AFGHANISTAN: Il giornalista francese Severin Blanchet ucciso oggi a Kabul

Reporters sans frontières rende omaggio a Severin Blanchet, ucciso oggi a Kabul in un attentato organizzato dai talebani. “La sua passione di trasmettere a dei giovani afgani le tecniche per realizzare dei documentari di talento hanno contribuito in modo permanente agli sforzi per la ricostruzione dei media indipendenti in Afghanistan”, ha affermato l’organizzazione. “Rivolgiamo alla famiglia e ai colleghi impegnati nell’Atelier Varan le nostre più sincere condoglianze. Il progetto portato avanti da Blanchet è una delle azioni più efficaci per permettere all’Afghanistan di acquisire le competenze necessarie alla realizzazione di documentari di qualità”, ha aggiunto Reporters sans frontières. Severin Blanchet, che ha realizzato un decina di film-documentario, ha dato inizio insieme a Jean Rouch nel 1969 alla creazione del Laboratorio di Parigi X Nanterre e nel 1980 dell’Atelier Varan. Ha contribuito alla creazione di numerosi laboratori in diversi paesi del mondo e in particolare in Papuasia e Nuova Guinea. “E’ arrivato ieri mattina a Kabul: stava formando dei giovani realizzatori di documentari. Doveva incontrare gli stagisti per stabilire i soggetti dei prossimi film. Siamo a pezzi”, ha dichiarato alla stampa Helene Vietti, collaboratrice di Blanchet per l’associazione dell’Atelier Varan. “Era dal 2006 che lavorava con giovani realizzatori afgani. Nel 2008 avevano realizzato “I bambini di Kabul”, una serie di documentari fatti da giovani cineasti afgani che era stata presentata al Festival di Cannes nel 2009”, ha aggiunto. Vedere l’Atelier Varan: (
http://www.ateliersvaran.com
)

DANIMARCA: La stampa e il mondo culturale cedono veramente all’autocensura?

Prima nella classifica mondiale sulla libertà di stampa di Reporters sans frontières, la Danimarca è conosciuta per il suo profondo attaccamento alla libertà di espressione e di informazione. Lo testimonia la pubblicazione del 16 settembre 2009 da parte del quotidiano Politiken, della versione integrale del libro di Thomas Rathsack “Cacciatori – in guerra con l’elite”, che riporta la testimonianza di un ex soldato sulle operazioni sensibili condotte dalle truppe d’elite dell’esercito danese in Afghanistan. Il ministero della Difesa, che ne aveva chiesto l’interdizione alla magistratura, è stato respinto.

La Danimarca nel gennaio 2010 ha visto la presentazione colpo su colpo di due sondaggi che lascerebbero intendere che la crisi legata alle caricature di Maometto del 2005 avrebbe oggi  delle serie conseguenze sulla libertà di espressione e di informazione. Pubblicati nel 2005 sul quotidiano danese Jyllands-Posten, avrebbero provocato un’ondata di indignazione da parte di alcuni appartenenti alla comunità musulmana. Oltre alle proteste e agli attacchi contro le ambasciate danesi, è seguito un vero e proprio movimento di boicottaggio economico in un certo numero di paesi del Medio Oriente e dell’Asia. Queste reazioni riprendono regolarmente vigore ogni volta che viene riproposta la vignetta, soprattutto quella più controversa che raffigura il profeta Maometto con un turbante a forma di bomba. Dalla sua pubblicazione nel settembre 2005, il suo autore Kurt Westergaard è sfuggito a due tentativi di omicidio e vive tuttora sotto protezione.

Nel sondaggio realizzato dal 11 al 14 gennaio 2010, svolto su 1010 persone dalla società Ramboel/Analyse e pubblicato il 19 gennaio da Jyllands-Posten, l’84, 2% degli intervistati approva la decisione dei media nazionali che non hanno pubblicato le caricature dopo l’ultimo tentativo di omicidio nei confronti di Westergaard, avvenuto il 1 gennaio 2010. Solo l’11% è favorevole alla pubblicazione, mentre il 4,1% è incerto. La maggioranza degli intervistati (57,3%) continua a sostenere, in nome della libertà di espressione, il quotidiano Jyllands-Posten per la pubblicazione iniziale delle vignette il 30 settembre 2005. il 32, 8% disapprova l’iniziativa e il 9,9% non si pronuncia.

