ITALIA: Il disegno di legge sulle intercettazioni telefoniche è una grave limitazione al diritto di cronaca e contiene misure che affievoliscono l’azione penale della magistratura. Per questo non è esagerato dire che la nuova legge mina la trasparenza democratica in Italia.

Il disegno di legge sulle intercettazioni telefoniche, approvato dalla Camera l’11 giugno 2009 e che il Senato si appresta ora a votare, è una grave limitazione al diritto di cronaca e contiene misure che affievoliscono l’azione penale della magistratura. Per questo non è esagerato dire che la nuova legge mina la trasparenza democratica in Italia.

Se fosse approvata così come la conosciamo oggi, la nuova norma renderebbe più difficile l’utilizzo di intercettazioni telefoniche e ambientali come strumenti investigativi. Il disegno di legge, infatti, prevede che le intercettazioni siano possibili solo in caso di presenza di gravi indizi di reato, ne restringe l’applicazione ai reati punibili con pene superiori a cinque anni di carcere e ne riduce la durata massima a soli 75 giorni (tranne che per mafia e terrorismo). Il testo, inoltre, vieta l’utilizzo delle stesse intercettazioni in procedimenti diversi da quelli nei quali sono state disposte, anche se contengono altre notizie di reato. Gli inquirenti spiegano che ciò limiterà l’efficacia dell’azione investigativa nei confronti dei reati di mafia, le cui indagini partono il più delle volte da indagini su altri reati.

Oltre a minare l’azione penale, il disegno di legge rappresenta una seria minaccia per il libero esercizio della professione giornalistica. La nuova legge vieta ai giornalisti italiani di pubblicare qualsiasi atto di indagine, comprese le intercettazioni, fino alla conclusione delle indagini preliminari o fino al termine dell’udienza preliminare. Il divieto vale anche per quei documenti non coperti da segreto istruttorio e quindi pubblici. L’ultima versione del provvedimento permette articoli che riassumano le vicende giudiziarie, una volta che le parti in causa ne siano a conoscenza. Ma è una correzione tardiva e del tutto insufficiente.

L’accesso e l’utilizzo da parte dei professionisti dell’informazione di svariate registrazioni ha invece permesso ai media italiani, anche di recente, di portare a galla numerose e gravi vicende di corruzione, come il crac Parmalat, uno degli scandali finanziari più gravi degli ultimi anni in Europa, per citarne solo uno.

Ancora più grave, e del tutto inaccettabili in un paese democratico, sono le sanzioni previste per i giornalisti e gli editori che trasgrediranno alle nuove norme. Quei reporter che pubblicheranno il contenuto di intercettazioni per le quali è stata ordinata la distruzione, o anche solo il riassunto di conversazioni o flussi di comunicazione riguardanti fatti e persone estranee alle indagini, rischiano l’arresto fino a 30 giorni e multe fino a 10mila euro. Gli editori che violeranno il divieto di pubblicazione, invece, saranno puniti con multe fino a 464mila euro. Un’ammenda che non ha eguali in tutto il codice penale italiano: diciotto volte quanto previsto per i più gravi reati finanziari.

Tutto questo si tradurrà in una forte difficoltà a informare i cittadini sulla attività di magistratura e forze di polizia.

Contro questa legge si sono espressi la stragrande maggioranza dei direttori delle testate italiane, di tutti gli orientamenti politici, ma anche tutti gli editori, a eccezione della famiglia Berlusconi che controlla il colosso Mediaset.

Da più parti è stato evidenziato che in Italia c’è una sistematica violazione del segreto istruttorio e che, troppo spesso, vengono pubblicate anche quelle intercettazioni telefoniche che non hanno nulla a che fare con le vicende trattate, ma che mettono in difficoltà le persone coinvolte. Tanto che anche il ministro della giustizia Clemente Mastella, nel precedente governo di centrosinistra, cercò di preparare un testo che non fu mai approvato e che fu criticato da molti operatori dell’informazione. Come allora anche oggi sono in tanti a credere che il nuovo disegno di legge non serva a tutelare la privacy dei cittadini, ma gli eventuali abusi di una classe politica, quella italiana, che negli ultimi anni non ha brillato per rigore morale.

