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RSF: La Classifica Mondiale della Libertà di Stampa 2013

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Classifica della Libertà di Stampa 2013: speranze deluse dopo la primavera

Reporter senza frontiere lancia l’indicatore per la libertà dei media

Dopo le cosiddette Primavere arabe e gli altri movimenti di protesta che hanno causato molti “saliscendi” nella classifica dello scorso anno, la Classifica della Libertà di Stampa 2013 di Reporter senza frontiere segna un “ritorno alla normalità”.

La posizione in classifica di molti Paesi non è più attribuibile ai considerevoli sviluppi politici. La classifica di quest’anno rappresenta una più attenta riflessione degli atteggiamenti e delle intenzioni dei governi nei confronti della libertà degli organi di informazione a medio e lungo termine.

Gli stessi tre Paesi europei che guidavano la classifica lo scorso anno detengono le prime tre posizioni anche quest’anno. Per il terzo anno consecutivo, la Finlandia si è distinta come il Paese che più rispetta la libertà di informazione. È seguita da Olanda e Norvegia.

Nonostante siano stati considerati molti criteri, che vanno dalle legislazioni in materia degli Stati alla violenza contro i giornalisti, i Paesi democratici occupano la testa della classifica, mentre quelli dittatoriali occupano le ultime tre posizioni. Questo triste primato va nuovamente agli stessi tre del 2012: Turkmenistan, Corea del Nord e Eritrea

“La Classifica della Libertà di Stampa 2013 pubblicata da Reporter senza frontiere non prende in considerazione diretta il tipo di sistema politico; risulta chiaro tuttavia che le democrazie offrono una migliore protezione alla libertà al fine di produrre e far circolare notizie e informazioni accurate, rispetto ai Paesi dove i diritti umani vengono spesso sbeffeggiati”, ha dichiarato il segretario generale di RSF Christophe Deloire.

“Nelle dittature, gli organi di informazione e le famiglie dei rispettivi staff sono esposti a rappresaglie spietate, mentre nelle democrazie i media devono fare i conti con le crisi economiche del settore e i conflitti di interesse. Le loro situazioni non sono sempre confrontabili, ma dovremmo ad ogni modo rendere omaggio a tutti coloro i quali resistono alla pressione, sia essa aggressivamente concentrata, individuale o generalizzata.”

In occasione della pubblicazione della sua Classifica della Libertà di Stampa 2013, Reporter senza frontiere pubblica per la prima volta un “indicatore” annuale globale della libertà dei media nel mondo.

Questo nuovo strumento analitico misura il livello complessivo della libertà di informazione nel mondo e la performance dei governi mondiali nella loro completezza per quanto riguarda questa libertà fondamentale.

Viste la progressiva affermazione delle nuove tecnologie e l’interdipendenza tra governi e popoli, la libertà di produrre e diffondere notizie e informazione in senso lato ha bisogno di essere valutata sia a livello mondiale che a livello nazionale. Oggi, nel 2013, il suddetto “indicatore” della libertà dei media si fissa a 3395; essendo il primo, rappresenterà il punto di riferimento per gli anni a seguire.

Tale indicatore può anche essere “scomposto” regionalmente e, attraverso una ponderazione basata sulla popolazione di ciascuna regione, può essere utilizzato per produrre un punteggio che va da 0 a 100, dove lo zero rappresenta un totale rispetto per la libertà di informazione.

Con riferimento alla classifica di quest’anno, si è così prodotto un punteggio di 17,5 per l’Europa, 30,0 per le Americhe, 34,3 per l’Africa, 42,2 per l’Asia-Pacifico e 45,3 per la Russia e le ex repubbliche sovietiche (ex-URSS). Nonostante le Primavere arabe sopra citate, le regioni del Medio Oriente e del Nord Africa si sono classificate ultime con un punteggio di 48,5.

L’alto numero di giornalisti e internauti uccisi durante il loro lavoro nel 2012 (l’anno più mortale mai registrato da Reporter senza frontiere nel suo annuale resoconto al riguardo), ha naturalmente inciso notevolmente sulle posizioni dei Paesi dove i suddetti omicidi hanno avuto luogo; tra questi, la Somalia (posizione n.175, -11 posizioni rispetto alla Classifica del 2012), la Siria (176, posizione invariata), il Messico (153, -4) e il Pakistan (159, -8).

Dalla cima al fondo

I Paesi nordici hanno ancora una volta dimostrato la loro capacità di mantenere un ambiente ideale per i mezzi di informazione. La Finlandia (1, posizione invariata), l’Olanda (2, +1) e la Norvegia (3, -2) hanno resistito saldamente ai primi tre posti. Il Canada (20, -10) ha evitato per un soffio di uscire dalla “top 20”. L’Andorra (5) e il Liechtenstein (7) hanno per la prima volta assoluta fatto il loro ingresso in classifica appena dietro i tre leader.