Un altro sondaggio è stato realizzato dal 3 al 12 dicembre 2009 dall’istituto di analisi Kaas & Mulvad su 654 membri di associazioni culturali danesi, di cui la metà ha richiesto di rimanere nell’anonimato. Pubblicato l’11 gennaio 2010 sul sito Ugebrevet A4 della federazione sindacale LO, il sondaggio stima che circa la metà (il 47%) degli autori, disegnatori, direttori di gallerie d’arte o di musei ritengono che la libertà di espressione è minacciata in Danimarca. Il 56% ha affermato di temere di offendere i propri contemporanei in merito alla loro origine etnica e il 53% di offendere i loro sentimenti religiosi.

Al di là delle cifre e dei sondaggi, Reporters sans frontières ha cercato di raccogliere le reazioni dei giornalisti, disegnatori, artisti e intellettuali e pubblicherà le loro interviste sul proprio sito per un mese.

Fleming Rose, redattore capo per la cultura del quotidiano Jyllands Posten, che è tuttora sotto scorta dal 2005, ha accettato di rispondere a diverse domande e inaugura questo ciclo di reazioni.

Vogliamo ringraziare Lotte Garbers, presidentessa dell’Associazione danese degli scritttori (Dansk Forfatterforening), Toger Sedidenfaden, redattore capo del quotidiano Politiken e Carsten Jensen, giornalista e scrittore danese (che ha appena ricevuto il premio Olof Palme, per la sua difesa coraggiosa, impegnata e determinata dei diritti dell’Uomo), i quali hanno accettato di offrirci il loro punto di vista che verrà pubblicato nel corso delle prossime settimane.

Fleming Rose, redattore capo della pagina culturale del quotidiano Jyllands Posten.

La libertà di espressione è minacciata in Danimarca?

Dipende da come si definisce il problema. Alcuni ritengono che non ci siano minacce in quanto tali, poiché secondo la legge si può dire o scrivere ciò che uno vuole, nei limiti stabiliti dalle Convenzioni europee. La libertà di espressione è dunque protetta per legge. E’ vero inoltre che non esistono tentativi seri di cambiare la legge, come abbiamo potuto invece constatare altrove, in Norvegia, nel Regno Unito o nei Paesi Bassi. In Danimarca abbiamo una legge contro la blasfemia e una legge contro il razzismo. Si potrebbe dire che la prima costituisce un problema, poiché concede agli stranieri uno statuto particolare. Però non viene utilizzata del 1938. Dunque a livello legislativo non si può dire che esistano minacce.

E nella realtà?

La questione resta aperta. Le conclusioni dell’inchiesta, realizzata dal settimanale sindacale dimostrano che un discreto numero di artisti si autocensurano o abbandonano dei progetti per le possibili conseguenze. La metodologia utilizzata per questo studio può essere messa in discussione. Ma sappiamo che questo è un fenomeno trasversale. Gli esempi in Europa abbondano: musei, teatri, case di produzione, di edizione che hanno rifiutato di esporre delle opere, di fare delle rappresentazioni, di girare o pubblicare perché era considerato troppo offensivo, soprattutto nei confronti dell’Islam. Non è un fenomeno limitato alla Danimarca. Il punto è stabilire se ciò costituisce una minaccia oppure no per la libertà di espressione.

Perché il dibattito sulla libertà di espressione in Danimarca è così spesso associato alla religione, soprattutto quella islamica?

