VENEZUELA: Altri quattro canali televisivi possono riprendere le trasmissioni, ma RCTVI resta sospesa

Quattro dei sei canali via cavo sospesi dal 24 gennaio 2010 hanno ottenuto l’autorizzazione a poter trasmettere di nuovo. Si tratta di American Network, Ritmo Son (messicano), TV Chile a cui va ad aggiungersi Momentum.

Leggi l’articolo completo.

SRI LANKA: Appello al presidente Mahinda Rajapaksa per far cessare la repressione post elettorale

Il 30 gennaio le autorità dello Sri Lanka hanno chiuso l’ufficio di Colombo del settimanale cingalese Lanka, vicino al partito d’opposizione JVP. Il direttore della pubblicazione del giornale, Chandana Sirimalwatte, era stato arrestato alla vigilia e posto sotto sorveglianza a vista presso il Reparto investigativo penale.

Inoltre gli uffici del sito d’informazione Lanka e news sono stati accerchiati dalla polizia.

Il 31 gennaio, le autorità hanno revocato l’ordine di espulsione della giornalista svizzera Karin Wenger, che aveva fatto un servizio sull’elezione presidenziale per la radio pubblica svizzera DRS. In base all’AFP, un portavoce del governo ha spiegato che “informazioni false” avevano indotto le autorità all’espulsione. La giornalista aveva ricevuto una lettera dall’ufficio immigrazione, in cui era invitata a lasciare lo Sri Lanka entro e non oltre il 1 febbraio.

Leggi anche l’articolo precedente.

RUSSIA: Il giornalista Alexandre Podrabinek, condannato a pagare una multa e a pubblicare una smentita sulla scomparsa dell’Unione Sovietica

“La fase giudiziaria della lotta tra il giornalista ed ex dissidente russo Alexandre Podrabinek e i movimenti reazionari nostalgici del periodo sovietico comincia a dare i primi risultati. E sono piuttosto inquietanti. Oltretutto il giornalista ha fatto sapere oggi, da radio Ekho Moskvy, che i suoi familiari hanno ricevuto delle minacce”, ha dichiarato Reporters sans frontières, due giorni dopo la condanna del giornalista da parte di un tribunale di Mosca.

Il 27 gennaio, il giornalista indipendente e corrispondente di Radio France Internationale di Mosca è stato condannato a versare 1000 rubli (circa 23 euro) tra danni e interessi ad un veterano della Seconda Guerra Mondiale, Viktor Semenov, che si è ritenuto offeso dalla pubblicazione online di un articolo critico la versione ufficiale “edulcorata” della storia sovietica.

“La condanna, anche se simbolica” di Alexander Podrabinek cosituisce un grave arretramento ed è il segno che i demoni della società russa sono lontano dall’essere stati scacciati. Dopo essere stato obbligato a nascondersi per diverse settimane, il giornalista è divenuto vittima di una nuova forma di persecuzione, questa volta giudiziaria”, ha continuato l’organizzazione.

Alexander Podrabinek dovrà anche pubblicare una smentita per la frase seguente, che compare nell’articolo incriminato, “Sovietici contro Antisovietici” e si rivolge ai veterani: “La vostra patria non è la Russia, ma l’Unione sovietica. E ringraziando Iddio, quest’ultima non esiste più da 18 anni.

Esigere la smentita di questa frase non è soltanto ridicolo, ma anche assurdo; ma è anche il segnale inquietante che i tabù hanno decisamente una vita dura in Russia.

Alexander Podrabinek ha fin da ora annunciata la sua volontà di fare appello contro la sua condanna. Per questa seconda fase del processo giudiziario, il giornalista dovrà mettere insieme dei documenti che provano che l’Unione sovietica non esiste più.

Il processo di dissoluzione dell’Unione sovietica è avvenuto durante tutto il 1991 e si è completato il 25 dicembre dello stesso anno con le dimissioni di Mikhail Gorbatchev da presidente dell’Unione. Il 26 dicembre il Soviet supremo si è riunito un’ultima volta per votare lo scioglimento dell’URSS.

Nel settembre 2009, l’articolo di Podrabinek aveva dato inizio ad una forte polemica e ad una vera e propria campagna di odio, che ha costretto il giornalista a nascondersi per diverse settimane.