Sarebbe stato più proficuo coinvolgere nell’iter di costruzione del testo chi con le intercettazioni ha a che fare tutti i giorni: magistrati, investigatori e poliziotti. Non lo si è voluto fare per una chiara scelta politica dettata, il dubbio di crederlo è forte, forse più da ragioni di opportunismo che di equità. Fin dall’estate del 2005 Silvio Berlusconi ci aveva provato a farla finita con tutte le «indiscrezioni» di stampa: allora, come oggi, era presidente del Consiglio e aveva annunciato che stava scrivendo «di suo pugno» una legge per mandare in galera da 5 a 10 anni chi diffondeva illegalmente o pubblicava le intercettazioni telefoniche.

Eppure anche un’importante istituzione della nostra Europa ha detto che è illecito, in alcuni casi, vietare ai giornalisti di pubblicare intercettazioni. Il 7 giugno 2007, infatti, la Corte europea dei diritti umani ha condannato la Francia per aver violato la Convenzione europea dei diritti dell’uomo in tema di libertà di espressione e informazione in quanto la giustizia francese aveva giudicato colpevoli due giornalisti per aver raccontato in un libro il sistema di intercettazioni illegali attuato durante la Presidenza Mitterand. La Corte europea, pur considerando che i due autori avevano effettivamente violato le norme francesi sul segreto istruttorio, ha riconosciuto prevalente l’esigenza del pubblico di essere informato sul procedimento giudiziario in corso.

Jérôme Dupuis et Jean-Marie Pontaut, infatti, erano stati condannati per la pubblicazione nel 1996 di un libro intitolato “Les Oreilles du Président” che raccontava di un sistema illegale di intercettazione che assomiglia da vicino al caso Telecom, orchestrato tra il 1983 e il 1986 dagli alti vertici dell’Eliseo contro numerosi personaggi della società francese, compresi molti giornalisti e avvocati, approfittando di un decreto anti-terrorismo.

Nel procedimento penale era coinvolto un collaboratore del Presidente Mitterrand che denunciò in sede penale i giornalisti, accusandoli di aver utilizzato dichiarazioni rese al giudice istruttore e intercettazioni sottratte illegalmente dagli atti giudiziari. I giornalisti non vollero rivelare le loro fonti, sostenendo che il materiale circolava da tempo nelle redazioni, ma il Tribunale di Parigi decretò che si trattava di documentazione agli atti del processo penale coperto dal segreto istruttorio e condannò i due giornalisti ad una pena pecuniaria contenuta. Per Dupuis e Pontaut era comunque troppo per quello che rappresentava: una questione di libertà. E così si sono rivolti alla Corte dei Diritti dell’uomo, ottenendo una sentenza favorevole e che è bene ricordare in alcuni passaggi: «La Corte ritiene che occorre avere la più grande prudenza in una società democratica nel punire per violazione di segreto istruttorio o di segreto professionale dei giornalisti che esercitano così la loro missione di “cani da guardia” della democrazia». Secondo il tribunale di Strasburgo la legge «protegge il diritto dei giornalisti di comunicare informazioni su questioni di interesse generale nel momento in cui questi si esprimono in buona fede, sulla base di fatti esatti e forniscono informazioni “affidabili e precise” nel rispetto dell’etica giornalistica». In più i giudici hanno anche sottolineato che le intercettazioni pubblicate dai giornalisti francesi non sono state contestate per la loro veridicità, e che i giornalisti «hanno agito nel rispetto della regole della professione, nella misura in cui queste pubblicazioni servivano a dare credibilità alle notizie, attestando la loro esattezza e autenticità».

Reporters sans frontières considera il disegno di legge italiano sulle intercettazioni un bavaglio al libero giornalismo e un serio attacco alla libertà di stampa. Con l’approvazione di questa legge verrà sancita, di fatti, la morte del giornalismo giudiziario d’inchiesta. Le sanzioni per i trasgressori rappresentano una vera censura e un ostacolo inaccettabile alla libertà di informazione per una società democratica, come dovrebbe essere quella italiana. Per questo Reporters sans Frontières ha deciso, su suggerimento della sezione italiana di Rsf, di aprire la propria piattaforma blog (basata in Francia) alla pubblicazione di quei documenti e quelle intercettazioni che in Italia saranno considerati fuorilegge, qualora il disegno di legge italiano venisse approvato definitivamente.

Domenico Affinito

Vicepresidente Rsf Italia

About these ads
Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 1.184 follower

%d bloggers like this: