IL BAROMETRO 2010 DELLA LIBERTA’ DI STAMPA

MADAGASCAR: Reporters sans frontières ricorda il giornalista Ando Ratovonirina, ad un anno dalla sua morte

Ad un anno dalla manifestazione popolare del 7  febbraio 2009, la cui repressione per mano dei membri della guardia presidenziale aveva fatto decine di morti e centinaia di feriti, Reporters sans frontières rende omaggio ad un giovane giornalista di Radio et Télévision Analamanga (RTA), Ando Ratovonirina, ucciso in quel giorno con un colpo d’arma da fuoco dietro un orecchio.

“Il 7 febbraio è una data alquanto dolorosa nella memoria collettiva malgascia; così pure per la stampa di questo paese, ingiustamente colpita dalla perdita di uno dei suoi. Rivolgiamo da parte nostra un pensiero più che caloroso alla famiglia di Ando Ratovonirina e ai suoi colleghi. Un anno dopo questo dramma, mentre il Madagascar è ancora instabile politicamente, le autorità devono fare tutto il possibile affinché i giornalisti che si sforzano di informare i loro concittadini in modo indipendente, possano farlo al riparo da violenze, pressioni e minacce”, ha dichiarato l’organizzazione.

Il 7 febbraio 2009 Ando Ratovonirina, fotogiornalista per il canale televisivo privato RTA, è stato ucciso con un colpo alla testa mentre faceva un servizio sulla manifestazione popolare condotta da Andry Rajoelina, allora sindaco di Antananarivo. Il giornalista è stato colpito nelle vicinanze del palazzo presidenziale di Ambohitsorohitra mentre si riunivano i manifestanti. Il suo corpo esanime è stato immediatamente trasportato all’ospedale Ravoahangy, dove i medici ne hanno constatato il decesso.

Ando Ratovonirina aveva 25 anni. Aveva appena completato gli studi di giornalismo e lavorava alla RTA da tre mesi. Prima aveva lavorato come fotografo per il quotidiano La Gazette de la Grande Ile e aveva collaborato anche con l’agenzia Tophos, sotto lo pseudonimo di Hathor.

CINA: Dal 4.2,2009 non si hanno più notizie dell’avvocato difensore dei diritti umani Gao Zhisheng. RSF teme sia morto sotto tortura

Reporters sans frontières ha chiesto alle autorità cinesi di fornire delle prove che l’avvocato difensore dei diritti umani Gao Zhisheng sia ancora in vita, poiché non si hanno più notizie di lui dal 4 febbraio 2009.

“Temiamo il peggio. Le autorità devono fornire delle spiegazioni concrete ai familiari, producendo delle prove che egli sia ancora in vita, comunicando i dettagli sul luogo di detenzione e concedendo alla moglie di aver un contatto diretto con lui. Qualsiasi cosa gli sia successa durante il periodo di detenzione, le autorità dovranno risponderne. E i colpevoli dovranno essere identificati e condannati. L’incertezza sulla sua sorte è durata abbastanza”, ha dichiarato Reporters sans frontières.

Dopo una prima condanna a tre anni di prigione avvenuta nel 2006, era stato rilasciato e poi arrestato di nuovo più volte. Era stato interrogato presso il proprio domicilio di Shananxi il 4 febbraio 2009 da agenti del dipartimento per la pubblica sicurezza. La polizia, a cui la famiglia aveva chiesto notizie sulla sua sorte, aveva dichiarato che sarebbe “scomparso” nel settembre 2009.

Riconosciuto nel 2001 dal ministero cinese della giustizia come “uno dei dieci migliori avvocati del paese”, è noto per aver difeso Zheng Yichun, un giornalista ed ex professore condannato per i suoi scritti, a sette anni di prigione nel 2005. Ha difeso anche i membri del movimento spirituale Falungong e il pastore Cai Zhuohua, condannato a tre anni di prigione per aver stampato e distribuito alcune copie della Bibbia. Nel 2006, Gao Zhisheng aveva intrapreso, insieme ad altri militanti, tra i quali Hu JIa, uno “sciopero della fame a rotazione per i diritti umani”. Diverse persone, nelle 29 province e all’estero, si sono unite al movimento, astenendosi dall’alimentazione per 24 ore. Molti partecipanti sono stati arrestati.