All’altro capo della classifica, troviamo gli stessi tre Paesi di sempre: Turkmenistan (177), Corea del Nord (178) e Eritrea (179) che, come già detto, occupano infatti gli ultimi tre posti della classifica. L’arrivo di Kim Jong-un a capo del cosiddetto Hermit Kingdom non ha in alcun modo modificato il controllo assoluto del regime sulle notizie e sull’informazione in genere. L’Eritrea, recentemente scossa da una breve ribellione dei soldati che hanno tentato di prendere il controllo del Ministero dell’Informazione, continua a essere una grande prigione a cielo aperto per il suo popolo e a lasciare i suoi giornalisti morire in carcere. Il regime turkmeno, infine, nonostante il suo discorso riformista, non ha ceduto di un millimetro per quanto riguarda il suo controllo totalitario dei media.

Per il secondo anno consecutivo, gli ultimi tre Paesi della classifica sono immediatamente preceduti dalla Siria (176), dove si sta portando avanti una guerra d’informazione mortale, e dalla Somalia (175, -11), che ha vissuto un anno mortale per i giornalisti. Iran (174, +1), Cina (173, +1), Vietnam (172, posizione invariata), Cuba (171, -4), Sudan (170, posizione invariata) e Yemen (169, +2) completano la lista dei dieci Paesi che meno rispettano la libertà di informazione. Non soddisfatto dell’incarcerazione di giornalisti e internauti, l’Iran tormenta anche i familiari dei giornalisti, compresi i parenti dei giornalisti che si trovano all’estero.

Grandi ascese

Il Malawi (75, +71) ha registrato il più grande balzo in avanti nella classifica, ritornando quasi alla posizione che aveva prima degli abusi occorsi al termine dell’amministrazione Mutharika. Anche la Costa d’Avorio (96, +63), che sta uscendo dalla crisi post-elettorale tra i sostenitori di Laurent Gbagbo e quelli di Alassane Outtara, ha scalato la classifica, guadagnando la sua posizione migliore dal 2003.

La Birmania (151, +18) ha proseguito la sua ascesa iniziata con lo scorso anno. Fino ad allora, infatti, e a partire dal 2002, era sempre stata nelle ultime 15 posizioni; adesso, grazie alle riforme senza precedenti della “Primavera birmana”, ha ottenuto la sua posizione migliore di sempre. Anche l’Afghanistan (128, +22) ha registrato una significativa salita grazie al fatto che non vi sono giornalisti in carcere. Ciononostante, sta affrontando molte sfide, soprattutto quella che riguarda il ritiro delle truppe straniere dal suo territorio.

…e grandi cadute

Il Mali (99, -74) ha registrato la perdita di posizioni più grande di questa classifica, risultato di tutti i tumulti vissuti nel 2012. Il colpo militare a Bamako (capitale del Mali) del 22 marzo scorso e la presa di potere al Nord da parte di Islamisti armati e separatisti Tuareg hanno esposto i media di quella zona a censura e violenza. La Tanzania (70, -36) è indietreggiata di oltre 30 posizioni perché, nel giro di soli quattro mesi, un giornalista è stato ucciso mentre si stava occupando di una manifestazione e un altro è stato assassinato.

Colpito da ripetute proteste sociali ed economiche, il Sultanato dell’Oman (141) ha perso 24 posizioni, costituendo il risultato peggiore del Medio Oriente e del Nord Africa nel 2012. Circa 50 internauti e blogger sono stati oggetto di procedimenti giudiziari con le accuse di lesa maestà e reati cibernetici nel 2012. Solo nel mese di dicembre, almeno 28 di questi sono stati dichiarati colpevoli in processi che hanno calpestato i diritti della difesa.

In Israele (112, -20) i giornalisti godono di una vera libertà di espressione nonostante l’esistenza di una censura militare; il Paese, tuttavia, è sceso in classifica a causa della sua presa di mira militare contro i giornalisti della Palestina.

In Asia, il Giappone (53, -31) è stato colpito da una mancanza di trasparenza e da una quasi totale assenza di rispetto per l’accesso alle informazioni sulle tematiche direttamente o indirettamente connesse al disastro di Fukushima. Questa brusca caduta dovrebbe suonare come un allarme. La Malesia (145, -23) è crollata alla sua posizione più bassa di sempre, in quanto l’accesso all’informazione sta diventando sempre più limitato. La stessa situazione prevale in Cambogia (143, -26), dove l’autoritarismo e la censura sono in aumento. Anche la Macedonia (116, -22) ha perso oltre 20 posizioni in seguito al ritiro arbitrario delle licenze ai media e al deterioramento dell’ambiente lavorativo per i giornalisti.

