Reporters sans frontières presenta una relazione sulle attività di sostegno dei giornalisti in difficoltà e in esilio

Reporters sans frontières ha diffuso un relazione sulle sue attività a sostegno dei giornalisti in difficoltà e dei giornalisti che sono stati costretti a fuggire all’estero. Fornire assistenza finanziaria, incaricare avvocati e contattare funzionari di governo per richiedere i visti sono solo alcune delle attività di questo tipo di attività di RSF, in costante crescita. Allo Sportello di Assistenza creato a Parigi nel 2004, all’inizio di quest’anno se n’è aggiunto un’altro a Berlino.

I numeri 2009 per queste attività parlano della gestione di circa 120 casi di giornalisti fuggiti dal loro paese e la concessione di 130.000 € in aiuti di emergenza finanziaria. Più di 50 casi sono già stati trattati dall’inizio di quest’anno. L’Iran è diventata una delle parti principali di queste attività negli ultimi 12 mesi, rappresentando almeno l’80 per cento del lavoro.

La relazione che è qui allegata (in inglese) include non solo una sintesi delle attività, ma anche commenti da parte del personale di Reporters sans frontières che spiegano i problemi e le sfide che hanno dovuto affrontare. La seconda parte della relazione comprende lr interviste con quattro giornalisti che hanno trovato rifugio in Francia. Parlano delle circostanze che hanno portato alla fuga all’estero, della situazione della libertà di stampa nei loro paesi e delle loro speranze per il futuro.

Nella pagina finale, Reporters sans frontières formula una serie di raccomandazioni ai governi per migliorare la protezione dei giornalisti che sono dovuti fuggire all’estero e per rispondere alla loro necessità/diritto di un rifugio sicuro.

Relazione RSF sulle attività di sostegno dei giornalisti in difficoltà e in esilio (in inglese)

Collabora con noi

Reporters sans frontières opera in Italia solo grazie alla disponibilità volontaria di giornalisti e persone comunque sensibili alla Libertà di stampa e che, dopo esserci associati alla Sezione Italiana di RSF,  decidono di donare volontariamente parte del loro tempo e delle loro capacità professionali.

Per dare continuità alla nostra comunicazione, siamo alla ricerca di volontari che vogliano collaborare con noi nella diffusione dei comunicati emessi a livello internazionale sulle violazioni della Libertà di stampa nel mondo, in particolare:

  • traduzioni in italiano dei comunicati emessi a livello internazionale (di noma in spagnolo, francese e inglese)
  • aggiornamento del nostro sito rsfitalia.org

La attività si svolge esclusivamente online e richiede una ottima conoscenza di almeno una delle lingue spagnolo/francese/inglese oppure una pratica di aggiornamento siti, ancorché non delle tecniche delle programmazione web.

Per quanto riguarda il tempo da dedicare, nessun problema, può essere anche poco se gestito in continuità.

Per motivi di riservatezza, i volontari e le volontarie debbono essere soci/e della Sezione Italiana di RSF.

Se siete interessati/e, inviateci una mail all’indirizzo rsfitalia@gmail.com con qualche informazioni su di voi.

Grazie.

Rsf Italia

Jean-Francois Juillard, Segretario Generale di RSF, scrive un editoriale pubblicato da l’Unità: “Disubbidite pubblicheremo noi i vostri articoli”

Il segretario Generale di RSF scrive un editoriale pubblicato da l’Unità:

” Disubbidite pubblicheremo noi i vostri articoli”


http://www.unita.it/news/italia/99812/rsf_disubbidite_pubblicheremo_noi_i_vostri_articoli

ITALIA: Il disegno di legge sulle intercettazioni telefoniche è una grave limitazione al diritto di cronaca e contiene misure che affievoliscono l’azione penale della magistratura. Per questo non è esagerato dire che la nuova legge mina la trasparenza democratica in Italia.

Il disegno di legge sulle intercettazioni telefoniche, approvato dalla Camera l’11 giugno 2009 e che il Senato si appresta ora a votare, è una grave limitazione al diritto di cronaca e contiene misure che affievoliscono l’azione penale della magistratura. Per questo non è esagerato dire che la nuova legge mina la trasparenza democratica in Italia.