Non lo è sempre. C’è stato il caso per esempio del libro scritto da un soldato d’elite per il quale la Difesa ha richiesto l’interdizione in autunno. Personalmente non ho mai pensato che fosse una questione legata alla libertà di espressione. Ma è così che è stata dibattuta. D’altra parte penso che sia normale che le minacce espresse dall’Islam verso la libertà di espressione figurino in cima alla lista dell’agenda in Danimarca, dopo il problema legato alle vignette su Maometto. Era stato un vero e proprio trauma per noi danesi. Abbiamo l’abitudine infatti di considerarci un popolo gentile, che contribuisce agli aiuti internazionali, su cui si può contare all’estero…Questa immagine di popolo tollerante e aperto è stata messa in discussione dal problema delle caricature. C’è dunque più di un interesse reale a comprendere da dove viene il problema: dalla Danimarca o dall’Islam.

Perché l’Islam è considerato da alcuni come una minaccia alla libertà di espressione?

Durante la pubblicazione delle caricature, ho scritto che si poteva constatare un aumento dell’autocensura, ma che era impossibile stabilire se fosse motivata da una paura immaginaria o giustificata. Personalmente, non penso che l’Islam sia la sola minaccia. Ce ne sono altre che vengono da società o Stati, che cercano di proteggersi dall’interno, dopo l’11 settembre 2001, adottando legislazioni antiterroristiche che attentano alla libertà di espressione.

Tale minaccia non è forse altrettanto importante?

Non voglio minimizzare. Avrete sicuramente notato che dopo l’arresto di due individui a Chicago, sospettati di aver preparato un’azione terroristica contro il giornale Jyllands Posten e il sottoscritto, nessun giornale danese ha ripubblicato le caricature. Non è stato per essere gentili verso i musulmani. E’ stato il risultato delle pratiche intimidatorie. E’ divenuto qualcosa di reale. Noi abbiamo dei corrispondenti all’estero. Dobbiamo pensare a loro.

Sta dicendo dunque che oggi si pratica l’autocensura?

So di gente che è stata minacciata e che si autocensura. Perché non lo ammettono tutti a voce alta? Non penso che i passaparola delle associazioni di artisti o degli scrittori siano influenzati dalla situazione politica. Trovano difficile ammettere che la pratica dell’autocensura esiste e che Jyllands Posten ha ragione. Sarebbe come associarsi con il diavolo! C’è un interesse politico a prendere distanza dal problema. E poi , gli artisti, che vogliono sfidare il potere in modo permanente, non possono ammettere di essere intimiditi. Non sarebbe politicamente corretto.

Lei stesso vive sotto protezione della polizia…

E la mia situazione non fa che peggiorare. Kurt Westergaard ha commesso, da parte sua, l’errore di far vedere dove viveva in televisione. Da parte mia poca gente sa dove abito. Ma questa situazione è sostenibile se dura non più di sei mesi. Ora comincio a comprendere che le minacce non cesseranno di esistere e questo mi inquieta. Coloro che hanno deciso di ritenersi offesi dalle caricature non se lo dimenticheranno. E’ un fatto simbolico, sul quale è facile mobilitare la gente. Non ho rimpianti. Non mi volto indietro. In ogni caso, se tutto questo non fosse arrivato con le caricature, lo sarebbe con qualcosa d’altro. Ma certamente ne avrei fatto volentieri a meno.

MAURITANIA: Il direttore del sito Taqadoumy beneficia della grazia

Hanevi Ould Dehah, direttore del sito Taqadoumy, è stato liberato oggi 26 febbraio. Ha beneficiato della grazia presidenziale, insieme ad un centinaio di altri prigionieri comuni in occasione del Mouloud, commemorazione della nascita del profeta Maometto. Secondo il suo avvocato il giornalista era divenuto un prigioniero scomodo e ci tiene a ringraziare tutti coloro che si sono battuti per la sua liberazione: senza di ciò, non sarebbe probabilmente mai stato liberato. Reporters sans frontières si felicita di tale liberazione, avvenuta dopo più di otto mesi di detenzione ingiustificata. Il presidente sembra aver tenuto conto degli appelli dei giornalisti mauritani e della comunità internazionale. Per evitare che casi simili si ripetano, sarebbe urgente colmare il vuoto giuridico che concerne la stampa online. Reporters sans frontières ha inviato in merito, il 29 dicembre scorso, una serie di suggerimenti su come migliorare la libertà di stampa. Tra questi uno riguarda la riforma della legislazione inerente Internet.