Impatto variegato/mutevole degli importanti movimenti di protesta

Abbiamo visto come la classifica dello scorso anno sia stata segnata dai principali sviluppi delle notizie riguardanti le Primavere arabe e il pesante prezzo pagato da coloro che si sono occupati dei movimenti di protesta. Nel 2012 abbiamo inoltre potuto osservare una vasta gamma di scenari diversi: paesi come Tunisia, Egitto e Libia, in cui si sono verificati cambi di regime, paesi come Siria e Bahrain, dove le rivolte e la conseguente repressione sono ancora in corso, e paesi come Marocco, Algeria, Oman, Giordania e Arabia Saudita, dove le autorità hanno utilizzato promesse e compromessi per disinnescare le richieste di un cambiamento politico, sociale ed economico.

Alcuni dei nuovi governi generati da questi movimenti di protesta si sono rivoltati contro i giornalisti e gli internauti che si sono occupati delle richieste dei movimenti e delle loro aspirazioni a una maggiore libertà. Con i loro vuoti legislativi, cariche arbitrarie dei responsabili dei media di Stato, attacchi fisici, processi e mancanza di trasparenza, la Tunisia (138, -4) e l’Egitto (158, +8) sono rimasti a un deplorevole livello nella classifica e hanno evidenziato gli ostacoli che la Libia (131, +23) dovrebbe evitare al fine di mantenere e proseguire la sua transizione verso una stampa libera.

Il paese più letale per i giornalisti nel 2012 è stata la Siria (176, 0), dove i giornalisti e cittadini della rete sono le vittime di una guerra all’ informazione condotta sia dal regime di Assad, che non si ferma davanti a nulla, al fine di reprimere e di imporre il silenzio stampa, che dalle fazioni di opposizione che sono sempre più intolleranti verso il dissenso.. Nel Bahrein (165, +8) la repressione si è lievemente attenuata, mentre nello Yemen (169, +2) le prospettive continuano a essere allarmanti nonostante un cambio di governo. L’Oman (141, -24) è crollato bruscamente a causa di un’ondata di arresti di internauti.

Altri Paesi colpiti dalle proteste hanno vissuto cambiamenti, nel bene e nel male. Il Vietnam (172, posizione invariata) non è riuscito a recuperare le sei posizioni perse nella precedente classifica. Rappresentando la seconda prigione più grande al mondo per gli internauti, è rimasto negli ultimi dieci Paesi della classifica. L’Uganda (104, +35) ha invece riacquistato una posizione più appropriata, sebbene non sia tornata a quella che aveva prima del giro di vite sulle proteste avvenuto nel 2011.

L’Azerbaigian (156, +6) e la Bielorussia (157, +11) l’anno scorso erano entrambi crollati in classifica dopo aver utilizzato la violenza per reprimere le manifestazioni di opposizione; quest’anno sono semplicemente tornati alle loro precedenti posizioni, comunque pessime. Il Cile (60, +29), invece, sta iniziando a riprendersi dopo il crollo di 33 posizioni – era sceso fino alla numero 80 – registrato nella classifica dello scorso anno.

L’instabilità politica mette i giornalisti nell’occhio del ciclone

L’instabilità politica è spesso fonte di divisione per i media, e provoca il negativo effetto di rendere molto difficile la produzione di notizie e informazioni riportate in maniera indipendente. In situazioni simili, minacce e attacchi fisici ai giornalisti ed epurazioni agli organici dei media sono pratiche comuni. Le Maldive (103, -30) hanno subìto un brusco crollo in classifica dopo la rimozione del presidente con un presunto colpo di Stato, seguito da minacce e attacchi ai giornalisti considerati suoi sostenitori. In Paraguay (91, -11) la rimozione del presidente in un “golpe” parlamentare, il 22 giugno 2012, ha avuto un grande impatto sulle trasmissioni statali, con un’ondata di licenziamenti arbitrari in un quadro di iniqua distribuzione delle frequenze.

La Guinea-Bissau (92, -17) è scesa in classifica perché l’esercito ha rovesciato il governo tra la prima e la seconda tornata delle elezioni presidenziali e ha imposto ai media la censura militare. Nel Mali (99, -74) un colpo militare ha alimentato le tensioni, molti giornalisti sono stati fisicamente attaccati nella capitale e l’esercito controlla attualmente i media di Stato.

Infine, questa classifica non riflette il trambusto politico della Repubblica Centroafricana (65, -3) avvenuto nel gennaio 2013, ma il suo impatto sulla libertà dei media è già fonte di estrema preoccupazione.