Leggere i precedenti comunicati su questo caso:

Leggi il precedente comunicato di RSF su questo caso (in inglese)

Link al blog di Alexandre Podrabinek.

TUNISIA: La corte d’appello conferma la condanna di Taoufik Ben Brik

Oggi, 30 gennaio 2010, la Corte d’appello di Tunisi ha confermato la condanna del giornalista Taoufik Ben Brik a sei mesi di carcere duro.

“Siamo di fronte al terrorismo di Stato. Il colmo è che questo stato è sostenuto dai parlamentari europei che vantano i risultati economici della Tunisia e il fatto che questo paese è un avamposto contro il terrorismo. Ho intenzione di sporgere denuncia presso le Nazioni Unite”, ha dichiarato Azza Zarrad, moglie del giornalista, a Reporters sans frontières.

“Siamo molto delusi da questa decisione. Avevamo sperato che i giudici avrebbero dato prova di maggior indipendenza e discernimento. Il dossier dell’accusa è vuoto. Niente giustifica il fatto che Taoufik Ben Brik rimanga in prigione”, ha dichiarato Jean-François Juillard, segretario generale di Reporters sans frontières, prima di aggiungere:”Ora bisogna accertarsi che le condizioni di detenzione per Taoufik siano le migliori possibili.”

Per William Bourdon, avvocato del giornalista, “la conferma della pena pronunciata in primo grado non fa che confermare la totale assenza d’indipendenza della giustizia tunisina.”

Incarcerato il 29 ottobre 2009, dopo la pubblicazione di articoli critici verso il regime del presidente Ben Ali pubblicati su due media francesi, Le Nouvel Observateur e il sito Mediapart, Taoufik Ben Brik era stato condannato a sei anni di prigione il 26 novembre 2009, grazie alla montatura del caso di sana pianta. Tre giorni dopo è stato trasferito nella prigione di Siliana, a 130 km dalla capitale. Una misuraa di allontanamento che è stata resa nota tardivamente sia alla famiglia sia ai suoi avvocati. La famiglia e l’accusa hanno entrambe ricorso in appello contro la sentenza di primo grado.

Ormai il solo ricorso possibile  e quella alla grazia presidenziale.

SRI LANKA: Appello al presidente Mahinda Rajapaksa per far cessare la repressione post elettorale

“Lanciamo un appello solenne al presidente rielette Rajapaksa affiché faccia cessare gli arresti e le intimidazioni verso la stampa privata e quella straniera. Quest’ondata di violenza post elettorale rischia di macchiare per sempre l’inizio del suo secondo mandato. Inoltre tutto ciò porta male al clima politico dei prossimi anni”, ha affermato Reporters sans frontières. Nel suo ultimo bilancio sulla libertà di stampa, l’organizzazione si è allertata per l’aumento della violenza e della censura in periodo elettorale, soprattutto in Iran o in Tunisia.

L’organizzazione ricorda al capo di stato l’impegno assunto in favore della libertà di stampa, in diverse riprese, soprattutto davanti ad uno dei nostri rappresentanti nell’ottobre 2008. “Prima e durante delle elezioni democratiche è del tutto normale che i media e i giornalisti prendano posizione in favore di un candidato. Al contrario non è accettabile che essi siano vittime di rappresaglie una volta terminate le elezioni”, ha dichiarato Reporters sans frontières.

Dopo l’annuncio dei risultati, contestati da una parte dell’opposizione,la polizia e dei gruppi non identificati se la sono presa con la stampa, soprattutto quella che ha sostenuto il candidato d’opposizione, il generale Fonseka. Queste nuove minacce sono state denunciate dalle cinque principali organizzazioni dei giornalisti dello Sri Lanka in un comunicato comune che fa riferimento ad una “soppressione post elettorale dei media”.

