EMIRATI ARABI: Condanna ingiusta per un sito indipendente

Il 13 dicembre la corte d’appello di Dubai ha confermato la condanna dell’editore capo del sito d’informazione Hetta.com, Ahmed Bin Gharib, a pagare una multa di 20 000 dirhams ( 3 775 euro) e 10 000 dirham (1 877 euro) per danni ed interessi a Abu Dhabi Media Company, a causa di commenti postati da internauti ad un articolo riguardante la società. Quest’ultima li ha considerati infamanti ed ingiuriosi. La corte ha ordinato anche la chiusura del sito per un mese. L’avvocato della difesa ha dichiarato di ricorrere in cassazione.

Reporters sans frontières condanna questa decisione dichiaratamente sproporzionata nei confronti di un sito d’informazione indipendente. Perché chiudere un sito per un mese per qualche commento esterno alla redazione del sito, visto che solo il suo editore ne è ritenuto responsabile? Perché la società accusatrice, prima di adire al giudice, non ha chiesto direttamente alla direzione di Hetta.com di cancellare i commenti, in spirito di conciliazione? Una tale decisione rivela la volontà di fare di questo sito un esempio per intimidire in futuro tutte le persone che intendono affrontare il grave problema della corruzione”, ha dichiarato l’organizzazione.

Hetta.com aveva sollevato un dibattito di interesse generale in merito a temi come la “corruzione amministrativa” e “l’appropriazione indebita di fondi” in seno alla società accusatrice. (http://www.rsf.org/Proces-en-appel-de-deux.html ). La maggioranza dei commenti postati dagli utilizzatori di Internet sul sito e dichiarati illegali non presentano niente di diffamatorio né di ingiurioso. In base a questa condanna e all’assenza d’illegalità di certi commenti incriminati, ci si può chiedere quale sia stata l’influenza della compagnia sulla corte d’appello.

Reporters sans frontières ha contattato la società Abu Dhabi Media Company e le autorità di Dubai per chiedere loro, innanzi tutto di lasciar cadere le accuse verso l’editore durante il ricorso, e poi di non applicare delle pene così inique e di riconsiderare le loro decisioni. E’ nell’interesse di tutti che la libertà di stampa sia rispettata.

Gli Emirati arabi uniti fanno parte di una lista di paesi sotto sorveglianza in merito alla libertà di espressione su Internet, compilata da Reporters sans frontières.

Vedere il sito di Hetta.com : (http://www.hetta.com/new/index.php)

CILE: Un giornalista, chiamata in giudizio da un ex militare della dittatura, rischia la prigione per “ingiuria”

Nell’ambito della sua collaborazione con Americagora.com, il sito d’informazione dedicato all’America latina, Reporters sans frontières pubblica una cronaca sull’accesso all’informazione durante l’epoca della dittatura di Plan Condor in Argentina e in Cile.

Leggere la cronaca:  (http://www.americagora.com/cadences… )

In Argentina, il presidente Christina Kircher ha appena ordinato, con un decreto del 6 gennaio 2010, il “segreto militare” sugli archivi militari in merito a talune operazioni repressive condotte tra il 1976 e il 1983. In Cile l’accesso a questo passato doloroso non procede allo stesso ritmo. Alla vigilia del secondo turno delle elezioni presidenzialei che dovrebbe portare la destra conservatrice a “La Moneda”, la giornalista indipendente Pascale Bonnefoy deve sottoporsi a giudizio il 14 gennaio, dopo un accusa di calunnia e ingiuria da parte di un ex militare agli ordini del generale Pinochet. Pascale va incontro ad una pena dai tre a dieci mesi di prigione, che potrebbe tradursi in un controllo giudiziario o in una carcerazione effettiva. Ma, al di là della pena, questo processo è carico di simboli.

“Il Cile ha reso – tardivamente – omaggio alle sue vittime, ma non vuole ancora dire nulla su i suoi carnefici. Una condanna di Pascale Bonnefoy potrebbe rendere definitivamente insostenibile una memoria amputata, che viola il diritto dei cileni a conoscere la loro storia”, sostiene Reporters sans frontières.