“Modelli regionali” carenti

In quasi tutte le parti del mondo, i Paesi influenti considerati dei “modelli regionali” sono sensibilmente indietreggiati in classifica. Il Brasile (108, -9), il motore economico del Sudamerica, ha proseguito la sua discesa, iniziata lo scorso anno, a causa dei cinque giornalisti uccisi nel 2012 e di problemi persistenti che riguardano il pluralismo dell’informazione.

In Asia, l’India (140, -9) ha raggiunto il suo livello più basso dal 2002 a causa di una crescente impunità per la violenza contro i giornalisti e anche perché la censura di Internet continua a crescere. La Cina (173, +1) non mostra segnali di miglioramento. Nelle sue carceri sono ancora detenuti molti giornalisti e internauti, mentre una sempre più impopolare e mal sopportata censura di Internet continua a essere un ostacolo rilevante per l’accesso all’informazione.

Nell’Europa dell’Est, la Russia (148, -6) ha perso ancora posizioni poiché, dopo il ritorno di Vladimir Putin alla presidenza, la repressione è stata accelerata in risposta a un’ondata di proteste dell’opposizione senza precedenti. Il Paese, inoltre, continua a essere segnato dall’inaccettabile fallimento nel punire tutti coloro che hanno ucciso o attaccato giornalisti. L’importanza politica della Turchia (154, -6) è cresciuta sempre più a causa del conflitto armato nella vicina Siria, ma è nuovamente caduta nella classifica in quanto attualmente risulta essere la più grande prigione al mondo per i giornalisti, soprattutto per coloro che esprimono opinioni critiche nei confronti delle autorità in merito alla questione curda.

In un quadro del genere, sarebbe ingeneroso fare un confronto con il Sudafrica (52°, -10), dove la libertà di informazione è una concreta realtà. Il Paese detiene ancora una posizione di tutto rispetto, tuttavia sta costantemente scivolando nella classifica e, per la prima volta, non compare più tra i primi 50. Il giornalismo investigativo è infatti minacciato dal Protection of State Information Bill (Legge per la Protezione delle Informazioni Statali, che prevede pene molto severe per chiunque divulghi segreti di Stato, ndt).

Democrazie stazionarie o che fanno marcia indietro/invertono la rotta

La situazione è pressoché immutata per molti Paesi dell’Unione Europea. Sedici dei suoi membri si trovano ancora nella “top 30” della classifica. Il modello europeo, tuttavia, si sta sfasciando. La cattiva legislazione osservata nel 2011 è proseguita, soprattutto in Italia (57, +4), dove la diffamazione deve ancora essere depenalizzata e le istituzioni ripropongono pericolosamente “leggi bavaglio”. L’Ungheria (56, -16) sta ancora pagando il prezzo delle sue riforme legislative repressive, che hanno avuto un impatto notevole sul lavoro dei giornalisti. Ma è l’incredibile caduta della Grecia (84°, -14) a essere ancora più preoccupante. L’ambiente sociale e professionale per i suoi giornalisti, esposti alla condanna pubblica e alla violenza sia dei gruppi estremisti che della polizia, è disastroso.

Il Giappone (53, -31) è precipitato in classifica a causa della censura su Fukushima e sull’industria nucleare e per il suo fallimento nella riforma del cosiddetto sistema “kasha club”. Si tratta di un risultato allarmante per un Paese che ha sempre ottenuto un buon posizionamento. L’Argentina (54, -7) ha perso qualche posizione in un contesto di tensioni crescenti e conflitti tra il governo e alcuni media privati circa una nuova legge che regola i media radiotelevisivi .

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Vedi anche:

RSF Italia ringrazia Tatiana Camerota che ha curato la traduzione di questo documento

IL BAROMETRO 2013 DELLA LIBERTA’ DI STAMPA

7

4

191

180

giornalisti uccisi

net-cittadini e cittadini-giornalisti uccisi

giornalisti imprigionati

cyberdissidenti imprigionati

Nota: La voce giornalisti uccisi nella tabella comprende soltanto i casi in cui Reporter senza frontiere ha potuto stabilire chiaramente che la vittima è stato uccisa per la sua attività di giornalista. Non comprende i casi in cui le motivazioni non sono legate al lavoro della vittima ovvero il collegamento non è stato ancora confermato

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Le rivelazioni “offshore”: il giornalismo di inchiesta sfida potenti interessi nascosti

offshore_sld-3-3d1fcDopo la pubblicazione di oggi dei risultati dell’analisi di milioni di documenti trapelati sulla società offshore e paradisi fiscali, Reportersenza frontiere saluta l’inchiesta giornalistica che rappresenta la nascita di un giornalismo capace di affrontare potente settore di interessi privati e nascosti.

