Alle cyberfemministe iraniane del sito “Change for Equality” il primo “Premio Netizen” organizzato da Reporters sans frontières con il sostegno di Google


Ieri sera, alla vigilia della Giornata mondiale contro la cyber-censura e con il sostegno di Google, Reporters sans frontières ha assegnato il primo “Premio Netizen” alle cyberfemministe iraniane del sito web Change for Equality (www.we-change.org, versione inglese www.we-change.org/english). Il Premio è stato consegnato dal giornalista francese Jean-Marie Colombani a Parvin Ardalan, giornalista, blogger e attivista per i diritti umani, una delle fondatrici del sito, in una cerimonia tenutasi presso la sede di Parigi di Google Francia.

“Siamo molto lieti che alle donne blogger iraniane sia andato il riconoscimento del primo “Premio Netizen”, ha detto Reporters sans frontières. ”‘Internet è stata di grandissimo aiuto nel difendere la libertà e la democrazia in Iran dopo la rielezione contestata del presidente Mahmoud Ahmadinejad lo scorso giugno. La maggior parte delle foto e dei video che abbiamo visto degli eventi in Iran sono stati inviati via Internet.”

L’organizzazione per la libertà di stampa ha aggiunto: “La blogosfera iraniana è molto attiva e merita un forte sostegno. Senza questi Netizen coraggiosi e determinati, saremmo privati di informazioni essenziali per capire il nostro mondo “.

Il senior vice-presidente di Google, David Drummond, ha dichiarato: “La libertà di espressione è fondamentale per responsabilizzare gli individui. Come Google, stiamo lavorando in modo che agli utenti di Internet siano fornite maggiori informazioni, maggiori possibilità di scelta e maggiore controllo in quanti più paesi possibile. Sostenere il Premio Netizen di Reporters sans frontières e premiare il collettivo di Change for Equality è una nuova opportunità per promuovere ciò in cui crediamo profondamente.”

Il sito Change for Equality (www.we-change.org) è stato lanciato nel settembre 2006 da un gruppo di circa 20 donne, per lo più blogger e giornaliste, per promuovere una campagna per le modifiche alle leggi che discriminano le donne. Tre anni e mezzo dopo, il sito è diventato una fonte autorevole di informazioni sui diritti delle donne in una società governata da fondamentalisti. I risultati di queste donne attiviste online per i diritti comprendono il sostegno per impugnare nel settembre 2008 un disegno di legge che rende più facile la poligamia e di contribuire a sviluppare la società civile iraniana. Più di 50 attiviste del movimento sono stati convocate, arrestate e incarcerate dal lancio del sito.

Alla consegna del premio, Parvin Ardalan ha detto: “Questo premio non è solo per il nostro singolo sito. Premia gli sforzi di tutti coloro che lottano per la libertà di espressione in Iran. Alcuni di loro sono in carcere. Dedico a loro questo premio “.

Il premio Netizen di Reporters sans frontières sarà assegnato annualmente a un blogger, giornalista online o cyber-dissidente, che abbia contribuito a promuovere la libertà di espressione su Internet.

I candidati per il premio di quest’anno sono stati Yoani Sánchez (Cuba), Zuoren Tan (Cina), Tamer Mabrouk (Egitto), Ingushetiyaru.org (Russia) e Nguyen Tien Trung (Vietnam).

La Giornata mondiale contro la cyber-censura si celebra ogni 12 marzo, con l’obiettivo di esprimere il sostegno di ognuno di noi per una rete Internet libera e accessibile a tutti. Reporters sans frontières pubblica in questa occasione la versione aggiornata del suo rapporto “nemici di Internet”, un elenco dei peggiori paesi per quanto riguarda le limitazioni dell’accesso on-line.

I governi minacciano sempre più la libertà di espressione on-line e prendono misure concrete per limitarlo. L’accesso a Google e YouTube è attualmente bloccato in 25 paesi.

IL BAROMETRO 2010 DELLA LIBERTA’ DI STAMPA

I nemici di Internet: Web 2.0 versus Controllo 2.0 Pubblicato il Rapporto di Reporters sans frontières

La battaglia per un’informazione libera si gioca sempre più su Internet. La tendenza generale che si sta delineando è quella di un rafforzamento del controllo da parte di un numero crescente di paesi, ma anche di una crescita delle capacità di mobilitazione dei “netizens” (cittadini della rete) sempre più creativi e solidali.


