FRANCIA: CSA, misure vessatorie e inutili

Reporters sans frontières  giudica ridicoli e desueta la decisione presa dal Consiglio Superiore per l’Audio-Video (CSA) di obbligare i canali televisivi responsabili di infrazioni in merito all’informazione a  trasmettere un comunicato. “Questa forma di sanzione ci riporta indietro di quarant’anni e non serve a rendere più responsabili i media; al contrario è solo vessatorio e può indurre al rilancio nelle sanzioni degli errori. Il CSA dovrebbe semplicemente ritirare una misura di questo tipo, che non è sorretta da alcun procedimento giudiziario,” dichiara Reporters sans frontières.

Le redazioni di TF1 e di Canal + si sono viste imporre la lettura di un comunicato nel corso delle trasmissioni in questione. Il CSA rimprovera TF1 di aver fornito un numero falso dei partecipanti all’Assemblea nazionale e a Canal + di aver diffuso delle immagini che non avevano attinenza coi fatti di cui si parlava. Ma mentre il CSA lamenta un aumento preoccupante del numero delle infrazioni, Reporters sans frontières sottolinea che esiste già un numero di misure sufficienti a sanzionare i media che vengono meno alle regole e alla deontologia e aggiunge che la maggior parte delle redazioni ha già dei mezzi che permettono loro di dialogare direttamente con il pubblico e di rendere conto degli errori commessi.

KIRGHIZISTAN: Ritorno in pieno alla censura: dove si arriverà?

Da una settimana i principali siti  Internet di informazione indipendente e le trasmissioni radiotelevisive dei servizi in lingua kirghiza di Radio Free Europe/Radio Liberty sono inaccessibili e la lista dei media perseguitati dall’autorità si allunga di giorno in giorno.

Dal 9 marzo gli internauti kirghizi sono privati dell’accesso ai portali ferghana.ru, centrasia.ru et paruskg.info (il cui redattore capo, Guennady Pavlyuk, è stato assassinato il dicembre scorso). Il 10 marzo i media locali che hanno ritrasmesso i programmi in lingua kirghiza di Radio Free Europe/Radio Liberty (RFE/RL) sono stati obbligati ad interrompere le loro attività. Il canale televisivo privato nazionale Echos de Manas ha giustificato la rottura del suo contratto con RFE/RL menzionando le minacce ricevute dalle autorità di non rinnovare la licenza se continuava a trasmettere le trasmissioni Inconvenient Questions e Azattyk Plus. Quattro stazioni radio locali di Bichkek (la capitale) e Naryn (a nord del paese) che trasmettevano regolarmente le trasmissioni di RFE/RL da quando erano state escluse dagli audio-video pubblici, hanno dovuto smettere di farlo. Infine il 15 marzo, le trasmissioni di informazione della BBC sono a loro volta state sospese dal canale pubblico NTRK, ufficialmente per problemi tecnici. Tutti questi media aveva riferito dell’arresto avvenuto in Italia di  un uomo d’affari vicino all’amministrazione presidenziale, Yevgeny Gourevitch, sospettato di avere legami con la mafia.

Altri giornali indipendenti sono stati confiscati e alcuni giornalisti sono stati interrogati e altri aggrediti.

Tutto questo per evitare che si denunci il monopolio del potere dell’entourage del  presidente Bakiev, alimentato da una gestione corrotta e in mano a clan.

IRAN: Ad un anno di distanza ancora nessuna spiegazione sulla morte in carcere di Omidreza Mirsayafi

Il 18 marzo sarà passato un anno dalla tragica morte in carcere del blogger Omidreza Mirsayafi, il cui decesso si sarebbe potuto evitare senza la negligenza di cui hanno dato prova le autorità penitenziarie. Se queste fossero intervenute con rapidità e avessero fatto quanto necessario, il blogger avrebbe potuto essere salvato. La sua morte è ancor più tragica considerando che la sua detenzione era assolutamente ingiustificato, secondo Reporters sans frontières. Era mezzogiorno del 18 marzo 2009 quando Mirsayafi si era sentito male. Era stato trasportato all’ospedale della prigione di Evin, ma ci sono volute ben tre ore prima che la polizia penitenziaria decidesse di trasferirlo all’ospedale di Loghman Hakim, in centro a Teheran. Dopo esservi finalmente giunto alle 16 00 morirà un’ora più tardi da intossicazione farmacologica (propranololo, beta-bloccante). Il medico legale ha stabilito che si era trattato di suicidio nel consegnare il corpo ai famigliari. I quali chiederanno invano che sia fatta un’altra autopsia. In ogni caso resta il fatto che era stata segnalata la tendenza depressiva del blogger che gli avrebbe reso impossibile sopportare la carcerazione e resta pure un mistero come abbia potuto procurarsi più di una cinquantina di compresse in carcere.