  1. Il 29 gennaio alcuni poliziotti hanno arrestato Chandana Sirimalwatta, direttore di pubblicazione del giornale Lanka, vicino al partito d’opposizione JVP. Era stato convocato per un articolo pubblicato il 26 gennaio. Il fratello del presidente, Gotabhaya Rajapaksa, qualche giorno prima aveva minacciato di far bruciare il giornale.
  2. La sera del 28 gennaio degli uomini in borghese all’interno di una vettura immatricolata 32/ 84 32 hanno posto dei sigilli sulla porta d’entrata dei locali del sito d’informazione Lankaenews. Prima, durante la giornata, degli uomini avevano perquisito gli uffici. Il sito è stato reso inaccessibile dalla compagnia pubblica Sri Lanka Telecom.
  3. Il 28 gennaio, in un’intervista al Daily Mirror, il ministro tamil Douglas Devananda ha minacciato di rappresaglie il giornale Uthayan, con sede a Jaffna, senza nominarlo.
  4. La giornalista Karin Wenger della radio svizzera pubblica DRS rischia di essere espulsa dall’isola il 1 di febbraio, dopo l’annullamento del suo accreditamento. “Avevo un visto e un accreditamento validi per fare un servizio sulle elezioni. Penso che questa decisione sia legata alle domande che ho posto ad un ufficiale durante una conferenza stampa dopo l’annuncio dei risultati”, ha spiegato Karin Wenger a Reporters sans frontières. Un consigliere del capo di stato ha insultato la giornalista, definendola una “sporca bianca”.
  5. Il 28 gennaio, Ravi Abewikrama,  reporter della radio di stato SLBC, è stato aggredito da uno dei suoi responsabili che gli rimproverava di aver criticato i servizi compiacenti sulle elezioni, imposti dalla direzione della stazione.
  6. Il 26 gennaio diversi soldati sono stati dispiegati intorno agli edifici dei canali televisivi privati Sirasa e Swarnavahini, a Colombo.
  7. Il 28 gennaio dei soldati hanno picchiato dei fotografi dell’agenzia stampa straniera che tentavano di prendere parte ad una conferenza del generale Fonseka. Un reporter è stato costretto a cancellare delle immagini dal suo apparecchio fotografico. Già alla vigilia, vicino all’albergo dove si trovava il generale Fonseka, dei soldati avevano impedito ad alcuni giornalisti di lavorare liberamente.

Reporters sans frontières fa infine appello al capo dello stato affinché rinforzi il gruppo di polizia incaricato di ritrovare il giornalista politico e caricaturista Prageeth Eknaligoda, scomparso dal 24 gennaio 2010. La sua famiglia non

MADAGASCAR: Due giornalisti di Radio Fahazavana sono in detenzione provvisoria da più di tre settimane

Il 27 gennaio 2010 la libertà di libertà provvisoria formulata da Didier Ravoahangison, direttore della stazione radio privata Radio Fahazavana appartenente alla chiesa protestante riformata FJKM, vicino al presidente della repubblica decaduto Marc Ravalomanana, e da Lolo Ratsimba, conduttore della trasmissione “Ampenjiky” è stata respinta dal tribunale incaricato di esaminare il dossier.

Accusati di aver partecipato ad “atti di destabilizzazione politica”, i due giornalisti sono detenuti nella prigione di Antanimora dall’8 gennaio scorso.

“Facciamo appello ad un rapido svolgimento di un processo giusto ed equo. Se non si prova la colpevolezza dei due giornalisti, questi dovranno ovviamente essere rilasciati”, ha dichiarato Reporters sans frontières.

I due giornalisti di Radio Fahzavana sono detenuti per la loro presunta complicità in un tentativo di ammutinamento, avvenuto il 29 gennaio 2009 presso il RAS, Reggimento d’Appoggio e del Consiglio di Ampahibe, vicino alla sede del ministero delle forze armate malgascio.

Sono stati posti in regime di detenzione, dopo essere stati ascoltati dalla brigata di ricerca di Fiadanana ed essere comparsi davanti alla commissione giudicante del tribunale di Anosy. Un terzo giornalista, Jaona Raoly, anche lui comparso in giudizio, aveva immediatamente beneficiato della libertà provvisoria.

Questo caso suscita delle reazioni contrastanti ad Antananarivo e in seno alla stampa malgascia.

I difensori di Lolo Ratsimba affermano che non ha fatto altro che il suo lavoro, recandosi per primo sul luogo per intervistare il responsabile dell’ammutinamento, l’aiutante Daniel Ratsimihafindramanana. Secondo loro l’accusa, che fra l’altro grava anche sul direttore della radio, è quella di aver autorizzato la diffusione dell’informazione sulla ribellione.