“La collaborazione di informatori e giornalisti investigativi che agiscono come cani da guardia della democrazia permette di sfidare una rete sapiente di segretezza con ramificazioni spesso planetarie,” ha detto Christophe Deloire, segretario generale di Reporter senza frontiere. “Questi nuovi strumenti di trasparenza contribuiranno a combattere l’appropriazione indebita di fondi pubblici, l’acquisizione fraudolenta di fortune e la corruzione.”

Proprio come Reporter senza frontiere ha visto gli effetti positivi che le rivelazioni di WikiLeaks hanno avuto sulla lotta contro i regimi repressivi, così ora RSF accoglie il lavoro che è stato svolto dal Consorzio Internazionale dei giornalisti investigativi (ICIJ) con sede a Washington, con il finanziamento del Centro “for Public Integrity”.

I risultati pubblicati oggi da 38 agenzie di stampa di tutto il mondo sono basati su 15 mesi di ricerca e di analisi di più di 2,5 milioni di file. Il lavoro è stato condotto da rete di giornalisti investigativi del ICIJ ed ha visto mobilitati più di 86 giornalisti in 46 paesi.

Il quotidiano svizzero Le Matin ha detto che i dati rivelati, che comprendono e-mail, contratti, foto, passaporti e conti, contengono informazioni su oltre 122.000 società off-shore e trust legati ad almeno 130.000 persone in 140 paesi.

BRASILE – Il Paese dei trenta Berlusconi, gli squilibri del sistema mediatico nel gigante sud-americano

BrazilReporter senza frontiere pubblica oggi un report intitolato “Brasile, il paese dei 30 Berlusconi”. Tale rapporto analizza i limiti e gli squilibri del panorama mediatico di questo gigante del Sud America, ed è basato su un’inchiesta condotta nel corso del mese di novembre 2012 in tre tappe: Rio de Janeiro, San Paolo e Brasilia.

La topografia dei media nel Paese che ospiterà il Campionato mondiale di calcio 2014 e i Giochi Olimpici 2016 non è cambiata granché nei tre decenni successivi alla fine della dittatura militare (1964-85).

Oltre a una decina di grandi gruppi finanziari (e famiglie) che controllano e dominano il mercato dei media nazionali e che hanno le loro sedi principalmente a Rio de Janeiro e San Paolo, il Brasile ha molti media regionali indeboliti dalla loro subordinazione ai centri di potere dei vari Stati brasiliani.

L’indipendenza editoriale degli organi di informazione – comprendendo sia quelli su carta stampata che quelli radio-televisivi – è infatti minacciata soprattutto dalla loro forte dipendenza finanziaria e pubblicitaria nei confronti delle istituzioni e degli organismi pubblici.

La fragilità dei media incoraggia la violenza. Nel 2012 cinque giornalisti e blogger brasiliani sono stati uccisi in connessione diretta al loro lavoro, facendo così posizionare il Brasile al quinto posto mondiale per il numero di reporter uccisi.

Altri due giornalisti, rinomati per le loro approfondite conoscenze delle questioni legate alla sicurezza pubblica, hanno dovuto prendere la strada dell’esilio lo scorso anno; la campagna per le elezioni comunali dell’ottobre 2012, inoltre, ha vissuto un aumento in termini di minacce e attacchi fisici sui media considerati la “vetrina” dei politici proprietari dei media stessi.

Questo report esamina inoltre un altro ostacolo alla libertà di informazione: l’aumento dei procedimenti giudiziari accompagnato da ordini di censura contro alcuni media. Il caso dell’importante quotidiano O Estado de São Paulo, le cui pubblicazioni avrebbero minacciato gli interessi della famiglia dell’ex Presidente José Sarney, è il più conosciuto in tal senso.

L’operato dei tribunali censura sempre più anche il mondo di Internet e della blogosfera in Brasile, mentre gli internauti attendono impazienti l’adozione di una nuova legge, la cosiddetta “Marco Civil”, che garantirebbe la neutralità della Rete.

Sul fronte legislativo, l’adozione di una nuova legge sui media si sta rivelando una sfida fonte di numerose divisioni, tra consensi e dissensi. L’abrogazione della legge sulla stampa introdotta dall’ex governo militare l’8 febbraio 1967, che puniva i giornalisti recalcitranti con il carcere e obbligava tutti i media (carta stampata, radio e televisione) alla censura preventiva, è avvenuta solamente nel 2009, oltre due decenni dopo l’adozione della costituzione democratica nel 1988.

Una legge elettorale obsoleta limita ancora le notizie e le informazioni di carattere politico, mentre un sistema inadatto di regolamentazione delle frequenze lascia nell’illegalità molte stazioni radiofoniche, che rappresentano lo specchio e i portavoce di una società civile ancora troppo poco ascoltata.