La sua morte costituisce un emblema della tragedia che sconvolge le voci dissidenti in Iran oggi e Omidreza Mirayafi simboleggia questa popolazione perseguitata, perseguita, arrestata, incarcerata e ridotta al silenzio.

D’altra parte il 13 marzo 2010 altri 30 netizen sono stati arrestati dai Guardiani della Rivoluzione, ancora una volta senza basi giuridiche. Stavolta però sono stati accusati per la prima volta di cospirare contro il governo grazie ad appoggi con organizzazioni straniere, tra cui la CIA.

BOSNIA ERZEGOVINA: Boicottaggio inaccettabile della radio e della televisione pubbliche da parte del Primo Ministro Milorad Dodik

Reporters sans frontières condanna l’appello al boicottaggio generale della radio e televisione federale pubblica (FTV) fatto dal Primo Ministro della repubblica serba (RS), Milorad Dodik. In una nota interna e confidenziale datata 3 marzo, ma circolata pubblicamente solo il 14 marzo, Milorad Dodik chiede a tutti i rappresentanti della comunità serva di Bosnia di non rispondere alle sollecitazionidi FTV. Chiede una sospensione di tutte le campagne pubblicitarie e delle relazioni economiche che potrebbero collegarli al canale di informazione nazionale. Dodik accusa FTV di offrire una copertura mediatica “orientata e falsa”.

Se il boicottaggio economico di un mezzo di informazione è già di per sé molto grave, quello di un canale d’informazione nazionale fatto da parte di autorità pubbliche è quantomeno scandaloso. Costituisce infatti non soltanto un grave attentato alla libertà di stampa, ma anche una violazione flagrante del Freedom of Information Act (FOIA) del 2001.

Nel 2007 Dodik aveva già fatto appello al boicottaggio, all’epoca verso un canale pubblico nazionale, il BHT1, descritto all’epoca come politicizzato, malizioso e totalmente non professionale.

SOMALIA: Tre giornalisti detenuti, una radio minacciata

La milizia di Al-Shabaab ha arrestato altri tre giornalisti. Ahmed Omar Salihi, direttore di Radio Markabley della città di Bardehere è stato detenuto la notte del 16 e quella del 17 marzo. I due giornalisti Abdulle e Mohamed Abdikarim sono anch’essi stati arrestati il 16 marzo nel sud della Somalia. Lavorano per la stessa radio e sono tuttora detenuti. Il segretario generale della National Union of Somali Journalist ha chiesto il rilascio immediato dei due giornalisti e ha definito la situazione dei giornalisti somali allarmante.

La milizia Al-Shabaab è classificata tra i predatori della libertà di stampa (“Predators of Press Freedom” ). Da diversi anni ostacola in modo grave il lavoro dei giornalisti.

CUBA: Il presidente brasiliano Lula invitato a prendere posizione nei confronti di Cuba, cosa che deve cessare di essere un tabu in America latina, visto che l’Avana continua la repressione

Il segretario generale di Reporters sans frontières ha scritto una lettera al presidente brasiliano Lula, affinché prenda posizione contro la repressione che continua ad essere esercitata a Cuba, come già aveva fatto verso altri paesi dell’America latina come l’Honduras, dove un presidente eletto democraticamente è stato destituito con la forza.

Ricordando la morte recente di Orlando Zapata Tamayo, il segretario dell’organizzazione fa presente che altri dissidenti sono pronti ad intraprendere uno sciopero della fame, anche se ciò li può condurre alla stessa sorte di Zapata e questo rende impellente una reazione da parte della comunità internazionale. Sono più di 200 le persone imprigionate per il solo motivo di pensarla diversamente dai loro leader, inclusi 25 giornalisti, bloggers ed intellettuali, che hanno ricevuto pene detentive pesantissime per la volontà di svolgere la loro professione senza il controllo del governo.

Si sa che Cuba è un simbolo per l’America latina, perché ha spodestato una dittatura con una rivoluzione popolare ed è stata soggetta per 50 anni ad un embargo che ha sfinito la popolazione ed è stata strumentale per il potere. Però ciò non basta ad assolvere  il governo cubano per il brutale trattamento inflitto ai suoi oppositori. Non giustifica il fatto che i cubani non possano viaggiare o lavorare all’estero o avere libero accesso a Internet.

Il futuro di Cuba e le sue istituzioni sono un problema dei cubani, ma la violazione dei diritti umani riguarda la comunità internazionale e la coscienza del mondo. Eppure il governo cubano reagisce al malcontento popolare cercando di modificare, grazie all’aiuto degli altri paesi limitrofi, la propria reputazione. Le democrazie latino-americane non possono continuare a stare a guardare, senza reagire. Cuba non è più un simbolo e dunque non è più neppure un tabu.

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