CINA: Molte persone oggi 14 gennaio hanno deposto fiori davanti agli uffici di Google Cina a Pechino

Foto AFP

MAURITANIA: Il direttore del sito Taqadoumy detenuto arbitrariamente da quindici giorni

Condannato il 19 agosto 2009 per “attentato al buon costume” e in procinto di essere liberato il 24 dicembre 2009, dopo aver portato a termine la pena a sei mesi di reclusione, Hanevy Ould Dehah è ancora detenuto nella prigione di Dar Naim a Nouakchott. L’unica buona notizia è che il direttore del sito Taqadoumi ha cessato, dietro pressione della famiglia, lo sciopero della fame, che poneva seriamente a rischio la sua salute.

“Il protrarsi della detenzione è veramente inaccettabile e scandaloso. Le autorità non hanno alcun diritto di mantenere questo giornalista in carcere, dopo il termine legale per la sua pena. Il loro silenzio di fronte a questa situazione non fa altro che provare la illegittimità del loro rifiuto di liberazione. Chiediamo loro con forza di liberare immediatamente Hanevy Ould Dehah, per evitare di mettersi sulle spalle la comunità mondiale di Internet, i difensori dei diritti umani e altri partners internazionali”, ha dichiarato Reporters sans frontières.

Durante un’intervista con Reporters sans frontières del 13 gennaio 2010, l’avvocato di Hanevy Ould Dehah, il dott. Brahim Ould Ebety aveva annunciato che contava di sporgere denuncia davanti alla Corte suprema contro il procuratore della repubblica, il procuratore generale, il direttore della prigione e l’amministratore della prigione, che ritiene responsabili penalmente di questa detenzione arbitraria.  Intraprenderà inoltre un’azione disciplinare davanti al Consiglio della magistratura se il giudice non ordinerà la rimessa in libertà del direttore del sito. Se tali azioni non sortiranno risultati allora adirà, tra l’altro, alla Corte africana per i diritti dell’uomo e dei popoli.

Di fronte all’illegalità di questa detenzione, le autorità mauritiane restano scandalosamente mute e declinano ogni responsabilità, senza cercare neppure di giustificarsi per la loro inerzia volontaria. Il ministro della giustizia dice di essere stato “sorpassato” e di non essere al corrente di questo caso per quanto mediatico e grave in relazione alle libertà fondamentali.

L’avvocato di Hanevy Ould Dehah ha cercato di fargli visita il 7 gennaio, quando questi era orai al termine della seconda settimana di sciopero della fame, ma la prigione aveva bloccato tutte le visite durante tale sciopero.

Il dott. Ebety considera che il presidente della repubblica islamica della Mauritania, Mohammed Ould Abdel Aziz, è il responsabile diretto del mantenimento della detenzione illegale, evocando un “regolamento di conti contro coloro che osano esprimersi”. Denuncia il caso come il  “ primo di detenzione arbitraria di questo tipo e in più riguarda un giornalista”. Per lui si tratta di un “problema nazionale della massima gravità”, che sarà risolto solo con “un’azione estrema molto importante”. “Soltanto la pressione internazionale può indurre il presidente a fare un passo indietro. Bisogna fare appello all’Unione Europea”, ha concluso.

Per ulteriori informazioni, leggi il comunicato del 29 dicembre 2009 e quelo del 20 agosto 2009.

Vedere anche il video con l’intervista concessa a Reporters sans frontières l’8 gennaio 2010 da Hacen Ould Lebatt, webmaste della pagina francese del sito Taqadoumi:

Qui si può vederei l’intervista del 13 gennaio 2010 di RSF all’avvocato Hanevy Ould Dehah, Mr. Brahim Ould Ebety:

KUWAIT: Un progetto di legge inquietante per la libertà della stampa

In base alle informazioni pubblicate sul sito Alqabas.com, il parlamento kuwaitiano dovrebbe essere in procinto, nei prossimi giorni, di pronunciarsi sugli emendamenti al codice delle pubblicazioni proposti dal ministro per l’informazione, Sheikh Ahmad Abdallah Al-Sabah.

In una lettera indirizzata al primo ministro, poi al presidente dell’Assemblea nazionale, Reporters sans frontières esprime la propria preoccupazione nel caso si adottino queste modifiche legislative. “L’adozione di tali emendamenti da parte del Parlamento imbavaglierebbe la stampa kuwaitiana e andrebbe contro la volontà delle autorità del Kuwait di incarnare l’ideale di democrazia nel Golfo”, ha scritto l’organizzazione.