In una lettera aperta del 2007 e pubblicata nel febbraio 2009, aveva descritto le sedute di tortura subite in carcere: “Gao Zhisheng, figlio di p….: la tua ora è arrivata! Fratelli, facciamo vedere a questo stronzo fino a che punto possiamo essere brutali. Uccidiamo questo bastardo!”, gridava il capo di un gruppo di quattro uomini armati di manganelli elettrici che hanno cominciato a picchiarmi con violenza sulla testa e sul corpo. Non si sentiva altro nella sala che il rumore dei colpi e dei miei rantoli. Sono stato picchiato con tale violenza che tutto il mio corpo ha cominciato a tremare in modo incontrollabile.”

BIELORUSSIA: La pressione sui giornalisti indipendenti aumenta

L’intimidazione verso i giornalisti indipendenti da parte della polizia, Con il pretesto di infrazioni amministrative, è divenuta una pratica corrente in Bielorussia. Questo stato di fatto deve cessare immediatamente se, come sostengono le autorità, si vuol fare del  paese uno stato di diritto.

Il 4 febbraio, un tribunale di Minsk ha condannato il giornalista Ivan Shulla, che collabora con il canale satellitare privato Belsat TV (Belsat TV ) e l’Associazione Bielorussa dei giornalisti (Association bélarusse des journalistes )(BAJ), a dieci giorni di prigione per “hooliganismo minore”. Questa sentenza è stata pronunciata il giorno dopo l’arresto e dopo che il giudice Aksana Relyava ha rifiutato di ascoltare un vicino, testimone dell’accaduto.

Il trattamento riservato a questo caso sottolinea una volta di più la parzialità della giustizia, requisita dalle autorità per far tacere i media indipendenti.

Il 3 febbraio, nel pomeriggio, una squadra di polizia ha tentato per due volte di forzare l’ingresso nell’appartamento di un altro giornalista di Belsat TV, Mihas Yanchuk. I poliziotti, che non avevano alcun mandato, affermano di essere stati allertati da dei vicini, che si lamentavano di rumori molesti. In assenza di Mihas Yanchuk, gli altri giornalisti, che si trovavano a casa sua, hanno rifiutato di aprire e hanno così subito un assedio di due ore, durante le quali i poliziotti hanno staccato la corrente elettrica. Secondo i colleghi, Ivan Shulha, che aveva lasciato l’appartamento prima dell’arrivo dei poliziotti, li avrebbe avvisati grazie al citofono posto all’ingresso. Secondo la versione della polizia, che in un primo tempo aveva parlato di gradi strappati e di una gamba fratturata, il giornalista avrebbe aggredito un ufficiale. La polizia ha negato qualsiasi informazione sul luogo di detenzione del giornalista fino all’inizio del processo, che si è tenuto il giorno dopo a mezzogiorno.

Come Belsat TV, che trasmette dalla Polonia, la BAJ è una delle ultime strutture che permette ai giornalisti indipendente di lavorare nel paese. Oltre alla sua funzione di vigilanza e di segnalazione delle violazioni delle libertà di espressione, l’associazione consegna ai propri membri dei documenti che permettono loro di lavorare, aggirando la strettissima procedura per l’accreditamento, prevista per i media e i giornalisti. Mette inoltre a loro disposizione un centro di assistenza legale in caso di problemi giudiziari.