Se fosse approvata così come la conosciamo oggi, la nuova norma renderebbe più difficile l’utilizzo di intercettazioni telefoniche e ambientali come strumenti investigativi. Il disegno di legge, infatti, prevede che le intercettazioni siano possibili solo in caso di presenza di gravi indizi di reato, ne restringe l’applicazione ai reati punibili con pene superiori a cinque anni di carcere e ne riduce la durata massima a soli 75 giorni (tranne che per mafia e terrorismo). Il testo, inoltre, vieta l’utilizzo delle stesse intercettazioni in procedimenti diversi da quelli nei quali sono state disposte, anche se contengono altre notizie di reato. Gli inquirenti spiegano che ciò limiterà l’efficacia dell’azione investigativa nei confronti dei reati di mafia, le cui indagini partono il più delle volte da indagini su altri reati.

Oltre a minare l’azione penale, il disegno di legge rappresenta una seria minaccia per il libero esercizio della professione giornalistica. La nuova legge vieta ai giornalisti italiani di pubblicare qualsiasi atto di indagine, comprese le intercettazioni, fino alla conclusione delle indagini preliminari o fino al termine dell’udienza preliminare. Il divieto vale anche per quei documenti non coperti da segreto istruttorio e quindi pubblici. L’ultima versione del provvedimento permette articoli che riassumano le vicende giudiziarie, una volta che le parti in causa ne siano a conoscenza. Ma è una correzione tardiva e del tutto insufficiente.

L’accesso e l’utilizzo da parte dei professionisti dell’informazione di svariate registrazioni ha invece permesso ai media italiani, anche di recente, di portare a galla numerose e gravi vicende di corruzione, come il crac Parmalat, uno degli scandali finanziari più gravi degli ultimi anni in Europa, per citarne solo uno.

Ancora più grave, e del tutto inaccettabili in un paese democratico, sono le sanzioni previste per i giornalisti e gli editori che trasgrediranno alle nuove norme. Quei reporter che pubblicheranno il contenuto di intercettazioni per le quali è stata ordinata la distruzione, o anche solo il riassunto di conversazioni o flussi di comunicazione riguardanti fatti e persone estranee alle indagini, rischiano l’arresto fino a 30 giorni e multe fino a 10mila euro. Gli editori che violeranno il divieto di pubblicazione, invece, saranno puniti con multe fino a 464mila euro. Un’ammenda che non ha eguali in tutto il codice penale italiano: diciotto volte quanto previsto per i più gravi reati finanziari.

Tutto questo si tradurrà in una forte difficoltà a informare i cittadini sulla attività di magistratura e forze di polizia.

Contro questa legge si sono espressi la stragrande maggioranza dei direttori delle testate italiane, di tutti gli orientamenti politici, ma anche tutti gli editori, a eccezione della famiglia Berlusconi che controlla il colosso Mediaset.

Da più parti è stato evidenziato che in Italia c’è una sistematica violazione del segreto istruttorio e che, troppo spesso, vengono pubblicate anche quelle intercettazioni telefoniche che non hanno nulla a che fare con le vicende trattate, ma che mettono in difficoltà le persone coinvolte. Tanto che anche il ministro della giustizia Clemente Mastella, nel precedente governo di centrosinistra, cercò di preparare un testo che non fu mai approvato e che fu criticato da molti operatori dell’informazione. Come allora anche oggi sono in tanti a credere che il nuovo disegno di legge non serva a tutelare la privacy dei cittadini, ma gli eventuali abusi di una classe politica, quella italiana, che negli ultimi anni non ha brillato per rigore morale.

Sarebbe stato più proficuo coinvolgere nell’iter di costruzione del testo chi con le intercettazioni ha a che fare tutti i giorni: magistrati, investigatori e poliziotti. Non lo si è voluto fare per una chiara scelta politica dettata, il dubbio di crederlo è forte, forse più da ragioni di opportunismo che di equità. Fin dall’estate del 2005 Silvio Berlusconi ci aveva provato a farla finita con tutte le «indiscrezioni» di stampa: allora, come oggi, era presidente del Consiglio e aveva annunciato che stava scrivendo «di suo pugno» una legge per mandare in galera da 5 a 10 anni chi diffondeva illegalmente o pubblicava le intercettazioni telefoniche.

Eppure anche un’importante istituzione della nostra Europa ha detto che è illecito, in alcuni casi, vietare ai giornalisti di pubblicare intercettazioni. Il 7 giugno 2007, infatti, la Corte europea dei diritti umani ha condannato la Francia per aver violato la Convenzione europea dei diritti dell’uomo in tema di libertà di espressione e informazione in quanto la giustizia francese aveva giudicato colpevoli due giornalisti per aver raccontato in un libro il sistema di intercettazioni illegali attuato durante la Presidenza Mitterand. La Corte europea, pur considerando che i due autori avevano effettivamente violato le norme francesi sul segreto istruttorio, ha riconosciuto prevalente l’esigenza del pubblico di essere informato sul procedimento giudiziario in corso.