IRAQ: La democrazia e la libertà di espressione in pericolo nel Kurdistan iracheno

Il 24 febbraio 2010 il giornale Hawlati ha pubblicato una pagina bianca con una sola dicitura: “Mentre voi ricorrete alle armi, noi facciamo uso della penna”, Una prima pagina di questo tipo rappresenta un segnale forte della protesta che segue la serie di aggressioni, di minacce e di persecuzioni di cui sono vittime oggigiorno i giornalisti indipendenti del Kurdistan iracheno. La mobilitazione degli intellettuali curdi e dei media indipendenti della regione è molto forte e vuole denunciare le sevizie commesse dalle forze dell’ordine, dal PUK e dal KDP contro i giornalisti.

Per questo il 23 febbraio alcuni media, come Nawa Radio, Awene, KNN e Speda hanno condannato pubblicamente le recenti violazioni della libertà di stampa e della libertà di espressione nella provincia del Kurdistan iracheno. Gli agenti del PUK, considerati fuori legge, sarebbero tra i principali responsabili delle più gravi aggressioni verso i giornalisti a Suleimanieh, dall’inizio della campagna elettorale. Secondo una lista non dettagliata sarebbero più di dieci i giornalisti che sono stati aggrediti fisicamente e spesso hanno pure subito la distruzione del loro materiale nelle ultime settimane. In tutta risposta Massoud Barzani, presidente della provincia del Kurdistan iracheno il 24 febbraio ha affermato, nel suo discorso di apertura della Conferenza degli studenti in Kurdistan, che si è tenuto a Erbil:”Non c’è posto in Kurdistan per coloro che affermano che le forze di sicurezza della provincia sono una milizia. Non vedo nulla in contrario al fatto che ci si possa opporre a persone di quel genere.”

INDIA: Violenze da parte della polizia contro i giornalisti: “una serie nera”decisamente inquietante

Reporters sans frontières è estremamente preoccupata dall’ondata di violenza da parte delle polizia nei confronti dei giornalisti indiani nel Kashmir, nello Uttar Pradesh, a Karnataka e nell’Andra Pradesh. Nel solo periodo di febbraio l’organizzazione ha contato circa tredici casi di abusi e aggressioni da parte delle forze dell’ordine verso i professionisti dei media indiani. “Come un poliziotto è stato sospeso recentemente per aver picchiato una donna di casta dalite nella provincia dell’Uttar Pradesh, allo stesso modo gli agenti delle forze dell’ordine colpevoli dello stesso reato verso i giornalisti dovrebbero essere puniti. Le immagini della violenza verso quella donna hanno scioccato una parte dell’opinione pubblica indiana. Facciamo appello alle autorità degli stati implicati e al governo di New Dehli affinché si indaghi su tali brutalità inaccettabili, di cui le forze dell’ordine ne hanno maggiore responsabilità. Nel Kashmir non può più bastare che si prometta di far luce sui fatti; bisogna che si puniscano i reati”, ha affermato l’organizzazione.

Un segnale incoraggiante viene dalla Commissione dei diritti umani che il 9 febbraio ha ordinato alle autorità dell’Uttar Pradesh di risarcire un giornalista che era stato rapito e minacciato di morte dalla polizia nel 2005. La Commissione ha dichiarato che “questo caso non solo è un esempio perfetto di apatia, ma anche di antagonismo assoluto nei confronti dei diritti di una persona la cui vita è stata gravemente messa in pericolo dalle azioni delle forze di polizia coinvolte”. La polizia aveva perseguitato questo giornalista per aver scritto sulla corruzione degli ufficiali.

GEORGIA: Un altro caso di censura politica da parte di Euterlsat ?