In base ad altre fonti intervistate da Reporters sans frontières, il giornalista Lolo Ratsimba sarebbe effettivamente stato complice di questo tentato ammutinamento, avendo fornito del denaro agli ammutinati. Qualche giorno dopo l’incidente, il quotidiano Taratra sosteneva che sarebbe state trovate delle “prove” (“porofo”, in malgascio) del coinvolgimento di Ratsimba. Secondo il ministro delle Comunicazioni, Natalie Rabe, citata del sito Internet Madonline.com, l’accusa non rivela la diffusione d’informazioni o un reato di stampa, ma un attentato alla sicurezza nazionale.

In un altro caso il 22 dicembre 2009 il ministro delle Comunicazioni aveva ordinato la sospensione. Per un mese, della trasmissione “Ampenjika” e del giornale radio di Radio Fahazavana. Questa misura era stata revocata qualche giorno più tardi.

MAROCCO: Liquidazione del “Journal Hebdomadaire”: risultato di una politica di asfissia finanziaria sofisticata.

Mercoledì 27 gennaio verso fine giornata, gli uscieri sono piombati negli uffici del Journal Hebdomadaire, in avenue Far a Casablanca, per cambiare le serrature e porri i locali sotto sigilli. Si è a fine giornata, la redazione è accerchiata. Il tribunale del commercio di Casablanca ha appena ordinato la liquidazione giudiziaria di Media Trust, ex società editrice di Journal hebdomadaire fino al fallimento del 2003, e di Trimedia, attuale società editrice di Journal hebdomadaire e ex agenzia pubblicitaria.

Durante un colloquio con Reporters sans frontières, Aboubaker Jamai, uno dei tre fondatori e azionisti del Journal hebdomadaire nel 1997 e direttore di pubblicazione fino al 2007, conferma i debiti di più di cinque milioni di dirhams (450 000 euro) nei confronti della Cassa nazionale per la sicurezza sociale, delle imposte e di alcune banche. Ma insiste sul fatto che “le autorità hanno fatto di tutto per indurre il Journal hebdomadaire alla asfissia financiaria, grazie ad una strategia mirata al boicottaggio finanziario”.

“In seguito alla chiusura definitiva del Journal  nel dicembre 2000, abbiamo dato origine al Journal hebdomadaire nel gennaio 2001. Questa nuova pubblicazione è stata interrotta in due riprese, prima in aprile e poi nel dicembre 2001. A causa del boicottaggio e delle due chiusure i nostri introiti pubblicitari sono precipitati dell’80% tra il 2000 e il 2001.”

Nel corso dello stesso anno, il Journal hebdomadaire è stato condannato in primo grado nel caso Benaissa a pene di carcere duro e a versare 2 milioni di dirhams tra danni e interessi. “In appello, ce la siamo cavati con 500 000 dirhams di danni e interessi.  Ma non eravamo in grado di pagare, non avevamo i soldi. Così il tribunale ha ordinato il pignoramento dei nostri beni, imponendo alla società Media Trust di pignorare i nostri stipendi e di versarli al tribunale. Media Trust si è rifiutata di ottemperare e Benaissa ha fatto condannare Media Trust.”

Aboubaker Jamai decide allora di affidare la gestione del giornale alla società Trimedia, per rilanciare il giornale e sistemare i conti.

“Ogni volta che eravamo in grado di rimborsare una parte dei nostri debiti, l’abbiamo fatto. Abbiamo rimborsato fino a 3 milioni di dirhams a fine 2007 ai creditori di Trimedia”, assicura Aboubaker Jamai.

Dopo la condanna del 2007 a pagare 3 milioni di dirhams inflitta a Claude Moniquet per il caso Esisc, Aboubaker Jamai ha lasciato la direzione del Journal hebdomadaire ed è andato in esilio negli Stati Uniti. La direzione del giornale è stata allora affidata ad Ali Amar. Nella primavera 2009 Aboubaker Jamai si era trasferito in Spagna, riprendendo la penna come editorialista e collaboratore di Journal hebdomadaire.

Secondo lui, nella primavera 2009, Mounir Majidi, segretario particolare, del re Mohammed VI ha riunito i principali inserzionisti del paese, soprattutto del settore immobiliare, per imporre loro il boicottaggio del Journal hebdomadaire e i titoli si Success Publication di Hassan Alaoui (come Economie & Entreprises, Essor…). E’ stato l’annuncio della morte di Journal hebdomadaire”. Da notare infatti che Economie & Entreprises il 30 giugno 2009 è stato condannato a pagare una multa di 5,9 dirhams (531 000euro) tra danni e interessi nel caso della holding della famiglia reale.