Jérôme Dupuis et Jean-Marie Pontaut, infatti, erano stati condannati per la pubblicazione nel 1996 di un libro intitolato “Les Oreilles du Président” che raccontava di un sistema illegale di intercettazione che assomiglia da vicino al caso Telecom, orchestrato tra il 1983 e il 1986 dagli alti vertici dell’Eliseo contro numerosi personaggi della società francese, compresi molti giornalisti e avvocati, approfittando di un decreto anti-terrorismo.

Nel procedimento penale era coinvolto un collaboratore del Presidente Mitterrand che denunciò in sede penale i giornalisti, accusandoli di aver utilizzato dichiarazioni rese al giudice istruttore e intercettazioni sottratte illegalmente dagli atti giudiziari. I giornalisti non vollero rivelare le loro fonti, sostenendo che il materiale circolava da tempo nelle redazioni, ma il Tribunale di Parigi decretò che si trattava di documentazione agli atti del processo penale coperto dal segreto istruttorio e condannò i due giornalisti ad una pena pecuniaria contenuta. Per Dupuis e Pontaut era comunque troppo per quello che rappresentava: una questione di libertà. E così si sono rivolti alla Corte dei Diritti dell’uomo, ottenendo una sentenza favorevole e che è bene ricordare in alcuni passaggi: «La Corte ritiene che occorre avere la più grande prudenza in una società democratica nel punire per violazione di segreto istruttorio o di segreto professionale dei giornalisti che esercitano così la loro missione di “cani da guardia” della democrazia». Secondo il tribunale di Strasburgo la legge «protegge il diritto dei giornalisti di comunicare informazioni su questioni di interesse generale nel momento in cui questi si esprimono in buona fede, sulla base di fatti esatti e forniscono informazioni “affidabili e precise” nel rispetto dell’etica giornalistica». In più i giudici hanno anche sottolineato che le intercettazioni pubblicate dai giornalisti francesi non sono state contestate per la loro veridicità, e che i giornalisti «hanno agito nel rispetto della regole della professione, nella misura in cui queste pubblicazioni servivano a dare credibilità alle notizie, attestando la loro esattezza e autenticità».

Reporters sans frontières considera il disegno di legge italiano sulle intercettazioni un bavaglio al libero giornalismo e un serio attacco alla libertà di stampa. Con l’approvazione di questa legge verrà sancita, di fatti, la morte del giornalismo giudiziario d’inchiesta. Le sanzioni per i trasgressori rappresentano una vera censura e un ostacolo inaccettabile alla libertà di informazione per una società democratica, come dovrebbe essere quella italiana. Per questo Reporters sans Frontières ha deciso, su suggerimento della sezione italiana di Rsf, di aprire la propria piattaforma blog (basata in Francia) alla pubblicazione di quei documenti e quelle intercettazioni che in Italia saranno considerati fuorilegge, qualora il disegno di legge italiano venisse approvato definitivamente.

Domenico Affinito

Vicepresidente Rsf Italia

La deforestazione e l’inquinamento, soggetti ad alto rischio, un rapporto di RSF su ambiente e informazione

In occasione della Giornata Mondiale dell’Ambiente (5 giugno), Reporters sans frontiéres ha pubblicato il rapporto “La deforestazione e l’inquinamento, soggetti ad alto rischio.” Gli attacchi contro giornalisti e blogger che cercano di dare notizie sui danni ambientali sono in costante aumento in tutto il mondo, ma coloro che indagano l’inquinamento industriale o la distruzione delle foreste sono particolarmente esposti. Con l’aiuto della sua rete di corrispondenti in tutto il mondo, Reporters sans frontiéres ha raccolto informazioni su incidenti in Indonesia, Argentina, El Salvador, Gabon, India, Azerbaijan, Cina e Marocco. Dietro ognuna di queste minacce e attacchi, ci sono stati grandi aziende, bande di criminali o di funzionari governativi corrotti dal denaro dalle attività estrattive. Il rapporto è stato pubblicato in inglese, francese e spagnolo, e può essere scaricato alla fine di questo articolo. Questo è il secondo rapporto che Reporters sans frontiéres ha pubblicato su questo tema. A Settembre 2009, è stato pubblicato il rapporto precedente, intitolato “I pericoli per i giornalisti che denunciano problemi ambientali”

Versione in inglese

Versione in francese

Versione in spagnolo

ISRAELE: Testimonianza

Reporters sans frontières condanna l’uso fatto dall’esercito israeliano delle immagini confiscate ai giornalisti durante il raid contro la flotta umanitaria destinata a Gaza il 31 maggio. Diversi video sono stati messi online sul sito di YouTube da Tsahal, descritte come le “immagini sequestrate sulla flotta per Gaza”. L’appropriazione dei video e il loro utilizzo senza autorizzazione delle redazioni costituisce un grave affronto alla deontologia giornalistica.