Il primo operatore satellitare europeo, Eutelsat, sta forse effettuando una censura rifiutando di trasmettere i programmi del canale pubblico georgiano Pervyi Kakvazkyi, in violazione dell’articolo e della sua convenzione? Numerosi elementi portano a pensarlo. E’ una domanda a cui la giustizia francese dovrà dare una risposta il 22 marzo prossimo. In base alla cronologia dei fatti Eutelsat, società soggetta alla legge francese, aveva inizialmente stipulato un contratto con la società georgiana per prodotti audiovisivi GPB che permetteva a questa di trasmettere dal suo satellite W7. Il 31 gennaio 2010 l’ha però ritrattato. Nel frattempo Eutelsat aveva però firmato un ricco contratto con l’operatore russo Interspoutnik, che era già suo partner commerciale da lunga data, ma che è anche cliente dei media di Gazprom, controllato dall’esecutivo russo e che costituisce uno dei più importanti gruppi editoriali russi. Pervy Kakvazkyi è un canale pubblico georgiano di lingua russa che avrebbe trasmesso in tutto il Caucaso, Russia compresa. Questa iniziativa si inserisce nel quadro della guerra di comunicazione tra Russia e Georgia. Le spiegazioni avanzate da Eutelsat per giustificare la decisione sono poco chiare; è chiara invece la loro ammissione riguardante la necessità urgente di una discussione sul contenuto del canale. Tale necessità però è illegale, poiché gli operatori non possono controllare i contenuti delle trasmissioni.

GRECIA: Il governo tedesco non controlla, ne deve controllare, i media tedeschi che parlano della della crisi finanziaria in Grecia

Lettera di Reporters sans frontières a Philippos Petsalnikos, presidente del Parlamento greco.

Oggetto: Convocazione dell’ambasciatore tedesco in merito ai reportage sulla crisi economica in Grecia.

Signor Presidente,

Reporters sans frontières, organizzazione internazionale per la difesa della libertà di espressione  e Premio Sakharov 2005, condanna con forza la convocazione che ha inviato all’ambasciatore tedesco per parlare della copertura mediatica della crisi finanziaria in Grecia da parte dei media tedeschi.

E’ inquietante e semplicemente inaccettabile che la Grecia, attraverso la sua voce e quella di altre personalità ufficiali di primo piano, possa lasciar credere che in seno all’Unione Europea uno stato possa chiedere ad un altro di influenzare i media. Questo tipo di comportamento assomiglia a quello dei regimi che figurano nelle peggiori posizioni nella lista che classifica la libertà di stampa nel mondo ed è lesiva dell’articolo 11 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea.

In merito al diritto internazionale, ed in particolare quello all’interno dell’Unione Europea, uno stato non può, ne deve, in alcun caso essere ritenuto responsabile del contenuto editoriale dei media, qualunque possano essere i mezzi di supporto utilizzati da quest’ultimi. In Germania, come nel resto dei paesi dell’Unione Europea, i media godono di una libertà di stampa tale che li autorizza a trattare tutti i soggetti che ritengano pertinenti, sulla base di una linea editoriale definita in completa libertà. Anche se tale libertà editoriale può, in alcuni casi, portare i media a doversi difendere in tribunale, la stampa però non deve comunque rendere conto a nessuno altro grado di potere diverso da quello giudiziario.

Ne consegue che le autorità tedesche non possono, ne devono, in alcun caso interferire nel modo in cui i media tedeschi trattano la crisi economica in Grecia o su qualsiasi altro argomento in merito.

Insistiamo affinché il parlamento greco e tutte le pubbliche autorità si impegnino pubblicamente e in modo permanente a rispettare l’indipendenza dei media e la loro libertà editoriale, sia a livello nazionale, sia a livello internazionale.

La ringraziamo  per l’interesse e la disponibilità che vorrà riservare a questa petizione e le porgiamo i nostri distinti saluti.