In effetti gli emendamenti presentati prevedono pene detentive da uno a due anni per reati di stampa e multe che possono arrivare fino a 100 000 dinari.

Inoltre, in caso di offesa a Dio, al profeta Maometto e verso i membri della famiglia reale, gli emendamenti prevedono un inasprimento della legge attualmente in vigore, con pene fino a due anni di prigione (contro l’anno previsto attualmente), e multe che possono andare dai 100 000 ai 200 000 dinari (contro i 20 000 KWD attuali).

In caso di oltraggio alla persona dell’Emiro, o di incitazione al separatismo, le nuove disposizioni prevedono delle pene detentive fino a un anno unitamente a multe che variano dai 50 ai 100 mila dinari (contro le multe attuali dai 5 ai 20 000 dinari).

Infine il testo prevede, prima di tutto, la censura verso i media audiovisivi e le varie produzioni artistiche.

Considerato quanto sopra, Reporters sans frontières ha chiesto al Parlamento di non modificare il codice per le pubblicazioni attualmente in vigore, non votando gli emendamenti proposti dal governo.

REPUBBLICA DOMINICANA: Un imprenditore e due complici accusati dell’omicidio di un cameraman ad un anno e mezzo dall’accaduto

Un imprenditore insieme ad altri due individui il 12 gennaio 2010 sono stati accusati dell’omicidio del cameraman Normando García, che lavorava per il canale Teleuniòn a Santiago de los Caballeros (Nord), avvenuto il  9 agosto 2008. Si tratta di Jaime Flete Garcia, presunto mandante del crimine e di due sicari, José Amauris e José Augustin Espínal.

In un paese dove l’impunità è spesso la regola dopo attacchi e attentati contro la stampa, questa svolta nell’inchiesta sull’omicidio di Normando Garcia costituisce un segnale importante di volontà politica e giudiziaria a  favore dello stato di diritto. Presteremo molta attenzione allo svolgimento del processo che deve avere un valore emblematico, dal momento che i giornalisti dominicani restano esposti a pesanti rappresaglie, soprattutto coloro che si occupano di argomenti sensibili come la corruzione e il narcotraffico”, ha dichiarato Reporters sans frontières.

Normando Garcia, che lavorava per un programma molto popolare nella regione, “Dietro la notizia”, aveva resi pubblici dei video rivelanti il coinvolgimento di Jaime Flete Garcia in  un caso di aggressione avvenuto all’interno della sua azienda. Flete Garcia, alle prese con una terza persona per una controversia finanziaria, aveva obbligato la guardia dello stabilimento a dichiararsi colpevole per le ferite inflittegli. Il cameraman, messo al corrente delle manovre dell’imprenditore, si era presentato in tribunale e aveva testimoniato contro di lui. Questa testimonianza aveva provocato degli incidenti all’interno dell’azienda e all’aggressione di Flete Garcia da parte del suo personale per la sicurezza.

L’imprenditore aveva inizialmente minacciato il reporter e poi cercato di venire a patti con lui, offrendogli 3 milioni di pesos (circa 55 000euro) per non divulgare le immagini. Sarebbe stato dalla prigione che Jaime Flete Garcia avrebbe commissionato la morte di Normando García.

INDIA: La “voce dei senza voce” per il Tibet: intervista di RSF a Karma Yeshi, il redattore capo della radio Voice of Tibet

In Tibet, sotto controllo della Cina, alcune informazioni non possono essere trasmesse dalla stampa, dalla radio, dalla televisione o dai nuovi media. In compenso una volta all’estero, in particolare a Darhamsala, in India, dove si rifugiano delle centinaia di migliaia di tibetani, diversi media liberi producono e diffondono un’informazione alternativa. Nonostante le interferenze, dei media come Voice of Tibet o Radio Free Asia danno voce ai tibetani costretti al silenzio.

Reporters sans frontières ha incontrato Karma Yeshi, il redattore capo della radio Voice of Tibet, a Dharamsala.

Potete raccontarci qualcosa sulla storia di Voice of Tibet?