L’organizzazioni riporta inoltre la testimonianza di Muna Shester, di KUNA (Kuwait News Agency), attualmente in Kuwait, che l’organizzazione ha sentito telefonicamente il 4 giugno:

  • RSF: Come si è svolto l’attacco?
    M.S.: Gli uomini erano sul ponte della nave e le donne di sotto. L’attacco è iniziato dall’alto. Molto rapidamente c’è stato panico e confusione. I cameramen, i fotoreporter e i corrispondenti sono stati oggetto di maltrattamenti perché filmavano o facevano fotografie del raid. Mi ricordo di un corrispondente che aveva alzato la voce per criticare i metodi militari. E’ stato preso da parte e picchiato. Potevamo sentire le sue urla.
  • RSF: Vi siete identificati come giornalisti?
    M.S.: I giornalisti della stampa scritta non erano identificabili visivamente; non abbiamo dei giubbotti da giornalisti. Tuttavia i giornalisti dei media audiovisivi ne avevano uno. Erano dunque identificabili.
    I soldati ci hanno riunito sul ponte. Ci hanno perquisito e poi ammanettato. Siamo stati lasciati sotto il sole per 5 ore. Non avevamo il permesso di andare alla toilette.
  • RSF: I soldati vi hanno impedito di lavorare?
    M.S: Si, certo. Infatti siamo stati riuniti sul ponte e ci è stato impedito di portare le nostre cose, tranne il passaporto e il nostro denaro. Non avevamo più i cellulari e nessuno strumento per comunicare o filmare. Ci hanno promesso di restituirci le nostre cose, ma hanno mentito.
  • RSF: Come siete stati trattati presso il centro di detenzione di Be’er Scheva?
    M.S.: Siamo stati trattati bene. I soldati ci hanno dato da mangiare. Tuttavia eravamo preoccupati su come sarebbe andata a finire. Sono stato espulso il 2 giugno, dopo due giorni di detenzione. Mi hanno rimandato in Giordania, da dove ho preso un autobus per il Kuwait.

ZAMBIA: Un direttore di pubblicazione condannato ad una pena pesante

Il 4 giugno 2010 il direttore di pubblicazione del quotidiano indipendente The Post, Fred M’membe è stato condannato a quattro mesi di carcere e lavori forzati. Questo giornalista è stato ritenuto colpevole di oltraggio alla corte per aver autorizzato nel 2009 la pubblicazione di un processo in corso. Si trattava di un articolo scritto da un avvocato dello Zambia residente negli Stati Uniti che aveva commentato il processo contro la redattrice capo del The Posi, Chansa Kabwela, accusata di aver messo in circolazione materiale pornografico che attentava alla morale pubblica. In realtà la giornalista aveva fatto pervenire al vice-presidente dello Zambia e al ministro della salute, oltre a varie organizzazioni, una lettera accompagnata dalla fotografia di una donna in procinto di partorire per strada: ella voleva far presente alle autorità pubbliche le  condizioni sempre più difficili in cui le donne sono costrette a partorire nel paese.

AZERBAIGIAN: Sciopero della fame

Eynulla Fatullayev il 2 giugno 2010 ha intrapreso uno sciopero della fame per attirare l’attenzione e sensibilizzare l’opinione pubblica sulla sua condizione. Fa appello all’amministrazione presidenziale, che non sarebbe, a suo parere, consapevole della sua situazione, affinché si informi sul suo caso. Si augura che i colleghi giornalisti si uniscano alla sua lotta, affinché venga liberato al più presto.

Il giornalista è stato condannato nel 2008 a 8 anni e mezzo di prigione per aver, secondo le conclusioni del giudice azerbaigiano, inultato l’onore e la dignità della nazione azerbaigiana, rifiutato di pagare le tasse e di aver espresso minacce terroristiche in una sua analisi politica. La corte europea dei diritti dell’uomo ha chiesto la sua liberazione immediata: secondo la corte il suo arresto e una pena di 8 anni e mezzo di prigione sono illegali. Da allora il giornalista, che in seguito è stato anche accusato di detenzione illegale di droga, si trova in carcere e ha subito un secondo processo per la nuova accusa.

Riconosciuto prigioniero politico dalla comunità internazionale, Fatullayev è redattore capo e fondatore dei principali giornali di opposizione.

Reporters sans frontières ha sempre reclamato la sua liberazione e giudicato illegale la sua detenzione, di natura palesemente politica.

HONDURAS: Trecento militari e poliziotti all’assalto di una radio comunitaria: il marchio del colpo di stato contro la stampa

Dopo il colpo di stato del 28 giugno 2009, le manovre repressive intraprese contro la stampa d’opposizione o comunitaria restano in vigore. Lo testimonia l’assalto militare e poliziesco di cui la radio comunitaria La Voz de Zacate Grande 97.1 FM è stata vittima, nella mattinata del 3 giugno 2010, nella penisola omonima del paese. In possesso di un mandato di arresto contro cinque dirigenti del paese, più di 300 soldati e poliziotti hanno invaso la comunità e ridotto il loro mezzo di comunicazione al silenzio. Un nastro giallo con su scritto “scena del crimine” circonda ora i locali della piccola radio, in base a quanto riferito dall’AMARC, associazione mondiale delle radio comunitarie.

L’occupazione militare di un media e la sua chiusura è il processo caratteristico impiegato durante i colpi di stato. E’ stato così che Radio Progreso è stata esclusa dalle trasmissioni solo qualche ora dopo il rovesciamento di Manuel Zelaya.

La Voz de Zacate Grande è nata il 14 aprile scorso e perora la causa dell’Associazione per lo sviluppo della penisola di Zacate Grande (ADEPZA), i cui rappresentanti sono accusati dai magnati dell’industria agro-alimentare di usurpazione della terra e di frode fiscale. La piccola stazione radio era nel mirino della magistratura, che aveva emesso un mandato d’arresto contro cinque dirigenti dell’ADEPZA. La sua chiusura è avvenuta proprio per l’esecuzione di tale mandato.

INTERNAZIONALE: Tavola rotonda sulla protezione dei giornalisti nelle zone di conflitto

Dichiarazione verbale fatta da George Gordon Lennox, di Reporters sans frontières. Per sensibilizzare la comunità internazionale sul problema della protezione dei giornalisti nelle zone di guerra, visto che ogni anno decine di giornalisti restano uccisi.

Da 20 anni i reporter di guerra si assumono il rischio di restare vittime di un proiettile vagante. Oggi sono presi di mira direttamente e rischiano l’omicidio e il rapimento. Questo cambiamento è dovuto ad un cambiamento della natura dei conflitti. 20 anni fa le guerre tradizionali vedevano contrapposti eserciti professionisti e la linea del fronte era conosciuta. Ora le parti in conflitto sono diverse, non sempre ben identificabili e la linea del fronte è mobile e spesso indefinita. In Iraq o in Afghanistan per esempio i giornalisti sono soprattutto considerati delle spie da eliminare o come moneta di scambio. Il rispetto dei giornalisti come osservatori neutri e indipendenti non esiste più. Per i combattenti afgani, iracheni o somali il giornalista è soprattutto uno straniero che appoggia il governo.

Siamo preoccupati anche per il rapimento di ostaggi. Si è parlato di omicidi, ma bisognerebbe mettere in piedi delle strutture e dei meccanismi che si attivino rapidamente in caso di rapimento di ostaggi. Queste non esistono. Reporters sans frontières si rende disponibile a dirigere un tale progetto.

Su di un piano più istituzionale, bisognerebbe effettuare un lavoro di seguito e implementazione della risoluzione 1738 del Consiglio di sicurezza. Questa risoluzione che ribadisce che i giornalisti in zone di guerra devono essere riconosciuti come civili e rispettati e protetti in quanto tali è fin troppo noto, persino tra gli altri funzionari delle Nazioni unite. Questa realtà mette in discussione la capacità delle Nazioni Unite di intraprendere un reale lavoro di interpellazione e condanna degli Stati inadempienti. Tuttavia omertà, indagini-burla e assenza di accuse contro i sospetti sono causa di impunità e non fanno che rafforzare la capacità dei belligeranti di non applicare il diritto internazionale, soprattutto le Convenzioni di Ginevra. Secondo Reporters sans frontières questa situazione, oltre a rendere più fragile l’autorità morale delle regole stabilite tende a generare confusione in merito all’applicabilità del diritto internazionale.

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