Sono proprio queste funzioni prese di mira dal vice ministro della Giustizia Aliaksandar Simanau in un discorso di avvertimento del 13 gennaio. Sostenendo che il BAJ non è un mass media, ha ingiunto alla associazione di non utilizzare più la parola “stampa” (e dunque di non consegnare più i documenti relativi). Il centro di assistenza legale, è stato dichiarato fuori legge in quanto non corrisponderebbe agli statuti ufficiali dell’organizzazione. Nonostante ciò, il vice presidente dell’associazione, Andrei Bastunets, sottolinea che questo centro “è previsto dagli statuti del BAJ, che sono stati approvati dal ministero della Giustizia. E’ difficile immaginare quali infrazioni abbia potuto improvvisamente trovare il ministero in un regolamento vigente da più di sette anni.” L’associazione aveva inizialmente avuto un preavviso di un mese per conformarsi all’avvertimento, ma lo contesta e chiede informazioni più dettagliate.

Da quando è in vigore, cioè da un anno, in base alla nuova legge sui media, la procedura di accreditamento costituisce uno strumento formidabile di selezione dei media nelle mani delle autorità. Dopo aver fatto ricorso ai pretesti più vari per non prendere in considerazione la richiesta di Belsat TV, il ministero degli affari Esteri ha rifiutato per la seconda volta il suo accreditamento nel dicembre 2009. Grazie ad un decreto (décret ) promulgato questa settimana dal presidente Alexandre Loukashenko, Internet sarà sottoposto allo stesso controllo del 1 luglio. Con l’avvicinarsi delle elezioni locali dell’aprile 2010 e con l’approssimarsi di quelle presidenziali del 2011, il regime sta cercando di mettere sotto chiave qualsiasi accesso all’informazione.

VIETNAM – Tre anni e mezzo di prigione per una scrittrice, che da aggredita è stata trasformata in aggressore: Reporters sans frontières denuncia un processo montato di sana pianta

Reporters sans frontières denuncia la decisione dei magistrati di una corte di Hanoi, con la quale hanno condannato oggi, 5 febbraio 2010, la scrittrice e militante dei diritti umani Tran Khai Thanh Thuy a tre anni e mezzo di prigione. Le accuse mosse contro di lei e suo marito, Do Ba Tan, sono state montate di sana pianta dalla polizia, come dimostra chiaramente un’analisi delle prove presentate dall’accusa. Tran Khai Thanh Thuy non ha aggredito nessuno: al contrario lei e suo marito sono state vittime di violenza da parte delle forze dell’ordine, che hanno reso loro la vita impossibile per diversi anni.

Il 5 febbraio una corte di Hanoi ha giudicato Tran Khai Thanh Thuy per “colpi e ferite” in seguito ad una presunta aggressione del 8 ottobre 2009. Quel giorno si era recata a Haiphong (ad est di Hanoi) per assistere al processo di sei militanti democratici. Ma la polizia l’ha bloccata per strada e l’ha ricondotta a casa ad Hanoi. La sera, due individui, probabilmente delinquenti d’accordo con la polizia, hanno picchiato la scrittrice con un mattone. Ferita, Tran Khai Thanh Thuy con suo marito, si è recata in ospedale, dove la polizia li ha interrogati. Il giorno dopo i media di Stato hanno dichiarato che Tran Khai Thanh Thuy e Do Ba Tan hanno aggredito dei vicini.

Nel dossier della polizia si trova una foto presentata come quella di uno dei vicini feriti dalla coppia. Ma l’analisi informatica del negativo mostra che risale al febbraio 2005 e non all’ottobre 2009 come pretende la polizia (vedere il risultato dell’analisi del cliché). Uno dei funzionari incaricati di questa indagine politica, il colonnello Vu Cong Long ha montato di sana pianta le accuse di violenza verso questa militante conosciuta per i suoi scritti. Invece di portarla in giudizio in base all’art. 88 che punisce le attività dissidenti, la polizia ha preferito accusarla di violazione dell’art. 104 del codice penale.