E’ stata fondata in Norvegia dalle organizzazioni per la difesa dei diritti dell’uomo Norwegian Human Rights House, il Norwegian Tibet Commettee e il Worldview Rights. All’inizio, abbiamo fatto solo due trasmissioni di 15 minuti, 5 giorni la settimana e il nostro ufficio era ad Oslo. Nel 1997 ci siamo trasferiti a Dharamsala. Poi nel 1999, per raggiungere la popolazione cinese, abbiamo cominciato una trasmissione di un quarto d’ora in mandarino. Oggi abbiamo 45 minuti di programmazione: una mezz’ora in tibetano e un quarto d’ora in mandarino. Diffondiamo i nostri programmi circa 5 volte al giorno durante tutta la settimana. Abbiamo anche un sito Internet che ci rende accessibili dal Tibet e dal resto del mondo.

Dove risiede la maggior parte dei vostri ascoltatori?

I nostri targets principali sono la Cina e il Tibet. Diffondiamo dunque il nostro programma da diversi trasmettitori rivolti verso questi paesi. Abbiamo poi anche un trasmettitore volto verso i nostri ascoltatori in India, Nepal e Butan. Il nostro segnale è buono nel Tibet e nel nord dell’India, ma sfortunatamente è molto debole a Lhasa e a Shigatse, poiché le autorità cinesi disturbano fortemente le onde delle nostre emissioni. E’ la nostra sfida più grande. Il nostro programma radio va molto bene nel sud dell’India, dove si trova la più grande comunità tibetana e i nostri programmi si possono ascoltare anche qui, a Dharamsala. Infine sul nostro servizio online chi vive a Taiwan, Hong Kong e in diverse regioni della Cina possono ascoltare i programmi in cinese o tibetano. Abbiamo anche degli ascoltatori a livello internazionale, tibetani e cinesi che vivono fuori dalla Cina.

Fino a che punto le vostre trasmissioni in Tibet sono disturbate dalle autorità cinesi?

Beh, in effetti…Da quando diffondiamo i nostri programmi sulle frequenze riservate alla Voice of Tibet in base alla legislazione internazionale sulle telecomunicazioni, di cui la Cina è firmataria, quest’ultima non ha mai  cessato di utilizzare tali frequenze. Ma si sa, la Cina fa quello che vuole. Viola apertamente la convenzione internazionale che ha firmato. Non può impedirci di trasmettere, ma noi non possiamo impedire che ci disturbi. Dobbiamo usare degli espedienti per sfuggire alle interferenze. Per questo cambiamo spesso le frequenze, ma ciò ci fa perdere ascolto.

Il giornale cinese Global Times sostiene che Voice of Tibet sia un canale d’informazione favorevole all’indipendenza del Tibet. Cosa ne dice di una tale accusa?

Voice of Tibet è una piattaforma per tutti i tibetani e per i simpatizzanti del Tibet. I nostri temi sono molto vari: notizie sul governo in esilio, notizie sul dalai lama, notizie sulle ONG tibetane, relazioni tra Cina e Stati Uniti, etc. Voice of Tibet non segue nessun schieramento politico, poiché il nostro scopo è di fornire una piattaforma per chiunque. Quest’accusa è priva di fondamento. Non abbiamo affiliazioni politiche, diamo voce sia ai sostenitori della “via di mezzo” sia ai sostenitori dell’indipendenza.

Come riuscite a verificare il tasso d’ascolto?

Avere un ritorno dai nostri ascoltatori in Tibet diventa sempre più difficile. Andiamo incontro ai tibetani che arrivano in India. Chiediamo loro:”Ascoltate la Voice of Tibet?” A volte rispondono di sì a volte rispondono di no. (…) Alcuni rispondono:”Per favore diffondete più spesso gli insegnamenti del Dalai Lama”. Molti tibetani hanno cominciato ad ascoltare le radio internazionali perché rappresentano una rara possibilità di ascoltare il Dalai Lama.

Come vi procurate le informazioni sulla situazione all’interno del Tibet?

Ottenere delle informazioni sul Tibet al momento attuale è molto difficile. Riusciamo ad avere delle notizie grazie ad appelli indiretti da parte dei nostri contatti presenti nei diversi paesi del mondo. Molte persone, in particolare i monaci tibetani del sud dell’India, che provengono in maggioranza dal Tibet, ci procurano delle informazioni. Una volta ricevute, le verifichiamo. In effetti per noi l’importante non è essere i primi a dare un’informazione, ma dare l’informazione migliore, la più corretta. Noi verifichiamo e facciamo controlli incrociati con tutti i centri di ricerca tibetani, come per esempio il centro tibetano per i diritti dell’uomo e la democrazia.