Internet, spazio di scambi e di mobilitazione

Nei paesi autoritari, dove i media tradizionali sono sotto la mannaia del regime, Internet offre uno spazio unico di discussione e di scambio di informazioni, ma è anche motore della contestazione e della mobilitazione democratica. Internet rappresenta il crogiuolo in cui le società civili sotto controllo rinascono e si sviluppano.

I nuovi media e in particolare i social network hanno messo a disposizione della gente strumenti di collaborazione che permettono di sconvolgere l’ordine sociale. I giovani li hanno presi d’assalto. FaceBook è diventato un luogo d’incontro per i manifestanti che non possono scendere in piazza. Un semplice video su YouTube – Neda in Iran o la manifestazione arancione dei monaci birmani – può essere sufficiente a mostrare al mondo intero gli abusi dei governi. Una semplice chiavetta USB può permettere di diffondere delle informazioni proibite, come a Cuba dove sono divenute le “samizdat” locali.

Gli interessi economici e la difesa della libertà di circolazione dell’informazione vanno talvolta di pari passo. In alcuni paesi, sono le aziende che hanno ottenuto il migliore accesso ad Internet e ai nuovi media, a volte con delle ripercussioni positive per il resto della popolazione. Ostacolo per gli scambi economici, la lotta alla censura del Web dovrebbe figurare tra gli appuntamenti sull’agenda dell’Organizzazione mondiale del Commercio. Molti dei suoi membri, come la Cina e il Vietnam, dovrebbero essere costretti ad rendere libere le loro reti prima di unirsi al villaggio globale del commercio mondiale.

Riprendere in mano la situazione

L’epoca in cui Internet e i nuovi media erano territorio privato dei dissidenti e degli oppositori è passata. I dirigenti di alcuni paesi sono stati presi alla sprovvista dall’emergere delle nuove tecnologie e dalla comparsa di una nuova scena per il dibattito pubblico. La presa di coscienza è stata drammatica mentre la “Rivoluzione dei colori” diventava la “Rivoluzione di Twitter”. Ormai non è più questione di lasciare il controllo del cyberspazio alle voci discordanti. Con la censura dei contenuti politici o sociali grazie ai più recenti strumenti tecnologici, gli arresti e le intimidazioni di netizen, con la sorveglianza continua e la schedatura destinata a mettere in pericolo l’anonimato degli internauti, i governi repressivi sono passati all’azione. Nel 2009 più di una sessantina di paesi sono stati coinvolti in qualche forma di censura del web, ovvero ilo doppio di quanto successo l’anno precedente. Lo spazio “World Wide Web” è stato progressivamente limitato con la messa a punto di intranet nazionali, reti controllate, con contenuti “approvati” dalle autorità. UzNet, Chinternet, TurkmenNet, etc.: poco importa a questi dirigenti se gli internauti sono sempre più spesso vittime di una segregazione numerica. Il Web 2.0 si infrange contro il Controllo 2.0.

Qualche raro paese, come la Corea del Nord, la Birmania o il Turkmenistan, può permettersi di isolarsi completamente dal World Wide Web. La mancanza di sviluppo delle infrastrutture serve loro da pretesto. Nonostante tutto, il mercato nero delle telecomunicazioni prospera, come per esempio a Cuba o alla frontiera tra la Cina e la Corea del Nord.

I netizen sono colpiti a ritmo crescente. Per la prima volta dopo la creazione di Internet, è stato stabilito il record di quasi 120 blogger, internauti e cyberdissidenti dietro le sbarre per essersi espressi liberamente online. Le più grandi prigioni del mondo per i netizen sono la Cina, decisamente in testa con 72 detenuti, seguita da Vietnam e Iran, che negli ultimi mesi hanno dato il via ad una brutale ondata di arresti.