“Dietro questo processo e questa sentenza grottesca, si nasconde l’intenzione delle autorità di polizia di far tacere per un bel po’ una voce critica che non ha mai smesso si difendere pacificamente i diritti dell’uomo. Al coraggio di Tran Khai Thanh Thuy si oppone il machiavellismo dei servizi di sicurezza”, ha affermato Reporters sans frontières.

Reporters sans frontières ha appena scritto una lettera ai dirigenti dell’Unione Europea, Catherine Ashton e alla presidenza spagnola,  in cui chiede loro di sospendere il dialogo sui diritti umani con il Viet-nam, per protestare contro questa serie di detenzioni di cittadini democratici. Almeno 21 giornalisti e netizen sono in prigione in Vietnam attualmente.

Tran Khai Thanh Thuy è stata trasferita il 19 ottobre 2009 nella prigione di Hoa Lu, vicino ad Hanoi. Tran Khai Thanh Thuy soffre di diabete e di tubercolosi in fase avanzata e si è vista rifiutare delle cure mediche dalle autorità penitenziarie. Nel novembre 2009, Reporters sans frontières aveva denunciato l’atteggiamento criminale delle autorità, che non facevano niente per porre fine al peggioramento delle sue condizioni di salute.

Tran Khai Thanh Thuy è già stata in prigione nel 2007 per aver pubblicato, via Internet e attraverso la stampa dissidente, degli articoli critici nei confronti del governo. E’ stata liberata nel febbraio 2008, ma la polizia politica non ha mai cessato di sorvegliarla e di perseguitarla.

Qualche settimana fa, un’altra donna scrittrice, Pham Thanh Nghien, è stata condannata a quattro anni di prigione a Haiphong (nord-est). Era stata riconosciuta colpevole di “propaganda” contro il regime, in base all’art. 88 del codice penale.

IRAN: Sei nuovi arresti: l’Iran supera la soglia dei 60 giornalisti e “netizen” incarcerati

Il 3 febbraio 2010, Omid Mehregan, opinionista per numerosi giornali riformisti, e Noushim Jafari, giornalista delle pagine di letteratura e arte per il quotidiano Etemad, sono stati arrestati al loro domicilio da uomini in borghese, prima di essere arrestati e trasferiti in un luogo segreto.

Il 2 febbraio, Kaveh Ghassemi Kermanshahi, giornalista e collaboratore del Comitato dei reporter dei diritti dell’uomo è stato arrestato presso la propria abitazione da agenti del ministero del Consiglio e trasferito in un luogo segreto.

Lo stesso giorno, i due giornalisti Maziar Samiee e Yashar Darolshafa, che collaborano al giornale online Sarpiche (Sarpiche) (sito che non è più accessibile), sono stati arrestati presso il loro domicilio e trasferiti in un luogo segreto. Mazyar Sameii collaborava anche con numerose riviste letterarie, in particolare con Naghad noo.

Il 2 febbraio l’abitazione di un altro collaboratore del sito Sarpiche, Ardavan Tarkameh, arrestato il 27 dicembre presso il domicilio di Omid Montazeri, è stata perquisita da agenti del ministero del Consiglio. I computers e alcuni libri sono stati confiscati. La sorella, Bahar Tarkameh, è stata arrestata e trasferita in un luogo segreto. Omid Montazeri è stato uno dei sedici coinvolti nella nuova serie di processi che si è aperta il 30 gennaio 2010 davanti alla 15sima sezione del tribunale rivoluzionario di Teheran.

Niloufar Lary, giornalista della rivista Chenel cheragh, è stata arrestata il 1 febbraio, dopo essersi presentata presso il ministero del Consiglio. La sera del suo arresto, il suo domicilio è stato perquisito; i computer e alcuni libri sono stati confiscati.

Mostafa Izadi, giornalista del giornale Etemad-e Melli (sospeso nel luglio 2009) , dietro pagamento di una cauzione  e in attesa di giudizio, è stato liberato il 1 febbraio, dopo 34 giorni di detenzione.

Azad Lorpoury, direttore del giornale in lingua curda e persiana Yaneh, è stato liberato il 28 gennaio dietro versamento di una cauzione di 40 milioni di toman (circa 30 000 euro).

MAURITANIA: Pesante pena detentiva per un giornalista online

Reporters sans frontières si sente oltraggiata dalla condanna a due anni di prigione pronunciata il 4 febbraio 2010 contro il direttore del sito Taqadoumi, Hanevy Ould Dehah, per “attentato al buon costume, incitazione alla rivolta e reato di pubblicazione”. L’organizzazione denuncia una condanna troppo pesante verso un professionista dei media, avvenuta in base a procedure giudiziarie incomprensibili e abusive. Reporters sans frontières chiede al presidente della repubblica islamica della Mauritania, Mohammed Ould Abdel Aziz, una nuova udienza e il permesso di incontrare Hanevy Ould Dehah in prigione.

“Non comprendiamo come la giustizia mauritana abbia potuto prendere una simile decisione al termine di una parodia della giustizia. Perché non condannare direttamente il giornalista a due anni di prigione nel processo di primo grado? E’ scandaloso! La posizione delle autorità è equivoca. Se da una parte hanno inviato dei segnali positivi, dall’altra i fatti permettono che la libertà di stampa venga calpestata”, ha dichiarato Reporters sans frontières.

L’organizzazione ha aggiunto: “Durante un incontro dell’organizzazione con il capo di stato mauritano nell’autunno 2009, il caso di Dehah era stato discusso in termini rassicuranti. Tra l’altro nel 2005 il paese ha adottato una legislazione sulla stampa che è tra le migliori della regione africana. La condanna del giornalista è un vero e proprio passo indietro. L’immagine del paese è offuscata da questo caso, che rischia di raffreddare i rapporti internazionali, soprattutto se dovesse arrivare alla Corte africana per i diritti dell’uomo e dei popoli. E’ nell’interesse generale di riconoscere in appello l’innocenza del giornalista e di rilasciarlo immediatamente.”

Il direttore di Taqadoumi era tenuto in carcere arbitrariamente da più di un mese. Non era infatti stato liberato dopo aver scontato per intero la prima condanna a sei mesi di prigione del 24 dicembre scorso. Questo nuovo processo ha giudicato il caso di nuovo dall’inizio. Ha fallito nell’opportunità di scagionare il giornalista, accusato ingiustamente.

I giornalisti mauritani si sono mobilizzati da diverse settimane per reclamare la liberazione del loro collega, organizzando manifestazioni e sottoponendo il caso alle autorità. Il Sindacato dei Giornalisti Mauritani (SJM) ha definito questa condanna un “arretramento nell’ambito del trattamento dei media”.

Leggere il comunicato precedente.: (http://www.rsf.org/Still-held-illegally-website.html).

Vedere l’intervista concessa a Reporters sans frontières dall’avvocato di Dehah, Brahim Ould Ebety, del 13 gennaio 2010.

UZBECHISTAN: Per le autorità mostrare la realtà della società uzbeca significa “insultare la gente”

Un processo contro la fotografa e documentarista uzbeca Umida Akhmedova è un’assurda e flagrante violazione della libertà di espressione che è tanto più inquietante per aver dato inizio ad una diffusa campagna di isteria nazionalistica e conservatrice.

Il 23 gennaio la Akhmedova è stata ufficialmente informata che l’istruttoria del suo caso era chiusa. Due mesi dopo essere stata convocata per la prima volta presso la polizia di Tashkent, l’artista avrebbe dovuto presto vedere l’apertura del suo processo. Doveva rispondere di “calunnia” (art. 139 del codice penale) e di “insulti” al popolo uzbeco (art. 140), passibili di una pena massima di tre anni di prigione, a causa delle sue opere illustranti la condizione delle donne e di povertà in Uzbechistan. Particolarmente incriminati sono il film “Il peso della verginità” e l’album fotografico intitolato “Uomini e donne: dall’alba al tramonto”. Quest’ultimo, realizzato nel 2007 grazie al sostegno del Programma per l’uguaglianza dei sessi dell’ambasciata svizzera, contiene 110 ritratti e scene della vita quotidiana ( vedere il portfolio – su ferghana.ru  )

Il giornalista indipendente Aleksei Volosevitch sottolinea in un recente articolo che “è la prima volta che in Uzbechistan ci si appresta a processare una documentarista per i suoi film e le sue fotografie, che tra l’altro riguardano non tanto temi politici, ma socio-economici”.

Con la prosa tipica dell’era sovietica, un gruppo di “esperti” ha comunicato, il 13 gennaio, il risultato dell’analisi pretenziosamente definita “scientifica” delle fotografie di Umida Akhmedova. Questo documento, accluso al dossier, accusa l’artista di presentare un’immagine deliberatamente falsa dell’Uzbechistan sottolineandone gli aspetti negativi. Si resta allibiti di fronte alla ridicolaggine e alla malafede degli argomenti sostenuti: il “90% delle immagini sono state prese in villaggi uzbechi isolati e sottosviluppati (…) Perché non fa vedere immagini di bei posti, edifici moderni o di villaggi benestanti?” La Akhmedova viene in seguito accusata alla rinfusa di “sforzarsi di presentare le donne uzbeche come vittime”, di “dare l’impressione che l’Uzbechistan non si preoccupa che delle faccende di casa” o ancora di “descrivere gli Uzbechi come dei barbari”.

Ieri sera, sul primo canale della televisione pubblica, la persecuzione della fotografa è ricominciata. Dopo aver fatto vedere alcuni frammenti del suo film “Il peso della verginità”, gli invitati del talk-show “Attualità” si sono succeduti per denigrare il lavoro dell’ Akhmedova e reclamare la condanna più severa verso la documentarista, colpevole ai loro occhi di aver “offeso le tradizioni e i sentimenti nazionali del popolo uzbeco”. Citando spesso il presidente Islam Karimov, i partecipanti hanno inserito il lavoro della fotografa in un ambito di “guerra di informazione rivolta ultimamente contro il paese”.

Dall’indipendenza del paese avvenuta nel 1991, la retorica nazionalista, che glorifica un’identità e delle tradizioni mitizzate, ha preso il testimone dei discorsi comunisti per legittimare il potere autocratico di Islam Karimov. Non tollerando alcun riferimento ai problemi sociali del paese, il regime sembra servirsi di Umida Akhmedova come occasione per instillare la paranoia e forse per accattivarsi una frangia conservatrice e religiosa della popolazione che è a sua volta oppressa. Ma descrivendo la fotografa come un agente di destabilizzazione al soldo degli stranieri, le autorità riconoscono implicitamente che un vero dibattito della società è impensabile in Uzbechistan.

Tuttavia l’esasperazione della società civile di fronte ai ripetuti attacchi alla libertà ha cominciato a manifestarsi in modo insolito per un paese con un simile regime di polizia (vedere il report di RFE/RL report sulle reazione per l’arresto del giornalista Khayrullo Khamidov). Nel caso di Umida Akhmedova, una vasta campagna di supporto è stata lanciata e ha velocemente superato i confini del paese. Un comitato di sostegno si è costituito e ha lanciato una petizione, diffusa dall’agenzia di stampa ferghana.ru, Radio Free Europe e da numerose ONG internazionali. L’Associazione Internazionale dei Critici d’Arte ha fatto appello alle autorità uzbeche affinchè rilascino Umida Akhmedova mentre i critici dell’Uzbechistan e del Kazachistan hanno addirittura prodotto un rapporto alternativo e corrosivo sulla “expertise” ufficiale dell’opera dell’artista, contestandone le conclusioni e invitando ironicamente a portare in giudizio gli attori per “scarsa professionalità, incompetenza (…) e ignoranza, tendenti a screditare la giustizia uzbeca”.

In una nuova offensiva rivolta ad accattivarsi la simpatia internazionale, Islam Karimov ha recentemente dichiarato di essere determinato a favorire la democratizzazione del paese, arrivando fino a criticare un Parlamento “agli ordini” e una stampa “inoffensiva”. Ora dovrebbe passare ai fatti.

Link (in inglese):

Watch Umida Akhmedova’s documentary

Sign the petition

A statement by the OSCE

RUANDA: Un settimanale indipendente minacciato di sospensione definitiva

Reporters sans frontières è molto preoccupata per la sorte di Umeseso, uno dei principali settimanali indipendenti del Ruanda. Dovendo affrontare due processi, querelato da un ministro e dal sindaco di Kigali per “diffamazione, lesa maestà e introduzione nella vita privata attraverso la stampa”, il giornale rischia di essere sospeso definitivamente. Il verdetto del tribunale di Nyarugenge dovrebbe essere letto il 22 febbraio prossimo.

“Ci appelliamo al giudice incaricato della pratica affinché dia prova di serenità e pronunci un verdetto giusto e rispettoso della libertà di stampa. Il tribunale deve innanzi tutto provare che ci sia stata diffamazione e in tal caso, ci sono sanzioni molto più appropriate della chiusura definitiva di una pubblicazione e l’incarcerazione dei suoi responsabili”, ha dichiarato Reporters sans frontières, che teme che, con l’avvicinarsi delle elezioni presidenziali previste per il mese di agosto, lo spazio riservato ai media ruandesi venga progressivamente eroso.

Il 27 gennaio 2010, durante un processo, che ha visto contrapposti il pubblico ministero e i tre giornalisti del settimanale Umuseso, il procuratore di Kigali ha richiesto la sospensione definitiva del giornale, la condanna degli accusati ad un anno di prigione e ad una multa di cinque milioni di franchi ruandesi (circa 9000 dollari). Charles Kabonero, direttore, Didas Gasana, redattore capo, e Richard Kayagamba, reporter, sono stati indagati in seguito ad un articolo riguardante una relazione amorosa tra il ministro Protais Musoni e il sindaco della città di Kigali, la signora Aisa Kirabo Kacyira.

Pubblicato sul numero 382 di novembre 2009 e accompagnato da due foto degli interessati, l’articolo rivelava la loro presunta storia extraconiugale segreta. Il reporter aveva raccontato che i due erano stati sorpresi insieme in un hotel. Questi hanno negato il fatto e in seguito a ciò il pubblico ministero ha sporto denuncia.

In un altro caso, il processo, che ha coinvolto lo stesso settimanale Umeseso e il ricchissimo uomo d’affari Tribert Rujugiro riprenderà in appello l’11 febbraio. In primo grado, Charles Kabonero e Didas Gasana erano stati condannati ad un anno di prigione con la condizionale.

Il Ruanda occupa il 157simo posto su 175 paesi, nella classifica mondiale del 2009 per la libertà di stampa compilata da Reporters sans frontières. Dopo l’Eritrea, la Somalia e la Guinea equatoriale è il quarto paese africano peggio classificato.

HAITI: L’esercito degli Stati Uniti deve spiegare perché i marines hanno censurato un fotografo di Haiti

A tre settimane dal sisma, la stampa haitiana ha avuto il suo primo scontro serio con l’esercito degli Stati Uniti. Homère Cardichon, fotografo che lavora per il quotidiano Le Nouvelliste, ieri si è visto confiscare la propria macchina fotografica, mentre riprendeva una dimostrazione di residenti insoddisfatti davanti all’ambasciata degli Stati Uniti nel quartiere di Tabarre, a Port-au-Prince.

Sollecitiamo  il ministro della cultura e della comunicazione Marie-Laurence Jocelyn-Lassègue a chiedere spiegazioni.

