso a Tor. Un’altra opzione di azione preventiva è quella di utilizzare una Rete Privata Virtuale (VPN)

Il New York Times, infine, ha denunciato difficoltà nell’utilizzo dei telefoni satellitari in Siria.

BAHRAIN

La situazione dei diritti umani e i problemi per coloro che difendono la libertà dei media continuano ad essere estremamente preoccupanti nel Bahrain. Molti giornalisti sono stati convocati per essere interrogati, tra i quali troviamo Issa Ebrahim, fotografa del quotidiano Al-Wasat, trattenuta e interrogata per molte ore il 5 maggio scorso.

Di seguito, i nomi delle persone ancora detenute:

  • Jasem Al-Sabbagh, direttore di Al-Bilad, detenuto dal 26 aprile;
  • Abdullah Ashur, reporter sportivo di Al-Watan, detenuto dal 13 aprile;
  • Abdullah Alawi, reporter sportivo di Al-Bilad, arrestato ad aprile.

L’agenzia di stampa del Bahrain ha riferito che il processo di 21 persone, accusate di appartenere a organizzazioni terroristiche e di voler rovesciare il governo, è stato portato davanti a un tribunale militare l’8 maggio. Tra gli imputati vi sono molti attivisti per i diritti umani e i bloggers Abdul Jalil Al-Singace e Ali Abdulemam. Dopo l’apertura del processo, questo è stato aggiornato al 12 maggio.

A capo del movimento pro-democrazia e delle liberta civili Al Haq, Singace è stato riarrestato il 16 marzo dopo una detenzione durata da settembre e febbraio. Nel 2009 era stato preventivamente arrestato per un presunto tentativo di destabilizzazione al governo, in quanto aveva utilizzato il suo blog (http://alsingace.katib.org) per denunciare il deplorevole stato delle libertà civili e la discriminazione contro la popolazione sciita del Bahrain.

Abdulemam, il cui processo è in corso in contumacia, è considerato dai suoi compatrioti uno dei pionieri di Internet nel Bahrain ed è un membro attivo di Bahrain Online, un forum pro-democrazia che, nonostante all’interno del paese sia stato bloccato, ottiene più di 100.000 visite giornaliere. Abdulemam collabora con la rete internazionale dei bloggers Global Voices e ha partecipato a molte conferenze internazionali durante le quali ha denunciato le violazioni dei diritti umani nel Bahrain. È stato inoltre detenuto da settembre a febbraio evitando, alla fine, un ulteriore arresto.

Abbas Al-Omran, un attivista per i diritti umani che ha ottenuto lo status di rifugiato in Gran Bretagna qualche anno fa, è stato inserito nella lista della persone ricercate. Membro del Centro per i Diritti Umani in Bahrain, fornisce ai media internazionali informazioni circa le violazioni di diritti umani che avvengono nel suo paese.

Mujtaba Salmat, un blogger e fotografo arrestato il 17 marzo per aver parlato delle dimostrazioni antigovernative avvenute in Pearl Square a Manama (capitale del Bahrain) e per averne postato le foto su Facebook, è stato rilasciato il 27 aprile.

Il quotidiano di opposizione Al-Wasat ha annunciato, nell’edizione dell’8 marzo precedentemente annunciata come l’ultimo numero, di aver ribaltato la sua decisione e di essere intenzionato a continuare con la pubblicazione del giornale. Chiuso dal Ministero dell’informazione il 3 maggio per presunta disseminazione di informazioni false che minavano l’immagine e la reputazione internazionali del paese, il giorno successivo è stato concesso ad Al-Wasat di riprendere a pubblicare il giorno successivo ma tre dei suoi giornalisti principali – il direttore Mansour Al-Jamari, il direttore editoriale Walid Nouihid e il direttore delle news locali Aqil Mirza – sono stati costretti a rassegnare le loro dimissioni. Molti dei suoi giornalisti sono inoltre stati arrestati.

KURDISTAN IRACHENO

Ahmed Mira, direttore di Lvin Magazine, ha scritto in un articolo del 7 maggio di aver ricevuto una minaccia di morte diretta dal ministro Sheikh Jaafar Mustafa alle 19.49 del 24 aprile. Il ministro nega le minacce a Mira, sebbene quest’ultimo abbia registrato la conversazione.