Anche altri paesi, che non hanno una strategia pianificata per il controllo o la repressione della rete, hanno in questi ultimi mesi arrestato dei netizen. In Marocco, un blogger e un proprietario di un cybercafé sono stati imprigionati dalle autorità locali per aver dato semplicemente informazioni sulla repressione di una manifestazione finita male. In Azerbaigian il potere ha messo le grinfie su Adnan Hadjizade e Emin Milli, due blogger che hanno denunciato la corruzione delle autorità e ne hanno fatto satira in un video diffuso su YouTube. Quattro giornalisti online sono anch’essi dietro le sbarre nello Yemen. E’ ancora troppo presto per dire se questi arresti sono dei casi isolati o se si tratta del tentativo di riprendere in mano la situazione dei nuovi media.

Sempre più frequentemente gli stati si dotano di legislazioni repressive e cominciano ad applicarle. E’ il caso della Giordania, del Kazakhstan, dell’Afghanistan e dell’Iraq. Le democrazie occidentali non sfuggono a questa logica di regolamentazione della rete. In nome della lotta contro la pedopornografia o contro il furto della proprietà intellettuale, leggi e decreti vengono adottati o sono in fase di esame in paesi come l’Australia, la Francia, l’Italia, la Gran Bretagna. A livello internazionale l’ACTA (Anti-Counterfeiting Trade Agreement), che dovrebbe lottare contro la contraffazione, sta trattando in segreto, senza consultare ONG e società civile. Potrebbero essere decise misure potenzialmente liberticide come lo sviluppo di un sistema di filtraggio non sottomesso alla decisione di un giudice.

I paesi scandinavi stanno imboccando un percorso diverso. In Finlandia, il decreto n° 732/2009, che entrerà in vigore il 1° luglio 2010, fa dell’accesso ad Internet un diritto fondamentale per tutti i cittadini. In virtù di questo testo, ogni cittadino dovrà disporre di una connessione di almeno un megabyte. Nel 2010 la velocità dovrà essere elevata ad almeno 100 megabyte.

Da parte sua il parlamento islandese sta esaminando una proposta di legge molto ambiziosa, “Icelandic Modern Media Initiative” (IMMI), che vuole proteggere la libertà su Internet, garantendo la trasparenza e l’indipendenza dell’informazione. Se adottata, l’Islanda diventerà un paradiso cibernetico per i blogger e i giornalisti-cittadini.

La risposta degli utenti Internet

La cyberguerra tra netizen e autorità repressive si basa sull’efficacia delle armi a disposizione di ciascuno: sistemi di filtraggio e di sorveglianza sempre più performanti contro il criptaggio delle email, dei proxy e strumenti per aggirare la censura sempre più sofisticati (Tor, VPN, Psiphon, UltraReach, etc.). Quest’ultimi sono stati sviluppati grazie alla solidarietà dei netizen del mondo intero. Migliaia di iraniani per esempio utilizzano dei proxy destinati ai navigatori cinesi.

Anche le pressioni internazionali contano. Gli interessi geopolitici delle grandi potenze si manifestano anche sul web. Gli Stati Uniti hanno posto, nel gennaio 2010, la libertà di espressione su Internet come priorità della loro politica estera. Resta da vedere come applicheranno questa strategia alle proprie relazioni con i paesi stranieri e quale sarà la reazione dei paesi coinvolti.

Isolati, gli internauti, i dissidenti e i blogger sono vulnerabili. Cominciano dunque ad unirsi, in associazioni o aggregandosi sulla base delle battaglie che vogliono portare avanti. Così è nata un’associazione di blogger russi o un’altra in Marocco, dei gruppi di internauti della Bielorussia che lanciano delle campagne contro le decisioni del governo, fino ad altre associazioni di blogger egiziani mobilitati contro la tortura o il costo della vita e anche di internauti cinesi che organizzano dei cybermovimenti in favore dei manifestanti iraniani su Twitter. Che le loro cause siano nazionali o mondiali, le battaglie che portano avanti si fanno sentire e determineranno come sarà Internet del futuro. La resistenza si organizza.

I nemici di Internet 2010

La lista dei nemici di Internet compilata da Reporters sans frontières, raggruppa anche quest’anno i paesi che hanno violato maggiormente la libertà di espressione sulla rete: l’Arabia Saudita, la Birmania, la Cina, la Corea del Nord, Cuba, l’Egitto, l’Iran, l’Uzbekistan, la Siria, la Tunisia, il Turkmenistan, il Vietnam.

Tra questi paesi, alcuni impediscono a qualsiasi costo ai loro cittadini l’accesso ad Internet: la Birmania, la Corea del Nord, Cuba, l’Eritrea e il Turkmenistan, paesi in cui gli ostacoli tecnici ed economici sono uniti ad un controllo statale e all’esistenza di un Intranet molto limitata. Blocco di Internet o rallentamento fortissimo sono fatti usuali nei momenti difficili. L’Arabia Saudita e l’Uzbekistan optano per un filtraggio così imponente da indurre i loro internauti all’autocensura. La Cina, l’Egitto, la Tunisia e il Vietnam consentono lo sviluppo delle infrastrutture a fini economici, ma controllano da vicino i contenuti politici e sociali (i sistemi di filtraggio in Cina e in Tunisia sono sempre più sofisticati) e mostrano una profonda intolleranza verso le voci dissidenti. La grave crisi interna che sconvolge l’Iran da mesi ha preso nella propria rete i netizen e i nuovi media, divenuti a loro volta i nemici del regime.

I paesi sotto sorveglianza 2010

Tra i paesi “sotto sorveglianza”, molti sono democratici. L’Australia, a causa della prossima installazione di un sistema di filtraggio della rete molto potente e la Corea del Sud, dove leggi troppo severe inquadrano gli internauti, mettendo in gioco il loro anonimato e inducendoli all’autocensura.

Quest’anno fanno il loro ingresso in questa lista la Turchia e la Russia.

In Russia, in seguito al controllo esercitato dal Cremlino sulla maggioranza dei media, Internet è divenuto lo spazio per lo scambio delle informazioni più libere. Ma la sua indipendenza è minacciata da arresti e procedimenti giudiziari verso blogger, così come dal blocco dei siti “estremisti”, che non sempre sono veramente tali. La propaganda del regime è sempre più presente in rete. Esiste un rischio concreto che Internet si trasformi in uno strumento  di controllo politico.

In Turchia, gli argomenti tabù riguardano soprattutto Ataturk, l’esercito, i problemi delle minoranze (curde e armene) e la dignità della nazione. Questi fungono da pretesto per bloccare diverse migliaia di siti, tra cui YouTube, suscitando forti proteste. I blogger e gli internauti che si esprimono liberamente su questi argomenti si espongono a rappresaglie, soprattutto di tipo giudiziario.

Altri paesi, tra cui gli Emirati Arabi Uniti, la Bielorussia e la Tailandia, restano nella lista dei “paesi sotto sorveglianza” con la speranza che adottino delle misure per non scivolare in quella dei “nemici di Internet”: la Tailandia, a causa degli abusi legati al reato di lesa maestà, gli Emirati a causa del rafforzamento dei filtri e il presidente bielorusso per aver firmato di recente un decreto liberticida che regola la rete e che entrerà in vigore in estate, qualche mese prima delle elezioni.


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DANIMARCA: La stampa e il mondo culturale stanno veramente cedendo all’autocensura? (3a parte)

Reporters sans frontières continua la propria riflessione sullo stato della libertà d’espressione e delll’autocensura in Danimarca, pubblicando ogni settimana l’intervista ad un personaggio della stampa, dei media o del mondo dell’arte.

Dopo Flemming Rose e Carsten Jensen, oggi viene presentato il contributo di Lotte Garbers, presidente dell’Associazione danese degli scrittori (“Dansk Forfatterforening”).

La libertà di espressione è minacciata in Danimarca?

E’ una domanda difficile, perché non abbiamo delle discussioni aperte in Danimarca sull’integrazione e l’immigrazione. Di conseguenza, che la pubblicazione delle caricature abbia potuto provocare una reazione di questo tipo nel mondo per noi è stato uno vero e proprio choc. Per la prima volta ci siamo ritrovati davanti alla scena internazionale e abbiamo dovuto affrontare minacce da parte di terroristi. E’ il motivo per cui la questione continua ad essere molto delicata sul piano politico.

C’è una tendenza all’autocensura?

Un sondaggio recente conferma che gli artisti e gli scrittori praticano l’autocensura. Ma non appena è stato pubblicato, tutti i politici, compreso il ministro della Cultura, l’avevano già criticato. Avremmo potuto comprendere la loro veemenza se si trattasse di difendere le condizioni di vita e di lavoro degli artisti e degli scrittori, i loro salari.. Ma non era questo il caso.

Anche lei ha contestato i risultati di questo sondaggio..

Due terzi delle persone contattate non hanno voluto prendere parte all’inchiesta, perché era evidente che si trattava di un’iniziativa politica, che si voleva a tutti costi trovare un legame con la crisi scatenata dalle caricature. E’ stato manipolato fin dall’inizio. Ad oggi, nessun membro delle sedici organizzazioni contattate ha ricevuto esplicitamente delle minacce. Noi non ne abbiamo mai sentito parlare. Siamo abituati alla libertà di espressione, a farne uso senza limitazioni. Naturalmente tutti gli artisti praticano l’autocensura. Ma c’è un’autocensura volontaria e un’autocensura indotta. Non ci risultano casi di autocensura volontaria finora.

Eppure ci sono artisti o scrittori che dicono di fare attenzione al contenuto delle loro opere per paura delle rappresaglie..

Il 5% di coloro che hanno risposto hanno dichiarato di avere paura. Questo non è sufficiente per parlare di autocensura in termini generali. Per esempio Kǻre Bluitgren, che ha dato inizio alla pubblicazione delle caricature, ha pubblicato di recente un libro per bambini, che spiega il Corano in modo piuttosto critico: eppure non ha ricevuto una sola minaccia, perché il suo libro è articolato ed intelligente. Ci sono comunque dei casi di scrittori assai noti in Danimarca, che hanno rifiutato di fare delle caricature di Maometto. Ma non perché avessero paura. Ritenevano semplicemente che fosse un mezzo facile per mettersi in mostra in Danimarca. Ed inoltre perché in fondo ciò non avrebbe fatto altro che nuocere alla propria arte.

Perché secondo lei il dibattito riguardante le minacce che grava sulla libertà di espressione è collegato alla questione islamica in Danimarca?

La ragione è semplice: abbiamo in Parlamento un partito a cui piace prendersela con l’Islam. Non abbiamo difficoltà in Danimarca ad assorbire il concetto di villaggio globale. E lo manifestiamo con parecchia arroganza. Noi utilizziamo anche la libertà di espressione in un modo molto arrogante. Recentemente, un membro del Partito del popolo danese (estrema destra) ha dichiarato che i padri musulmani autorizzerebbero lo stupro delle figlie. La libertà di espressione sta per diventare la libertà di dire qualsiasi cosa, su chiunque e in qualsiasi momento. Il deputato aveva basato le proprie dichiarazioni sull’opera di una scrittrice danese che raccontava la storia di sei giovani donne di origine musulmane maltrattate dai padri. L’autrice ha reagito dicendo di non accettare nessuna strumentalizzazione e che in futuro avrebbe preferito l’autocensura. Il che è anche più pericoloso.

Ma oggi si può criticare l’Islam in Danimarca come si fa con le altre religioni?

L’attenzione per le critiche all’Islam è tale che quest’ultime diventano immediatamente non interessanti, artisticamente parlando. Non toccano i sentimenti, sono di natura esclusivamente politica. Recentemente un artista danese ha realizzato una copia di Auschwitz com’è oggi,  a partire dai denti delle persone morte nel campo di concentramento. Era altamente provocatorio. E pertanto molto interessante.  Invece criticare una religione solo per il piacere di farlo non presenta una dimensione artistica interessante. E’ il motivo per cui non si fa. E non perché si temano rappresaglie.

Recentemente lei ha dichiarato che il tentativo dell’esercito di mettere al bando un libro scritto da un soldato d’elite avrebbe costituito una minaccia importante per la libertà di stampa

E’ sempre un problema quando in una democrazia le istituzioni vogliono controllare l’arte. Il nostro paese non ha più conosciuto guerre da 150 anni. Si può comprendere il perché l’esercito voglia mantenere il segreto. Ma è proprio per questo che dobbiamo reagire con fermezza: imporre il silenzio è un modo sicuro di smantellare la democrazia. Non possiamo accettare la censura – che è ovviamente diversa dall’autocensura. Ma quando l’autore di un libro sottopone all’esercito delle note di cui intende servirsi per scrivere un secondo libro, sotto forma di diario, si tratta di autocensura. E anche questa è grave. C’è sempre il rischio che la censura porti all’autocensura.

Ma secondo lei, la Danimarca merita di essere in testa alla classifica dei paesi che proteggono meglio la libertà di espressione?