In definitiva, modificare la legislazione sui media richiederebbe il consenso dei molti politici che hanno però interessi personali gelosamente protetti.

Le nuove leggi attese dagli organi di informazione in Brasile fanno parte delle raccomandazioni che Reporter senza frontiere avanza alla fine del suo rapporto. Il paese ha molti punti di forza; la sua diversità potrebbe rappresentare un modello per le altre nazioni.

Leggi qui il report integrale (in inglese)

Traduzione a cura di Tatiana Camerota

BIRMANIA – Quanto tempo durerà la primavera birmana dei media?

logo_slide_show_rapport_birmanie-2-54a75Il 17 gennaio 2013 Reporter senza frontiere ha pubblicato un report intitolato The Burmese Spring – La primavera birmana, un’inchiesta che rivela il rapido progresso compiuto dalla libertà di informazione in Birmania e, al tempo stesso, i limiti di tale progresso e i pericoli ai quali va incontro.

La comunità internazionale è testimone di una transizione democratica senza precedenti in questo Paese del Sud-Est asiatico, dopo mezzo secolo di dittatura militare. Tuttavia, allo stato attuale, la possibilità che le riforme necessarie vengano raggirate non può essere esclusa, e occorre perciò prestare la massima attenzione.

Per 25 anni, Reporter senza frontiere ha fatto parte della blacklist che, di fatto, impediva all’organizzazione di visitare la Birmania. Molti giornalisti in carcere tra cui Win Tin, uno dei simboli della lotta per la libertà di informazione, e i video-giornalisti di Democratic Voice of Burma, hanno potuto ricevere solamente sostegno a distanza nel corso di questo lungo periodo.

Reporter senza frontiere è stata finalmente cancellata dalla lista nera il 28 agosto 2012, quando le è stato consentito di visitare la Birmania e di osservare i primi risultati ottenuti dalle riforme di governo volte a diminuire le restrizioni dei media.

“I progressi fatti a favore dei media hanno un’importanza storica e il cammino intrapreso dal governo sta proseguendo, come provato nelle recentemente annunciata revisione delle leggi repressive che colpiscono la stampa. Il rilascio dei giornalisti in carcere e la fine della censura preventiva rappresentano l’inizio di una nuova era per i giornalisti della Birmania. L’annuncio del Ministero dell’Informazione, lo scorso 28 dicembre, secondo il quale dal prossimo aprile sarà consentita la pubblicazione dei quotidiani di proprietà privata, è la prova di un impegno concreto per perseguire le riforme. Ma noi adesso aspettiamo che queste promesse, soprattutto in merito alla creazione di quotidiani indipendenti, vengano mantenute e realizzate”, ha detto RSF.

Nonostante la censura sia stata in apparenza superata, la Divisione per la Verifica e la Registrazione della Stampa (Press Scrutiny and Registration Division), che è in sostanza l’ufficio che si occupa della censura, non è ancora stata sciolta ma anzi continua a esercitare molto potere repressivo e può ancora sospendere qualsiasi settimanale che pubblica contenuto “proibito”.

In assenza di una legge che fornisca ai media una effettiva protezione, esiste un pericolo reale che i giornalisti applichino l’autocensura, dopo decenni di censura governativa. I funzionari non hanno perso le loro tendenze repressive e liberticide, come testimoniato anche dai molti procedimenti giudiziari contro i settimanali privati nel 2012.

Il presente report di RSF pone l’attenzione sui rischi delle trasformazioni del settore mediatico in assenza di un appropriato quadro normativo, sui problemi specifici dei media in esilio che ora sono potuti rientrare nel territorio birmano e sulla mancanza di una copertura mediatica adeguata in merito alla crisi umanitaria avvenuta nella provincia occidentale di Arakan.

Reporter senza frontiere esorta il governo birmano a frenare le sue azioni legali contro i media e a supportare la rapida abrogazione di leggi repressive e la promulgazione di una legge sulla stampa che rispetti la libertà di informazione.

L’organizzazione incoraggia inoltre i media birmani a incrementare le loro interazioni con le varie associazioni e sindacati di giornalisti, al fine di rivitalizzare il settore dei media e difenderne gli interessi. Infine, chiede alla comunità internazionale di condizionare i suoi aiuti alla Birmania al rispetto per le libertà fondamentali, in primo luogo quella di informazione.

Leggi il report intero (in inglese)

Traduzione a cura di Tatiana Camerota

CINA – “Gli Auguri di Capodanno”: le autorità continuano a insabbiare la censura del Nanfang Zhoumo

slide-cp-chine-11-01-13-2-9e08bReporter senza frontiere condanna gli sforzi inarrestabili messi in atto dalle autorità cinesi per nascondere la censura di un editoriale pubblicato il 3 gennaio scorso dal settimanale riformista Nanfang Zhoumo 南方周末, nonché le conseguenti proteste della scorsa settimana.