Jean-François Juillard, segretario generale di Reporters sans frontières

HAITI: Video sulla missione di Reporters sans frontières dopo il sisma

Dal 9 al 15 febbraio 2010, Reporters sans frontières ha condotto ad Haiti la sua seconda missione, dopo il terremoto del 12 gennaio scorso. La prima aveva avuto luogo una settimana dopo la catastrofe, durante la quale la nostra organizzazione, in collaborazione con il gruppo Quebecor, aveva messo in piedi in centro operativo per i media (Centre opérationnel des médias ), subito poi affidato alle mani dei giornalisti che hanno subito il sisma. Grazie alle immagini girate sul luogo un mese dopo, vi proponiamo un quadro generale delle conseguenze del sisma sui media, indispensabile per gli aiuti umanitari e la ricostruzione del paese

Video parte prima

Video parte seconda

Dando la parola ai giornalisti haitiani, ci siamo impegnati a mantenere il centro operativo e i progetti della stampa locale in favore dell’informazione umanitaria.

Come collaboratori del settimanale Courrier International, trasmettiamo l’appello fatto da questi in favore de Le Nouvelliste, il principale quotidiano haitiano: (
http://www.courrierinternational.co…
).

TURCHIA: Dopo 10 mesi di detenzione preventiva, concessa la libertà condizionale ad una direttrice di un sito che resta accusata di far parte di un gruppo terroristico

Dopo 10 mesi di detenzione preventiva, il 23 febbraio, la corte d’assise di Instanbul ha concesso la libertà condizionale, a Aylin Duruoglu, direttrice del sito Vatan, e ad altre nove persone, tra le quali Mehmet Yesiltepe, della rivista Devrimci Hareket. Aylin Duruoglu resta accusata di essere membro della cellula armata “Quartier generale rivoluzionario”. Era detenuta dal 27 aprile 2009 nella prigione di Bakirkoy a Istanbul e Mehmet Yesiltepe nella prigione di Tekirdag (nel nord est della Turchia). Erano stati arrestati ad Istanbul perché sospettati di far parte di un gruppo terroristico, che aveva rivendicato un attentato dinamitardo contro la sede del partito della giustizia e dello sviluppo (AKP), il 1 settembre 2008, causando un morto e di un attentato agli inizi di agosto 2008 contro il comando della prima armata a Uskudar (sponda asiatica di Istanbul). La giornalista aveva conosciuto per caso un membro del gruppo terroristico, ma ribadisce di non essere mai stata a conoscenza dell’esistenza di tale gruppo. Ella più che terrorista si ritiene vittima del terrore. Reporters sans frontières chiede che si facciano decadere al più presti i capi d’accusa.

ARGENTINA: Attacchi contro la stampa nelle regioni sotto la morsa dell’industria di materie tossiche

Non porta molto bene parlare delle attività controverse delle aziende che mettono a rischio l’ambiente, spesso in connivenza con le autorità locali e dei conflitti che esse suscitano in certe province. La stampa argentina ne ha fatto recentemente esperienza. Nelle diverse regioni, soprattutto in quelle di Catamarca, di Neuquen e di Chaco, cinque giornalisti sono stati violentemente aggrediti o minacciati di morte. Tra questi Nicolas Ziggioto e il suo cameraman Lucas Olaz sono stati aggrediti e privati del loro materiale, mentre facevano un servizio sul conflitto fortissimo tra popolazione locale e la compagnia Aguas Ricas. La comunità locale denuncia illeciti da parte delle autorità, tra cui anche il sindaco, per favorire la compagnia nello sfruttamento di un giacimento che arrecherebbe rischi per l’ambiente e la salute pubblica. Maria Marquez ha subito minacce di morte verso se stessa e verso i figli e minacce d’incendio dell’abitazione per aver parlato dell’ordine del sindaco di reprimere senza pietà un movimento di protesta. La carica della polizia si era conclusa con una decina di feriti e una trentina di arresti. Una decisione della magistratura ha sospeso le attività della compagnia fino a nuovo ordine. Dante Fernandez è stato picchiato violentemente al volto allo stomaco e alla schiena e dichiara che si tratta evidentemente di un problema politico, visto che i media si fanno carico di diffondere la lotta della popolazione locale  contro le aziende che inquinano.  Anche Norberto Guerrero è stato picchiato per aver parlato dell’estendersi delle attività di due società minerarie sui territori delle comunità indigene di Mapuches e i  cavi della stazione, da cui aveva trasmesso il servizio, sono stati messi fuori uso.

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