Certo che sì. Sarebbe assurdo dire che meritiamo di essere retrocessi. Ma trovo che il nostro interesse per la libertà di espressione è un po’ esagerato. Ci impedisce di essere una società multiculturale, dove sono accettate le divergenze di opinione. Facciamo fatica ad accettare una nazione che non si basi su una sola religione o su un solo gruppo sociale.

GIORDANIA: Censura della stampa per paura delle critiche

Il 10 marzo 2010 il tribunale militare di Amman ha impedito ai media di pubblicare qualsiasi informazione supplementare relativa ad un caso di corruzione in cui sono coinvolti personalità giordane di primo piano, tra cui l’ex ministro delle finanze. Questo caso era stato segnalato dalla stampa qualche mese fa.

In un comunicato del 10 marzo il procuratore Youssef Al-Faouri ha impedito ai media di pubblicare tutte le informazioni riguardanti il progetto di modernizzazione della raffineria di petrolio giordano, senza autorizzazione personale del procuratore generale.

Quattro persone, tra cui un ex primo ministro delle Finanze sono stati arrestati il 4 marzo con l’accusa di corruzione e di non aver svolto il proprio dovere nell’ambito dell’espansione della raffineria e possono incorrere in 3 anni di prigione.

.i il progetto di modernizzazione della raffineria di petrolio giordano, senza autorizzazione personale del procuratore general

Per Reporters sans frontières questa proibizione dimostra l’assenza della volontà politica da parte del governo giordano di lottare contro la corruzione all’interno dell’apparato statale e delle pubbliche imprese. La stampa aveva spinto le autorità ad agire. “Appare dunque evidente che le stesse autorità temono che i giornali possano fare altre rivelazioni. Non è degno di un paese democratico: la stampa deve essere libera di trattare qualsiasi argomento”, aggiunge l’organizzazione.

HONDURAS: Ucciso un giornalista nella regione atlantica dopo aver ricevuto minacce attribuite ai narcotrafficanti

Il radio-giornalista David Meza Montesinos due notti fa è divenuto il secondo giornalista onduregno morto ammazzato dall’inizio dell’anno, dopo la sparatoria del 1 marzo risultata fatale per Joseph Ochoa, di Canal 21.

Meza è stato ucciso da un killer non identificato che gli sparato in un’imboscata vicino alla sua abitazione nella città di La Ceiba, sulla costa atlantica, dove lavorava per la stazione radio locale El Patio, per Radio America, una stazione nazionale e per Abriendo Brecha, una stazione televisiva. Tre settimane fa, dopo un reportage sul narcotraffico, aveva denunciato di aver subito minacce.

Tutta la stampa onduregna gli ha reso omaggio: Reza, di 51 anni di cui trenta trascorsi a radio El Patio, aveva riscosso la propria popolarità grazie alle cronache sportive e con l’Uragano Katrina, in seguito al quale era stato mandato a New Orleans, come rappresentante della stampa onduregna.

La situazione continua ad essere molto allarmante in Honduras, dove l’alto tasso di criminalità si somma alle violazioni dei diritti umani dal quando è avvenuto il colpo di stato, nel giugno 2009. Reporters sans frontières è indignata che si sia poi posto a capo della società di telecomunicazioni nazionale, Hondutel, il generale Romeo Vasquez Velasquez, che ha avuto un ruolo importante nel golpe che in quel periodo aveva agito come pesante censore verso i media: questo è un pessimo segnale per la libertà di stampa.

MESSICO: Due sospetti arrestati per l’omicidio di un giornalista, anche se il movente non sembra attendibile

Il ministero della Giustizia dello stato di Guerrero l’11 marzo ha presentato pubblicamente i due presunti mandanti dell’omicidio di Jorge Ochoa Martinez, direttore ed editore del quotidiano El Sol del Costa e fondatore del settimanale El Oportuno, ucciso ad Ayutla de los Libres il 29 gennaio 2010.

Honorio Herrera Villanueva e David Bravo Jeronimo sospettati di aver progettato l’omicidio del giornalista perché questi si sarebbe rifiutato di arretrare e cedere loro il passaggio, dopo aver imboccato una strada in senso contrario. Offesi, i due uomini avrebbero pagato un autista di taxi per uccidere il giornalista, secondo le autorità. “Si tratta di un caso fortuito ed occasionale”, avrebbe detto il ministero della Giustizia. La famiglio di Ochoa non esclude invece un movente professionale, volutamente tralasciato dagli investigatori.