“Dettando una linea editoriale prestabilita alle redazioni dei giornali in giro per il Paese, le autorità cinesi hanno ancora una volta mostrato il loro disprezzo per la libertà di stampa. Il Dipartimento di Propaganda ha chiaramente dimostrato che non è disposto a consentire la libera espressione delle voci dissidenti”, ha dichiarato RSF.

“L’accordo raggiunto tra la redazione del giornale e il Dipartimento di Propaganda del Guandong è insoddisfacente, in quanto non include risarcimenti né garanzie da parte delle autorità.”, ha aggiunto l’organizzazione.

Dopo aver minacciato di pubblicare i 1034 articoli parzialmente o totalmente censurati nell’ultimo anno, i responsabili del Nanfang Zhoumo hanno rinunciato a muovere pubblicamente le loro accuse contro Tuo Zhen, capo del Dipartimento di Propaganda del Guandong responsabile della censura dell’editoriale di Capodanno oggetto delle contestazioni. In cambio, i funzionari del dipartimento si sarebbero impegnati ad astenersi, in futuro, da alcuna modifica agli articoli senza informarne preventivamente le redazioni.

L’ultimo numero del Nanfang Zhoumo è uscito lo scorso giovedì 10 gennaio. Nella provincia del Guandong, tuttavia, è stato notato che alcuni dei soliti punti vendita non hanno distribuito le copie del giornale.

Le autorità cinesi non hanno risparmiato alcuno sforzo, a partire dal 3 gennaio,. per placare e minimizzare il malcontento provocato dal così chiamato ”incidente degli auguri di Capodanno”.

L’8 gennaio scorso, China Digital Times ha riferito che il Dipartimento Centrale di Propaganda ha inviato una nota  agli organi di informazione ricordando loro che “il controllo dei media da parte del Partito è un principio fondamentale irremovibile”, mentre ha assolto il Dipartimento di Propaganda del Guandong da ogni responsabilità per l’”incidente” denunciato dal Nanfang Zhoumo.                  Il Dipartimento Centrale di Propaganda ha infine attribuito l’ondata di proteste a “ostili forze esterne coinvolte nello sviluppo della situazione”.

In quello stesso giorno, un editoriale del quotidiano nazionalista Global Times 环球时报è stato inviato ai media, insieme a precise istruzioni per ripubblicarlo. Il quotidiano Beijing News新京报si è opposto a ciò ed ha espresso forte supporto e solidarietà al “collega” giornale del Guandong. Secondo alcune informazioni ottenute da Reporter senza frontiere, la polizia sarebbe stata mandata negli uffici del quotidiano per fare pressione sui giornalisti affinché obbedissero agli ordini dei superiori.

Lo staff del Beijing News ha cercato di resistere e raccogliere supporto postando messaggi su Weibo, la piattaforma di microblogging cinese, circa la pressione fatta sulla redazione da parte delle autorità, in particolare da Liu Yunshan, membro del comitato permanente del Politburo nominato nel corso del 18° Congresso del Partito Comunista Cinese, tenutosi lo scorso novembre. I suddetti messaggi sono però stati rapidamente cancellati.

Il Beijing News è stato alla fine costretto a pubblicare l’editoriale del Global Times, dopo che la tipografia ufficiale si era rifiutata di pubblicare il giornale senza includervi anche l’editoriale. Il direttore del giornale, Dai Zigeng, ha presentato le sue dimissioni nella serata di martedì 8 gennaio. Dimissioni respinte dalle autorità di Pechino, ben consapevoli che una mossa del genere avrebbe solamente aggravato il malcontento popolare.

Ora si teme che Dai Zigeng possa essere oggetto di rappresaglie da parte del Dipartimento Centrale di Propaganda o possa quantomeno diventare oggetto di “attenzione particolare”.

Secondo i calcoli effettuati e postati su Weibo, sono 29 gli attivisti che hanno espresso il loro supporto al Nanfang Zhoumo e che sarebbero poi stati interrogati dalla polizia e, alcuni di questi, anche trattenuti.

WeFightCensorship (WeFC), un progetto di Reporter senza frontiere con lo scopo di combattere la censura e promuovere il flusso di notizie e informazioni, ha pubblicato la versione originale dell’editoriale del Nanfang Zhoumo, in Cina censurata e bloccata dal 3 gennaio scorso. https://www.wefightcensorship.org/censored/new-years-greetings-incidenthtml.html

Qui potete leggerne la traduzione integrale in italiano, a cura di Caratteri Cinesi.