“Sei marines si sono avvicinati e mi hanno circondato”, ha detto Candichon. “Hanno portato via  la macchina fotografica dalla mia borsa aperta e se ne sono andati. Un’ora dopo  sono ritornati e uno di loro mi ha fotografato. Mi hanno poi restituito la macchina fotografica. Ho visto però che i soldati avevano cancellato alcune foto.”

C’è un malcontento crescente a Port-au-Prince verso i paesi che portano aiuti umanitari, inclusi gli Stati Uniti. In questo  caso, i soldati statunitensi hanno reagito nel peggiore dei modi per cercare di proteggere la loro immagine. Questo incidente, oltre ad essere un caso di flagrante censura, ha arrecato ulteriore danno alla loro reputazione agli occhi della popolazione haitiana. Il governo ha diritto ad aspettarsi una spiegazione dall’esercito americano e di sperare che un episodio del genere non si riverifichi.

Le notizie e le informazioni sono vitali per la ricostruzione di Haiti e per indurre i suoi cittadini a mobilitarsi per il proprio avvenire. Per quanto riguarda la stampa, i giornalisti locali devono tornare ad avere un ruolo fondamentale.

BRASILE: Il quotidiano Estado de Sao Paulo sta per raggiungere il 200simo giorno di censura.

Al quotidiano O Estado de Sao Paulo e al suo sito Estadao è proibito ormai da 200 giorni di pubblicare anche la minima informazione relativa ai problemi giudiziari riguardanti l’imprenditore Fernando Sarney, figlio dell’ex presidente della repubblica e attuale presidente del senato, José Sarney.

I primi sei mesi di censura su disposizione del 31 luglio, che ha introdotto un precedente pericoloso per la libertà di stampa, sono scaduti il 1 febbraio.

La corte federale suprema ha impiegato solo tre mesi per avvallare tale censura, sebbene sia stata la stessa corte che, il 30 aprile aveva abrogato la legge sulla stampa del 1967, ereditata dalla dittatura militare del periodo 1964-1985. Questa sentenza contraddittoria è stata una grandissima delusione per i media.

E’ come se un nuovo meccanismo di censura dovesse essere introdotto non appena gli strascichi del passato repressivo fossero stati superati. O Estado de Sao Paulo è la prima vittima di questa svolta, ma tutti i media brasiliani ne subiranno gli effetti.

Cosa potrà impedire ad altri querelanti di ottenere censure sui media in merito alle loro attività, anche se l’informazione fosse di pubblico interesse? La minaccia resterà fino a quando la censura imposta a O Estado de Sao Paulo non sarà eliminata e sconfessata.

L’ordine è contestabile nella forma e nel contenuto:

  • La censura è stata imposta a O Estado de Sao Paulo per ragioni diverse da quelle inizialmente indicate da Sarney. La proibizione riguarda un’operazione immobiliare discutibile nella quale sarebbe coinvolto, ma ha sporto denuncia contro il giornale solo dopo che questi ha pubblicato i dettagli delle intercettazioni telefoniche fatte dalla polizia federale per motivi non attinenti.
  • Una settimana dopo la decisione della corte supreme del 10 dicembre di confermare la censura, Sarney ha ritirato la denuncia contro O Estado de Sao Paulo, sostenendo di non voler mettere in pericolo la libertà di stampa. In mancanza di un accusatore, non c’era più alcuna motivo di censura. Tuttavia ciò che la corte suprema ha definito come esigenza di “proteggere la dignità e l’onore” ha avuto la precedenza sul diritto dei cittadini brasiliani di essere informati.
  • Infine, come è possibile giustificare il fatto che ad un solo e unico mezzo di comunicazione sia stato proibito di riportare fatti che altri media riportano e che sono noti al pubblico?
    Si suppone che la corte suprema interpreti la legge, ma è difficile non sospettare che la decisione non sia di natura politica.