In seguito c’era stato un progetto di riscatto per il Journal hebdomadaire da parte di un importante uomo d’affari marocchino, che si è arenato però all’ultimo minuto.

Perchè questa liquidazione finanziaria è messa sotto sequestro stavolta? Aboubaker Jamai dichiara:”Questa sanzione arriva in un momento in cui il potere si sente senza via di scampo, soprattutto per quanto riguarda la situazione nel Sahara occidentale e gli affari del re.” Ricorda infatti la posizione di Journal hebdomadaire nel  “ caso Aminatou Haidar”, militante indipendentista del Sahara occidentale espulso dal Marocco agli inizi di novembre 2009 nelle isole Canarie, e che ha fatto uno sciopero della fame di diverse settimane prima di poter finalmente ritornare in Marocco.

“La politica di asfissia finanziaria messa in atto dalle autorità si scontra con la stampa indipendente. Questa liquidazione giudiziaria suona la fine della principale testata indipendente del Marocco, fondata nel 1997 sotto il regno di Hassan II. Principale simbolo della libertà di stampa, il Journal hebdomadaire è uno dei pochi media di opposizione del paese”, ha dichiarato Reporters sans frontières.

BIRMANIA: Pesante pena detentiva per un altro giornalista video

“Per l’ennesima volta la giunta militare birmana esprime violentemente la propria fobia per le immagini libere, condannando un video giornalista della Democratic Voice of Burma a una pena detentiva molto pesante. E’ urgente che sia liberato al più presto, così come la giovane videasta Hla Hla Win, condannata qualche settimana fa a vent’anni di prigione. Riteniamo che nessuna condizione, che possa essere annoverata nel concetto di libertà di stampa, sia stata ottemperata affinché le elezioni previste per quest’anno siano libere e democratiche”, hanno affermato Reporters sans frontières e la Burma Media Association.

Almeno quindici giornalisti e netizens sono attualmente imprigionati in Birmania.

Ngwe Soe Lin, video giornalista del canale televisivo Democratic Voice of Burma, con sede in Norvegia, è stato condannato il 27 gennaio 2010 a tredici anni di prigione da un tribunale speciale riunitosi in seno alla prigione d’Insein. E’ stato riconosciuto colpevole della violazione dell’Electronic Act e dell’Immigration Emergency Provisions Act.

Il giornalista è stato arrestato il 26 giugno 2009 mentre usciva da un Internetcafè di un quartiere di Rangoon, con uno suo amico. Questi è stato liberato dopo essere stato interrogato dalla polizia per circa due mesi.

La cognata di Ngwe Soe Lin, Aye Mee San, ha affermato che degli agenti della polizia speciale sono venuti a casa loro tre giorni dopo l’arresto e hanno confiscato una macchina fotografica. Ha poi aggiunto che l’avvocato di Ngwe Soe Lin ha intenzione di ricorrere in appello contro la sentenza.

Interrogato da Reporters sans frontières, Aye Chan Naing, il direttore della DVB ha confermato che si trattava proprio di un collaboratore del canale televisivo e ha dichiarato:”Si tratta di un  segnale evidente delle minacce che pesano sui giornalisti e sul controllo dei media che si manifesta prima delle elezioni”.

Informazioni sulla condanna di Hla Hla Win: (http://www.rsf.org/Une-collaboratrice-de-la.html )

IRAN: Continua la cronaca in tempo reale di RSF delle violazioni della libertà di stampa a Teheran e nel resto del paese

29 gennaio – Trasferimento

Masoud Bastani, giornalista del quotidiano Farhikhteghan, è stato trasferito il 24 gennaio 2010 in una prigione al di fuori di Teheran.

Arrestato il 4 luglio scorso e detenuto da allora nella prigione di Evin, è stato giudicato, come numerosi altri giornalisti nell’ambito dei processi “staliniani” organizzati a Teheran, dopo l’agosto 2009. Il 1 novembre 2009 è stato condannato a sei anni di prigione dalla 15sima sezione del tribunale della Rivoluzione.