Se wefightcensorship.org è bloccato nel tuo Paese, invia una mail a wefc@rsf.org per ottenere l’indirizzo di uno dei nostri siti specchio.

Partecipa anche tu al progetto di WeFightCensorship! https://www.wefightcensorship.org/get-involvedhtml.html

Traduzione a cura di Tatiana Camerota

CINA – Dimostrazione di coraggio dei giornalisti del Nanfang Zhoumo

arton43867-0d4eaReporter senza frontiere rende omaggio al coraggio dei giornalisti cinesi che stanno protestando contro le restrizioni alla libertà di informazione, e condanna fermamente la censura di un editoriale pubblicato il 3 gennaio scorso sul settimanale riformista di Guangzhou, il Nanfang Zhoumo (南 方周末) – Il fine settimana del Sud.
Intitolato “Il sogno cinese, il sogno del costituzionalismo”, la versione originale dell’editoriale parlava delle speranze di cambiamento per il nuovo anno e chiedeva un governo costituzionale. Il contenuto critico è stato però eliminato dall’articolo ed è stata aggiunta un’introduzione propagandistica.
Lo scorso lunedì la polizia ha concesso l’autorizzazione ad alcune manifestazioni che hanno avuto luogo fuori dal quartier generale del Nanfang Media Group. Segnale che dimostra come le autorità stiano rispondendo con molta cautela alle proteste popolari volte a denunciare gli atti di censura del governo cinese.
“I media cinesi si trovano oggi in un crocevia storico”, ha dichiarato il segretario generale di Reporter senza frontiere Christophe Deloire. “Ci sono state proteste senza precedenti contro la censura oppressiva e queste proteste dimostrano che i giornalisti cinesi, quando agiscono collettivamente e con risolutezza, sono capaci di fare pressione sulle autorità del Paese”.
“Questo atto di censura è indicativo dell’abituale disprezzo del governo cinese nei confronti della libertà di informazione, sebbene sia questo un diritto garantito dalla costituzione cinese. È inaccettabile che il contenuto di un rispettato quotidiano come il Nanfang Zhoumo debba essere censurato dal Partito comunista senza alcun tipo di avviso, solo perché in un editoriale si è osato parlare del ruolo dello Stato di diritto e delle libertà individuali in Cina”, ha aggiunto.
“Il nuovo segretario generale del Partito, Xi Jinping, che diventerà presidente della Repubblica Popolare Cinese il prossimo marzo, dovrà fare un bilancio delle conseguenze della censura in Cina e abolire definitivamente il bavaglio del dibattito politico. È inoltre necessario aprire un’inchiesta al fine di far luce su tutti gli aspetti di questo caso. Le autorità devono consentire al quotidiano di pubblicare la versione originale dell’editoriale e devono porre immediatamente fine alla censura dei commenti che vengono postati online sulla questione”, ha concluso Deloire.
Secondo varie fonti, il capo del Dipartimento di Propaganda della provincia del Guandong, Tuo Zhen, avrebbe apportato cambiamenti significativi all’editoriale, prima che questo venisse pubblicato, eliminando ogni critica implicita all’attuale governo e al Partito comunista e senza avvertire nessuno dei responsabili del giornale. Avrebbe inoltre aggiunto una sua introduzione all’editoriale.
Il caporedattore aggiunto del giornale, Wang Genghui (王更辉), ha condannato tale atto come una “violazione delle regole”.
Il dibattito online è diventato ancora più acceso dopo un messaggio pubblicato domenica sera sull’account Weibo (il Twitter cinese) del Nanfang Zhoumo, negando che vi fosse stata alcuna censura. Dettato dal caporedattore Huang Can (黄灿), tale messaggio ha probabilmente rappresentato il risultato della pressione diretta del management del settimanale.
La piattaforma online di micro-blogging si è ancora una volta affermata come strumento indispensabile per aggirare la censura. L’editoriale originale, infatti, è stato più volte “retweettato” su Weibo, e diversi giornalisti del settimanale hanno pubblicato messaggi denunciandone la sostituzione e annunciando l’intenzione di intraprendere uno sciopero, a partire da lunedì 7 gennaio.
A seguito di ciò, molti di loro si sono visti bloccare gli account Weibo e hanno perciò pubblicato una lettera aperta condannando la censura. Contemporaneamente, una petizione sta circolando online con la richiesta di dimissioni per Tuo Zhen.
In uno sviluppo parallelo della vicenda, il sito web di un giornale cinese liberale, “Gli Annali dell’Imperatore Giallo”, è stato chiuso il 4 gennaio scorso, pochi giorni dopo aver pubblicato un appello al governo per garantire i diritti costituzionali, tra cui il diritto alla libertà di informazione e il diritto di riunirsi.

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Traduzione a cura di Tatiana Camerota

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