Prima nella classifica mondiale sulla libertà di stampa di Reporters sans frontières, la Danimarca è conosciuta per il suo profondo attaccamento alla libertà di espressione e di informazione. Lo testimonia la pubblicazione del 16 settembre 2009 da parte del quotidiano Politiken, della versione integrale del libro di Thomas Rathsack “Cacciatori – in guerra con l’elite”, che riporta la testimonianza di un ex soldato sulle operazioni sensibili condotte dalle truppe d’elite dell’esercito danese in Afghanistan. Il ministero della Difesa, che ne aveva chiesto l’interdizione alla magistratura, è stato respinto.
La Danimarca nel gennaio 2010 ha visto la presentazione colpo su colpo di due sondaggi che lascerebbero intendere che la crisi legata alle caricature di Maometto del 2005 avrebbe oggi delle serie conseguenze sulla libertà di espressione e di informazione. Pubblicati nel 2005 sul quotidiano danese Jyllands-Posten, avrebbero provocato un’ondata di indignazione da parte di alcuni appartenenti alla comunità musulmana. Oltre alle proteste e agli attacchi contro le ambasciate danesi, è seguito un vero e proprio movimento di boicottaggio economico in un certo numero di paesi del Medio Oriente e dell’Asia. Queste reazioni riprendono regolarmente vigore ogni volta che viene riproposta la vignetta, soprattutto quella più controversa che raffigura il profeta Maometto con un turbante a forma di bomba. Dalla sua pubblicazione nel settembre 2005, il suo autore Kurt Westergaard è sfuggito a due tentativi di omicidio e vive tuttora sotto protezione.
Nel sondaggio realizzato dal 11 al 14 gennaio 2010, svolto su 1010 persone dalla società Ramboel/Analyse e pubblicato il 19 gennaio da Jyllands-Posten, l’84, 2% degli intervistati approva la decisione dei media nazionali che non hanno pubblicato le caricature dopo l’ultimo tentativo di omicidio nei confronti di Westergaard, avvenuto il 1 gennaio 2010. Solo l’11% è favorevole alla pubblicazione, mentre il 4,1% è incerto. La maggioranza degli intervistati (57,3%) continua a sostenere, in nome della libertà di espressione, il quotidiano Jyllands-Posten per la pubblicazione iniziale delle vignette il 30 settembre 2005. il 32, 8% disapprova l’iniziativa e il 9,9% non si pronuncia.
Un altro sondaggio è stato realizzato dal 3 al 12 dicembre 2009 dall’istituto di analisi Kaas & Mulvad su 654 membri di associazioni culturali danesi, di cui la metà ha richiesto di rimanere nell’anonimato. Pubblicato l’11 gennaio 2010 sul sito Ugebrevet A4 della federazione sindacale LO, il sondaggio stima che circa la metà (il 47%) degli autori, disegnatori, direttori di gallerie d’arte o di musei ritengono che la libertà di espressione è minacciata in Danimarca. Il 56% ha affermato di temere di offendere i propri contemporanei in merito alla loro origine etnica e il 53% di offendere i loro sentimenti religiosi.
Al di là delle cifre e dei sondaggi, Reporters sans frontières ha cercato di raccogliere le reazioni dei giornalisti, disegnatori, artisti e intellettuali e pubblicherà le loro interviste sul proprio sito per un mese.
Fleming Rose, redattore capo per la cultura del quotidiano Jyllands Posten, che è tuttora sotto scorta dal 2005, ha accettato di rispondere a diverse domande e inaugura questo ciclo di reazioni.
Vogliamo ringraziare Lotte Garbers, presidentessa dell’Associazione danese degli scritttori (Dansk Forfatterforening), Toger Sedidenfaden, redattore capo del quotidiano Politiken e Carsten Jensen, giornalista e scrittore danese (che ha appena ricevuto il premio Olof Palme, per la sua difesa coraggiosa, impegnata e determinata dei diritti dell’Uomo), i quali hanno accettato di offrirci il loro punto di vista che verrà pubblicato nel corso delle prossime settimane.
Fleming Rose, redattore capo della pagina culturale del quotidiano Jyllands Posten.
La libertà di espressione è minacciata in Danimarca?
Dipende da come si definisce il problema. Alcuni ritengono che non ci siano minacce in quanto tali, poiché secondo la legge si può dire o scrivere ciò che uno vuole, nei limiti stabiliti dalle Convenzioni europee. La libertà di espressione è dunque protetta per legge. E’ vero inoltre che non esistono tentativi seri di cambiare la legge, come abbiamo potuto invece constatare altrove, in Norvegia, nel Regno Unito o nei Paesi Bassi. In Danimarca abbiamo una legge contro la blasfemia e una legge contro il razzismo. Si potrebbe dire che la prima costituisce un problema, poiché concede agli stranieri uno statuto particolare. Però non viene utilizzata del 1938. Dunque a livello legislativo non si può dire che esistano minacce.