La minaccia è stata fatta sullo sfondo di un più ampio giro di vite sui giornalisti e mezzi d’informazione che si sono occupati delle proteste di strada che, da metà febbraio, stanno scuotendo la regione autonoma del Kurdistan, nel nord dell’Iraq. È però la prima volta che un giornalista viene minacciato direttamente da un ministro di governo. Le autorità dovrebbero punire chiunque compia minacce del genere.

Mira ha chiesto al Primo Ministro del Governo Regionale del Kurdistan, Dr. Barham Salih, di ordinare un’indagine sulle minacce di Mustafa.

YEMEN

Ali Iskander, distributore del quotidiano Al-Tajamou, la mattina dell’8 maggio è stato aggredito e picchiato da teppisti pro-governo conosciuti come baltajiya. Questi hanno sequestrato le copie del quotidiano e minacciato di tagliare la lingua di Iskander, oltre a minacciare di attaccare la sede centrale del quotidiano se questa avesse continuato a criticare il Presidente Ali Abdallah Saleh.

Il giornalista Abdelhafez Ma’joub è stato arrestato il 6 maggio al posto di controllo di Bagel all’entrata di Al-Hodeidah mentre stava ritornando a Sana, e il suo cellulare gli è stato confiscato.

È stato infine rilasciato la sera del giorno successivo.

PANAMA – Campagna per screditare i giornalisti dopo le rivelazioni di WikiLeaks

Una campagna di odio sembrerebbe essersi scatenata nei confronti di quei giornalisti che hanno diffuso le rivelazioni di WikiLeaks contenenti informazioni imbarazzanti  per il governo del Presidente del Panama Ricardo Martinelli. Questi attacchi, comparsi sotto forma di video scandalosi, riguardano principalmente i giornalisti che lavorano per il quotidiano La prensa.

“Questi metodi fanno pensare a un vile atto di vendetta da parte di coloro che sono al potere contro i media che hanno diffuso le informazioni rilasciate da WikiLeaks”, ha detto Reporters sans frontières. “Tali informazioni – ha proseguito – sono di pubblico interesse. Le autorità giudiziarie devono indagare sull’origine di questi video spregevoli e sul sostegno politico che sembrano aver ricevuto, a costo di dover arrivare al cuore della presidenza”.

“Tra i giornalisti la cui reputazione è stata diffamata troviamo Alvaro Alvarado, a cui lo stesso Presidente Martinelli, nel novembre 2010, aveva detto che tali pratiche sarebbero cessate. Sei mesi dopo, invece, nulla è cambiato. Perché?”

L’ultimo video, che secondo le nostre fonti è stato registrato il 7 maggio, si rivolge soprattutto a Santiago Cumbrera, giornalista dell’unità investigativa de La Prensa. Un video precedente, postato il 28 aprile su Youtube, ne denunciava l’editrice Lina Vega Abad come “manipolatore dell’informazione”

È inoltre circolato un video che attacca Monica Palm, editorialista e direttore dell’edizione del weekend de La Prensa.

Questi video stigmatizzano le relazioni esistenti tra i suddetti giornalisti e il Partito Democratico Rivoluzionario (PRD), principale oppositore del Partito del Cambiamento Democratico a cui appartiene il Presidente Martinelli attualmente al potere.

Gli attacchi sono stati mossi dopo la pubblicazione de La Prensa delle notizie inviate dall’ambasciata statunitense a Panama al Dipartimento di Stato degli USA a Washington alla fine del 2009. Questi cablogrammi, che citavano fonti della Drug Enforcement Administration, sollevavano domande sul presunto coinvolgimento del Ministro del Turismo Salomón Shamah (lo stratega della precedente campagna elettorale di Martinelli) in un traffico di droga e sui suoi legami con un uomo d’affari colombiano altamente discusso: David Murcia Guzmán, attualmente trattenuto negli Stati Uniti con accuse di “vendita piramidale” e “riciclaggio di denaro”. Secondo i cablogrammi, Guzmán avrebbe concesso contributi finanziari considerevoli alle campagne dei due principali partiti politici.

Da quando Martinelli è Presidente, la situazione della libertà di stampa a Panama è notevolmente peggiorata. Ci sono stati casi di giornalisti detenuti, espulsi o sospesi dalle loro attività lavorative.

RUSSIA: giovane giornalista ucciso nel nord del Daghestan

Reporters sans frontières HA appreso con costernazione che Yakhya Magomedov, giovane redattore di una rivista bimestrale in lingua avara che promuove una visione moderata dell’Islam tradizionale, è stato ucciso nel nord del Daghestan l’8 maggio.