La ragione per questo trasferimento insolito non è stata resa nota ne al suo avvocato ne alla sua famiglia. Secondo sua moglie, Mahsa Amrabadi, “l’hanno trasferito in un’altra prigione per fargli subire ulteriori pressioni”.

Masoud Bastani ha informato la famiglia che si trovava in una “cella con altri quattro detenuti,   tutti condannati per reati comuni alla pena capitale.”

22 gennaio – Nuovo arresto

Lilli Farhadpour, giornalista e scrittrice iraniana, è stata arrestata presso il proprio domicilio il 21 gennaio 2010. Suo figlio, Behrangh Tonkaboni, redattore capo del mensile culturale Farhangh é ahangh (la cultura e l’armonia) era stato arrestato il 5 gennaio.

FILIPPINE – Condanna a vita per l’assassino di un giornalista: “un segnale incoraggiante”

“Finalmente è giunto il momento che posso dire all’anima di mio padre defunto ‘Il giorno che ti avevo promesso è arrivato, Padre’”, ha scritto la figlia maggiore del giornalista assassinato Edgar Amoro in un testo inviato a Reporters sans frontières. L’assassino, Madix Maulana, è stato condannato il 26 gennaio 2010 al carcere a vita da un tribunale di Cebu, cinque anni dopo il fatto. La difesa ha deciso di ricorrere in appello.

Reporters sans frontières valuta questo verdetto come un avanzamento considerevole di un processo difficile. Tuttavia il dossier e le indagini non si devono chiudere fino a quando i mandanti e i complici non saranno identificati e giudicati.

“Ci complimentiamo per il coraggio della famiglia di Edgar, che, nonostante le minacce di morte, si è battuta per ottenere la condanna di questo assassino, che per molto tempo si è fatto beffe della giustizia, grazie a delle complicità locali. In questo caso la giustizia ha fatto onore agli sforzi della famiglia della vittima, soprattutto trasferendo nel 2007 lo svolgimento del processo da Pagadian a Cebu, a causa di minacce di morte molto serie”, ha dichiarato l’organizzazione.

Almeno cinque giornalisti sono stati uccisi a Pagadian nel corso degli ultimi dieci anni. Almeno 165 giornalisti sono stati uccisi nelle Filippine durante l’esercizio delle loro funzioni a partire dal 1986.

Il 2 febbraio 2005 Edgar Amoro, giornalista della radio locale dxKP e principale testimone dell’omicidio del suo amico giornalista Edgar Damalerio, era stato assassinato a Pagadian (isola di Mindanao a sud del paese). Eppure godeva del programma di protezione dei testimoni del ministero della giustizia. Prima di essere assassinato, Edgar Amoro aveva dichiarato a Reporters sans frontières la sua determinazione, malgrado le minacce, a testimoniare al processo. In questo caso è il secondo testimone eliminato dai complici del principale sospettato, il poliziotto Guillermo Wapile. Quest’ultimo è stato condannato nel 2005 all’ergastolo per l’omicidio del giornalista Edgar Damalerio.

“Per quanto riguarda i responsabili che si nascondono dietro l’omicidio di mio padre e di Edgar Damalerio, è molto difficile portarli in giudizio, senza aggravare il rischio per la nostra sicurezza”, ha spiegato una delle figlie di Edgar Amoro a Reporters sans frontières. La sua famiglia ha l’appoggio degli agenti del programma di protezione dei testimoni. L’assassino è stato inoltre condannato a pagare 195 000 pesos (più di 3 000 euro) di danni e interessi.

L’organizzazione dei giornalisti filippini NUJP ha dichiarato che questo verdetto rappresenta una “spinta morale” per lottare contro l’impunità. “Ora il frutto del nostro lavoro e dei nostri sacrifici enormi si vede, tanto la speranza è a portata di mano. Non parliamo solamente a nome della famiglia, ma a nome di tutte le famiglie dei giornalisti assassinati nel nostro paese che gridano per ottenere giustizia”, ha dichiarato la famiglia di Edgar Amoro.

Madix Maulana è stato arrestato nel settembre 2006 dalla polizia di Pagadian (capitale della provincia di Zamboanga del Sur, sull’isola di Mindanao). Era la ex guardia del corpo di un politico locale.

Per reazione, la polizia non ha mai seriamente indagato sul possibile coinvolgimento di Asuri Hawani, ex capo di polizia di Pagadian, in questo caso di doppio omicidio.

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