E nella realtà?
La questione resta aperta. Le conclusioni dell’inchiesta, realizzata dal settimanale sindacale dimostrano che un discreto numero di artisti si autocensurano o abbandonano dei progetti per le possibili conseguenze. La metodologia utilizzata per questo studio può essere messa in discussione. Ma sappiamo che questo è un fenomeno trasversale. Gli esempi in Europa abbondano: musei, teatri, case di produzione, di edizione che hanno rifiutato di esporre delle opere, di fare delle rappresentazioni, di girare o pubblicare perché era considerato troppo offensivo, soprattutto nei confronti dell’Islam. Non è un fenomeno limitato alla Danimarca. Il punto è stabilire se ciò costituisce una minaccia oppure no per la libertà di espressione.
Perché il dibattito sulla libertà di espressione in Danimarca è così spesso associato alla religione, soprattutto quella islamica?
Non lo è sempre. C’è stato il caso per esempio del libro scritto da un soldato d’elite per il quale la Difesa ha richiesto l’interdizione in autunno. Personalmente non ho mai pensato che fosse una questione legata alla libertà di espressione. Ma è così che è stata dibattuta. D’altra parte penso che sia normale che le minacce espresse dall’Islam verso la libertà di espressione figurino in cima alla lista dell’agenda in Danimarca, dopo il problema legato alle vignette su Maometto. Era stato un vero e proprio trauma per noi danesi. Abbiamo l’abitudine infatti di considerarci un popolo gentile, che contribuisce agli aiuti internazionali, su cui si può contare all’estero…Questa immagine di popolo tollerante e aperto è stata messa in discussione dal problema delle caricature. C’è dunque più di un interesse reale a comprendere da dove viene il problema: dalla Danimarca o dall’Islam.
Perché l’Islam è considerato da alcuni come una minaccia alla libertà di espressione?
Durante la pubblicazione delle caricature, ho scritto che si poteva constatare un aumento dell’autocensura, ma che era impossibile stabilire se fosse motivata da una paura immaginaria o giustificata. Personalmente, non penso che l’Islam sia la sola minaccia. Ce ne sono altre che vengono da società o Stati, che cercano di proteggersi dall’interno, dopo l’11 settembre 2001, adottando legislazioni antiterroristiche che attentano alla libertà di espressione.
Tale minaccia non è forse altrettanto importante?
Non voglio minimizzare. Avrete sicuramente notato che dopo l’arresto di due individui a Chicago, sospettati di aver preparato un’azione terroristica contro il giornale Jyllands Posten e il sottoscritto, nessun giornale danese ha ripubblicato le caricature. Non è stato per essere gentili verso i musulmani. E’ stato il risultato delle pratiche intimidatorie. E’ divenuto qualcosa di reale. Noi abbiamo dei corrispondenti all’estero. Dobbiamo pensare a loro.
Sta dicendo dunque che oggi si pratica l’autocensura?
So di gente che è stata minacciata e che si autocensura. Perché non lo ammettono tutti a voce alta? Non penso che i passaparola delle associazioni di artisti o degli scrittori siano influenzati dalla situazione politica. Trovano difficile ammettere che la pratica dell’autocensura esiste e che Jyllands Posten ha ragione. Sarebbe come associarsi con il diavolo! C’è un interesse politico a prendere distanza dal problema. E poi , gli artisti, che vogliono sfidare il potere in modo permanente, non possono ammettere di essere intimiditi. Non sarebbe politicamente corretto.
Lei stesso vive sotto protezione della polizia…
E la mia situazione non fa che peggiorare. Kurt Westergaard ha commesso, da parte sua, l’errore di far vedere dove viveva in televisione. Da parte mia poca gente sa dove abito. Ma questa situazione è sostenibile se dura non più di sei mesi. Ora comincio a comprendere che le minacce non cesseranno di esistere e questo mi inquieta. Coloro che hanno deciso di ritenersi offesi dalle caricature non se lo dimenticheranno. E’ un fatto simbolico, sul quale è facile mobilitare la gente. Non ho rimpianti. Non mi volto indietro. In ogni caso, se tutto questo non fosse arrivato con le caricature, lo sarebbe con qualcosa d’altro. Ma certamente ne avrei fatto volentieri a meno.
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