Per quanto riguarda invece Jorge Rabago Valdez, il giornalista radiofonico di Radio Rey e Reporteros en la Red, ucciso il 2 marzo 2010 in circostante ancora da chiarire, per il ministero della Giustizia sarebbe stato vittima di coma diabetico. I colleghi invece parlano di sequestro ed atti di tortura come causa del decesso.

PAKISTAN: Giornalista freelance liberato dopo 70 giorni di prigionia

Reporters sans frontières è lieta di apprendere della liberazione del reporter freelance Mohammad Rasheed, avvenuta ieri dopo essere stato mantenuto per 70 giorni prigioniero in una località segreta da parte dell’esercito pachistano.

“Durante la detenzione non ho subito torture”, ha detto a Reporters sans frontières, “mi hanno trattato come un sospetto: sono giornalista da molti anni e molti miei colleghi mi conoscono, dunque mi sembra strano che abbiano potuto considerarmi un sospetto.”

L’arresto di Rasheed era avvenuto subito dopo essere stato rilasciato dai talebani, che lo avevano catturato a Miranshah, la città principale dell’area tribale del Waziristan del Nord, il 29 dicembre e trattenuto per diversi giorni.

FRANCIA: Diritti e doveri di un blogger

Reporters sans frontières pubbica una “scheda pratica” sui diritti da applicarsi a Internet in Francia, destinata ai blogger. Definendo uno statuto e trattando questioni legate alla diffamazione, al diritto di immagine e alla proprietà intellettuale, i possibili ricorsi in caso di perseguimento giudiziario, questo prospetto ha per scopo di spiegare ai blogger i loro diritti e loro obblighi nell’ambito delle loro attività sul web. Tutto ciò illustrato da   esempi concreti. Alcuni frasi dal prospetto che possono essere spunto di riflessione anche per i non francesi: “Anche se non è considerato come un giornalista, il blogger è soggetto a obbligazioni giuridiche comparabili a quelle dei giornalisti in merito alle pubblicazioni e alla diffusione di informazioni su Internet. Rispetto ad un giornalista, il blogger non è una persona giuridica nell’ambito della libertà d’espressione e della comunicazione verso il pubblico, ma si può giungere ad una sua responsabilità, con il considerarlo come editore, direttore di pubblicazione o come ospite (quando un internauta posta un messaggio sul blog. (…) Sono numerosi i casi che possono essere ricondotti alla responsabilità di un blogger, come per esempio la diffamazione e l’ingiuria, il mancato rispetto della privacy e dei diritti d’autore.”

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TERRITORI PALESTINESI: Lo stesso giorno della sua liberazione, le forze di sicurezza perquisiscono il domicilio di Mustafa Sabri.

Il 9 marzo 2010, il giornalista Mustafa Sabri, ex direttore d’ufficio del giornale Filastine, arrestato il 4 gennaio 2010 è stato liberato la mattina del 9 marzo, dietro pagamento di una cauzione di 5 160 euro. La data del suo processo non è ancora stata stabilita. Il suo domicilio, nel nord della Cisgiordania, è stato perquisito lo stesso giorno. La sua liberazione è sicuramente una notizia positiva, tuttavia i giornalisti palestinesi continuano a lavorare in un clima angosciante. Vittime di arresti e perquisizioni continue fanno le spese delle tensioni politiche tra le autorità palestinesi e Hamas. La libertà di stampa nei Territori Palestinesi è messa male, sia da una parte che dall’altra a causa del continuo regolamento di conti delle parti in conflitto.

Anche la giornalista Noufouz Al-Bakri si è vista perquisire il proprio domicilio il 7 marzo, solo per aver pubblicato online un articolo di denuncia della violazione dei diritti delle donne nella striscia di Gaza in occasione della Giornata della Donna.

Per fortuna invece il cameraman britannico Paul Martin, arrestato il 14 febbraio 2010 a Gaza è stato liberato stamattina, 11 marzo. E’ stato però espulso dalla striscia di Gaza e gli è stato vietato di far ritorno in quel territorio.