“Espriamo le nostre condoglianze ai parenti e ai colleghi di Magomedov e invitiamo le autorità a non lasciare impunita la sua morte,” ha detto Reporters sans frontières. “Questo caso deve essere risolto e gli assassini devono essere assicurati alla giustizia rapidemente. Le condizioni di lavoro e sicurezza sono molto difficili per i giornalisti nel Caucaso russo. Moltie sono le minacce e le vessazioni, soprattutto in Daghestan, dove regna la violenza e impunità.

“Ci sono continue minacce ed i responsabili vengono raramente puniti. Gli omicidi di tre giornalisti nel Caucaso russo – Magomed Yevloyev, Magomedsharif Sultanmagomedov e Abdulmalik Ahmedilov – non sono ancora stati puniti “.

RSF ha aggiunto: “Le indagini serie avviate a Mosca per gli omicidi di Stanislav Markelov and Anastasia Baburova hanno sollevato speranze che alla fine l’impunità in Russia possa essere superata. Spetta alle autorità locali e federali dimostrare che il Caucaso non verrà abbandonato al suo destino. “

Magomedov è stato colpito quattro volte mentre stava lasciando la casa di suo fratello in Kokrek, vicino alla città settentrionale di Khasavyurt, verso le 10:30 pm. La polizia sta trattando il caso come omicidio e uso illegale di armi da fuoco, ma sta lavorando sul presupposto che Magomedov sia stato ucciso per errore e che l’obiettivo previsto fosse suo fratello, agente di polizia. Diversi analisti tuttavia sottolineano che il punto di vista anti-wahhabiti della rivista di Magomedov, As-Salam, possano avere suscitato l’ira dei fondamentalisti islamici. Giornalisti a favore di una “Islam pacifico” sono stati il ​​bersaglio di attacchi recenti e Magomedov potrebbe essere stata un’altra vittima degli incitamenti alla violenza. Un osservatore ha detto a Reporters sans frontières che anche funzionari del governo potrebbero essere sttai disturbati dalle campagne anti-corruzione della rivista.

“L’inchiesta non deve trascurare alcuna ipotesi, “ha aggiuntoReporters sans frontières. “E ‘troppo presto per escludere la possibilità che il movente sia legato al lavoro di giornalista della vittima .”

Pubblicato in russo e in sei lingue caucasiche e distribuito da volontari, As-Salam si occupa soprattutto dei temi e pratiche islamiche e ha una tiratura di 90.000 copie. E’ pubblicato da un’organizzazione chiamata la “guida spirituale dei musulmani” in Daghestan, che ha altri mezzi di comunicazione che promuovono la stessa versione moderata dell’Islam.

Magomed Rasul, presidente dell’organizzazione, ha dichiarato a Reporters sans frontières: “Yakhya è stato vittima dell’estremismo e del terrorismo, che noi condanniamo. Abbiamo perso un dipendente coscienzioso, di talento e socievole. Indipendentemente da chi è il responsabile del suo omicidio, ha lasciato una giovane moglie e due figli piccoli. “

Magomedov aveva lavorato come giornalista per diversi anni e si stava preparando una raccolta di suoi articoli da pubblicare in forma di libro.

Il suo omicidio avviene una settimana dopo quello di Magomed Khanmagomedov, corrispondente del settimanale indipendente Chernovik, che è stato aggredito quando è andato alla demolizione di un edificio classificato dall’UNESCO a Derbent, una città nel sud del Daghestan. La polizia non sta indagando anche se Khanmagomedov ha riconosciuto i suoi aggressori.

Biyakai Magomedov, un avvocato che lavora come giornalista per Chernovik, ha detto a Reporters sans frontières: “Gli omicidi e gli attacchi contro i giornalisti continuano in Daghestan, e non uno è stato risolto. C’è totale impunità. Se continua così, i giornalisti smetteranno di operare del tutto. “

Il Caucaso russo è stato preda della violenza dall’inizio degli anni 1990 e della guerra in Cecenia. Una guerra “a bassa intensità” tra forze di sicurezza, milizie private e militanti wahabiti si successivamente diffusa dalla Cecenia nella vicina Inguscezia e Daghestan. Una calma relativa è tornata di recente in Inguscezia, ma c’è stato un netto deterioramento del clima in Daghestan. Le autorità federali insistono che la normalità è stata ripristinata, ma è in corso una guerra non dichiarata continua e civili, tra cui giornalisti, sono le vittime principali.

(Mappa e immagine: RFE / RL, RIA Novosti)

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