INDIA: Media tibetani

In Tibet, sotto controllo della Cina, alcune informazioni non possono essere trasmesse dalla stampa, dalla radio, dalla televisione o dai nuovi media. In compenso una volta all’estero, in particolare a Darhamsala in India, dove si rifugiano delle centinaia di migliaia di tibetani, diversi media liberi producono e diffondono un’informazione alternativa. Nonostante le interferenze, dei media come Voice of Tibet o Radio Free Asia danno voce ai tibetani costretti al silenzio

ISRAELE: Espulso un giornalista americano che stava lavorando nei territori occupati

Reporters sans frontières denuncia la detenzione e l’espulsione di Jared Malsin, giornalista a Ma’an.

Cittadino americano di 26 anni, Jared Malsin è redattore capo da un paio d’anni per Ma’an, agenzia stampa palestinese indipendente, la cui sede si trova a Betlemme.

Era stato portato in un centro di detenzione il 12 gennaio nel pomeriggio, al suo arrivo all’aeroporto Ben Gourion di Tel Aviv. In base alle dichiarazioni dei suoi colleghi contattati da Reporters sans frontières, il giornalista è stato espulso negli Stati Uniti il 14 gennaio,  con un volo delle sei del mattino, ora locale.

E’ accusato dalle autorità israeliane di lavorare senza permesso.

“E’ ridicolo: tutti sanno che gli israeliani non concedono permessi di lavoro per la Cisgiordania. E’ evidente che paga il prezzo del suo lavoro per un mezzo d’informazione palestinese”, ha dichiarato un giornalista di Ma’an.”

TUNISIA: Un giornalista condannato a quattro anni di carcere duro in primo grado

Fahem Boukadous, giornalista per il canale satellitare El Hiwar Errounsi è stato condannato oggi a quattro anni di carcere duro dal tribunale di Gafsa.

“Questa decisione è semplicemente scandalosa. E’ la prima  volta che le accuse non portano che alle attività professionali. Di solito le autorità tunisine utilizzano dei pretesti giudiziari. Evidentemente non hanno più bisogno di montare i processi contro i giornalisti, come nel caso di Taoufik Ben Brik e Zouhaïer Makhlouf. E’ desolante”, ha dichiarato Reporters sans frontières.

“Si tratta chiaramente di un processo politico”, ha detto indignata Sihem Ben Sedrine, direttrice dell’OLPEC a Reporters sans frontières.

Nel dicembre 2008 il tribunale di primo grado di Gafsa (400 km a sud di Tunisi) aveva condannato Fahem Boukadous, allora in clandestinità, ad una pena di sei anni di carcere, per “costituzione di associazione criminale suscettibile di arrecare danno alle persone e ai loro beni”, in seguito alla copertura mediatica delle manifestazioni popolari nella regione mineraria di Gafsa. Il 5 febbraio 2009, la corte d’appello aveva confermato tale condanna. Il 24 novembre 2009, il giornalista si è presentato spontaneamente al tribunale di Gafsa, ponendo così fine a circa diciassette mesi di clandestinità.

Essendo assente al momento del processo, Fahem Boukadous si è opposto alla sentenza. Il procedimento è dunque ricominciato dall’inizio, annullando la decisione giudiziaria precedente riguardante il giornalista. Oggi è stato giudicato per gli stessi fatti che gli erano stati imputati nel dicembre 2008. Condannato a quattro anni di carcere duro, il giornalista ha espresso l’intenzione di ricorrere in appello.

“L’udienza di oggi è durata solo dieci minuti”, ha deplorato Fahem Boukadous a Reporters sans frontières, prima di aggiungere:”I miei avvocati hanno chiesto la registrazione dell’udienza per vizio di procedura, ma non l’hanno ottenuta. La sola domanda che mi hanno fatto ha riguardato il mio legame con il movimento sociale di Gafsa. Ho risposto loro che mi ero limitato a fare il mio mestiere, riferendo sugli avvenimenti che hanno scosso il bacino minerario di Gafsa.”

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